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Discussione: Ditelo a Uolter

  1. #1
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    Predefinito Ditelo a Uolter

    Verso le elezioni del Parlamento europeo
    Anche in Europa si può ridare lo scettro al principe
    Antonio Missiroli
    20/08/2008


    Le prossime elezioni del Parlamento europeo non sono lontane e si torna giustamente a parlare del futuro democratico dell’Ue. Questa rivista ha dato un interessante contributo a questo dibattito pubblicando di recente due articoli dedicati, rispettivamente, all'elezione 'diretta' del presidente della Commissione europea (Gianni Bonvicini) e a come accrescere la legittimità democratica dell'Ue attraverso un cambiamento delle norme elettorali e un maggior coinvolgimento dei parlamenti nazionali (Michele Comelli e Jean-Pierre Darnis).

    Sono sostanzialmente d'accordo con lo spirito che anima i due articoli e con buona parte delle idee che vi sono presentate, ma vorrei aggiungere alcune osservazioni complementari che spero possano servire a tenere viva una discussione che ci riguarda e interessa tutti da vicino, come italiani e come europei.

    Un'investitura popolare per il Presidente della Commissione
    L'idea di una sorta di 'investitura' popolare più o meno esplicita del Presidente della Commissione era circolata già all'interno della Convenzione sul futuro dell'Europa. L'ex premier irlandese John Bruton (attualmente 'ambasciatore' dell'Ue a Washington) aveva addirittura formalizzato una proposta - poi accantonata - mirante ad offrire agli elettori europei una scheda ad hoc con i nomi dei candidati, replicando in qualche modo la procedura delle elezioni presidenziali che si svolgono ogni quattro anni negli Stati Uniti il primo martedì di novembre, quando i cittadini americani eleggono (separatamente) Presidente e Congresso.

    Una qualche forma di politicizzazione (o meglio, partitizzazione) della scelta del Presidente della Commissione, inoltre, si è già avuta nel 2004, allorché il Ppe - dopo il voto che lo vide uscire come forza di maggioranza relativa - dichiarò esplicitamente che non avrebbe approvato la nomina di un leader che non provenisse dalle sue file. La scelta di Josè Manuel Barroso, com'è noto, non fu comunque semplicissima, e in ogni caso avvenne soltanto dopo le elezioni, senza che il nome dell'allora premier portoghese fosse stato prima sottoposto agli elettori.

    Ciò di cui si parla ora, sia pure ancora sommessamente, e che anche Gianni Bonvicini giustamente evoca nel suo articolo, è però un passo in avanti ulteriore. Agli euro-partiti si chiederebbe in sostanza di compiere una specie di 'nomination' preliminare, indicando i nomi dei rispettivi candidati alla guida della Commissione, sottoponendoli così ad un voto popolare: una sorta di sondaggio indiretto, ma in qualche modo vincolante politicamente. Coerenza imporrebbe poi di impegnarsi a non accettare nessun altro nominativo all'indomani delle elezioni, pena una clamorosa perdita di credibilità generale.

    I vantaggi di una mossa di questo tipo - per la quale non sarebbe neppure necessario cambiare le attuali disposizioni elettorali - sono evidenti. Innanzitutto, ai cittadini verrebbe offerta una scelta precisa: i candidati dovrebbero articolare la loro piattaforma in modo convincente e difenderla durante la campagna, che diventerebbe così - almeno in parte - una campagna pan-europea centrata su un nome e un programma, e non più la sommatoria di 27 campagne nazionali frammentate e incomunicanti. Obbligherebbe inoltre gli euro-partiti ad assumere impegni e scelte vincolanti, mettendo forse anche in luce le contraddizioni interne che esistono un poco in tutti gli schieramenti attuali. E permetterebbe di offrire agli elettori l'opportunità di votare per invece che contro qualcosa: un'opportunità tanto più preziosa in una fase invece in cui sembra più semplice esprimere una protesta e una paura (con l'Ue come capro espiatorio) che non un progetto e una speranza. Ciò potrebbe essere addirittura vitale la primavera prossima, anche per contrastare la prevedibile campagna euroscettica contro un'"Europa" che evita o ignora il giudizio dei suoi cittadini.

    Benefici maggiori dei costi
    Non vanno tuttavia trascurate le possibili obiezioni. La prima riguarda la crescente politicizzazione/partitizzazione del voto: che credibilità super partes avrebbe un Presidente della Commissione scelto in questo modo, considerando che l'integrazione europea è stata per lo più condotta - quanto meno nelle sue fasi più dinamiche - da una sorta di "grande coalizione" fra le forze politiche mainstream? L'obiezione ha qualche fondamento, soprattutto per quanto riguarda il ruolo 'regolatore' della Commissione in diverse materie: il rischio sarebbe infatti quello di una interpretazione tutta di parte di future decisioni 'tecniche' in materia di antitrust o aiuti di Stato, che potrebbe a sua volta portare acqua al mulino dell'euroscetticismo montante in alcuni paesi. Va detto tuttavia che una certa politicizzazione/partiticizzazione della Commissione c'è già, soprattutto in questa Commissione; e che si possono comunque trovare modi per separare in modo convincente le funzioni regolatrici (mercato interno) da quelle di proposta ed esecuzione delle politiche comuni: ad esempio, un certa dose di equilibrio nella scelta degli altri Commissari e nella distribuzione dei portafogli, unita ad un codice di condotta da stabilire fin dall'inizio del mandato del nuovo collegio.

    Un'altra obiezione riguarda la possibile sorte dei 'perdenti' nella competizione elettorale: che ruolo assumerebbero, insomma, i candidati battuti? In un sistema politico nazionale, andrebbero a guidare l'opposizione parlamentare. Ma, appunto, l'Unione è un sistema politico sui generis: la soluzione più razionale e coerente sarebbe che nessuno dei candidati fosse anche in lista per il Parlamento europeo. Così non solo si manterrebbe una distinzione fra ruoli esecutivi e parlamentari che consoliderebbe checks and balances anche a livello Ue, ma si risolverebbe d'un sol colpo il presunto problema dei perdenti - che, come Bob Dole, Al Gore e John Kerry, lascerebbero semplicemente la scena per continuare magari la loro battaglia politica altrove e con altri mezzi.

    Un'ulteriore obiezione - secondo cui la scelta popolare (più o meno) "diretta" del Presidente della Commissione toglierebbe al Consiglio europeo un potere di proposta che gli compete e rafforzerebbe oltre misura la legittimazione parlamentare del Presidente stesso - vale non tanto dal punto di vista formale (soprattutto se la procedura fosse quella di una semplice 'nomination') quanto da quello sostanziale. Ma va vista nel contesto più ampio dell'evoluzione istituzionale recente: non si può ad esempio domandare più voce in capitolo per i cittadini nelle scelte europee, e poi voler mantenere nel club ristretto e nelle stanze (non più) piene di fumo dei vertici comunitari scelte cruciali come questa - tanto più che i capi di Stato e di governo hanno comunque numerose altre opportunità di influenzare la formazione e l'attività della Commissione. Quanto alla crescente "dipendenza" parlamentare del Presidente, esiste già tanto nei fatti che negli atti (Trattato di Lisbona compreso), e può essere in ogni caso temperata dalla scelta degli altri 26 commissari, per la quale si impone comunque - anche a Strasburgo - una qualche forma di "grande coalizione".

    In fondo, paradossalmente, il solo vero ostacolo sul percorso di questa proposta potrebbe diventare l'auto-ricandidatura alla guida della Commissione da parte di Barroso stesso, avvenuta più o meno esplicitamente qualche settimana fa, che rischierebbe di trasformare la campagna elettorale in un referendum sul collegio uscente e il suo Presidente: uno sviluppo che, par di capire, non sarebbe neppure nell'interesse di Barroso. Chi volesse confermarlo, in altre parole, si troverebbe a vedere con preoccupazione un'elezione più o meno "diretta": un dilemma che, al momento, riguarda soprattutto il Ppe, ma che potrebbe condizionare l'intero dibattito. A parte questo, tuttavia, i prevedibili benefici di un'elezione più competitiva e 'personalizzata' sembrano superare i possibili costi.

    Cambiare la legge elettorale?
    C'è tuttavia un aspetto della personalizzazione, collegato all'idea di "restituire lo scettro al Principe" anche in Europa, che va invece considerato con cautela, e che riguarda segnatamente l'Italia. Le proposte di riforma della legge elettorale per le europee illustrate da Michele Comelli e Jean-Pierre Darnis nel loro articolo sono quasi tutte condivisibili, e vanno nella direzione più ragionevole e auspicabile. Magari sarà difficile uniformare nei minimi dettagli le 27 leggi elettorali (è già stato quasi impossibile uniformare i trattamenti dei parlamentari europei, a cominciare dagli italiani...). Probabilmente non si potrà imporre a britannici e irlandesi - che hanno una tradizione diversa e ben radicata - di votare la domenica, e forse non si dovrebbe neppure: la prassi in vigore, in fondo, garantisce già l'uguaglianza e la correttezza dello scrutinio europeo. Ma è tutto da vedere che debba essere mantenuto, in Italia, il voto di preferenza: mantenuto, appunto, non introdotto ex novo - perché in questo caso l'Italia costituisce più l'eccezione che non la regola a livello Ue.

    Non si tratta, si badi, di una questione di principio. Il voto di preferenza condiziona sia la campagna - spingendo i partiti a mettere in lista candidati 'famosi' (non necessariamente per la loro competenza e militanza europea) in modo da attirare più voti - sia la condotta successiva degli eletti, costretti a mantenere grande visibilità nel loro paese per poter poi sperare in un secondo mandato. È vero che l'eventuale riduzione geografica delle circoscrizioni allevierebbe almeno in parte il problema della presenza sul territorio. Ma è un fatto che i deputati europei dell'Italia sono (sia pure con le solite, dovute eccezioni) allo stesso tempo i più pagati, i meno presenti e i meno influenti a Strasburgo - quanto meno in rapporto al loro numero complessivo e alla taglia e tradizione del paese. È difficile credere che questo dato - che contribuisce (assieme all'estrema frammentazione della rappresentanza, che verrebbe però ridotta con una credibile soglia di sbarramento) a spiegare la grave marginalità degli europarlamentari italiani - non sia in qualche modo collegato anche al voto di preferenza. Si tratta di un sistema che, fra l'altro, rafforza l'influenza di interessi settoriali organizzati - che incidono così più efficacemente sulla scelta degli eletti, soprattutto in presenza di scarsa partecipazione al voto - e di alcuni interessi locali e regionali a scapito di altri (come correttamente osservano anche Comelli e Darnis), rendendo poi anche più difficile una gestione politica efficace e coerente dei gruppi parlamentari.

    I paesi che contano di più a Strasburgo sono Germania, Spagna e Francia: tutti paesi in cui le liste elettorali sono bloccate e la rappresentanza partitica 'concentrata' nelle maggiori "famiglie" politiche. Ciò permette di inviare a Strasburgo e Bruxelles, mettendoli in lista in posizioni 'sicure', persone magari non troppo conosciute dal grande pubblico, ma motivate a lavorare nelle commissioni e a partecipare attivamente alla vita dei gruppi, preparando a fondo i dossier e facendo il networking indispensabile per incidere sulle decisioni. Ciò incentiva anche una certa professionalizzazione e specializzazione dei parlamentari europei: chi tira le fila del gioco nell'assemblea, nelle commissioni e nei gruppi sono di regola degli eletti che fanno solo quello, lo fanno per almeno due o tre legislature, e non coltivano particolari ambizioni di carriera a livello nazionale (l'attuale presidente Hans-Gert Poettering vanta un'anzianità quasi trentennale a Strasburgo e non ha mai ricoperto cariche elettive o funzioni esecutive in Germania).

    Al contrario, ormai da alcune legislature la rappresentanza italiana è diventata più segmentata e dispersa - frutto anche della dissoluzione dei vecchi partiti - ma anche più volatile e instabile, perfino nel corso delle singole legislature. L'incompatibilità con altre cariche elettive, introdotta di recente, è infatti applicata in Italia con molta elasticità e, soprattutto, finisce per produrre continui passaggi degli eletti tra livello europeo, nazionale e regionale/locale, a seconda delle convenienze e opportunità del momento. Una delle conseguenze è che è difficile indicare figure riconoscibili (e riconosciute anche dai parlamentari degli altri paesi) come capaci, attive e perciò anche incisive. Di questa latitanza personale e politica si sono in fondo visti gli effetti anche la primavera scorsa, quando il gruppo di lavoro presieduto da Alain Lamassoure fece passare una ridistribuzione dei seggi 'nazionali' nel futuro Parlamento (sulla base del Trattato di Lisbona) che penalizza in particolare l'Italia, e che le successive proteste di Roma hanno permesso di correggere solo in parte.

    Le liste bloccate, in altre parole, possono apparire come una limitazione della libertà di scelta dei cittadini/elettori. Ma - a parte il fatto che ogni partito resta poi libero di proporre chi vuole nell'ordine che vuole, assumendosene la piena responsabilità - rappresentano probabilmente per l'Italia una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per recuperare con continuità presenza e influenza in almeno una delle istituzioni Ue.

    Antonio Missiroli è Direttore degli studi all'European Policy Centre di Bruxelles.

    http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=922

  2. #2
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    Quali cazzate non ci si inventa per far ingoiare il rospo amaro agli italiani eh?

    Meno democrazia e libertà per i cittadini io non la voglio ma se la maggioranza decide di togliere le preferenze se ne assume la responsabilità davanti a tutti.

    Uolter ribadirebbe solo il suo rincretinimento a fare ancora una volta il paggetto di Berlusconi.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da garulfo Visualizza Messaggio
    Quali cazzate non ci si inventa per far ingoiare il rospo amaro agli italiani eh?

    Meno democrazia e libertà per i cittadini io non la voglio ma se la maggioranza decide di togliere le preferenze se ne assume la responsabilità davanti a tutti.

    Uolter ribadirebbe solo il suo rincretinimento a fare ancora una volta il paggetto di Berlusconi.



    I paesi che contano di più a Strasburgo sono Germania, Spagna e Francia: tutti paesi in cui le liste elettorali sono bloccate e la rappresentanza partitica 'concentrata' nelle maggiori "famiglie" politiche. Ciò permette di inviare a Strasburgo e Bruxelles, mettendoli in lista in posizioni 'sicure', persone magari non troppo conosciute dal grande pubblico, ma motivate a lavorare nelle commissioni e a partecipare attivamente alla vita dei gruppi, preparando a fondo i dossier e facendo il networking indispensabile per incidere sulle decisioni.


  4. #4
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    Tutto rientrerebbe in un tranquillo e sereno dibattito sulla legge elettorale per le Europee, se non fosse che noi abbiamo anche la legge elettorale per le Politiche con sbarramento e liste bloccate.

    Dunque da noi il dibattito sulle elezioni Europee è un dibattito più generale è molto influenzato dalla presenza ingombrante del cosiddetto "Porcellum".

    Tra l'altro occorre ricordare che il Porcellum sarà sottoposto a referendum, credo la prossima primavera (si spera proprio in corrispondenza delle Europee) e quindi la questione potrebbe proporsi dopo in termini diversi.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Curioso Visualizza Messaggio
    Tutto rientrerebbe in un tranquillo e sereno dibattito sulla legge elettorale per le Europee, se non fosse che noi abbiamo anche la legge elettorale per le Politiche con sbarramento e liste bloccate.

    Dunque da noi il dibattito sulle elezioni Europee è un dibattito più generale è molto influenzato dalla presenza ingombrante del cosiddetto "Porcellum".


    Mi sembra una difesa molto debole


    Le politiche saranno nel 2013

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Malik Visualizza Messaggio
    Mi sembra una difesa molto debole


    Le politiche saranno nel 2013
    Ti ricordo che le Politiche ci sono già state nel 2006 e nel 2008, con le liste bloccate. E si è visto che hanno quasi azzerato la campagna elettorale al di fuori delle televisioni.

    Tu ragioni come se tutto fosse uguale a Francia, Germania, Spagna.

    Ebbene, sarà tutto uguale a quei paesi, che consideriamo tanto civili, quando anche in Italia non ci potrà essere un PdC proprietario di televisioni, che governa per decreto e a colpi di voti di fiducia, e quando avremo una normale legge elettorale con la preferenza, proporzionale o maggioritaria, allora ti darò ragione.

  7. #7
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    L'Italia rossa è più democratica di Zapatero?

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Curioso Visualizza Messaggio
    Ti ricordo che le Politiche ci sono già state nel 2006 e nel 2008, con le liste bloccate. E si è visto che hanno quasi azzerato la campagna elettorale al di fuori delle televisioni.

    Tu ragioni come se tutto fosse uguale a Francia, Germania, Spagna.

    Ebbene, sarà tutto uguale a quei paesi, che consideriamo tanto civili, quando anche in Italia non ci potrà essere un PdC proprietario di televisioni, che governa per decreto e a colpi di voti di fiducia, e quando avremo una normale legge elettorale con la preferenza, proporzionale o maggioritaria, allora ti darò ragione.


    Puoi restare al tema del voto Europeo? Non eri a conoscenza delle liste bloccate in quei Paesi e cerchi di sviare il discorso. Dice che il perito in cinematografia ne è a conoscenza?

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da dante pastorelli Visualizza Messaggio
    L'Italia rossa è più democratica di Zapatero?
    Rossa perchè il Csx governo gran parte dei comuni, delle provincie e delle regioni? Beh, in quel caso dipende soprattutto dal fatto che il Cdx non ha candidati buoni, la legge elettorale non c'entra.

  10. #10
    VELTRONI DIMETTITI!
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    Citazione Originariamente Scritto da Malik Visualizza Messaggio
    Verso le elezioni del Parlamento europeo
    Anche in Europa si può ridare lo scettro al principe
    Antonio Missiroli
    20/08/2008


    Le prossime elezioni del Parlamento europeo non sono lontane e si torna giustamente a parlare del futuro democratico dell’Ue. Questa rivista ha dato un interessante contributo a questo dibattito pubblicando di recente due articoli dedicati, rispettivamente, all'elezione 'diretta' del presidente della Commissione europea (Gianni Bonvicini) e a come accrescere la legittimità democratica dell'Ue attraverso un cambiamento delle norme elettorali e un maggior coinvolgimento dei parlamenti nazionali (Michele Comelli e Jean-Pierre Darnis).

    Sono sostanzialmente d'accordo con lo spirito che anima i due articoli e con buona parte delle idee che vi sono presentate, ma vorrei aggiungere alcune osservazioni complementari che spero possano servire a tenere viva una discussione che ci riguarda e interessa tutti da vicino, come italiani e come europei.

    Un'investitura popolare per il Presidente della Commissione
    L'idea di una sorta di 'investitura' popolare più o meno esplicita del Presidente della Commissione era circolata già all'interno della Convenzione sul futuro dell'Europa. L'ex premier irlandese John Bruton (attualmente 'ambasciatore' dell'Ue a Washington) aveva addirittura formalizzato una proposta - poi accantonata - mirante ad offrire agli elettori europei una scheda ad hoc con i nomi dei candidati, replicando in qualche modo la procedura delle elezioni presidenziali che si svolgono ogni quattro anni negli Stati Uniti il primo martedì di novembre, quando i cittadini americani eleggono (separatamente) Presidente e Congresso.

    Una qualche forma di politicizzazione (o meglio, partitizzazione) della scelta del Presidente della Commissione, inoltre, si è già avuta nel 2004, allorché il Ppe - dopo il voto che lo vide uscire come forza di maggioranza relativa - dichiarò esplicitamente che non avrebbe approvato la nomina di un leader che non provenisse dalle sue file. La scelta di Josè Manuel Barroso, com'è noto, non fu comunque semplicissima, e in ogni caso avvenne soltanto dopo le elezioni, senza che il nome dell'allora premier portoghese fosse stato prima sottoposto agli elettori.

    Ciò di cui si parla ora, sia pure ancora sommessamente, e che anche Gianni Bonvicini giustamente evoca nel suo articolo, è però un passo in avanti ulteriore. Agli euro-partiti si chiederebbe in sostanza di compiere una specie di 'nomination' preliminare, indicando i nomi dei rispettivi candidati alla guida della Commissione, sottoponendoli così ad un voto popolare: una sorta di sondaggio indiretto, ma in qualche modo vincolante politicamente. Coerenza imporrebbe poi di impegnarsi a non accettare nessun altro nominativo all'indomani delle elezioni, pena una clamorosa perdita di credibilità generale.

    I vantaggi di una mossa di questo tipo - per la quale non sarebbe neppure necessario cambiare le attuali disposizioni elettorali - sono evidenti. Innanzitutto, ai cittadini verrebbe offerta una scelta precisa: i candidati dovrebbero articolare la loro piattaforma in modo convincente e difenderla durante la campagna, che diventerebbe così - almeno in parte - una campagna pan-europea centrata su un nome e un programma, e non più la sommatoria di 27 campagne nazionali frammentate e incomunicanti. Obbligherebbe inoltre gli euro-partiti ad assumere impegni e scelte vincolanti, mettendo forse anche in luce le contraddizioni interne che esistono un poco in tutti gli schieramenti attuali. E permetterebbe di offrire agli elettori l'opportunità di votare per invece che contro qualcosa: un'opportunità tanto più preziosa in una fase invece in cui sembra più semplice esprimere una protesta e una paura (con l'Ue come capro espiatorio) che non un progetto e una speranza. Ciò potrebbe essere addirittura vitale la primavera prossima, anche per contrastare la prevedibile campagna euroscettica contro un'"Europa" che evita o ignora il giudizio dei suoi cittadini.

    Benefici maggiori dei costi
    Non vanno tuttavia trascurate le possibili obiezioni. La prima riguarda la crescente politicizzazione/partitizzazione del voto: che credibilità super partes avrebbe un Presidente della Commissione scelto in questo modo, considerando che l'integrazione europea è stata per lo più condotta - quanto meno nelle sue fasi più dinamiche - da una sorta di "grande coalizione" fra le forze politiche mainstream? L'obiezione ha qualche fondamento, soprattutto per quanto riguarda il ruolo 'regolatore' della Commissione in diverse materie: il rischio sarebbe infatti quello di una interpretazione tutta di parte di future decisioni 'tecniche' in materia di antitrust o aiuti di Stato, che potrebbe a sua volta portare acqua al mulino dell'euroscetticismo montante in alcuni paesi. Va detto tuttavia che una certa politicizzazione/partiticizzazione della Commissione c'è già, soprattutto in questa Commissione; e che si possono comunque trovare modi per separare in modo convincente le funzioni regolatrici (mercato interno) da quelle di proposta ed esecuzione delle politiche comuni: ad esempio, un certa dose di equilibrio nella scelta degli altri Commissari e nella distribuzione dei portafogli, unita ad un codice di condotta da stabilire fin dall'inizio del mandato del nuovo collegio.

    Un'altra obiezione riguarda la possibile sorte dei 'perdenti' nella competizione elettorale: che ruolo assumerebbero, insomma, i candidati battuti? In un sistema politico nazionale, andrebbero a guidare l'opposizione parlamentare. Ma, appunto, l'Unione è un sistema politico sui generis: la soluzione più razionale e coerente sarebbe che nessuno dei candidati fosse anche in lista per il Parlamento europeo. Così non solo si manterrebbe una distinzione fra ruoli esecutivi e parlamentari che consoliderebbe checks and balances anche a livello Ue, ma si risolverebbe d'un sol colpo il presunto problema dei perdenti - che, come Bob Dole, Al Gore e John Kerry, lascerebbero semplicemente la scena per continuare magari la loro battaglia politica altrove e con altri mezzi.

    Un'ulteriore obiezione - secondo cui la scelta popolare (più o meno) "diretta" del Presidente della Commissione toglierebbe al Consiglio europeo un potere di proposta che gli compete e rafforzerebbe oltre misura la legittimazione parlamentare del Presidente stesso - vale non tanto dal punto di vista formale (soprattutto se la procedura fosse quella di una semplice 'nomination') quanto da quello sostanziale. Ma va vista nel contesto più ampio dell'evoluzione istituzionale recente: non si può ad esempio domandare più voce in capitolo per i cittadini nelle scelte europee, e poi voler mantenere nel club ristretto e nelle stanze (non più) piene di fumo dei vertici comunitari scelte cruciali come questa - tanto più che i capi di Stato e di governo hanno comunque numerose altre opportunità di influenzare la formazione e l'attività della Commissione. Quanto alla crescente "dipendenza" parlamentare del Presidente, esiste già tanto nei fatti che negli atti (Trattato di Lisbona compreso), e può essere in ogni caso temperata dalla scelta degli altri 26 commissari, per la quale si impone comunque - anche a Strasburgo - una qualche forma di "grande coalizione".

    In fondo, paradossalmente, il solo vero ostacolo sul percorso di questa proposta potrebbe diventare l'auto-ricandidatura alla guida della Commissione da parte di Barroso stesso, avvenuta più o meno esplicitamente qualche settimana fa, che rischierebbe di trasformare la campagna elettorale in un referendum sul collegio uscente e il suo Presidente: uno sviluppo che, par di capire, non sarebbe neppure nell'interesse di Barroso. Chi volesse confermarlo, in altre parole, si troverebbe a vedere con preoccupazione un'elezione più o meno "diretta": un dilemma che, al momento, riguarda soprattutto il Ppe, ma che potrebbe condizionare l'intero dibattito. A parte questo, tuttavia, i prevedibili benefici di un'elezione più competitiva e 'personalizzata' sembrano superare i possibili costi.

    Cambiare la legge elettorale?
    C'è tuttavia un aspetto della personalizzazione, collegato all'idea di "restituire lo scettro al Principe" anche in Europa, che va invece considerato con cautela, e che riguarda segnatamente l'Italia. Le proposte di riforma della legge elettorale per le europee illustrate da Michele Comelli e Jean-Pierre Darnis nel loro articolo sono quasi tutte condivisibili, e vanno nella direzione più ragionevole e auspicabile. Magari sarà difficile uniformare nei minimi dettagli le 27 leggi elettorali (è già stato quasi impossibile uniformare i trattamenti dei parlamentari europei, a cominciare dagli italiani...). Probabilmente non si potrà imporre a britannici e irlandesi - che hanno una tradizione diversa e ben radicata - di votare la domenica, e forse non si dovrebbe neppure: la prassi in vigore, in fondo, garantisce già l'uguaglianza e la correttezza dello scrutinio europeo. Ma è tutto da vedere che debba essere mantenuto, in Italia, il voto di preferenza: mantenuto, appunto, non introdotto ex novo - perché in questo caso l'Italia costituisce più l'eccezione che non la regola a livello Ue.

    Non si tratta, si badi, di una questione di principio. Il voto di preferenza condiziona sia la campagna - spingendo i partiti a mettere in lista candidati 'famosi' (non necessariamente per la loro competenza e militanza europea) in modo da attirare più voti - sia la condotta successiva degli eletti, costretti a mantenere grande visibilità nel loro paese per poter poi sperare in un secondo mandato. È vero che l'eventuale riduzione geografica delle circoscrizioni allevierebbe almeno in parte il problema della presenza sul territorio. Ma è un fatto che i deputati europei dell'Italia sono (sia pure con le solite, dovute eccezioni) allo stesso tempo i più pagati, i meno presenti e i meno influenti a Strasburgo - quanto meno in rapporto al loro numero complessivo e alla taglia e tradizione del paese. È difficile credere che questo dato - che contribuisce (assieme all'estrema frammentazione della rappresentanza, che verrebbe però ridotta con una credibile soglia di sbarramento) a spiegare la grave marginalità degli europarlamentari italiani - non sia in qualche modo collegato anche al voto di preferenza. Si tratta di un sistema che, fra l'altro, rafforza l'influenza di interessi settoriali organizzati - che incidono così più efficacemente sulla scelta degli eletti, soprattutto in presenza di scarsa partecipazione al voto - e di alcuni interessi locali e regionali a scapito di altri (come correttamente osservano anche Comelli e Darnis), rendendo poi anche più difficile una gestione politica efficace e coerente dei gruppi parlamentari.

    I paesi che contano di più a Strasburgo sono Germania, Spagna e Francia: tutti paesi in cui le liste elettorali sono bloccate e la rappresentanza partitica 'concentrata' nelle maggiori "famiglie" politiche. Ciò permette di inviare a Strasburgo e Bruxelles, mettendoli in lista in posizioni 'sicure', persone magari non troppo conosciute dal grande pubblico, ma motivate a lavorare nelle commissioni e a partecipare attivamente alla vita dei gruppi, preparando a fondo i dossier e facendo il networking indispensabile per incidere sulle decisioni. Ciò incentiva anche una certa professionalizzazione e specializzazione dei parlamentari europei: chi tira le fila del gioco nell'assemblea, nelle commissioni e nei gruppi sono di regola degli eletti che fanno solo quello, lo fanno per almeno due o tre legislature, e non coltivano particolari ambizioni di carriera a livello nazionale (l'attuale presidente Hans-Gert Poettering vanta un'anzianità quasi trentennale a Strasburgo e non ha mai ricoperto cariche elettive o funzioni esecutive in Germania).

    Al contrario, ormai da alcune legislature la rappresentanza italiana è diventata più segmentata e dispersa - frutto anche della dissoluzione dei vecchi partiti - ma anche più volatile e instabile, perfino nel corso delle singole legislature. L'incompatibilità con altre cariche elettive, introdotta di recente, è infatti applicata in Italia con molta elasticità e, soprattutto, finisce per produrre continui passaggi degli eletti tra livello europeo, nazionale e regionale/locale, a seconda delle convenienze e opportunità del momento. Una delle conseguenze è che è difficile indicare figure riconoscibili (e riconosciute anche dai parlamentari degli altri paesi) come capaci, attive e perciò anche incisive. Di questa latitanza personale e politica si sono in fondo visti gli effetti anche la primavera scorsa, quando il gruppo di lavoro presieduto da Alain Lamassoure fece passare una ridistribuzione dei seggi 'nazionali' nel futuro Parlamento (sulla base del Trattato di Lisbona) che penalizza in particolare l'Italia, e che le successive proteste di Roma hanno permesso di correggere solo in parte.

    Le liste bloccate, in altre parole, possono apparire come una limitazione della libertà di scelta dei cittadini/elettori. Ma - a parte il fatto che ogni partito resta poi libero di proporre chi vuole nell'ordine che vuole, assumendosene la piena responsabilità - rappresentano probabilmente per l'Italia una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per recuperare con continuità presenza e influenza in almeno una delle istituzioni Ue.

    Antonio Missiroli è Direttore degli studi all'European Policy Centre di Bruxelles.

    http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=922

    non so se questi articoli puzzino più di bonifici consistenti o di lingua infilata nel culo del padrone. Sicuramente i cari elettori PDL porteranno tutti ad esempio questi argomenti dimenticando che, su 27 paese, in 18 NON HANNO LISTE BLOCCATE.

 

 
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