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    Predefinito Quando il PD finanziava le scuole private

    domenica, 14 ottobre 2007
    Da IL MANIFESTO del 13 ottobre
    Nuovo trucco di Fioroni per finanziare le private

    Una bozza di un regolamento allo studio

    Simone Verde



    Generalizzare e consolidare i finanziamenti alle scuole private. È l'obiettivo di un regolamento allo studio del ministero della pubblica istruzione, di cui il manifesto è riuscito a intercettare una bozza. Una bozza che, qualora invariata, permetterebbe di distribuire indiscriminatamente fondi pubblici a tutte le scuole elementari paritarie. Il tentativo è sempre lo stesso, ma il processo per aggirare il divieto di finanziamenti dello stato questa volta è più macchinoso del solito e per essere compreso richiede qualche passo a ritroso. Tutto cominciò nel 2000, con una legge dell'allora ministro della pubblica istruzione Luigi Berlinguer che, dando seguito alla Costituzione, stabilì i criteri per parificare l'istruzione pubblica e privata. Nel 2003, poi, arrivò Letizia Moratti, che si servì del provvedimento per giustificare aiuti alle famiglie con figli iscritti nelle scuole private. Il provvedimento fece molto discutere, ma funzionò. E permise di affermare il principio che lo stato, per promuovere la parità scolastica e per garantire a tutti un'ampia offerta formativa, dovesse investire denaro.



    Cambiata maggioranza, fu compiuto un ulteriore passo, questa volta ad opera dell'attuale ministro Giuseppe Fioroni. Il quale grazie a un decreto dello scorso giugno è riuscito nella quadratura del cerchio, affermando apertamente la necessità di «sostenere la funzione pubblica svolta dalle scuole paritarie nell'ambito del sistema nazionale di istruzione» attraverso «contributi destinati alle scuole dell'infanzia, primarie e secondarie di primo e secondo grado in possesso del riconoscimento di parità». Un passo fin qui impensabile con cui si aggira definitivamente il dettato costituzionale e si riesce a stabilire che lo stato deve assumersi l'onere di finanziamenti diretti alle scuole private. Il provvedimento è tanto più scaltro che non avviene attraverso nuove leggi, ma a colpi di decreti ministeriali e di interpretazioni estensive di norme già esistenti per evitare polemiche e scomodi dibattiti parlamentari. Ne scaturisce una vera e propria rivoluzione di velluto, con conseguenze estremamente negative sull'amministrazione scolastica che vede moltiplicare regolamenti, bizantinismi e cavilli, in un caos burocratico in cui tutto diventa possibile.



    In un decreto ministeriale dello scorso maggio, così, sono stati stanziati «alle scuole primarie paritarie (...)19.367 euro per ciascuna delle classi»; «a ciascuna scuola paritaria secondaria di I grado (...) 2.500 euro» e «1000 euro per ciascuna classe»; «a ciascuna scuola paritaria secondaria di II grado (...) 4000 euro a scuola e 2000 euro a classe». Prossimo passo, il regolamento delle convenzioni con le scuole elementari, la cui uscita è prevista per la prossima settimana e di cui è riprodotta a lato la bozza. Una bozza in cui viene ribadita la volontà di finanziare direttamente il privato, con il pretesto di garantire la pluralità dell'offerta formativa e di promuovere la parità stabilita nel 2000 dal ministro Berlinguer. Nel caso della bozza, i finanziamenti alla scuola elementare parificata fino ad oggi destinati soltanto agli istituti gratuiti, ora sono estesi a tutti: omettendo il vincolo della gratuità, infatti, anche se avrà rette costosissime, la scuola privata riceverà comunque i soldi dello stato. «L'ufficio scolastico regionale - si legge così all'art. 5 - si impegna a corrispondere al gestore, nei limiti dello stanziamento di bilancio sull'apposito capitolo di spesa, il contributo annuo fissato dal decreto del Ministro». In assenza di limiti, dunque, gli stanziamenti sono estesi a qualsiasi istituto che abbia ottenuto la parificazione.



    Ma i vantaggi non si fermano qui. Oltre al denaro, infatti, agevolazioni sono garantite da ulteriori omissioni. Prima tra tutte quella che riguarda la percentuale massima di precari che possono essere assunti da ogni istituto. Un aspetto che richiede da anni un chiarimento definitivo e su cui il documento tace, permettendo così che continui lo sfruttamento indiscriminato di docenti con contratti atipici, salari bassissimi, contributi inferiori ai colleghi di ruolo e stipendi che non coprono i periodi di ferie. Un ulteriore vantaggio che rafforzerà l'integrazione tra pubblico e privato teorizzata da Fioroni nell'ambito di «un sistema misto» in cui la scuola pubblica continua a subire restrizioni finanziarie mentre vengono moltiplicati i fondi per le scuole confessionali.





    Intervista L'accusa del pedagogista Benedetto Vertecchi


    «La scuola? Consegnata ai democristiani del Pd»


    Per il professore è stata usata come «merce di scambio» tra Margherita e Ds. «Un ministro non può rivolgersi con tono amicale a soggetti privati»


    s.v.




    «La scuola come merce di scambio tra Margherita e Ds». Questa l'accusa del professor Benedetto Vertecchi, figura centrale del mondo pedagogico italiano, di fronte alle carte e documenti trapelati negli ultimi giorni dalle stanze del ministero della pubblica istruzione. Prima, una lettera del ministro Giuseppe Fioroni indirizzata ai dirigenti degli istituti privati in cui si ricordano i provvedimenti presi a loro favore. Poi, una bozza di regolamento con cui ci si accinge a estendere a tutti i soggetti privati i finanziamenti pubblici a favore delle scuole elementari (vedi a lato). «Mi sembra chiaro - ne deduce Vertecchi - che la scuola sia stata svenduta alla corrente democristiana del Pd. E che dietro le chiacchiere degli ultimi mesi ci sia un disegno preciso volto a stravolgere la fisionomia dell'istruzione pubblica. Mi chiedo - aggiunge preoccupato - perché la sinistra e i laici di questo paese restino a guardare».



    Che cosa intende con «chiacchiere degli ultimi mesi»?

    Faccio riferimento alla cortina fumogena alzata ad arte dal ministro per confondere l'opinione pubblica sulle sue reali intenzioni. Un confuso e vecchio pedagogese dal sicuro effetto demagogico (con cui ha argomentato a favore dello studio delle tabelline e del ritorno degli esami di riparazione) per distogliere l'attenzione da provvedimenti che generalizzano il finanziamento alle scuole private.



    Cosa pensa del ricorso sistematico a regolamenti e decreti ministeriali?

    Mi sembra un metodo per evitare lo scontro aperto con chi non è d'accordo. È molto più semplice confezionare nel chiuso di una stanza documenti che diventano esecutivi per semplice prassi amministrativa, che affrontare un dibattito pubblico.



    Questa moltiplicazione di normative quali effetti avrà sulla scuola?

    Negativi. Innanzitutto perché renderà sempre più difficile il funzionamento della macchina amministrativa. Poi, perché produrrà un allontanamento di docenti aggrediti da tante parole vacue e indicazioni farraginose. Ci sarà un rifiuto e un ripiegamento su comportamenti individualisti che alla lunga produrranno disimpegno.



    Il ministro ha insistito più volte sulla necessità di un sistema misto pubblico-privato. Cosa ne pensa?

    In tutta la mia lunga carriera, in Italia non ho mai visto privati fare la fila per investire denaro nella scuola pubblica. Mai. Detto questo, il discorso di Fioroni è estremamente ambiguo, visto che quando parla di sistema misto, non si riferisce al modello liberale in cui l'intervento dei privati dovrebbe servire a elevare offerta e qualità formativa grazie alla libera concorrenza. Fioroni, in realtà, parla di sistema misto poiché sa che apertura ai privati da noi significa concessioni alla scuola confessionale cattolica. Scuola che condivide lo stesso disegno egemonico della parte politica cui egli appartiene.



    Cosa pensa della lettera indirizzata ai dirigenti delle scuole private?

    E' scritta con un tono amicale molto discutibile per un rappresentante dello stato che si rivolge a soggetti privati. Un tono affettuoso che ricorda la scuola ideologica dei tempi andati. Vede, ci sono due modi di concepire questa istituzione. Uno, laico, in cui la sobrietà è condizione essenziale per coinvolgere tutti in un progetto di miglioramento della società. Un altro, i cui scopi ideologici comportano l'affettuosità tipica della cultura paternalista.



    Sintetizzando, quello portato avanti da Fioroni sarebbe un progetto egemonico sulla società italiana?

    Certo. Un progetto molto più pericoloso - poiché meno ingenuo e idealista - di quello perseguito a suo tempo da Letizia Moratti. Di fronte a un disegno di tale gravità mi domando: perché la sinistra non interviene? Perché non reagisce alla spartizione cui il nascente Partito Democratico ha abbandonato la scuola pubblica italiana?


    http://bus18.splinder.com/tag/berlinguer

  2. #2
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    mercoledì 7 novembre 2007
    Fioroni e la scuola privata
    Il bilancio della scuola privata dopo un anno e mezzo di centro-sinistra e di ministero Fioroni può dirsi sicuramente positivo.
    A ricordarlo, in una lettera datata 9 settembre 2007 e indirizzata agli istituti parificati, è proprio il Ministro.
    "Colgo l'occasione del nuovo anno scolastico per aggiungere agli auguri, un primo consuntivo degli interventi realizzati nel 2007 per le scuole private.
    Come sapete assumendo le funzioni di questo ministero ho dovuto prendere atto di alcune misure restrittive assunte nella finanziaria 2006 nelle scuole non statali e cercare di porvi rimedio".
    In parole povere: l’attuale Ministro ha provveduto a sanare i tagli fatti dal governo Berlusconi.
    "La legge finanziaria 2007 ha recuperato una prima tranche di 100 milioni di euro", mentre con il Consiglio dei Ministri del 28 giugno 2007 sono stati aggiunti altri "51.306 milioni di euro in sede di assestamento di bilancio".
    Riassumendo, 151.306.000 euro sono stati reperiti dal centro-sinistra, per far meglio del centro-destra.
    Ciò che Berlusconi ha tolto alle scuole private, il governo Prodi ha restituito.
    La circolare poi continua: "Il 5 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato il provvedimento legislativo che introduce in ordinamento innovazioni di vostro sicuro interesse"…"Sarà mia cura sostenere in parlamento l'interpretazione già data sull'applicazione all'intero sistema dell'istruzione", tra cui "la direttiva che fissa criteri per l'attribuzione di risorse aggiuntive alle scuole del sistema nazionale d'istruzione".
    Una direttiva, cioè, che permetterà di dare nuovi contributi alle scuole private.
    Fioroni ricorda che, grazie alla finanziaria dell'anno scorso, adesso sarà personalmente il Ministro con un proprio decreto a ripartire annualmente i fondi destinati alle paritarie; in questo modo vengono bypassate le Commissioni parlamentari competenti, come invece era stato stabilito dal Governo Berlusconi.
    La Finanziaria 2007 ha previsto che i fondi destinati alle private vengano concessi con priorità a quelle senza fine di lucro, che generalmente vengono gestite da congregazioni religiose.
    Il numero degli istituti che possono accedere ai fondi statali è stato ampliato dallo stesso Fioroni con un decreto ministeriale di maggio in cui si fissa la lista delle scuole paritarie che beneficeranno di finanziamenti statali: scuole paritarie senza fini di lucro, ovvero, associazioni, fondazioni, enti ecclesiastici di confessioni religiose con cui lo stato ha stipulato patti, imprese sociali, enti pubblici, cooperative e cooperative sociali.
    Si favoriscono cioè le associazioni che stanno entrando con prepotenza nel mercato della scuola privata, perseguendo un preciso disegno culturale, come Comunione e Liberazione (vale la pena di ricordare la partecipazione del Ministro all’ultimo Meeting).
    In un solo colpo Fioroni supera se stesso e Berlusconi.



    http://franca-bassani.blogspot.com/2...a-privata.html

  3. #3
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    Riflessioni di Mario Alighiero Manacorda, storico dell'educazione, sulla riforma scolastica.


    Una scuola anticostituzionale
    Ovvero come il progetto Berlinguer ha spianato la strada al piano Berlusconi-Moratti





    Fa un certo effetto leggere nell'agile libro dell'ex ministro dell'istruzione del centro sinistra, Luigi Berlinguer, La scuola nuova, l'annuncio, che «la riforma della scuola è un'opera compiuta». In realtà, se c'è un'incompiuta, è questa: il nuovo ministro del centro destra, Letizia Moratti, felicemente trionfante al meeting di Comunione e liberazione, la sta già smantellando e il libro, come la riforma, è ormai cosa d'altri tempi. Ma che cosa era questa riforma, e che rischi ha comportato e ancora oggi comporta?
    Ma quale riforma?
    Per la sua ispirazione la riforma Berlinguer era parte integrante di tutta la politica, così squallidamente conclusa, del centro-sinistra e in particolare dei dirigenti diessini: un'affannosa rincorsa dietro agli obiettivi della destra, nazionale e internazionale, quasi a voler dimostrare di essere altrettanto bravi a perseguirli: modernizzazione, liberalizzazione, destatalizzazione, privatizzazione, decentramento, autonomia. Col bel risultato di aver aperto la strada a una più smaccata modernizzazione, liberalizzazione ecc. ecc. per la destra oggi al governo.
    Eppure nel suo libro Berlinguer enuncia principi di grande rilievo pedagogico. Dice, ad esempio, che «il successo di tutti i bambini è il vero successo della scuola», la quale perciò deve essere "senza bocciature"; che, mentre «oggi la scuola è quasi esclusivamente l'aula», occorrono «attività integrative collegate al curricolo»; che occorre intervenire sul curricolo o i "saperi" per superare la frattura tra scuola culturale e scuola professionale, coniugando "il conoscere e l'operare"; che col riordino dei cicli, ridotti da tre a due, occorre superare anche «la cesura traumatica tra elementare e media»; che per garantire l'attiva partecipazione di docenti e studenti occorre dare alle scuole più autonomia, ecc.
    Bene: peccato soltanto che Berlinguer vanti la novità di ogni sua proposta, occultando i precedenti storici, di cui pur si è giovato. Questi da lui proclamati sono più o meno i principi di tutta la pedagogia moderna: e già col disegno di legge comunista Donini-Luporini del 1959, sulla scuola unica obbligatoria dai 6 ai 14 anni avevamo proposto di abolire le bocciature, e anche la Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani del 1968, elencava tra le proposte di riforma: «Primo: non bocciare». E per la scuola secondaria già la nostra proposta di legge Raicich del 1972 proponeva «un processo formativo unitario superando ogni margine di opposizione tra scuola di cultura e scuola di professione»; e potrei continuare. Ma per Berlinguer è tutto suo, tutto nuovo. Pazienza! Anche se è un po' troppo sentirlo lamentare che «il rapporto scuola-lavoro era una specie di tabù, avversato dalla sinistra per paura del capitalismo. C'era un'idea antica del lavoro come estraneo alla realizzazione della persona». Incredibile: la secolare elaborazione della tradizione socialista, in particolare di Marx e di Gramsci, su una scuola unica di lavoro intellettuale e manuale per formare un uomo completo, "onnilaterale", e la nostra riflessione di decenni e le nostre proposte di legge su questo tema, tutto questo per il post-comunista Berlinguer non è mai esistito? Ma lui dov'era? Non c'è da stupirsi se perfino nel presentare se stesso, mentre si dichiara "parlamentare dal 1994 per i Democratici di sinistra", Berlinguer pudicamente occulta la sua lunga vita di parlamentare per il Pci e la sua iniziale adesione a "il manifesto" e la collaborazione con la Rossanda e Cini alla stesura, nel 1970, di un coraggioso opuscolo sulla riforma della scuola.

    Moderna ma incolta

    Già, pazienza! Ma su questi temi, e su altri, l'esigenza dichiarata potrebbe essere in parte comune al vecchio Pci e al nuovo ministro diessino, se non fosse che, al di là delle ingannevoli parole, le divergenze sono profonde. In tutto il suo progetto c'è una rincorsa a una modernizzazione senza cultura, a una professionalizzazione localistica subalterna alle immediate esigenze produttive, a una liberalizzazione generatrice di squilibri, a una falsa licealizzazione di tutti gli istituti secondari con rinuncia a ogni rigoroso apprendimento in nome degli inevitabili "alleggerimenti", della facilitazione e del computer. Tutte cose che sono la degenerazione di ipotesi buone, per fare della scuola, come chiediamo da un pezzo, il "luogo degli adolescenti". Ma così il suo non è un progetto di innalzamento del livello culturale di tutta la popolazione in una scuola insieme rigorosa e "divertente": è una rinuncia al rigore necessario per fare, come diceva Gramsci, di ogni cucciolo d'uomo un contemporaneo della sua epoca: è un progetto di rinuncia all'impegno della scuola in questa direzione.
    Ma il peggio è che queste iniziative, piene di buone intenzioni e cattive attuazioni, sono inserite nel progetto, clerical-liberale, di un "sistema nazionale integrato" tra scuola pubblica e scuola privata, dove ogni valore ideale della tradizione risorgimentale, volta a promuovere la formazione di una coscienza nazionale moderna, anziché essere corretto e sviluppato, come si doveva, in senso democratico e scientifico, viene rinnegato. Non per niente Berlinguer occulta le origini di questa sua dubbia ispirazione: il "Documento dei 31", del 13 luglio 1994, autodefinito "pidiessino, popolare e confindustriale" (cioè clerical-liberale accettato dai post-comunisti), che proponeva la "idea nuova" di un «sistema formativo pubblico, nazionale ed unitario, del quale partecipano scuole statali e non statali». L'ispirazione della riforma è tutta lì, in questo vecchio programma della Dc giulivamente accolto dai dirigenti del Pds contro le resistenze della loro base. Miracoli del nuovo centralismo democratico, inaugurato da Occhetto e perfezionato da D'Alema: due persone cui Berlinguer non lesina elogi, parlando della «grande rivoluzione di Occhetto» e della "delega implicita" ricevuta dal governo D'Alema, col quale si è avuto «l'anno d'oro» delle riforme.
    Ogni riforma di Berlinguer mira a creare questo sistema integrato, destinato a sboccare in quella «straordinaria novità che è nel riconoscimento concreto del principio di parità tra scuole statali e non statali», coi relativi finanziamenti. E' lui stesso, non io, a presentare tutte le sue leggi come grimaldelli per veicolare nei nuovi ordinamenti questa "svolta" della parità: soprattutto la legge sull'autonomia, «base dell'intero progetto formativo» e «anello da cui partire»: «Porre la parità nel contesto dell'autonomia e anzi in dipendenza da essa... Nel quadro dell'autonomia sembra logico riaffrontare in termini nuovi la stessa distinzione concettuale tra pubblico e privato», ecc.

    Bella autonomia!

    Bella cosa l'autonomia! Se non fosse che di essa fa parte una questiuncula dall'apparenza innocua, anzi bonaria: il riconoscimento alle scuole della «opportunità di essere coerenti coi propri principi». Tradotto in italiano, questo è il permesso di ignorare il principio costituzionale della libertà d'insegnamento, per restare scuole ideologiche, nella fattispecie cattoliche. Non sono io a dirlo, ma è il Codice di diritto canonico, a prescrivere che la scuola cattolica «deve fondarsi sui principi della dottrina cattolica», che i vescovi «hanno il dovere e il diritto di vigilare, che... siano osservati fedelmente i principi della dottrina cattolica» e che, di conseguenza, «siano nominati docenti i quali... eccellano per integrità di dottrina e per probità di vita, e che, mancando tali requisiti..., siano rimossi dall'incarico» (Can. 803, 804, 810). Ecco allora che la «coerenza coi propri principi» significa dipendenza dal Codice di diritto canonico e autonomia dalla Costituzione: sul territorio italiano.
    Spogliata da ogni "ideologismo" e portata sul piano giuridico e politico, la questione si può esprimere così: può uno Stato sovrano dichiarare che sul proprio territorio la scuola di un altro potere, "indipendente e sovrano" (Costituzione, art. 7,1), è "pari" alla propria scuola? Può farlo, quando le due scuole sono così diverse che, mentre quella statale è fondata sulla libertà d'insegnamento (art. 33,1), l'altra è fondata su una canonica "dottrina"? Può farlo quando l'altro potere usa appellarsi all'infausto Concordato per impedire allo Stato ogni libertà di legiferare, come ad esempio sulla collocazione dell'ora facoltativa di religione fuori dell'orario curricolare obbligatorio, come invece aveva saputo legiferare l'Italietta liberale a opera del ministro cattolico Emanuele Orlando? Può consentire che quel potere violi i diritti costituzionali dei cittadini, come quando licenzia in tronco i suoi insegnanti, negando loro ogni garanzia sindacale, perché "non conformi" alla sua dottrina? Può, insomma, accettare che sul suo territorio vigano, a pari titolo, due legislazioni opposte? La sovranità dello Stato, la territorialità delle leggi, l'eguaglianza dei cittadini, le libertà personali, sono questioni ideologiche?
    In realtà sono concretissime questioni ideali, di fronte alle quali si potrebbe perfino trascurare la questione bassamente materiale dei finanziamenti, che intanto scorrono allegramente per infiniti canali, alle scuole "private", cioè "dipendenti dall'autorità ecclesiastica". Berlinguer, che aveva scritto di suo pugno sulla relazione della Commissione da lui nominata: «Tenere separati parità e finanziamenti», li ha poi messi insieme, con un altro grimaldello giuridico: la legge sul diritto allo studio, dove, per correggere se stesso, ha corretto la Costituzione. Sentitelo: la sua riforma, spiega, conteneva «un'importante novità: il diritto allo studio, per tutti... a prescindere dalla scuola frequentata» (p. 155-156). Una novità davvero importante, "a prescindere" dal rispetto per la Costituzione, che non "prescinde" da alcunché, e ha in mente solo gli alunni delle scuole statali. Ma a Berlinguer questa prima correzione non bastava: per giustificare i finanziamenti, e allora il diritto allo studio ha candidamente aggiunto dell'altro: «E lo abbiamo coniugato con una norma negletta... il quarto comma dell'art. 33; dove si afferma che si deve dare un trattamento equipollente agli studenti della scuola statale e non statale».

    Come aggirare un comma

    Ancora un piccolo grimaldello giuridico, un falso smaccato, la cancellazione di una paroletta da niente: la Costituzione, parla non di "trattamento" pensando ai soldi, ma di "trattamento scolastico" pensando alla validità degli studi.
    Insomma, Berlinguer ha messo insieme - pardon! - ha "coniugato" due commi della Costituzione che proprio non hanno niente a che fare coi finanziamenti alle scuole private, per violare il comma "senza oneri per lo Stato" che esplicitamente li vieta. Crede davvero che i costituenti scrivessero un comma per cancellarne un altro? Ma lui tutto questo lo fa per «assicurare laicità, libertà e pluralismo nella scuola tutta, privata e pubblica»: come se nella scuola pubblica già non ci fossero, e come se la "dottrina" imposta e l'arbitrio nel licenziare fossero manifestazioni di laicità e libertà. Per giustificarlo dichiara che nelle loro scuole «i cattolici hanno introdotto la distinzione tra istruzione e catechesi». Davvero? E la "dottrina" imposta dal Codice di diritto canonico? Se vuole una scuola laica e libera, è la scuola statale, dove tra l'altro opera liberamente una maggioranza di cattolici, liberissimi di esserlo.

    Contro Berlinguer, perché...

    Ma contro noi suoi oppositori Berlinguer rispolvera l'accusa di ideologismo, già ricantata per decenni dagli Intini e dai Ronchey. Nelle centosettantacinque pagine del suo libretto si leggono, per chi ha la pazienza di leggerli, almeno trenta ritornelli sul presunto ideologismo, in media uno ogni sei pagine: «La sinistra conservatrice e ideologica... La sinistra e i "laici" rifugiati nell'ideologismo... Coloro che nella sinistra si sono sfibrati in un lungo impegno ideologico... L'avversione ideologica preconcetta» e via ideologizzando. Ora, a prescindere dal fatto che, se una parte rappresenta un'ideologia, è probabile che l'altra parte ne rappresenti un'altra, c'è da chiedersi se solo di ideologia si tratti e, semmai, di quale.
    Dice Berlinguer: «L'Italia ha bisogno del contributo dei cattolici per battere il clericalismo e l'integralismo» (p. 158). D'accordo: quando scrissi su "Riforma della scuola" (la sola stampa di partito su cui avrei potuto farlo) il primo articolo di un comunista contro il concordato, mi trovai pressato da credenti di varie fedi perché dessi vita a un movimento anticoncordatario, quello che poi fondammo con Piero Bellini, Eugenio Garin, Filippo Gentiloni, Franco Giampiccoli e Cesare Luporini, col nome di "Carta '89". Ebbene, i più attivi in questo movimento sono i credenti di varie fedi, cristiane e non, in particolare cattolici del dissenso o cristiani di base: ma nessuno tra i cattolici ufficiali, nessuno dei "popolari". Anzi, tra i cattolici è toccato proprio a questi riproporre i vecchi temi del Sillabo del 1864 del beato Pio IX su la limitazione dell'impegno statale, l'ingerenza della Chiesa nelle scuole statali, l'obbligo dei cattolici di frequentare scuole cattoliche, più le richieste di don Sturzo del 1919, più le concessioni del Concordato fascista del 1929, più i programmi dc del 1943-44, più la quarantennale amministrazione dc dell'istruzione, più le nuove concessioni del Concordato craxiano del 1984, più le sue tendenziose applicazioni alla Falcucci et similes, più i finanziamenti, sottaciuti in tutti questi documenti, ma insistentemente richiesti da Wojtyla.

    E a queste tesi vaticane riproposte dai popolari (democratici in tutto ma non in questo) ha aderito giulivo il Pds contro la volontà della sua base: e Berlinguer le ha attuate.

    P. S. Parrà ingeneroso oggi tanto mio accanimento (poco!) contro la riforma Berlinguer, cosa ormai d'altri tempi. Non è così: Berlinguer dichiarava che, se non l'avesse fatta lui, l'avrebbe fatta peggio la destra: in realtà, facendo lui quello che nemmeno la Dc aveva osato fare, ha spianato la strada alla prossima riforma Berlusconi-Moratti. Insomma: parlo a Luigi perché Letizia intenda. E' importante che si sappia (che la Corte costituzionale sappia) che i limiti dell'incostituzionalità sono già stati superati e che non si può andare avanti su questa linea, ma solo tornare indietro, alla Costituzione.

    Mario Alighiero Manacorda

    Roma, 5 giugno 2002

    da "Liberazione"

    http://www.fisicamente.net/index-595.htm

  4. #4
    MANDA A CASA LA CASTA
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    è anche per questo che hanno perso le elezioni,,
    e hanno fatto di tutto per perderle..

  5. #5
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    MALIK, ma che ti salta in mente? tu credi a queste panzane del Manifesto e dell'estrema sinistra? Lo avesse detto Di Pietro, capirei.

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    Citazione Originariamente Scritto da dante pastorelli Visualizza Messaggio
    MALIK, ma che ti salta in mente? tu credi a queste panzane del Manifesto e dell'estrema sinistra? Lo avesse detto Di Pietro, capirei.
    Malik crede al manifesto? Cosa è successo? E' stato fulminato sulla via di damasco e si è rialzato con il pugno chiuso?

  7. #7
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    quando il PD finaziava le scuole private..
    mhmm prima cosa il PD non ha mai governato ergo e' improbabile che le abbia finanziate
    seconda cosa quando LA SINISTRA finanziava le scuole private noi protestavamo come ora

    a noi non importa fa le cazzate, si protesta cmq

  8. #8
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    comunista!

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da duonovembre Visualizza Messaggio
    quando il PD finaziava le scuole private..
    mhmm prima cosa il PD non ha mai governato ergo e' improbabile che le abbia finanziate
    seconda cosa quando LA SINISTRA finanziava le scuole private noi protestavamo come ora

    a noi non importa fa le cazzate, si protesta cmq
    Quanto sei lugubre. Proprio da giorno dei defunti.
    La vita, la protesta. Titolo per la nuova sconfitta del PD.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da pedro67 Visualizza Messaggio
    Malik crede al manifesto? Cosa è successo? E' stato fulminato sulla via di damasco e si è rialzato con il pugno chiuso?
    Ma il Manifesto esiste per essere creduto in quel che dica, no? Rallegratevi che il buon Malik si sia convertito...
    Si fa più festa nel PD per un iscritto proveniente da destra che per milione che se ne vanno dalla sinistra.

 

 
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