Nelle brume storiche dell'Urbe arcaica si aggirano le prime figure di uomini romani.
Tra queste è il paterfamilias, temibile elemento unificante della familia, una comunità incredibilmente compatta di persone (moglie, figli, affini, nipoti, pronipoti, liberti) e di cose (schiavi, case, terreni, animali). Nessun potere pubblico può interferire con lui quando giudica in casa sua. Sui sottoposti ha diritto di vita e di morte. Della famiglia patriarcale è anche sacerdote. Come tale è sacro ed intoccabile. Questo nostro autoritario antenato dominerà la scena familiare dai primordi di Roma agli ultimi secoli della Repubblica, per oltre mezzo millennio.
Il parricida è condannato ad una pena tra le più atroci, che la nostra storia possa ricordare. La pena del sacco di cuoio a tenuta stagna (culleus), entro il quale - come ci informa Modestino - dopo essere stato percosso dalle verghe dei littori (il parricidio è un crimine pubblico), il colpevole viene cucito vivo assieme ad un cane, un gallinaccio, una vipera ed una scimmia vive e gettato nel fiume.
Nell'ambito pubblico un paterfamilias siede nel consiglio degli anziani, il primordiale senato al cui parere deve uniformarsi il rex. Questi è un'altra figura di romano arcaico caratterizzata dall'epoca in cui si inquadra storicamente. Condottiero e gran sacerdote, è chiamato a far rispettare dalla comunità latino-sabina-etrusca che governa, l'unico diritto del tempo, quello divino di tradizione orale.
Anche il rex, come il paterfamilias, può infliggere pene non meno tremende. Nel gennaio del 1889 in pieno Foro Romano la pioggia evidenzia improvvisamente un'area del manto stradale con caratteristiche diverse da quella circostante. Viene individuato un sito tuttora misterioso delimitato dal colore piu scuro della pietra (lapis niger). Ad oltre un metro e mezzo di profondita c'e un complesso monumentale del sesto secolo avanti Cristo con un cippo su cui figura un'antichissima iscrizione del periodo regio, sicuramente la piu antica iscrizione monumentale romana dei nostri tempi.
In caratteri greco calcidesi è incisa una minaccia per chi violerà quel luogo e con espressione oscura si parla di qualche cosa che al re è lecita (FAS RECEI). C'e anche la terribile condanna per il profanatore (SACRO'S ES), che in latino diventerà Sacer esto, cioè sia consacrato agli spiriti.
Chi veniva colpito da questa condanna era privato della protezione della comunità tribale, così da poter venire ucciso in ogni momento da chiunque. Ma quello che agiva molto più direttamente sul condannato e per cui questa sentenza equivaleva praticamente ad una condanna a morte, era la crescente consapevolezza in chi ne veniva colpito di sentirsi lasciato in balia degli spiriti. Gli antropologi sanno bene - per il frequente verificarsi di questa circostanza presso gli aborigeni - che in questi casi per via dell'autosuggestione il malcapitato comincia a tremare e soffre tanto sotto l'incubo della sua immaginazione, che in meno di ventiquattro ore in un modo o nell'altro rende l'anima.
Nella crisi mistica che segue la cacciata dei re, l'uomo romano del periodo repubblicano comincia lentamente a costruire dentro di sé quella solida coscienza etica che farà grande la sua civiltà. I valori della fides, honestas, pietas, religio, constantia, iustitia, fortitudo, prudentia, temperantia sono certo noti anche all'uomo contemporaneo, ma l'uomo romano del periodo repubblicano li esercita nella continua ricerca della virtus, del quotidiano impegno al superamento di sé stesso e delle proprie debolezze.
In questo periodo l'uomo romano è soldato, elettore, padre di famiglia, amministratore di un patrimonio, padrone di casa, celebra i sacrifici domestici, segue le cause, assiste ai giochi. Il giorno del suo primo censimento indossa la toga virile, ha un cognome, un nome, una tribù ed una centuria nella quale sarà chiamato tutta la vita per votare o per fare la guerra. Se la sua famiglia ha beni a sufficienza verrà iscritto in una centuria equestre. Divenuto cavaliere, tenterà la carriera di magistrato, dopo essere stato oratore, altrimenti sara un artigiano, un mercante, un littore, un pretoriano.
In ogni caso, qualunque posto occupi nella società, contadino o senatore, centurione o generale, l'uomo romano repubblicano non ha che uno scopo: rendere illustre il suo nome, guadagnare merito e riconoscimento.
Ma negli ultimi due secoli della Repubblica e per tutto il periodo imperiale la tipologia interiore dell'uomo romano risulta nuovamente mutata.
Per quanto riguarda la figura del paterfamilias l'opinione pubblica riprova i crudeli rigori del passato patria potestas in pietate debet, non in atrocitate consistere ed esige quindi dalla potestà del padre quella pia tenerezza che era stata per molti secoli un sentimento sconosciuto.
Neppure sulla moglie il paterfamilias ha il potere di sempre. Sul finire della Repubblica infatti è subentrata una nuova forma di matrimonio, quella cosiddetta sine manu, cioè senza potestà maritale. Così assistiamo al fenomeno, in buona parte dovuto alla scarsità di uomini impegnati nelle campagne belliche, per cui non è più tanto il marito che compra la moglie dal suocero, quanto il paterfamilias che compra un marito alla figlia pagando la dote.. Il risultato sarà che la donna resta piu legata alla sua famiglia d'origine anche durante la vita matrimoniale con grave menomazione della sua sudditanza al marito.
Quel nucleo familiare compatto che senza eccessivi scossoni aveva attraversato l'intero periodo regio e quasi tutta l'epoca repubblicana è ormai largamente incrinato.
Gli adulteri devono essere a più riprese - dal I° al III° secolo d.C. - essere regolati da Augusto, (che proprio con questa motivazione è costretto ad esiliare la sua unica figlia e la nipote), da Domiziano e da Settimio Severo. Il numero dei divorzi è tale da far dire nell'epoca di Nerone a Seneca che le donne exeunt matrimonii causa, nubunt repudii, (divorziano per maritarsi, si maritano per divorziare) e verso la fine del I° secolo d.C. a Marziale che le nozze sono un adulterio legalizzato.
Le ingenti ricchezze dell'impero e l'accentramento di tutto il potere nelle mani dell'imperatore hanno allentato i costumi e corrotto le istituzioni. E' venuta meno la tensione etica e politica del tempo migliore di Roma.
L'uomo romano che appartiene al più prestigioso consesso dell'Urbe, la curia senatoriale, va ormai in assemblea solo ad acclamare le disposizioni imperiali e quando nel senato l'imperatore in persona si degna di presenziare si sta addirittura in piedi. Il cittadino romano, ormai ben lungi dal partecipare attivamente alla vita delle istituzioni dello Stato, quando ha provveduto a far fronte all'assillo del mangiare quotidiano appare interessato quasi esclusivamente a quello che oggi chiamiamo sport passivo per indicare che non viene direttamente praticato (corse del circo e spettacoli gladiatori).
Quanto si è detto fa comprendere la difficolta di individuare il tipo dell'uomo romano tra individui succedutisi in oltre 1300 anni di storia di una civiltà, in un coacervo di culture e di tipologie umane le più disparate, dislocate sulla vastissima area geografica dell'impero.
E' stato sostenuto che la romanità coincide con l'urbanità dei cittadini e che per esempio non ha nulla di romano il tipo agrestis, rusticus, montanus, l'individuo irsuto, con i denti neri, che puzza di capro, aglio e minestra, con la capigliatura troppo lunga come quella dei barbari o rapata a zero come quella degli schiavi addetti ai lavori pesanti, quello che si riconosce da come si siede, dal modo di esprimersi che suscita il riso, che parla ad alta voce, che gesticola con le mani ed ha un portamento sgraziato, che contrasta con i modi composti e pacati propri del vero cittadino romano. Ma si dimentica quanto riferivano Seneca e Cicerone dei propri avi, sicuramente romani, che avevano un aspetto orrido per barba e capelli incolti e che si facevano il bagno ogni nove giorni, limitandosi giornalmente ad un lavaggio sommario dopo il lavoro di os, brachia et lumina ( bocca, braccia ed occhi).
Se mai più che un tipo romano, si può individuare uno stile romano e negare questo stile (come fa lo storico Ammiano Marcellino) a tutti coloro che "pur essendo cittadini di Roma, se ne stanno tutto il giorno ad oziare al Foro e passano il tempo a parlare delle imprese degli aurighi del circo e quando arriva il giorno dello spettacolo si precipitano al Circo Massimo più veloci dei carri che dovranno gareggiare. Oppure stanno per ore a parlare di cose da mangiare e di banchetti, tanto da sembrarne quasi ossessionati"
Al contrario mostra di possedere sicuramente uno stile romano l'imperatore Claudio, quando, con grande apertura mentale per il I secolo d.C., parla in Senato per convincere i senatori a far sedere tra loro anche i gallici, esponenti di popolazioni ormai da tempo legate saldamente a Roma e profondamente intrise di cultura romana. Stranieri sì, ma non privi per questo di valore - dice - come lo erano stati alcuni dei re romani venuti da fuori, quali Numa Pompilio, venuto dalla Sabina o Tarquinio Prisco di padre greco e madre etrusca o Servio Tullio, figlio di una prigioniera romana.
PROFILI DELL'UOMO ROMANO




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