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    Predefinito Sistema-mondo: tutto da buttare?

    OMNIA SUNT COMMUNIA
    Ricevo e pubblico
    Su Le Monde, il teorico statunitense del sistema-mondo Immanuel Wallerstein afferma “Sono convinto, in effetti, che da almeno 30 anni siamo entrati nella fase terminale del sistema capitalista. Ciò che differenzia fondamentalmente questa fase dalla successione ininterrotta dei cicli congiunturali passati è il fatto che il capitalismo non perviene più a 'farsi sistema' ".
    L'intervista è più ampiamente riportata sul blog RipensareMarx (http://ripensaremarx.splinder.com/) dove in sequenza appaiono due critiche serrate .

    Sistema-mondo: tutto da buttare?

    Sarà colpa della forma-intervista, ma Immanuel Wallerstein si è in effetti lasciato andare ad alcune profezie iperboliche e ad argomentazioni che anche a me paiono fastidiose, pur non considerandolo né studioso di seconda mano, né colluso sotto-sotto (“oggettivamente”?) col potere statunitense per via della sua posizione accademica negli USA - cosa non detta né nell’intervento di GLG, né in quello di GP, ma lasciata trapelare qua e là in scambi di opinione. Qui però mi tocca dire che francamente non ne posso più delle accuse di “nemico del popolo” lanciate a destra e a manca: anch’io per un certo estremismo di sinistra sono un “nemico del popolo”, un “borghese” che si rapporta solo ad altri “borghesi”, cioè gli amici di RipensareMarx, se non addirittura una specie di rossobruno (e GLG conosce il piacere di queste accuse). Non se ne può più. Sto attento dove devo stare attento, ma non voglio diventare paranoico, né subire la paranoia degli altri.
    Finito lo sfogo, torniamo a Wallerstein.
    Pur non essendo egli un “nemico del popolo”, lascia un po’ di sasso la sua previsione di “fine del capitalismo”. Sembra più una boutade giornalistica che una riflessione. In realtà la tesi dei teorici del sistema-mondo è diversa e molto più articolata, non così “catastrofista-classica” come sembrerebbe dall’intervista.
    Ognuno pensa con la propria testa e Arrighi non è Wallerstein, ma la tesi sistema-mondista suona in un altro modo che cercherò di illustrare.
    Ne “Il lungo XX secolo”, Giovanni Arrighi dopo aver analizzato la crisi del sistema monocentrico basato sugli Stati Uniti e quindi l’entrata del mondo in un periodo di “caos sistemico” (noi diremmo di “tensione verso il policentrismo”) e dopo aver confrontato questa crisi (non finanziaria ma di assetti di potenza) con quelle precedenti da lui identificate, si pone davanti a due alternative.
    La prima è una riconquista della posizione dominante da parte degli Stati Uniti:

    “[La] tendenza [al cambio della potenza egemone, come avvenne tra Inghilterra e USA nella crisi sistemica precedente, n. d. a.] è contrastata dalla portata stessa delle capacità belliche e di formazione dello stato della vecchia nazione dominante [cioè gli USA, n. d. a.], la quale potrebbe senz’altro essere in grado di appropriarsi, attraverso la forza, l’astuzia o la persuasione, dei capitali eccedenti che si accumulano nei nuovi centri, ponendo così fine alla storia del capitalismo attraverso la formazione di un impero mondiale davvero globale.

    Quindi per Arrighi un impero mondiale non può essere un impero capitalistico (Arrighi non si è mai trovato d’accordo con Negri), ma la fine del conflitto interdominanti, insita in un impero per la prima volta mondiale, porterebbe alla fine del capitalismo così come lo abbiamo conosciuto finora. Perché per Arrighi il capitalismo che abbiamo conosciuto è conflitto di potenza, conflitto di poteri. Inoltre per Arrighi “non capitalistico” non significa necessariamente “comunista”, anzi.
    Ad ogni modo l’impero (non capitalistico) mondiale può anche essere un’ipotesi da non prendere nemmeno in considerazione date le evidenti scosse telluriche geopolitiche alle quali stiamo assistendo (e di cui la crisi finanziaria è un fenomeno). Ma non è un’ipotesi teoricamente illegittima.
    Può essere un’ipotesi inutile, perché si spinge oltre la “fase”. Ma anche Marx si è spinto oltre la fase (spingendo a sua volta Engels e Kautsky a procurare guai teorici e politici, siamo d’accordo) e non è un buon motivo per buttarlo via tutto.

    Nel secondo scenario, la vecchia nazione dominante [cioè gli USA, n. d. a.] potrebbe non riuscire ad arrestare il corso della storia del capitalismo, e il capitale dell’Asia orientale potrebbe giungere a occupare una posizione dominante nei processi sistemici di accumulazione del capitale. La storia del capitalismo dunque continuerebbe, ma in condizioni radicalmente diverse da quelle esistite a partire dal moderno sistema interstatale. La nuova nazione dominante ai vertici dell’economia-mondo capitalistica sarebbe priva delle capacità belliche e di formazione dello stato che, storicamente, sono state associate alla riproduzione allargata di uno strato capitalistico alla sommità del livello di mercato dell’economia-mondo. Se Adam Smith e Fernand Braudel erano nel giusto nell’affermare che il capitalismo non sarebbe sopravvissuto a questa dissociazione, allora non sarà, come nella prima ipotesi, l’azione di un particolare agente a porre termine alla storia del capitalismo: essa giungerebbe al termine come risultato delle conseguenze non intenzionali dei processi di formazione del mercato mondiale. Il capitalismo (il “contromercato”) si estinguerebbe assieme al potere statale che ne ha fatto le fortune nell’era moderna, e il livello sottostante dell’economia di mercato farebbe ritorno a qualche tipo di ordine anarchico.

    Anche qui la visione di Arrighi si spinge oltre la fase visibile e possiamo benissimo dissentire. Tuttavia c’è da notare che non si sta parlando di una caduta catastrofista del capitalismo per via di inceppamenti del meccanismo di accumulazione o di sviluppo delle forze produttive unitamente alla ineluttabile missione storica della classe operaia, bensì di una fine del capitalismo dovuta a una disintegrazione della sua funzione di potenza (funzione conflittuale, perché la potenza serve per il conflitto). Tanto è vero che la strada verso entrambi i due scenari potrebbero essere caratterizzata da un periodo di guerre così intenso da aprire un terzo scenario: “un ritorno stabile al caos sistemico dal quale [il capitalismo] ebbe origine seicento anni fa e che si è riprodotto su scala crescente a ogni transizione”.
    Ora possiamo anche opinare che non di Asia orientale si tratterà ma di Russia, o di Eurasia o di Patto di Shanghai, o di altro. Arrighi cerca di portare argomenti seri alla sua tesi, argomenti che possono benissimo essere confutati (magari anche ricordandogli l’errore sul Giappone - ma non mi ricordo se ne fu proprio lui l’autore). Ma contesto che sia un economicista o un determinista. Per lui l’espansione finanziaria è il sintomo del dissesto di una configurazione di potere (ovviamente con effetti di retrazione), ma non ne è la causa. E più di una volta ha affermato che se anche si spingeva a fare delle ipotesi non di fase, tuttavia non aveva la sfera di cristallo e quindi erano solo ipotesi da prendere con le pinze.
    Chiarito questo possiamo anche contestare ogni singolo argomento dei sistema-mondisti, ma almeno non sbaglieremo il bersaglio.

    L’affermazione di Wallerstein sull’importanza dell’azione individuale per me è criptica. Nel senso che non riesco nemmeno a capirla. Nel sistema-mondo si parla, per l’appunto, di sistemi, di formazioni statali, di classi, ceti, funzioni, ma almeno personalmente non mi è mai capitato di veder discettare di “azioni individuali”. Quindi lascio perdere.

    Concordo sulla stucchevolezza della moda di spiegare fenomeni relativi alla sfera sociale con esempi tratti dalle scienze matematiche, fisiche e naturali. Sono - a volte innocentemente a volte no - delle vere “imposture intellettuali”, come dicevano Bricmont e Sokal, opportunamente citati da GLG. Inoltre Ilya Prigogine è in questo rispetto uno studioso veramente bistrattato, gli hanno fatto dire di tutto e di più, terzo in questo esecrabile sport dopo Gödel e Heisenberg.

    In definitiva, anche se passibili di svariate critiche, i teorici del sistema-mondo sono stati un tantino sopra le tiritere e le giaculatorie marxisteggianti, essendosi per lo meno posti il problema della funzione centrale che la potenza e il conflitto hanno nel sistema capitalistico e nella sua storia, tiritere e giaculatorie che a furia di buonismi vari, politically correct, “popolo”, “classe”, “stili alternativi di vita”, “crisi strutturali” (economicistiche) e “rivoluzione” stanno riapparendo con virulenza in questo periodo in cui i precedenti assenti di potere si stanno destrutturando in vista di qualcosa che non è facile capire, ma che spazzerà ogni facile sentimento edificante e ogni facile sogno rivoluzionario, in un turbinare molto duro ma anche molto impuro.
    Analizziamo quindi la fase (cercando però anche di stabilire volta per volta qual’è la miglior granularità di analisi) e agiamo di conseguenza, senza però dimenticarci che la generazione seguente agirà, nella fase che ancora non scorgiamo, sulla base di quello che saremo o non saremo stati in grado di fare e non dimenticandoci che per ora anche noi siamo solo quattro gatti che ci annusiamo l’un con l’altro e non certo una forza organizzata.
    E cerchiamo di evitare di diventare a furia di idiosincrasie, tre, due, uno, one man band.

    Piero Pagliani



    ARDITI NON GENDARMI

  2. #2
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    Articolo molto bello, anche a me l'intervista di Wallertsein ha lasciato perplesso (soprattutto la parte sull'azione individuale) ma liquidare la scuola dei sistema- mondo come ha fatto La Grassa mi sembra una stronzata.
    Anche perchè la crisi dell'egemonia americana raccontata da Arrighi nel "Lungo XX secolo" e in Adam Smith a Pechino mi sembra davanti agli occhi di tutti.
    In questi testi non si parla di crollo del capitalismo tout cort ma si intravedono due scenari di fronte alla crisi dell'egemonia americana, un impero militare americano o il caos egemonico , con il formarsi probabilmente negli anni successivi di un'egemonia a oriente (Cina-Giappone) dai tratti profondamente diversi rispetto a quella britannica del 1800 e amerivana del '900.
    Prospettiva discutibile ma non delirante ed antitetica rispetto a quella di Negri ad esempio.

  3. #3
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    OMNIA SUNT COMMUNIA

    GLG

    Quanto alla scuola dell’economia-mondo, poche parole. Nessuna teoria è mai da buttare per intero. Anche il tanto bistrattato – e pure da me – liberismo ha i suoi punti di forza e non dice tutte sciocchezze (tutt’altro). Il problema è di inserire certe impostazioni teoriche nella congiuntura della lotta che sempre si svolge sul piano culturale (in senso ampio). Essere in pochi o in tanti – non credo che in campo teorico ci si trovi con le masse al seguito, interessate spasmodicamente al dibattito tra intellettuali – non è affatto la questione essenziale. Il problema è che o si è eclettici – si prende un po’ di qua e un po’ di là, si dà insomma “un colpo al cerchio e uno alla botte” – oppure si sceglie coerentemente una via e la si sonda fino all’ultimo esito proponibile. Inoltre, certi teorici, di una data scuola, a volte affermano tesi che lasciano stupefatti perché sono pure profezie (in genere di sapore catastrofista) e non sensate conclusioni di una analisi.
    Ho iniziato il mio pezzo con: “Non ci sarebbe stato niente di male se Wallerstein…..ecc.”. Non ho affermato che l’economia-mondo fa schifo. Ho manifestato sorpresa per affermazioni che a mio avviso hanno dell’incredibile (e del “guru”, appunto). D’altra parte, avevo pure in mente le profezie di questi signori (all’inizio degli anni ’90) circa il Giappone come futuro centro del mondo al posto degli Usa nel XXI secolo; profezia cambiata a cavallo dei due secoli con quella della Cina come paese predominante mondiale. Inoltre, ricordavo fin troppo bene come questa scuola fosse stata considerata, assieme a quella della “dipendenza”, l’ultimo grido di un marxismo “rinnovato”.
    Semplicemente, manifesto la mia convinzione che le due scuole appena ricordate non abbiano nulla a che vedere con Marx, salvo qualche spizzico preso qua e là, a mo’ di “prezzemolo” che si usa spesso con pietanze non troppo sapide. Se qualcuno pensa il contrario, segua queste scuole sino in fondo, meglio se con atteggiamento rigorosamente scientifico. Apprezzo pure i liberisti o i “keynesiani” se sono coerenti sino in fondo e, appunto, rigorosi, tetragoni ad ogni genere di profezie. Io però provengo da Marx e da qui intendo fuoriuscire poiché ho la sensazione che troppo tempo sia passato, e troppe previsioni si siano dimostrate errate in un secolo e mezzo, per restare fermi. Tuttavia, questa è la mia impostazione e non intendo pasticciarla con contaminazioni solo eclettiche: non mi interessa il Marx più qualcun altro secondo l’orrida abitudine degli ex (finto)marxisti degli anni ’70 e ’80: più Heidegger, più Weber, più Luhman, più Habermas, più Prigogine, più Bateson, più Foucault, più Derrida, più…..e più e più e più!
    Qualcuno pensa sempre che il coerente sia “autoreferente”, mentre invece questi si rifiuta soltanto di mettere insieme impostazioni differenti; nell’ambito del pensiero, secondo le mie convinzioni (ed esperienze), non esistono le “combinazioni chimiche” ma solo miscugli. Poiché, inoltre, il campo teorico è tutto ingombro di concezioni e teorie diverse, ogni sviluppo coerente di una di queste si incontra e scontra a volte con le altre; e ne nasce magari una polemica, particolarmente veemente soprattutto quando uno si sente leggermente preso in giro da qualche autore un po’ in vena di “avvenirismi” alla “va là che vai bene”. Non dovrebbero quindi nascere polemiche inutili; mi sembra tutto semplice e lineare. Ognuno sviluppi con coerenza, e possibilmente con spirito innovativo, la sua linea di pensiero; non la impasticci con altre, i cui seguaci – mi auguro – si atterranno allo stesso criterio, senza indebite (e allora irritanti) invasioni di campo. So però che i media dei dominanti, pur sostenendo che Marx è un cane morto, sono lieti di ospitare e “finanziare” chi fa loro il favore di depotenziarlo, attribuendogli tesi e concezioni teoriche mai coltivate né veramente approfondite perché non sono le sue specifiche.


    ripensaremarx.splinder.com


    ARDITI NON GENDARMI

  4. #4
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    OMNIA SUNT COMMUNIA

    P. Pagliani


    Mi sembra che ci sia un po’ l’idea che una teoria debba necessariamente nascere dalla testa di una singola persona e poi continuata da una ristretta cerchia di allievi ortodossi (la “scuola”), per conservarsi pura e lontana da ogni pericolo di eclettismo.
    In realtà nelle scienze sono rarissime le teorie con queste caratteristiche. Non succede in fisica e men che meno succede in matematica dove è tutto un prendere in prestito tra un campo e l’altro. Ma non a casaccio. Si prendono in prestito - ma sarebbe più giusto dire “si applicano” - concetti “esogeni” perché ad esempio sono più esplicativi, o più economici, o più produttivi (le tre cose vanno sovente insieme), al fine di spiegare o descrivere i fenomeni che sono oggetto della teoria che li assume. Sicuramente non quelli che fanno deragliare la teoria in questione.
    Un concetto preso in prestito da una teoria può sintetizzarne molti della teoria ospite ad un livello di astrazione maggiore e rendere più produttiva la ricerca perché spesso porta con se una serie di risultati collegati già dimostrati e pronti all’uso.
    E può addirittura succedere che la medesima teoria sia espressa in modo differente e che un’espressione sia più feconda dell’altra (è successo col Calcolo di Newton e Leibniz, dove la notazione di Newton pervicacemente difesa dagli Inglesi si rivelò una palla al piede facendo perdere terreno rispetto agli sviluppi continentali).
    Certo, nelle scienze esatte e anche in fisica è più agevole capire se un concetto “esogeno” rientra in una teoria (“fits”) o la fa deragliare.
    Nelle scienze sociale bisogna ammettere che è più difficile. E quindi capisco anche la maggiore cautela. Però stiamo attenti a non esagerare.
    Lenin tuonava contro l’eclettismo. Ma poi prendeva a prestito parti del programma dei Socialisti Rivoluzionari (certo, non la loro teoria). Era convinto di essere marxista (nel senso del marxismo codificato da Engels e Kautsky), ma poi teorizzava la soggettività di un Partito in situazioni non canoniche, cosa che aveva molto più a che fare con altri filoni di pensiero che non con il marxismo ortodosso (tanto è vero che considerava il Papa Rosso un “rinnegato”).
    Ed è stata proprio questa non-ortodossia che gli ha permesso di condurre una rivoluzione alla vittoria.
    Ogni teoria, ogni interpretazione del mondo, anche se solo di una fase storica, nasce “contaminata” e si “contamina” strada facendo perché sente la necessità di aperture nuove, di apporti fecondi, di merito o metodologici.
    Le teorie non evolvono per partenogenesi, per lo meno le teorie di spessore, per l’appunto quelle non “asessuate”.
    D’altronde nemmeno List era un marxista, a mia conoscenza. Ma non per questo considero Giellegi un eclettico, perché capisco in che modo rientra nel suo discorso principale.
    E’ ovvio che se un concetto non è compatibile, la fecondazione non ci sarà. Ci sarà solo una perdita di tempo e un rischio di confusione. E, altrettanto ovviamente, non si tratta di fare aggiunte ad hoc, perché quelle non funzionano se non per puro caso. Comunque, a volte non è così facile capire se c’è compatibilità, mentre a volte il compito è più agevole.
    In conclusione non capisco quindi cosa voglia dire “tu va per la tua strada, io vado per la mia e poi si vedrà”. Non lo capisco perché non lo trovo politicamente sensato. Specialmente in un momento in cui si sta cercando di uscire dalle ingessature teoriche del passato.
    Anche se è vero che a volte è meglio esser soli che male accompagnati, insomma: non esageriamo!

    ripensaremarx.splinder.com

    ARDITI NON GENDARMI

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    OMNIA SUNT COMMUNIA

    GLG

    Le teorie hanno sempre bisogno di un retroterra, di un humus, preparato da un dibattito che spesso nasce dall'insoddisfazione per un vecchio "paradigma". Ma poi, l'idea base di una nuova teoria nasce dalla testa di un individuo. La "lampadina che si accende", da cui scaturisce l'idea che ristruttura - a volte in modo "gestaltico" - il precedente campo teorico non nasce certo a caso, senza il lungo periodo di gestazione di cui appena detto; ma poi l'idea che scatta non ha proprio nulla di collettivo. Il lavoro di équipe serve nel campo dell'accumulazione di esperienze legate alle tecniche, che oggi sono sempre più complesse ed esigono ingenti mezzi e un numero elevato di "scienziati", che sono in effetti tecnici ad alta specializzazione. Poi, però, una data teoria generale nasce da singoli individui; certo magari con una serie di aggiunte successive da parte di appartenenti alla stessa impostazione, che non ha nulla di eclettico.
    Incredibile che non si sia ancora capito in che senso io abbia utilizzato List. Debbo dare merito questa volta a Riccardo Di Vito (di Comunitarismo) che ha capito ciò che non è stato colto né da Brancaccio e Patalano nella loro recensione al mio ultimo libro (sul Manifesto) né da Pagliani in questo intervento. List era una "scusa"; non ho nemmeno riletto il suo libro che avevo conosciuto in gioventù. Sono andato "a spanne" per quel che ricordavo, con qualche brano scovato ad hoc, ma che era sufficiente per il mio discorso. Così come non pretendo di interpretare correttamente la "distruzione creatrice" di Schumpeter o certi temi keynesiani, ecc. Sono puri "input" che inserisco in una mia linea di ricerca ben precisa, e da cui non sgarro nemmeno di un centimetro. Se sono, come detto più volte, al "flogisto", non cerco l'"ossigeno" piluccando da altre teorie, ma solo approfondendo e perfezionando la mia linea, e osservando tutte le contraddizioni che sorgono all'interno della stessa. Per questo, ho detto che l'eclettico vedrà lo scienziato coerente come fosse autoreferente, ma solo perché questi è in grado di tenere "salda la barra", pur dovendo flessibilizzarla (ma tenendola sempre in pugno senza cercare di afferrarne altre) quando i marosi sono impetuosi e siamo in mare in tempesta. Stimo molto Pagliani, ma su questo punto mi sento un bel po' in disaccordo con lui.

    ARDITI NON GENDARMI

 

 

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