....l'atmosfera

Il Sinodo dei vescovi sulla parola di Dio
affronta il rapporto tra la lettura storico-
critica della Bibbia e il suo valore come
documento della fede teso a promuovere
la vita di grazia nel popolo cristiano.

E’ lo stesso problema che ha interessato
la chiesa sin dalla questione modernista
e che, dopo il Vaticano II, è stato risolto
con la piena accettazione del metodo storico-
critico e quindi come documento puramente
umano che non porta nel suo testo
e nel suo valore il segno della grazia e
della partecipazione alla vita divina.

E’ la Riforma protestante a cambiare il
senso di documento spirituale che la Scrittura
aveva per il cristiano. La fede giustificante
è un atto di Dio e riguarda il singolo:
la Bibbia è solo un fatto esteriore, non contiene
in sé l’annuncio della partecipazione
alla grazia e alla vita divina ma soltanto un
testo che esplicita l’atto salvifico di Dio verso
il peccatore nell’atto di giustificazione.
La Scrittura nella Riforma secolarizzata è
affidata all’esegesi. E’ dunque possibile che
si giunga a una lettura totalmente secolare
di essa ma abbandonato unicamente alle
scienze storiche.
Non appariva così che la Scrittura, in modo analogo al Sacramento,
contenesse la parola di Dio nel suo stesso
senso letterale e quindi fosse un modo di
partecipazione al Mistero cristiano.
Dopo il Vaticano II il metodo storico-critico venne
accettato dalla chiesa cattolica ma, nella
sua integrità, esso era un corpo estraneo
per una fede nella Parola di Dio nascosta
nel senso letterale della Scrittura.

Il Sinodo ha affrontato due problemi: come
porre il dogma cristiano all’interno della
lettura della Scrittura e come permettere
così che essa fosse la partecipazione al
Cristo come senso ultimo del testo scritturale.
La coesistenza della letteratura ecclesiale
e della letteratura storico-critica rimaneva
dunque il problema che la Chiesa
cattolica ha di fronte ed è il problema più
radicale che essa abbia affrontato nel secolo
ventesimo.

Con la Riforma comincia la modernità
La Riforma è il vero inizio della modernità
perché esprime una concezione secolare
del cristiano in cui la vita secolare è la
sola reale, senza che la grazia modifichi la
natura e costituisca la realtà chiesa come
differente dalla storia, “opera propria dello
Spirito santo” (Agostino): o come popolo
convocato dalla Trinità secondo l’espressione
di Cipriano.
Ciò è molto diverso dal modoin cui la Chiesa antica e medioevale, sia
in Oriente che in Occidente, intendeva l’evento
cristiano. Esso era enunciabile con la
frase di Ireneo, divenuta comune tra i padri
della Chiesa:
Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio.
Ciò comportava una reale modificazione della natura umana.

La realtà di Gesù Cristo, definita dai dogmi
trinitari e cristologici, è la chiave della
comprensione ecclesiale del cristiano. Ciò è espresso con grande chiarezza nell’assunzione del cristiano del Cristo di cui san Paolo
è il testimone: vivere è Cristo.
La chiesa d’oriente e d’occidente si pensa come il corpo
del Cristo, come estensione della persona
divino-umana di Gesù alla chiesa e a tutti
i cristiani che ne accettano le parole nella
vita.
Il soggetto che legge la Bibbia è il Corpo di Cristo, cioè la chiesa vivente in
ogni cristiano.
La Scrittura diventa lettura di Cristo: e l’Antico Testamento è visto come
la profezia del Nuovo, da leggersi come simbolo
della verità cristiana di cui la chiesa è espressione in se stessa.

La Trinità espressa
Mistero e mistica divengono espressione
del modo in cui il cristiano vive la chiesa.
La Trinità viene espressa dalla chiesa come
rivelazione del mistero divino in se
stesso e quindi al di sopra della ragione come
non-conoscenza ma egualmente di partecipazione.
La mistica diviene la forma del cristiano che vive il mistero divino nella
condizione umana e temporale.
L’Eucarestia è la forma della chiesa cattolica come
la divina liturgia è la forma delle chiese
ortodosse. La partecipazione al mistero
viene espressa nell’ultimo dogma definito
nei concili ecumenici, il secondo Niceno,
sulle icone, viste come rappresentazioni di
Gesù e dei santi nell’ordine divino che essi
abitano dopo la morte.

La Scrittura è anch’essa espressione di
quest’ordine misterico e mistico, è anzi
l’indicazione stessa del principio che la
verità ultima è rivelata e non costruita.
La Scrittura introduce il mistero divino nello
spirito umano.
La Scrittura come testo divenne cultura
dominante della modernità secondo la forma
protestante e in questa forma venne secolarizzata,
i testi biblici vennero separati
come documenti storici e vennero analizzati
come frammenti.
Il loro essere inclusi nella Bibbia è visto come un fatto storico
che non comporta la loro unità di senso, elemento
fondamentale della lettura misterico-mistica della Scrittura.

La chiesa cattolica si difese da questo principio protestante sino al Vaticano II e le chiese ortodosse si difendono ancora ora mantenendo il concetto misterico e mistico della Sacra Scrittura.
La Dei Verbum del Vaticano II vede la Bibbia come
espressione della rivelazione integrale. E questo avviene quando l’esegesi rende irrilevante l’autorità della Bibbia come
unità dottrinale e come fonte storica. Ciò era conforme alla teologia protestante della natura segnata dal peccato originale.

Per la chiesa cattolica il dono della grazia come partecipazione alla natura divina comporta che la natura non sia corrotta
come natura e che il peccato non l’abbia sostanzialmente alterata. Ciò chiede
un senso della Scrittura avendo anche
un fondamento umano, storico e dottrinale
nei fatti che narra e nei concetti che
esprime.
L’esegesi protestante negli anni del Vaticano II dissolveva il concetto della
Scrittura come espressiva della rivelazione
nella sua lettera e quindi, dal punto di vista cattolico, la rendeva non significante come Sacra Scrittura.
Il problema dei rapporti tra teologia dogmatica ed esegesi cattolica diveniva
radicale perché le due discipline si ponevano in due orizzonti diversi, in due tempi diversi, l’uno era segnato dai dogmi cristologici
del primo millennio, l’altro dalla lettura della Scrittura come insieme di libri
diversi uniti soltanto da un fatto storico.

Un cattolico può leggere la Scrittura
come documento storico ma, per assumerla
in se stesso, deve ricorrere al principio
antico che la Scrittura annuncia il Cristo
e quindi la sua lettura deve condurre a un
rapporto con Dio comunicato all’uomo
mediante la rivelazione e la grazia.
E ciòcomporta una lettura dell’Antico Testamento
in funzione del Nuovo, quello che
da forma al cristiano come tale.
L’Antico Testamento è divenuto la forma
della lettura protestante ed emerge
ora nelle chiese evangeliche pentecostali,
nei grandi predicatori americani in cui il
nesso tra pratica cultuale ed esperienza
salvifica diviene immediato: una forma
assai diversa del protestantesimo della
Riforma ma anch’essa legata a una lettura
dell’evento cristiano come evento temporale,
magari nella forma del miracolo e
della guarigione.

Il Sinodo dei vescovi affronta ora il problema dell’assimilazione
del fatto biblico della spiritualità cristiana
tenendo conto di tutte le difficoltà che
la storia protestante e moderna della lettura
della Bibbia comporta per la lettura
cattolica di essa.

Il libro umano, la partecipazione al mistero
Possiamo indicare, come esempio del problema che si pone alla chiesa cattolica, il libro che Benedetto XVI ha scritto a
un tempo come Papa e a un tempo come
autore privato, indicando in forma simbolica
il nesso tra due realtà: Gesù di Nazareth
in cui la lettura dogmatica entra in
esegesi e la conforma a se stessa mentre
coglie il senso proprio di un’esegesi non
dogmatica.
Bibbia e mistica, questo è il vero problema del cattolico oggi che torna
al principio che è la chiesa come corpo di Cristo a leggere la Bibbia in lui e
quindi la lettura biblica è partecipazione
mistica al mistero.
Di ciò è esempio tutto l’uso fatto nella storia della chiesa dagli
scrittori cattolici, teologi e no.
Il testo viene preso come tale e appropriato a sé, viene
visto come messaggio alla persona e
staccato dal suo contesto.
E’ dunque evidente che esistono due livelli nella interpretazione
della Scrittura.
Una è lettura di essa come documento umano, l’altra è la
sua lettura come testimonianza del mistero cristiano.
Il luogo proprio di questa seconda lettura è la liturgia della chiesa e la
preghiera personale del credente.
Ciò significa che è sempre nella chiesa che il cristiano legge la scrittura come via di partecipazione alla realtà del Cristo.

Gianni Baget Bozzo www.ilfoglio.it di oggi

saluti