Risultati da 1 a 9 di 9

Discussione: la truffa del secolo

  1. #1
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    Predefinito la truffa del secolo

    la truffa del secolo datato 1866 . un plebiscito fasullo e da rifare agli occhi del mondo .LA ANESSIONE DEL VENETO ALL'ITALIA.[IMG]file:///C:/DOCUME%7E1/YHWH%7E1.OEM/IMPOST%7E1/Temp/moz-screenshot.jpg[/IMG][IMG]file:///C:/DOCUME%7E1/YHWH%7E1.OEM/IMPOST%7E1/Temp/moz-screenshot-1.jpg[/IMG]

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da leolam Visualizza Messaggio
    la truffa del secolo datato 1866 . un plebiscito fasullo e da rifare agli occhi del mondo .LA ANESSIONE DEL VENETO ALL'ITALIA.[IMG]file:///C:/DOCUME%7E1/YHWH%7E1.OEM/IMPOST%7E1/Temp/moz-screenshot.jpg[/IMG][IMG]file:///C:/DOCUME%7E1/YHWH%7E1.OEM/IMPOST%7E1/Temp/moz-screenshot-1.jpg[/IMG]

    ehhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh questa è stata l'ultima per i referendum unitari !!! ed anche l'inizio di una lunga serie

  3. #3
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    voti per il si all'ITALIA 641768, PER IL NO 69 , NULLI 273 uno scandalo agli occhi di chi di democrazia se ne intende , si ad un nuovo referendum che ai veneti sono stati truffati dai SAVOIA da GARIBALDI fino ai giorni nostri , fuori da ROMA che sarebbe ora!!!

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da leolam Visualizza Messaggio
    voti per il si all'ITALIA 641768, PER IL NO 69 , NULLI 273 uno scandalo agli occhi di chi di democrazia se ne intende , si ad un nuovo referendum che ai veneti sono stati truffati dai SAVOIA da GARIBALDI fino ai giorni nostri , fuori da ROMA che sarebbe ora!!!
    Leggi Gigi Di Fiore un meridionalista : "Controstoria dell'unità d'italia" ne scoprirai delle belle. Se vuoi te lo spedisco

  5. #5
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    Predefinito l'assaggio

    volebi dire questo assaggio qua?Quando i posteri esamineranno gli atti del governo e del Parlamento italiano durante il risorgimento, vi troveranno cose da cloaca». E per evitare equivoci trascrivo due sinonimi di cloaca, trovati sul Vocabolario della lingua italiana della Treccani: fogna, chiavica. E se l’ha detto Garibaldi, che di quei fatti fu attore, c’è da crederci.
    Gigi Di Fiore, storico non allineato, cerca di fare chiarezza sulle «invenzioni, abbellimenti e superficiali spiegazioni» presenti nei libri di storia ufficiali, con cui si raccontano i fatti che accaddero nei ventidue anni che vanno dall’esplosione rivoluzionaria del 1848 alla breccia di Porta Pia del 1870.
    Cerca di dare risposte soddisfacenti alle domande: come è possibile che un manipolo di mille garibaldini abbia sconfitto un esercito di 50.000 borbonici?, con quali poteri, più o meno occulti, e con quali mafie dovettero allearsi Garibaldi e Cavour?, perché ci vollero cannoni e fucili per domare la ribellione contadina dei briganti del Sud?, perché dall’esercito piemontese vennero invasi il Regno delle Due Sicilie prima e lo Stato pontificio poi senza alcuna dichiarazione di guerra?, come furono possibili i risultati, più che bulgari, a favore dell’annessione al regno sabaudo-piemontese nei plebisciti tenutisi nei ducati di Toscana, di Parma-Piacenza-Guastalla, di Modena, nell’intero territorio del Regno delle Due Sicilie, nel Veneto, nello Stato pontificio?.
    La spedizione di Garibaldi contro il Regno delle Due Sicilie non fu certamente segreta, popolare, spontanea, ma si trattò di un’azione ben organizzata, finanziata e pianificata nei dettagli, con l’avallo del governo piemontese.
    I molti soldi utilizzati per la buona riuscita della spedizione provenivano da molte fonti: finanziamenti inglesi, sottoscrizioni private, fondi della Società nazionale, denaro delle logge massoniche. Tutti avevano il loro interesse a liberare la Sicilia ed il Sud dai Borbone.
    I volontari garibaldini, imbarcati a Genova sulle navi Piemonte e Lombardo, furono inizialmente 1089, suddivisi in otto compagnie. Tre giorni dopo l’indisturbato sbarco, avvenuto a Marsala l’11 maggio 1860, i volontari erano già diventati 15.000 (quindicimila). In Sicilia i baroni e la mafia non erano stati a guardare. A guardare invece erano rimasti, senza colpo sparare, generali e comandanti dell’esercito borbonico, già ben oliati e corrotti.
    Anche in Calabria e Puglia si sparò pochissimo. Per le camicie rosse l’andata verso Napoli fu in pratica una passeggiata. Anche qui determinante fu l’intervento della camorra, che divenne Stato.
    I conquistatori piemontesi non fecero nulla per farsi ben volere dal popolo del Sud, anzi con le loro leggi inasprirono la già triste condizione meridionale. Naturale fu quindi la rivolta contadina, che diede vita alla sanguinosa guerra civile del brigantaggio. Guerra civile che fece tanti morti pari a quelli delle tre guerre d’indipendenza messe insieme. I contadini del Sud difendevano i loro naturali diritti.
    Nel 1861 le campagne meridionali divennero un vulcano in ebollizione, con la presenza di 39 bande armate brigantesche in Abruzzo, 42 al confine con lo Stato pontificio, 15 nel Molise e nel Sannio, 47 tra l’Irpinia e la provincia di Salerno, 47 in Basilicata, 34 in Puglia, 33 in Calabria, 6 in provincia di Napoli, come elencate nella Storia del Brigantaggio di Franco Molfese. Questo proliferare di bande armate non avrebbe potuto esistere se non vi fosse stato l’appoggio incondizionato delle popolazioni civili.
    Ogni banda aveva il suo capo. Fra questi i più famosi furono: Carmine Crocco in Basilicata, che riuscì a raggruppare fino a mille uomini; Luigi Alonzi detto «Chiavone», che operava alla frontiera pontificia presso Sora, con 430 uomini organizzati con rigore militare; Pasquale Domenico Romano di Gioia del Colle, in Puglia, detto «il sergente Romano», che sperava di federare tutte le bande in rivolta in Puglia e Basilicata. Fra i briganti vi erano anche parecchie donne, che combattevano alla pari degli uomini.
    La repressione da parte dei piemontesi fu spietata, fu dichiarato lo stato d’assedio del Sud, le fucilazioni sommarie divennero la regola, vi furono arresti senza prove e fucilazioni senza processi, furono bruciati e rasi al suolo interi paesi per rappresaglia, le donne venivano stuprate «non prima di aver loro strappato gli orecchini».
    Ci vollero cinque anni, uno stato d’assedio, ventiquattro mesi di leggi speciali, per avere ragione della rivolta del Sud Italia.
    Nemmeno la Chiesa romana fu risparmiata, furono soppressi gli ordini religiosi, furono acquisiti dallo Stato i loro beni. Tantissimi ecclesiastici furono mandati in esilio lontano dalle loro sedi, e fra essi molti vescovi. Nei soli primi mesi del regno d’Italia, erano stati processati e confinati ben sessantanove vescovi, tra cui due cardinali: Sisto Riario Sforza a Napoli e Filippo De Angelis a Fermo. Vennero aboliti i seminari diocesani e fu introdotto l’obbligo del servizio militare per i seminaristi.
    Il 20 settembre 1870 l’esercito piemontese entra a Roma, Papa Pio IX si rifugia nel Vaticano. Il potere temporale dei Papi viene smantellato. L’unità d’Italia è fatta.
    Si conclude il periodo storico del Risorgimento italiano, che ha lasciato il Paese Italia spaccato in due: «Nord e Sud, cattolici e liberali, democratici e destra, contadini e latifondisti». Spaccatura con cui «ancora oggi, nel bene e nel male, dobbiamo fare i conti».
    Concordo con l’idea portante del libro di Gigi Di Fiore e che cioè la sacralità del Risorgimento non è più intoccabile; bisogna lasciare spazio a vedute culturali più ampie. «Non ci può essere futuro per un Paese che non sa riconoscere i suoi errori, che non sa fare autocritica anche su entusiasmanti pagine della sua storia come quelle risorgimentali. Rileggerne i passaggi negativi oggi non può che cementare il nostro sentimento nazionale», scrive Di Fiore.

  6. #6
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    certo che il brigantaggio di ROMA nell'era moderna ha radici lontane ,profonde , comunque sia i vari BERLUSCONI ,VELTRONI , BOSSI , ECC...ECC.. non sono altro che il continuato di quella storia raccontata da FIORE , e il popolo ne ha le scatole piene ed il VENETO comincia a crederci.

  7. #7
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    certo che il brigantaggio di ROMA nell'era moderna ha radici lontane ,profonde , comunque sia i vari BERLUSCONI ,VELTRONI , BOSSI , ECC...ECC.. non sono altro che il continuato di quella storia raccontata da FIORE , e il popolo ne ha le scatole piene ed il VENETO comincia a crederci.
    Ops ... sono finito nel Veneto !!!
    Bhè se non erro una volta

    Guarda qui
    http://cronologia.leonardo.it/storia/a1866b.htm
    Scorri fino al quesito referendario per la Città di Vicenza

    DuoSiculi e Veneti molto vicini ....

    La Repubblica di San Marco fu uno stato costituito a Venezia a seguito dell'insurrezione della città contro il governo austriaco il 17 marzo 1848. I due patrioti Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, che si trovavano rinchiusi nelle prigioni austriache, vennero liberati e si posero alla guida del nuovo Governo Provvisorio, proclamato il 22 marzo (Manin ne sarà il presidente). La Repubblica, che richiamava già nel nome l'antica Repubblica veneta, scomparsa cinquantun'anni prima, ebbe vita breve, venendo rioccupata dall'esercito asburgico il 24 agosto 1849, dopo un'eroica resistenza durata 17 mesi.

    .... Un valido aiuto giunse invece dal generale napoletano Guglielmo Pepe, mandato inizialmente dal suo sovrano a combattere al fianco dei piemontesi, che rifiutò di obbedire all'ordine di rientro e si unì ai Veneziani con duemila volontari, prendendo il comando dell'esercito che difendeva la città

    .... Il 4 maggio 1849 gli austriaci iniziarono le ostilità contro il forte di Marghera, difeso da 2500 uomini al comando del colonnello napoletano Girolamo Ulloa. La difesa fu accanita, ma la notte del 26, d'accordo col governo, Ulloa dovette dare l'ordine di evacuare il forte. Gli austriaci avanzarono allora lungo il ponte della ferrovia, ma trovando anche qui una forte resistenza, iniziarono un pesante bombardamento contro la città stessa. Una prima richiesta di resa da parte del comandante in capo delle forze austriache, feldmaresciallo Radetzky, fu sdegnosamente respinta ...

  8. #8
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    certo che il brigantaggio di ROMA nell'era moderna ha radici lontane ,profonde , comunque sia i vari BERLUSCONI ,VELTRONI , BOSSI , ECC...ECC.. non sono altro che il continuato di quella storia raccontata da FIORE , e il popolo ne ha le scatole piene ed il VENETO comincia a crederci.
    Ops ... sono finito nel Veneto !!!

    Guarda qui
    http://cronologia.leonardo.it/storia/a1866b.htm
    Scorri fino al quesito referendario per la Città di Vicenza

    DuoSiculi e Veneti molto vicini ....

    La Repubblica di San Marco fu uno stato costituito a Venezia a seguito dell'insurrezione della città contro il governo austriaco il 17 marzo 1848. I due patrioti Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, che si trovavano rinchiusi nelle prigioni austriache, vennero liberati e si posero alla guida del nuovo Governo Provvisorio, proclamato il 22 marzo (Manin ne sarà il presidente). La Repubblica, che richiamava già nel nome l'antica Repubblica veneta, scomparsa cinquantun'anni prima, ebbe vita breve, venendo rioccupata dall'esercito asburgico il 24 agosto 1849, dopo un'eroica resistenza durata 17 mesi.

    .... Un valido aiuto giunse invece dal generale napoletano Guglielmo Pepe, mandato inizialmente dal suo sovrano a combattere al fianco dei piemontesi, che rifiutò di obbedire all'ordine di rientro e si unì ai Veneziani con duemila volontari, prendendo il comando dell'esercito che difendeva la città

    .... Il 4 maggio 1849 gli austriaci iniziarono le ostilità contro il forte di Marghera, difeso da 2500 uomini al comando del colonnello napoletano Girolamo Ulloa. La difesa fu accanita, ma la notte del 26, d'accordo col governo, Ulloa dovette dare l'ordine di evacuare il forte. Gli austriaci avanzarono allora lungo il ponte della ferrovia, ma trovando anche qui una forte resistenza, iniziarono un pesante bombardamento contro la città stessa. Una prima richiesta di resa da parte del comandante in capo delle forze austriache, feldmaresciallo Radetzky, fu sdegnosamente respinta ...

  9. #9
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    forse è il caso di ricordare come il repubblicano Daniele Manin ripose , in seguito e provvisoriamente, la sua pregiudiziale repubblicana per collaborare con i cavourriani ( pur in tutto da lui distanti) alla formazione della Società Nazionale. E quando il corpo di Manin , dopo la morte in esilio, potè tornare in patria tutta Venezia si raccolse attorno alla sua bara in segno di affetto verso "el bon pare" e di riconoscimento della nuova Italia per la quale si era battuto nel '66 anche il federalista cattaneano Alberto Mario da Lendinara.

 

 

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