Quello che il mondo ammira oggi non è un superpremier, non è un superindustriale, è un Supercav.
“Nelle ore di crisi, l’Italia ha un premier che vola alto”, sentenzia
sicuro il New York Times.
Berlusconi ha dimostrato ancora una volta di poter dire
quello che vuole, quando vuole.
Senza timore dei suoi colleghi europei e ancor meno
dei detrattori che vivono fra le mura di casa.
E lo fa con la sicurezza di chi sa quel che dice ed è fermamente convinto di quale sia il bene per il proprio paese.
Berlusconi si è permesso di dire quello che pensa sulla bufala
del pacchetto clima-energia europeo,
solo contro tutti.
Anche contro l’amico Sarkozy, che teneva tantissimo al varo del
provvedimento entro la durata del suo mandato
e l’ha pure ripreso dicendo che “abbandonare
il pacchetto di misure per ridurre le emissioni inquinanti sarebbe drammatico
e irresponsabile”.
La verità, ha spiegato il premier nostrano, è che questa operazione
è troppo onerosa.
La terapia ecologica basata sulla triade del 20 per cento (ovvero
la riduzione del 20 per cento dell’emissione di gas serra, l’abbattimento dei consumi energetici del 20 per cento e la dipendenza al 20 per cento da fonti rinnovabili) sarebbe per il 18 per cento a carico della sola Italia.
Un’autentica follia.
E Berlusconi non ci sta: “L’Ue da sola si vuole assumere il compito di indicare la strada a tutto il mondo – ha commentato – io ho sempre ammirato
Don Chisciotte, quindi evviva, andiamo all’attacco. Ma almeno facciamolo con
razionalità”.
Ha deciso di andare tutto solo contro l’ideologia ecologista che teme catastrofi universali e immagina un mondo in
bicicletta e pannelli solari, contro i sinistrorsi
allarmisti alla Al Gore ma anche contro i conservatori ecofriendly alla David
Cameron.
Soprattutto con le minacce di una crisi che, dicono, potrebbe inghiottirci tutti, forse stare a pensare al verde non è quanto
di più saggio si possa fare.
“Siamo un paese manifatturiero – ha detto senza mezzi termini
il Cav, certo della spalla di Confindustria – e non possiamo, in un momento di crisi come questo, caricarci il costo di qualcosa di irragionevole”.
Non importa che cosa dicano i francesi, gli inglesi o i tedeschi, e nemmeno
quanto protestino gli ecologisti di casa nostra: questa cosa costa troppo e non si fa, punto.
Supercav si può permettere di dire quelto. Dopo l’ammorbidimento della fronda interna, sembrano finite anche le ore degli attacchi
oltre confine.
In molti paesi, scrive Rachel Donadio sul New York Times, “la popolarità dei leader sale e scende con lo stato dell’economia”.
Ma quella italiana è tutta un’altra storia. La Borsa milanese ha
perso il 22 per cento dal primo di settembre e l’ansia degli investitori cresce, ma il consenso per il premier non si schioda da
quel 62 per cento.
Se con la crisi i governi crollano miseramente e la preoccupazione
dei vertici è quella di salvare la faccia e la sedia, Berlusconi non ha di questi timori. Crisi o non crisi, lui ce la fa lo stesso, e con un’approvazione quasi bulgara.
Le azioni delle sue aziende crollano del 40 per cento, ricorda il New York Times, ma lui se ne frega, resta “allegro come non mai”.
Se già prima era al centro della politica e dell’economia
del paese, ora è l’unico pronto a salvare
le aziende italiane.
Nel caso in cui servisse, basterà lanciare un grido di aiuto e
Supercav accorrerà.
Secondo il quotidiano americano, se Bush e Putin stanno uscendo
perdenti dalla crisi, Berlusconi e il premier inglese, Gordon Brown, sono gli unici vincitori, con una popolarità schizzata alle stelle.
“Il suo potere e la sua influenza sono più grandi che mai”, scrive Donadio. Berlusconi è il più forte non soltanto perché ha in
pugno il centrodestra e ha sbaragliato il centrosinistra, ma anche perché “sembra aver rassicurato gli italiani che lo stato li sorregge”.
Ha dato rassicurazioni sul fatto che la nostra economia non è in recessione,
ma ha convocato una riunione di banche e Confindustria per essere sicuri che la crisi finanziaria non danneggi l’economia reale.
Si è sforzato di promuovere investimenti “alla sua maniera”, chiedendo agli italiani
di comprare azioni Eni ed Enel. Ha salvato Alitalia bussando alla porta di Corrado Passera e resta pronto ad aprire un paracadute
a Unicredit se la ricapitalizzazione dovesse malauguratamente fallire.
La presa salda del premier sull’economia si avvale anche del “potente ministro delle Finanze, Giulio Tremonti”, meritorio di averla vista lunga sulla crisi nel suo libro e soprattutto di aver placato il panico suscitato ovunque
– in primo luogo a Wall Street – dagli interventi statali.
Il governo farà la sua parte, se ci sarà bisogno, ma i bailout, ha chiarito
Tremonti, sono da considerarsi “dannosi per la salute politica del paese” e non rappresentano certo “un’opportunità”.
Tanto potere nelle sue mani farà bene al paese?
Sembra proprio di sì, a leggere il New York Times. Anzi Donadio si diverte a dire che “ci sono due tipi di italiani: quelli che lavorano
per Berlusconi e quelli che stanno per farlo”. Berlusconi sembra essere diventato il più amato dagli italiani, che adesso si fidano di lui. Di quell’arzillo settantaduenne che, ricorda Donadio, dopo una riunione
con i capi di stato europei sulla crisi finanziaria,
ha pure la forza di fare una capatina in discoteca per mostrare ai giovincelli le
sue condizioni smaglianti.
SuperCav può dire quello che vuole perché, come si lagna Carlo De Benedetti, non ha più opposizione.
E non importa più a nessuno che Veltroni sbraiti che ha in mano
tutte le televisioni.
Berlusconi sente il polso del paese, risponde alle preoccupazioni
delle casalinghe angosciate, degli industriali intimoriti, dei contribuenti soffocati.
Perché pare dire ogni giorno che si occuperà lui di tutto.
Perché il centrodestra trema a immaginare una vita dopo di lui,
perché incarna la forza che serve con la scanzonatezza del ragazzino.
Ma soprattutto può dire quello che vuole perché spopola all’estero.
Sembra, per dirla all’inglese, che abbia ricordato agli stranieri dove sta
l’Italia sulla mappa del mondo.
Alla Casa Bianca è stato accolto come “lo statista di una grande nazione e un cordiale amico degli Stati Uniti” e abbracciando Bush gli ha
detto con affetto e commozione che “la storia dirà che è stato un grande, un grandissimo presidente”.
Quando ad agosto, in piena crisi caucasica, Putin non voleva ascoltare
nessuno, ha risposto alla sua telefonata, probabilmente ricambiando l’ospitalità
a Villa Certosa, la Crawford italica.
E facendo la spola fra Washington e Mosca, Berlusconi gioca da mesi il ruolo del paciere simpatico a entrambe che nessun altro riusciva a incarnare.
E se prima tutti lo davano per “unfit to govern” – secondo l’Economist, nel 2003, non soltanto era inadatto a governare l’Italia, ma lo era soprattutto a
guidare l’Europa nel semestre di presidenza italiano – adesso non resta altro che dichiararlo “super fit”.
Valentina Fizzotti
www.ilfoglio.it 23 10 08
saluti




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