Roma. Sono quasi trent’anni che a questopunto della storia finisce sempre allo stesso modo. Che si chiami Pds, Ds, oppure Pd non cambia molto, perché quando il motore del maggior partito del centrosinistra comincia a ingolfarsi le chiavi finiscono sempre per litigarsele loro due: Veltroni e D’Alema.
Così, negli stessi giorni in cui il Partito democratico “festeggia” i suoi primi dodici mesi di interregno veltroniano, capita che oggi non ci siano più soltanto osservatori smaliziati o retroscenisti avventurosi a far notare che
l’unico modo possibile per dare un futuro al Pd sia quello di mettere tutto nelle
mani di D’Alema.
Max per il momento se ne sta quatto quatto: si limita a occuparsi della fondazione, della tv, dell’associazione, del giornale e, a chi glielo chiede, continua a ripetere che lui, sì, nel Pd vuole dare una mano.
Certo, ma in che senso? Che intenzioni ha D’Alema? Sta pensando davvero
di candidarsi alla segreteria? Sta veramente puntando a trovare un sostituto per Veltroni?
Risposta: sì e sì.
“Non c’è dubbio – dice il senatore del Pd Lucio D’Ubaldo, popolare e considerato molto vicino a Giuseppe Fioroni – che il giorno in cui dovesse
consumarsi l’esperienza di una classe dirigente che ha provato a giocare la carta del veltronismo, il nome di D’Alema, insieme
con quello di Franco Marini, tornerebbe a essere il più autorevole per il Pd”.
“Non c’è più alcun tabù”
Oggi è difficile trovare qualcuno che nel
Pd sia pronto ad ammettere – pubblicamente
– che D’Alema sta preparando la sua
prossima discesa in campo. Ma dall’altra
parte è complicato non riconoscere come il
pallino del gioco sia finito tutto nelle mani
di Max. Dalla sede romana del Pd, c’è chi dice
che lo schema di D’Alema non è poi così
difficile da comprendere, ed è più o meno
questo. “Un tempo – dice al Foglio un parlamentare
democratico – pensare a D’Alema
come leader del Pd significava voler sbilanciare
troppo a sinistra il baricentro del
partito, e un’anima troppo di sinistra alla
guida del Pd avrebbe portato a una lenta e
inesorabile scissione. Oggi, forse anche perché
i popolari sono ormai ben rappresentati
negli organi dirigenziali, pensare a D’Alema
come segretario comporta un ragionamento
un po’ diverso. Non è più un tabù. Il
Pd ha bisogno di ordine, ha bisogno di armonizzare
le sue identità e ha bisogno di
una guida; e se c’è una persona che risponde
a queste caratteristiche non c’è dubbio
che sia Massimo D’Alema”. Provando ad andare
un po’ più a fondo nella strategia di
Max, lo schema della presa dalemiana del
Pd sembra essere questo. D’Alema sta investendo
molte energie per creare una sorta
di ticket ombra in grado di mettere insieme
le due spine dorsali del partito: popolari e
diessini. L’idea è quella di puntare su una
coppia speculare a quella formata oggi da
Veltroni e Franceschini, e nel vertice basso
del suo triangolo (in cima al quale c’è Franco
Marini) D’Alema ha individuato Enrico
Letta. Anche se non tutti condividono questa
interpretazione, con l’ex sottosegretario
di Prodi il feeling è tornato a essere molto
buono: gli equilibri economico finanziari
determinati dal piano Cai hanno contribuito
a riavvicinare D’Alema e Letta (tutti e
due hanno ottimi rapporti con il mondo legato
alla banca che ha fatto da advisor all’operazione
Alitalia: Intesa Sanpaolo); Letta
ha persino pensato di sciogliere dentro Red
l’associazione di cui è presidente (360 gradi)
e negli ultimi tempi sono stati segnalati
pranzi sempre più frequenti tra il braccio
destro di D’Alema (Matteo Orfini) e quello
di Letta (Gianni Dal Moro). Per quanto riguarda
l’ultimo vertice, D’Alema punta ancora
su Pierluigi Bersani. Ma a Bersani D’Alema
pensa senza troppa convinzione, perché
– come racconta un collaboratore dell’ex
ministro – “se il Pd chiederà a D’Alema
di provare a salvare la baracca, e se lo farà
con insistenza come ha fatto un anno fa con
Veltroni, vedrete che quel giorno Max farà
come ha fatto Walter, e alla fine, seppur controvoglia,
sarà costretto a dire di sì”.
www.ilfoglio.it di oggi
saluti




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