Essendo solidale e da sempre intaressato al popolo ebraico, al suo Stato ed alla comunità sparsa nel mondo ho raccolto un po di informazioni per quanto riguarda la cominità ebraica cubana.
Le informazioni sono tratte dalla rete e da diverse discussioni con amici cubani.
"...Oltre alla piccola comunità costituita dai Musulmani di Cuba, che non poco hanno influenzato l’architettura cubana con lo stile mudejar (molte sono le opere che artisti musulmani, al servizio degli Spagnoli, hanno eretto a La Habana; inoltre proprio nella capitale, nel cuore del centro storico della città, esiste il Museo de los Arabes), non bisogna dimenticare quella degli Ebrei.
Perseguitati dal Nazismo, migliaia di ebrei giunsero infatti a Cuba dalla Turchia, dalla Polonia, dalla Russia, dalla Lettonia ed da altri paesi dell’Europa con la speranza di passare negli Stati Uniti.
La comunità ebraica cubana è oggi alquanto consistente: secondo una stima del 1989, essa, che venne a formarsi già all’indomani della guerra Ispano-Americana (quando alcuni dei 3.500 soldati americano-ebrei decisero di rimanere a Cuba, dove crearono il loro primo cimitero e il loro primo tempio), era composta da 892 persone (ossia 305 famiglie), di cui 635 nate da madre ebrea (70%) o da padre ebreo (30%)."
Nel sole dei Caraibi
La comunità ebraica di Cuba
La moderna Casa de la Comunidad Hebrea de Cuba, con il Templo Beth Shalom è indicata nel centro cittadino de L’Avana, nel quartiere Vedado, da un cartello stradale ma né gli abitanti del quartiere né una macchina di polizia ferma ai margini della strada sanno dare indicazioni. Solo una distinta signora anziana, che si qualifica subito come “castigliana”, anche se nata e vissuta sempre a Cuba, felice di poter parlare inglese, sa dove si trova l’edificio e ci accompagna. Le strade del quartiere sono affiancate da case in stile coloniale, con pati e balconate che si affacciano su giardini. Poche sono restaurate e abitate; molte, la maggior parte, sono abbandonate e, per il fascino che emanano, fanno pensare a una vecchia signora in decadenza e in difficoltà. Procediamo lungo le strade, che si incrociano in modo regolare, fino a che ci troviamo di fronte a un grande edificio moderno, con annessa una sinagoga la cui facciata, nella quale domina il colore azzurro, è contrassegnata da una grande arcata che si proietta in cielo.
Saliamo le scale, cercando con gli occhi una macchina di polizia o di qualcuno che ci sbarri il passo. Non c’è nessuno perché non c’è bisogno che nessuno controlli, come ci confermerà la presidente della Comunità, Adela Dworin, che incontreremo subito dopo. Anzi un addetto alle pulizie ci invita a entrare, a visitare la grande sala della sinagoga e il piccolo tempio attiguo dei bambini e a guardare poi le fotografie collocate sulle pareti dello spazioso ingresso, additando in particolare quella della visita di Fidel Castro alla Comunità nel 1998 in occasione di Sukkot.
Lo stesso addetto ci conduce poi nella parte dell’edificio occupata dalla biblioteca, uffici e sale di riunione. Qui la presidente, Adela Dworin, si mostra felicemente stupita di incontrare degli ebrei italiani. Parla della Comunità, che a L’Avana ha tre sinagoghe, una di rito askenazita (quella in cui ci troviamo) e due di rito sefardite, una delle quali nella città vecchia, dove inizialmente erano concentrati gli ebrei. Dice anche, di fronte al nostro stupore, che la Comunità non ha protezione specifica di polizia perché non sente antisemitismo intorno a sé. Non parla neanche di antisionismo, anche se lo stato cubano guarda con simpatia ai palestinesi, mettendo in risalto che esistono stretti rapporti con Israele e vi sono viaggi frequenti di ebrei cubani in Israele, su espresso invito di organizzazioni, amici o conoscenti israeliani. Non ci stupiamo così di vedere, partendo dall’aeroporto de La Avana, che la bandiera di Israele pende dal soffitto insieme alle centinaia di altre bandiere di ogni paese.
In biblioteca troviamo un loquace bibliotecario che è stato già due volte in Israele e ci mostra le numerose pubblicazioni che si occupano dell’ebraismo caraibo e, non ultimo, quando parliamo del nostro giornale di Milano, il Boletìn de la Comunidad Hebrea de Cuba che riporta mensilmente notizie culturali e quelle comunitarie.
Ci parla infine di una importante iniziativa che la Comunità sta portando avanti da qualche anno, legata alla memoria della Shoah: si tratta di interviste a sopravvissuti, o comunque agli anziani della Comunità, sul loro paese di origine e sulla loro vita negli altri paesi. Il primo CD è già pronto e se ne sta preparando un secondo. “Vi aspettiamo per shabbat”, è il saluto della presidente congedandoci.
La storia
Luis de Torres, ebreo convertito, sbarca a Cuba il 2 novembre 1492 dalla nave Capitana, precedendo così anche l’arrivo di Cristoforo Colombo. È il primo europeo e il primo ebreo che mette piede nell’isola. Da allora sono passati oltre cinque secoli durante i quali ebrei sono arrivati in gruppo o alla spicciolata, dall’Europa del nord, centro e sud, mischiandosi alle originarie immigrazioni di spagnoli, africani, cinesi e arabi.
Solo dalla fine dell’Ottocento il gruppo diventa numericamente importante (500 persone): sono mercanti, qualificati “americani” più che ebrei. Poi, nei primi anni del Novecento arrivano ebrei dopo la dissoluzione dell’impero ottomano (1500 in tutto) e, negli anni Venti, askhenaziti, i così detti “polacchi”, che diventano il gruppo ebraico più numeroso (8000 persone). Fuggono dai pogrom dell’Europa dell’est e trovano in Cuba un’alternativa all’emigrazione degli Stati Uniti dove, per il sistema delle quote, hanno difficoltà di ingresso. Infine, tra il 1933 e il 1947, sbarcano gli ebrei in fuga dalla persecuzione nazista, portando il gruppo ebraico a 21 mila persone.
Si ritrovano così nell’isola ebrei ortodossi e atei comunisti, banchieri e calzolai, intellettuali e venditori ambulanti che viaggiano insieme sulla stessa nave. Non sono un gruppo omogeneo ma per gli abitanti di Cuba, che non riescono a distinguerne le differenze, sono genericamente i “polacchi”. La maggior parte di loro si concentra a L’Avana, entrando nell’immaginazione popolare come “il venditore ambulante che offre ogni cosa”. Sono nella città vecchia, in Muralla street, conosciuta come la strada dei “polacchi”, dove creano una fitta rete di negozi e botteghe. Aprono macellerie, negozi di sarti e calzolai, danno vita ad associazioni religiose, culturali e di mutuo soccorso. Producono riviste e giornali. Poi, lentamente la popolazione ebraica inizia a diminuire tanto che nel 1952 si contano 14.200 persone. Alcuni lasciano Cuba, altri invece lasciano solo L’Avana, seguendo il “cammino dello zucchero”, la costruzione dell’arteria principale che ancora oggi taglia a metà in lunghezza l’isola. Si stabiliscono così a Santa Clara, Camaguey e Oriente, dove creano un nuovo sistema commerciale che favorisce le classi basse; in più pongono le prime basi del sistema di bancario cubano. Molti di loro lasciano anche queste città e vanno nei piccoli centri, portando il commercio “porta a porta”. Ma tra loro vi sono anche uomini di affari che si adoperano per la modernizzazione delle industrie, in particolare quelle dello zucchero e del tabacco. Sebbene sempre numericamente pochi, si distinguono per la loro partecipazione ai moti rivoluzionari degli ultimi due secoli e rivestono un ruolo di primo piano nella fondazione del partito comunista.
L’immigrazione ebraica è ormai cessata e gli ebrei cubani sono oggi circa 1500. La loro influenza culturale è stata però importante tanto che alcune usanze ebraiche sono entrate nella tradizione dell’isola.
Una per tutte: la danza per uccidere il serpente della festa di Nuestra Senora de la Candelaria che si svolge con musiche legate al seder di Pesach.
Annie Sacerdoti
Comunità ebraica di Milano
Siti web della comunità ebraica cubana:
The Jews of Cuba
Comunidad Hebrea de Cuba





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