OMNIA SUNT COMMUNIA
NESSUNA TERAPIA SENZA UNA DIAGNOSI LUCIDA
L'eterno ritorno del populismo ridipinto
Il popolo a volte ha tutti i diritti (quando ratifica gli orientamenti già decisi dai responsabili politici), a volte tutti i difetti (quando si esprime contro). Ma è l'autismo della classe dirigente che permette a dei demagoghi, spesso ricchissimi, di puntare al potere, come accaduto recentemente in Svizzera e California. Piuttosto che accusare il «populismo», concetto vago che serve a spiegare tutto e niente, sarebbe meglio ridinamizzare la democrazia.
Alexandre Dorna
Una cosa curiosa: il populismo è generalmente trattato sotto forma di stereotipo, come un nonsenso o una sorta di pittoresco «fatto di cronaca». Viene usato per analizzare confusamente ora la vittoria di Inacio «Lula» da Silva in Brasile, poi la politica di Hugo Chávez in Venezuela; ieri l'ascesa Bernard Tapie in Francia e più indietro nel tempo il poujadismo o il boulangismo. Altri personaggi vengono accusati di praticare il «tele-populismo»: il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi, il sindacalista José Bové, il presidente del Fronte nazionale francese Jean Marie Le Pen... Il termine diventa quindi difficile da analizzare e gli avvenimenti che indica sono spesso inclassificabili. Da chi ha puramente e semplicemente rinunciato a farlo, a chi si accontenta di usare idee altrui (1), sono rari gli specialisti che danno una definizione corretta del populismo.
L'etimologia della parola populismo rimanda a un altro termine già carico di ambiguità: popolo. Il pensiero populista corrisponde a una forma diretta di richiamo alle «masse» la cui la natura, intenzioni e conseguenze dipendono da un pensiero ideologico. Preso nella sua accezione di «pensiero popolare» il populismo non dovrebbe, come fanno alcuni, essere assimilato a priori a un movimento reazionario, demagogico o fascista. Lo scopo di questa confusione è da molto tempo quella di impedirne un'interpretazione più sottile, scacciando il populismo dalla storia come se si trattasse di un fenomeno senza radici né autentiche cause.
La diversità tra i movimenti populisti che hanno attraversato la storia rende difficile fare dei paragoni se non rinunciando di trarne un'analisi comune. Le esperienze populiste più tipiche in epoca moderna sono quella russa, l'americana e la sud americana.
Il populismo latino-americano, esso stesso dai contorni variabili, figura tra i più frequentemente citati ed è comparso negli anni '30.
Alcune delle figure carismatiche del populismo, che si appella alla speranza in nome della nazione e della giustizia sociale, emergono in situazioni provocate da governi deboli e corrotti. Tra tutte le esperienze latino-americane, la più conosciuta resta quella di Juan Domingo Perón, e dei discorsi infervorati di sua moglie «Evita».
Il peronismo incarna una triplice rivendicazione: nazionalismo, anti-imperialismo e «interclassismo».
Soprattutto durante il primo governo di Perón (1946-1951), il populismo seppe dare delle garanzie alle classi svantaggiate - i descamisados (i senza camicia). Sarebbe difficile capire altrimenti la presenza ancora viva del mito peronista. L'Argentina ha conosciuto con Perón una politica sociale tra le più avanzate dell'America latina, lo star system e, prima del tempo, il declino della sinistra.
Sulla sua scia, fino all'epoca contemporanea, si sono succeduti movimenti populisti basati su valori contraddittori: la breve presidenza (maggio 1996-febbraio 1997) di Abdalà Bucaram in Ecuador che, circondato dagli uomini più ricchi del paese, propose un «governo dei poveri»; il governo liberale di Alberto Fujimori in Perù; la presidenza sociale di Hugo Chávez in Venezuela. Quest'ultimo, ex miliare golpista laureato in scienze politiche all'università Simon Bolivar, è riuscito a raccogliere e orientare una straripante massa di gente che rifiutava la corruzione degli apparati politici e si consumava nell'attesa di un cambiamento.
L'ex sindacalista brasiliano Luiz Inacio «Lula» da Silva, dirigente del Partito dei lavoratori (Pt), prima di arrivare al potere è stato a lungo presentato come un populista. Ma da quando occupa il Planalto (2) e, pur mantenendo un pensiero di sinistra, si è mostrato pragmaticamente favorevole a scendere a patti con le istituzioni internazionali - in particolare con il Fondo monetario internazionale (Fmi) - e a ricentrare le proprie posizioni, l'aggettivo «populista» viene affiancato meno frequentemente al suo nome.
Se ieri l'ideologia tendeva più verso il sociale e/o il nazionalista, in questi ultimi anni, come hanno dimostrato Carlos Menem in Argentina e Fujimori in Perù, ha la meglio la tendenza liberale. Oggi, poi, i movimenti populisti ricorrono pesantemente al marketing e ai media.
Si parla di tele-populismo. «Lula» da Silva e Hugo Chavez si sono però trovati in una situazione paradossale: in Brasile, durante i precedenti tre tentativi di accedere alla presidenza della repubblica, i media hanno condotto violente campagne contro «Lula», aderendo solo tardivamente alla sua causa, al quarto tentativo, quando il suo pensiero di sinistra ha perso il proprio radicalismo. In Venezuela, l'opposizione si è impadronita dei media privati e grazie alla loro partecipazione ha potuto portare avanti la propria campagna di destabilizzazione contro il presidente Chavez.
In ogni modo, qui e là, le campagne politiche dei neo-populisti riescono a usare abilmente le nuove tecnologie della comunicazione. In tal senso bisogna ricordare che in Messico, il sub-comandante Marcos è diventato un maestro nell'arte della comunicazione politica. E così, pur facendo appello al/ai popolo/i (indio e messicano), egli non ha nessuna intenzione - pur potendone avere la possibilità - di prendere il potere. È populismo?
L'America latina non ha l'esclusiva di questo fenomeno politico.
Alcuni tentativi si sono verificati ugualmente in Francia e, attualmente, qua e là, si moltiplicano nuove esperienze nel mondo. Questa storia, ricca e contraddittoria, rende difficile farsi un'idea omogenea del populismo. Si possono però rilevare diverse caratteristiche.
In primo luogo, il populismo è soprattutto un fenomeno di transizione, eruttivo e quasi effimero che si sviluppa nell'ambito di una crisi generalizzata e di uno status quo politico e sociale insostenibile per la maggior parte della popolazione. Si tratta di un campanello d'allarme, di un avvertimento rumoroso e barocco e non di un'esplosione che faccia saltare tutto in aria. Il populismo non porta per forza a un cambiamento definitivo di regime. È chiaro che se la classe dirigente non recepisce il messaggio, il richiamo al popolo rappresenta una soluzione di ricambio in una situazione bloccata. La chiave non è l'effervescenza sociale che l'accompagna, ma il fondo emozionale che lo anima. Il fattore che lo rende coerente non è sociologico ma psicologico. È una reazione di collera e diffidenza nei confronti delle istituzioni e rispetto alle forze centrifughe che minacciano i miti fondanti della nazione.
In secondo luogo, il populismo è sempre incarnato da un uomo provvidenziale carismatico. Ed è probabilmente qui che l'analisi psicologica trova pieno collocamento (3). Essendo l'energia contagiosa, il carisma ha un ruolo anti-depressivo. Perché è il gioco della seduzione, del contatto diretto e caloroso a essere in grado di mobilitare e di organizzare un popolo rassegnato ma in collera. È il suo carattere «pluriclassista» e trasversale che lo rende capace di attraversare le sfaldature politiche classiche. Il richiamo populista si rivolge a tutto il popolo, a tutti coloro che subiscono in silenzio le ingiustizie e la miseria. Vengono invocate le grandi azioni collettive e i valori condivisi. In questo risiedono la forza emozionale e la componente razionale del populismo. La sua potenza deriva da questo miscuglio.
Tutti conoscono la portata psicologica del populismo. Le crisi fanno da detonatore. I movimenti di massa sintetizzano schematicamente due modi psicologici di controllo sociale: il fascino e la seduzione.
Per entrambi i casi è valida la frase del filosofo spagnolo Baltasar Gracian: «Per sedurre, bisogna sottomettere». Così l'emozione e la leadership carismatica hanno un ruolo fondamentale nella ricerca di identità delle masse.
L'assenza di un programma definito o di una dottrina ideologica compiuta non è quindi fonte di stupore: il populismo non vuole essere un'idea originale, né una teoria globale e ancor meno una concezione dell'uomo e della società, ma prima di tutto una volontà di ricostruzione del bene comune. Così, secondo Ernesto Laclau (4), il populismo non è un movimento socio-critico e nemmeno un regime statale, ma un fenomeno di tipo ideologico che può esistere all'interno delle organizzazioni e dei regimi, delle classi e delle formazioni politiche più varie e divergenti. Di qui la necessità di analizzare l'ideologia al di là della particolare adesione di una classe sociale.
Alcuni hanno voluto assimilare il populismo al nazionalismo e al fascismo. Ma nessuno può affermarlo sul serio se non per ragioni di ideologia o di retorica di parte. Il nazionalismo, tanto quanto il fascismo, esprime una concezione totalizzante del mondo in cui l'identità nazionale fa riferimento, in ultima analisi, a una dottrina della razza e al potere sacralizzato. Inoltre, l'apparato statale e l'esercito, soprattutto nel caso del fascismo, ne sono elementi essenziali, sia per inquadrare le masse con un'ideologia patriottica e/o totalizzante, sia perché regni una disciplina di ferro in nome della tradizione, della razza o di un capo il cui culto è all'apice della gerarchia formale. Queste dottrine implicano una teoria espansionista dello stato, e per di più egemonica. La guerra ne è una conseguenza giudicata trascendente. Nel movimento populista di tutto questo non si trova traccia.
Di conseguenza, è molto discutibile mettere Le Pen nella categoria «nazional-populista» come fanno alcuni politologi. Questa nozione rimanda alla particolarissima situazione politica dell'Argentina peronista negli anni '40 e '50, il che rende il paragone opinabile.
Inoltre, questa assimilazione rischia sia di rendere superficiale il significato profondo del Fronte nazionale che di gettare discredito sulle manifestazioni popolari: ogni richiamo al popolo nasconderebbe una volontà di far trionfare un'ideologia particolare, contraria per natura ai valori della democrazia?
Se il populismo non emerge ex nihilo è perché è associato a una situazione di crisi sociale e alla presenza di una sindrome da disinganno.
L'immobilismo delle élites al potere travolge lo status quo politico.
La fiducia nella nazione si spacca. Il futuro suscita la paura. Il dubbio si trasforma in silenzio complice e un individualismo tanto ristretto quanto astratto prende il posto del civismo entusiasta degli individui concreti.
La crisi è un'impasse in cui l'ideale greco di virtù si trasforma in cinismo e la rassegnazione in prudenza. L'élite si trova davanti a un dilemma senza via d'uscita: rottura o dimissioni. Non è l'assenza di lucidità che caratterizza gli uomini politici nelle situazioni critiche, ma l'assenza di coraggio. Quelli che denigrano il populismo fondano le proprie critiche su un pericolo maggiore: la dittatura.
Ma le loro analisi escludono le cause. Ora, questo pericolo è più effimero e fantomatico che reale. A varie riprese la storia contemporanea mostra che il populismo, a condizione che non lo si confonda con il fascismo, non si trasforma in dittatura. Il populismo rimane sia un'esigenza - più democrazia - che un ravvivamento popolare in assenza di un progetto collettivo.
Alain Pessin insiste sull'utilità dell'approccio mitologico nell'analisi dei processi sociali, tra cui il populismo (5). Il mito mette in scena un ideale che cerca di essere vero senza però spiegarlo. È un richiamo a un'esperienza collettiva e a una maniera di rapportarsi direttamente con il prossimo. In questo risiede la forza di coesione e di speranza che va al di là delle costrizioni istituzionali irrigidite.
Quando non diventa stabile, come fu nel caso di Napoleone III in Francia o di Peròn in Argentina, il populismo costituisce un fenomeno effimero che si conclude con un ritorno all'ordine stabilito - si pensi, per esempio, agli intermezzi boulangisti o poujadisti in Francia.
Alcuni autori non sono tuttavia lungi dal pensare che esso sia una delle forme di transizione democratica. Secondo Gino Germani il populismo esprime così il fallimento delle istituzioni incaricate di assicurare l'integrazione (famiglie, scuole, imprese, sindacati, partiti politici) di una popolazione che deve adattarsi alle esigenze economiche e tecniche a una modernizzazione industriale accelerata (6). Il populismo faciliterebbe la rimessa in discussione dello status quo e lo sviluppo dell'anticonformismo per accelerare la gestione della crisi e la ricerca di un nuovo equilibrio sociale e politico. Altri autori vogliono vederci una dittatura mascherata. È per questo che l'esperienza peronista divide ancora la sinistra argentina.
La rinascita del populismo, da una ventina d'anni a questa parte, è il segnale di una crisi della democrazia rappresentativa. Una crisi mondiale quindi quasi inedita, e il suo impatto psicologico traducibile, attraverso i media, in algoritmi. Il brusco rovesciamento (non per forza violento) delle strutture sociali e politiche provocato dalla globalizzazione liberista si accompagna a una perturbazione equivalente delle strutture psichiche, delle abitudini e delle rappresentazioni (7). Le frustrazioni accumulate generano man mano una nuova grande delusione. Gli antichi non si riconoscerebbero nella repubblica triste e rassegnata dei moderni né in questa società «sociale-liberale» sempre più autoritaria e chiusa. Di qui una preoccupazione crescente.
L'alternativa è poco confortante: la rivolta esplosiva o l'implosione conformista.
Si rivela quindi indispensabile identificare l'agente patologico.
La presenza del populismo è paragonabile, mutatis mutandis, a un accesso di febbre. E se la febbre è sintomo di malattia, in se stessa non è la malattia.
note:
*Professore all'Università di Caen, presidente dell'Associazione francese di psicologia politica, autore di Le Populisme, Puf, Paris, 1999.
(1) Margaret Canovan, Populism, Junctions books, Londres, 1982.
(2) Il palazzo presidenziale.
(3) Vedi Le Leader charismatique, Desclée de Brower, coll. « Provocations », Paris, 1998.
(4) Ernesto Laclau, Politica e idéologia en la teoria marxista, Siglo, Mexico, 1968.
(5) Alain Pessin, Le Mythe du peuple et la Société française du XXe siècle, PUF, Paris, 1992.
(6) Gino Germani, Politica y sociedad en una epoca de transicion, Paidos, Buenos Aires, 1978.
(7) Fernando Cardoso e Enzo Faletto La Teoria de la dependencia, Anthropos, 1979.
www.monde-diplomatique.it (Traduzione di P. B.)
ARDITI NON GENDARMI




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