Cari compagni, pongo alla vostra attenzione un breve saggio che ho appena finito di leggere.
L'autore è il Prof. Giorgio Gattei (che molti di voi conosceranno), economista marxista, docente presso l'Univ. di Bologna, collaboratore della rivista Contropiano (rete dei comunisti). Si tratta di uno straordinario intellettuale, originale e stimolante. Ho avuto la fortuna di ascoltare le sue lezioni e di conoscerlo... Diciamo che dopo averlo conosciuto non posso fare a meno di seguire ogni sua conferenza..
Questo il breve pamphlet (fatemi sapere cosa ne pensate):
Giorgio Gattei
NOVECENTO
(non è un romanzo)
“Il migliore, il peggiore”
(G. Toniolo)
- Il comunismo all’ordine del giorno.
Se si vuol ridurre la vicenda del Novecento ad unità logica (e non soltanto cronologica) dotata di
senso, può essere comodo partire dall’idea di successo ch’essa sia interamente compresa nella
esperienza storica del comunismo realizzato: infatti se storicamente «l’era 1917-1991 va vista
come unità» (E. Nolte, Gli anni della violenza), allora «la storia del “secolo breve”, così come
definito in questo libro, coincide virtualmente con la durata dello Stato nato dalla Rivoluzione
d’Ottobre» (E. Hobsbawm, Il secolo breve). E’ questa la principale differenza da quel “lungo
Ottocento” che aveva preso il via dal 1789 e che del comunismo aveva invece conosciuto soltanto la
contrapposizione ideale, a meno delle insorgenze rivoluzionarie abortite del 1848 e del 1871.
Tuttavia una simile datazione occulta la causa scatenante della rivoluzione d’Ottobre, che è
una rivoluzione non nata “a freddo” ma quale conseguenza del trauma della Grande Guerra (1914-
1918) con la quale la borghesia ottocentesca europea si è volontariamente “suicidata”: attraverso
una serie di circostanze accidentali concatenate di cui gli storici non sono ancora venuti a capo, i
diversi imperialismi nazionali si sono ritrovati nell’agosto 1914 l’un contro l’altro armati,
sacrificando fino al 1918 sui campi di battaglia le masse contadine e proletarie mobilitate nella
prima “guerra di materiali” come se fossero appena “carne da cannone”. E’ stata così la Grande
Guerra, prima che la rivoluzione d’Ottobre, ad introdurre al Novecento, questo secolo così
qualitativamente differente dal precedente almeno per la perdita della sicurezza di sé di cui invece
l’Ottocento si era orgogliosamente, ma pure presuntuosamente, nutrito. La svolta è stata colta
immediatamente da Antonio Gramsci in un corrispondenza giornalistica del 1916: «la nostra civiltà,
quella in mezzo alla quale abbiamo vissuto sino all’anno di grazia 1914 e che derivava in retta linea
dalla rivoluzione francese, è stata fatalmente condannata a morte dalla conflagrazione europea, che
è appunto un avvenimento in tutto corrispondente a quello dell’89. Là si posero le basi del sistema
borghese, qui oggi si lavora a distruggerlo... Tutti i valori umani, non meno di tutti gli istituti morali
e giuridici del vecchio mondo, sono stati capovolti, scardinati, irreparabilmente compromessi. E’ un
nuovo ordinamento, una nuova fondazione del vivere civile, quella che urge dichiarare e attuare...
Prepariamoci ad assicurarne l’avvento».
Eppure la Grande Guerra avrebbe anche potuto concludersi con una pace di sola
“redistribuzione imperialistica” (alla maniera delle guerre napoleoniche) se Lenin non avesse saputo
cogliere il grande valore di sofferenza di tanta umanità maciullata nella «inutile strage» (come
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doveva bollarla papa Benedetto XV nel 1917) lanciando la parola d’ordine rivoluzionaria della
«trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile» quale unica condizione necessaria a
porre fine a tutte le guerre. E’ stata questa parola d’ordine a cambiare il corso della guerra: fattasi
corpo e sangue nella vittoriosa rivoluzione d’Ottobre e poi nei diversi tentativi falliti di “fare come
in Russia” nell’Europa uscita stremata dalle trincee (1918-1923), essa ha introdotto nella storia il
fattore straordinario della guerra di classe, quella guerra civile ideologica che (come spiegato da
Carl Schmitt nella Teoria del partigiano) è «guerra vera perché si fonda sulla inimicizia assoluta...
Essa trova la sua giustificazione e il suo senso proprio in questa volontà di arrivare alle estreme
conseguenze. La sola questione che resta è dunque questa: esiste un nemico assoluto, e chi è in
concreto? Per Lenin la risposta era immediata, e la sua superiorità su tutti gli altri socialisti e
marxisti deriva proprio dall’aver preso sul serio il concetto di inimicizia assoluta. Il suo nemico
assoluto, vero, era l’avversario di classe, il borghese, il capitalista occidentale e il di lui ordine
sociale in ogni paese ove fosse al potere». E ancora: «nel 1914 popoli e governi europei entrarono
barcollando nella prima Guerra Mondiale senza avere una inimicizia reale. L’inimicizia reale sorse
solamente dalla guerra stessa, cominciata come una guerra convenzionale interstatuale sulla base
del diritto internazionale europeo e conclusa come guerra civile mondiale dell’inimicizia
rivoluzionaria di classe».
La riuscita della rivoluzione bolscevica in Russia, nonostante l’intervento militare
concentrico degli Alleati (1918-1920), doveva poi aggiungere un ulteriore elemento di novità alla
prospettiva del “comunismo all’ordine del giorno” perché questa volta, a differenza delle
insurrezioni ottocentesche, la sfida al capitalismo avrebbe avuto la sponda di un intero Stato
(l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche proclamata nel 1922) e si sarebbe giocata sul suo
stesso terreno di supremazia, ossia nella pratica del governo materiale dell’economia e della
politica. Nell’URSS si sarebbe infatti attuato un esperimento storico “totalmente altro” dal
capitalismo che ne avrebbe modificato tre elementi caratteristici imponendo la proprietà pubblica
dei mezzi di produzione al posto di quella privata, la pianificazione centralizzata invece
dell’anarchia del mercato, la dittatura del proletariato in sostituzione della “tirannide borghese”.
Erano questi elementi (fossero o meno comunisti nel senso pieno della parola) di deviazione
radicale rispetto al precedente decorso storico che per Nolte hanno fatto della rivoluzione sovietica
«un fenomeno del tutto nuovo nella storia universale: era la prima vittoria duratura dell’ideologia
più recente e però dalle radici lontanissime, quella della “pace”, della “liberazione”, della
globalizzazione, in una parola dell’universalismo militante o della Sinistra eterna». E rispetto a
questa “sinistra eterna”, che adesso si era fatta Stato, il capitalismo avrebbe dovuto battersi in una
lotta a morte, non essendoci posto per entrambi nella storia.
2. La rivoluzione anti-comunista.
La grandezza della sfida al capitalismo autorizzava la gravità della risposta: all’inimicizia assoluta
del comunismo il capitalismo avrebbe opposto l’inimicizia altrettanto assoluta del fascismo, questo
inedito «regime reazionario di massa» (come l’avrebbe poi intelligentemente definito Palmiro
Togliatti) che si rendeva necessario per stroncare il protagonismo politico del proletariato
galvanizzato dalla rivoluzione d’Ottobre. Era un forzato “ritorno all’ordine” che però richiedeva un
prezzo da pagare. Infatti per difendere l’economia di mercato minacciata dal bolscevismo il
capitalismo avrebbe accettato, dove necessario, di rinunciare alla democrazia parlamentare per
affidarsi alla guida di un partito unico guidato da un capo assoluto come sarà il Duce italico a
partire dal 1925. E’ questa caratteristica che ha reso il fascismo «il fenomeno politico di maggior
novità, tanto diverso, nonostante un’innegabile affinità, dal nazionalismo e dall’antisocialismo
d’anteguerra, quanto il suo principale nemico, il comunismo della Terza Internazionale, si
distingueva, nonostante l’evidente parentela, dal socialismo d’anteguerra. Fu così che nell’Europa
successiva alla prima guerra mondiale si fronteggiarono due partiti della guerra civile che
prevedevano nel loro programma l’annientamento del nemico» (E. Nolte).
Poi l’esempio ha fatto scuola, tanto che già si poteva parlare di una “stabilizzazione
capitalistica” parallela a quella sovietica seguita agli anni durissimi del “comunismo di guerra”.
Naturalmente il focolaio bolscevico non era stato spento, ma era stato contenuto entro un rigido
cordone sanitario di stati fascisti o para-fascisti che andavano dalla Finlandia alla Polonia,
dall’Ungheria alla Romania. Avendo così ridotto il comunismo “entro un solo paese”, una
lungimirante e paziente azione di logoramento sarebbe giunta ad eliminarlo dal Novecento perché,
come prevedeva Lloyd George, «se non siamo riusciti a riportare la Russia alla ragione con la forza,
credo che possiamo riuscire a salvarla per mezzo degli scambi commerciali. Il commercio ha
l’effetto di... insegnare la matematica semplice dell’addizione e della sottrazione che ben presto
liquida le teorie insensate» (cit. in R. Pipes, Il regime bolscevico).
Peccato che non ci fosse tutto il tempo che sarebbe stato necessario. Lo scoppio della
Grande Crisi (1929-1933) venne a resuscitare i peggiori fantasmi di ripresa dell’offensiva
comunista. Come la politica borghese si era “suicidata” nel 1914, adesso era l’economia di mercato
a fallire, gettando il capitalismo nella peggiore depressione della sua storia. E proprio mentre
fallimenti e disoccupazione si producevano ad occidente, l’URSS si proiettava in una
“industrializzazione forzata” che si proponeva come alternativa concretamente possibile, così da
opporre «ad un’America ricca, ma impoverita dall’incapacità di controllare l’economia, una Unione
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Sovietica povera che però organizzava il progresso della produzione con uno sforzo di volontà e
ragione» (F. Furet, Il passato di una illusione).
E nuovamente il capitalismo doveva correre ai ripari, ma questa volta come? Non più con la
soluzione fascista, che con la dittatura del partito unico aveva risolto le difficoltà politiche ma
lasciando in piedi quella libertà del mercato che adesso era al collasso. A fronte dell’incombere di
una disoccupazione di massa che avrebbe potuto riarmare gli “indomani che cantano”, occorreva un
rimedio ben più radicale che salvasse la proprietà privata del capitale dai movimenti convulsivi
della crisi di sovrapproduzione. Si sa che questo rimedio è stato il nazismo, una esagerazione del
fascismo che portava alle estreme conseguenze le difficoltà, interne al capitalismo, provocate dal
mercato e dalla democrazia sopprimendoli entrambi. Infatti a fronte della Grande Crisi non bastava
più sacrificare il parlamentarismo, come già aveva fatto il fascismo; adesso pure l’anarchia degli
scambi doveva essere rimpiazzata da “piani quinquennali” imposti dallo Stato “nazional-socialista”.
Ma “senza democrazia formale” e “senza economia di mercato” non erano misure del comunismo?
Certo che sì, ma per l’appunto erano solo misure che adesso servivano al capitalismo per assicurare
l’intangibilità della proprietà privata dei mezzi di produzione, che nella Germania hitleriana non era
affatto messa in discussione. Infatti l’identità totalitaria del comando politico ed economico sia nel
comunismo che nel nazismo non deve far dimenticare l’opposta natura di classe dei due regimi, che
in Russia era proletaria, mentre restava capitalistica in Germania. La diversità era così radicale da
connotare all’incontrario le forme di mobilitazione delle masse, che a Mosca erano agitate dalla
bandiera rossa dell’internazionalismo operaio, mentre a Berlino marciavano dietro la svastica del
nazionalismo razzista, tanto che ben differente ne risultò il rispettivo “nemico del popolo” che «fu il
borghese per Lenin, l’ebreo per Hitler» (F. Furet). La diversità non è di poco conto: il Gulag non
potrà mai essere equiparabile ai Lager, e l’Olocausto è nazista soltanto.
Se a tanto prezzo il capitalismo evitò l’insurrezione rivoluzionaria nel cuore dell’Europa, le
mire geopolitiche del nazismo dovevano provocare un clamoroso riposizionamento degli
schieramenti in conflitto. Però questo riposizionamento non è tanto rappresentato dal “patto
scellerato” tra nazismo e comunismo dell’agosto 1939 (che, come piace al revisionismo storico,
sarebbe rivelazione della loro comune affinità totalitaria), quanto dalla straordinaria unità
antifascista di pochi anni successiva, non appena la “guerra di rivincita” scatenata da Hitler contro
Francia ed Inghilterra (1939-1941) venne ad investire pure l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Si
videro allora le democrazie occidentali, in un’alleanza veramente “contro-natura di classe”,
schierarsi al fianco del comunismo addirittura staliniano per resistere all’assalto del “Terzo Reich
millenario”, alleato (questa volta sì secondo natura) al fascismo giapponese per arrivare ad una
“redistribuzione imperialistica” che avrebbe escluso l’Inghilterra dal continente europeo e gli Stati
Uniti dall’area del Pacifico. Allora i governi “borghesi” di Londra e Washington, quasi a
riconoscere il fallimento dell’anticomunismo per tramite dei “fascismi prezzolati” fino allora
perseguito, si portarono al fianco della Russia aggredita, come era già stato ai tempi della Grande
Guerra e quasi che la rivoluzione d’Ottobre non fosse avvenuta.
3. La sfida del Warfare.
Era evidente come l’unità antifascista fosse del tutto strumentale. Terminata la “grande guerra
antifascista”, l’inimicizia assoluta tra capitalismo e comunismo doveva infatti riemergere
violentemente separando con una cortina di ferro (efficace slogan nazista furbescamente
recuperato da Winston Churchill nel 1946) il cosiddetto “mondo libero”, adesso a guida degli Stati
Uniti per l’esaurimento economico e politico della Gran Bretagna, dal “blocco socialista” che
sull’onda della vittoria militare era straripato fino al centro dell’Europa, ma che soprattutto dal 1949
comprendeva anche la Cina ponendo così termine all’isolamento del “comunismo in un solo paese”.
Da parte loro gli Stati Uniti erano usciti dalla Grande Crisi soltanto grazie all’entrata in
guerra. Nella sua Teoria generale John Maynard Keynes l’aveva cinicamente previsto: se la
domanda dei privati è insufficiente ad assorbire l’intera offerta (com’era stato dal 1929 in poi), solo
una spesa pubblica adeguata può risolvere la crisi di sovrapproduzione conseguente. Ma siccome
l’opinione pubblica benpensante è costitutivamente contraria alla spesa statale (specialmente se
impiegata “a far buche per terra”, come Keynes aveva paradossalmente suggerito), soltanto una
spesa militare può trovare unanime consenso nel nome della sacrosanta salvezza della patria. Per
questo (aveva scritto) «la costruzione di piramidi, i terremoti, perfino le guerre possono servire ad
accrescere la ricchezza, se l'educazione dei nostri governanti secondo i principi dell'economia
classica impedisce che si compia qualcosa di meglio». In particolare, aggiungerà nel 1940
rivolgendosi agli americani, «se gli Stati Uniti prenderanno sul serio il lato materiale ed economico
della difesa della civiltà e si rafforzeranno attraverso la vasta dissipazione delle risorse richiesta
dagli armamenti, conosceranno la loro potenza - la conosceranno come mai potranno conoscerla
altrimenti».
Quando finalmente gli Stati Uniti si convertirono all’intervento militare, perché trascinativi
dai guerrafondai giapponesi, se ne trovarono poi così bene sia per crescita del reddito che della
occupazione (ma si ricordi che il territorio americano non fu mai campo di battaglia) che alla fine
delle ostilità non immaginarono altra soluzione per mantenere la prosperità guadagnata che
riprendere le armi al più presto. Però questa volta, a scanso di ricadute economiche depressive,
avrebbe dovuto essere una guerra permanente. Ma come praticare una “guerra continua”? Non si
sa chi ne abbia avuto l'idea (se mai qualcuno l'ha avuta o non è stata invece soltanto la forza delle
cose), ma la soluzione è risuonata limpidamente nel 1949 nelle pagine del visionario romanzo 1984
di George Orwell in cui s’immaginava, in un mondo più vecchio di una trentina d’anni, una
Oceania governata dal Grande Fratello in perpetuo conflitto con Eurasia ed Estasia senza alcuna
prospettiva di pace. Il fatto è che per il Grande Fratello «la guerra è pace» o, per meglio dire,
guadagno: infatti «per mantenere in moto le ruote dell'industria senza tuttavia che si accrescesse la
reale ricchezza del mondo, i beni dovevano essere prodotti, ma non dovevano essere distribuiti. Ed
in pratica, l'unico modo per raggiungere quel risultato era di mantenersi perpetuamente in guerra
(consistendo) l'atto essenziale della guerra non tanto nella distruzione di vite umane quanto nella
distruzione dei prodotti del lavoro umano... Né importa che la guerra ci sia realmente, e dal
momento che non è possibile, per nessuna delle parti, una vittoria decisiva, non importa nemmeno
se la guerra va bene o va male. La sola cosa indispensabile è che esista tale stato di guerra». Così la
guerra «cessa nel contempo di essere pericolosa»; ma «sebbene irreale, non per questo è destituita
di significato. Sfrutta in modo totale le eccedenze dei beni di consumo e aiuta, nel contempo, a
conservare quella particolare atmosfera mentale che si richiede a una società organizzata
gerarchicamente. La guerra, come si vede, non è altro che un affare di politica interna».
Ecco la soluzione: la spesa militare americana, pericolosamente calata fino al 1947, prese a
crescere sull'onda dell’invenzione della guerra fredda, una eccezionale maniera politica di essere
continuamente in guerra senza mai trapassare alle vie di fatto (almeno tra i due “grandi blocchi”
perché lungo le zone del confine asiatico non sono mancate “guerre locali” sanguinose, come in
Corea (1950-1953) con risultato di parità, poi in Vietnam (1964-1975) con sconfitta americana,
infine in Afghanistan (1979-1987) con sconfitta sovietica. Più oltre non era proprio possibile
andare, come si mostrò a Cuba nel 1962, per la «mutua distruzione assicurata» dal possesso
reciproco dell’arma atomica, ma ciononostante la guerra fredda poteva alimentare una terrificante
“corsa agli armamenti” a tutto beneficio di quel «complesso d’interessi militar-industriali» che
Eisenhower doveva denunciare nel 1961. Ma c’era poco da fare: il capitalismo aveva prodotto il suo
Warfare State (lo stato del “guerr-essere”) dove «finalmente alla domanda: Per che cosa lo stato
potrebbe spendere abbastanza per impedire al sistema di affondare nel pantano della depressione?,
il capitalismo monopolistico apparentemente ha trovato la risposta: Per armamenti, per più
armamenti, per sempre più armamenti» (P. Baran e P. M. Sweezy, Il capitale monopolistico).
4. L’azzardo del Welfare.
C’era però anche dell’altro: sotto la nuova direzione americana il “mondo libero” avrebbe cambiato
la natura della sfida da portare al comunismo. Abbandonate le controproducenti soluzioni
reazionarie care agli inglesi, all’ombra dell’“equilibrio del terrore nucleare” il capitalismo si
sarebbe misurato in una competizione pacifica con l’avversario a colpi di “più mercato” e alla
lunga avrebbe vinto chi avesse guadagnato maggior consenso distribuendo meglio le merci ai
consumatori.
Gli Stati Uniti partivano avvantaggiati essendo approdati per primi alla “produzione di
massa” consentita dall’introduzione rivoluzionaria della catena di montaggio che aveva sostituito i
vecchi operai di mestiere, ancora dotati di forte specializzazione ed orgoglio professionale, con
operai di linea “senza qualità” perché forza-lavoro generica e astratta che trovavano la loro unica
motivazione nella remunerazione salariale con cui avevano accesso alla novità della società dei
consumi. Il meccanismo, esportato fuori dagli Stati Uniti a partire dagli anni ’50, funzionava più o
meno così: nelle fabbriche fordiste l’accrescimento della produttività dava luogo ad una offerta
crescente di merci che trovava inizialmente corrispettivo in una domanda pubblica keynesiana in
grado di assicurare il raggiungimento del pieno impiego. Allontanato il ricatto della disoccupazione,
i lavoratori potevano irrigidire le proprie rivendicazioni salariali rispetto alle quali la controparte
capitalistica poteva opporsi a fatica (siccome la catena di montaggio operava in continuo, i
lavoratori non potevano mancare e quindi bisognava comunque “chiudere” con loro a pena della
fermata della produzione). Da qui lo spostamento progressivo della forza contrattuale verso il
lavoro con l’effetto di trasformare il salario, sia diretto che differito, in una «variabile indipendente»
la cui crescita aumentava la domanda privata stimolando ulteriormente l’offerta in un inedito
“circolo virtuoso dell’economia”. E’ da questo formidabile “compromesso fordista-keynesiano” che
è scaturito il Welfare State (lo “stato del ben-essere”), una combinazione di produzione di massa
con spesa pubblica e privata altrettanto di massa cui era affidato il compito di mostrare tutta la
superiorità dell’inedito «neo-capitalismo» rispetto all’arretratezza del comunismo sovietico. Infatti a
che pro’ attendere quel “paradiso dei lavoratori” a venire quando erano già disponibili le meraviglie
della “cuccagna dei consumatori”?
Però la politica economica del Welfare aveva un costo che non avrebbe tardato a
manifestarsi. Come al solito Keynes era stato buon profeta quando nel 1944 aveva espresso l’idea
che sarebbe sorto «un problema serio circa il modo in cui i salari debbono essere contenuti allorché
si verificherà una combinazione di contrattazione collettiva e pieno impiego». Infatti il
mantenimento a colpi di spesa pubblica della piena occupazione non avrebbe finito per provocare
un aumento dei salari tale da minacciare le sorti del profitto, essendo i due redditi legati da una
relazione inversa? Niente affatto se, per risollevarne le sorti, si fosse giocata la carta della rincorsa
inflazionistica dei prezzi, così da recuperare sul terreno del salario reale (il potere d’acquisto dei
lavoratori) quanto si era costretti a cedere in termini di salario monetario. E’ stato così che, pur di
resistere nella grande partita del Novecento, il “capitalismo affluente” (come allora veniva
chiamato) ha sopportato pazientemente la “croce dell’inflazione”, dapprima strisciante e poi
addirittura a due cifre, cercando soltanto di amministrarla con la “disinflazione” per quanto era
possibile dati i rapporti di forza esistenti. Se questo era il prezzo da pagare, sarebbe stato pagato ma
solo fino al termine del comunismo e non più oltre.
5. La scomparsa del comunismo sovietico.
La fine dell’URSS, quale si è consumata tra 1989 e 1991, resta tuttora un enigma. Come è stato che
la prima esperienza storica di “dittatura del proletariato” è potuta scomparire dalla scena della storia
senza un lamento di massa? Si sa che a monte c’è stata la bruciante sconfitta dell’Afghanistan, il
Vietnam dei sovietici, e tuttavia la fuga dal Vietnam non aveva portato alla fine ingloriosa
dell’imperialismo americano. Quindi ci deve essere dell’altro, che può essere ritrovato nella
insoddisfazione crescente verso l’economia di piano espressa dai consumatori sovietici, una
insoddisfazione che alla fine ha lasciato il comunismo senza alcun difensore.
Si può anche dire che ciò sia stata conseguenza della scelta della industrializzazione
forzata inaugurata da Stalin nel 1928 con il lancio del primo “piano quinquennale” che aveva
imposto lo sviluppo accelerato della “industria pesante” a scapito della produzione dei beni di
consumo. Al momento la scelta era stata obbligata ed in effetti era ben servita all’URSS per reggere
pochi anni dopo all’urto della macchina militare nazista e poi per competere con successo nella
corsa agli armamenti con l’imperialismo americano. Quando però si era passati alla coesistenza
pacifica, ad un occidente capitalistico ormai lanciato anche nella “corsa al consumismo” assicurato
dal Welfare State, il “blocco sovietico” avrebbe dovuto rispondere di pari moneta aprendo la
pianificazione alla produzione dei beni di consumo. Va detto che Malenkov nel 1955 e poi Kruscev
nel 1964 si provarono ad invertire la tendenza, ma furono subito bloccati e destituiti. Il fatto è che
all’ombra della “supremazia dell’acciaio” (Stalin non vuol forse dire acciaio?) si erano consolidati
tali “interessi pesanti” dentro le nomenklature di partito e di piano da non consentire alcun decollo
ad una industria di beni di consumo di massa. Quando poi negli anni ‘70 l’economia sovietica è
precipitata in una “sclerosi produttiva” per cui occorrevano sempre più beni capitali per produrre un
equivalente ammontare di beni di consumo mentre contemporaneamente avevano preso a declinare
gli investimenti, allora la scarsità dell’offerta dei beni di consumo che ne era l’effetto (che in
un’economia di mercato avrebbe preso l’aspetto dell’aumento dei prezzi) nell’economia di piano si
manifestò nell’odiosa forma degli scaffali dei negozi desolatamente vuoti. Fu così che
progressivamente quei cittadini sovietici, che non riuscivano a diventare consumatori, ne trassero la
conclusione obbligata che, se nel comunismo non c’era democrazia in politica, ci doveva essere
almeno consumismo in economia, ma se non c’era consumismo, allora neanche più comunismo.
Quando poi nel 1985, a seguito dell’incidente di Chernobyl (l’Hiroshima dei sovietici),
l’Unione Sovietica ha perso definitivamente la sfida della guerra fredda (con un autogol, dunque, e
niente affatto per una rete dell’avversario...), l’economia di piano non è stata più in grado di reggere
precipitando in una katastrojka che tanto ha deliziato i commentatori occidentali e che l’“ultimo
comunista” Gorbaciov ha cercato di contrastare offrendo (almeno) democrazia. Ma ormai c’era
poco da fare: i suoi concittadini volevano le merci, e quando la “cortina di ferro” è franata nel 1989,
una popolazione entusiasta si è precipitata nei negozi d’occidente per fare shopping! Ancora invano
Gorbaciov si provò a promettere «in 500 giorni» un comunismo con il mercato, perché ormai era la
proprietà pubblica dei mezzi di produzione ad essere rifiutata. A far ciò provvide diligentemente il
suo successore Eltsin, fiero poi d’annunciare nel 1992 davanti al Congresso americano (!) che «il
mondo può tirare un respiro di sollievo. Lo spettro del comunismo... che ha instillato nell’umanità
la paura, è crollato. E’ crollato per non più risorgere» (cit. in R. Pipes, Il regime bolscevico). Il
comunismo sovietico aveva finalmente ceduto al consumismo capitalistico, chiudendo senza
grandezza (quanto più drammatico era stato il crollo del nazi-fascismo!) il “secolo breve” del
Novecento.
6. La vendetta del capitalismo
Anche i sistemi economici possono essere vendicativi. Nel corso del Novecento il capitalismo
aveva veramente temuto di dover soccombere a quella Unione Sovietica che dalla torre del
Cremlino sventolava senza posa (perché mossa da un ventilatore nascosto) la bandiera rossa della
rivoluzione comunista. L’ammaina-bandiera del 1991 gli ha tolto ogni preoccupazione: adesso che i
proletari non avevano più patria ed il capitalismo era per sempre, tanto che qualcuno ha potuto
vedere nel crollo del muro di Berlino la conclusione dell’intera vicenda umana perché giunta alla
generalizzazione planetaria dei due caratteri distintivi del capitalismo: «una cultura universale dei
consumi basta sui principi liberali» senza più «nessun barbaro alle porte» (F. Fukuyama, La fine
della storia).
Ma a questo punto potevano essere ritirate quelle garanzie del Welfare che si erano concesse
solo per vincere la sfida contro il comunismo. E ciò si è fatto con una demolizione sistematica e
puntuale che ha preso il via proprio dalla “catena di montaggio” che, con la sua cadenzata
regolarità, aveva trasformato i lavoratori in una componente rigidamente necessaria della
produzione dotandoli di una capacità di ricatto salariale insopportabile. E’ stata questa la
rivoluzione della produzione flessibile, altrettanto dirompente quanto la rivoluzione fordista, che
grazie all’informatizzazione di macchine polivalenti a controllo numerico ha permesso di
trasformare l’offerta di merci, che nella catena di montaggio era ininterrotta e rivolta al magazzino,
in una produzione intermittente, perché “rivolta al cliente”, senza però perdere la convenienza della
dimensione di massa. Infatti nella produzione flessibile l’offerta segue la domanda (e non la
precede, come nel fordismo) potendo essere altrettanto variabile di quella. Ma se si può produrre
solo quando e come vogliono i consumatori, allora la manodopera va richiesta solo quando
necessario e licenziata subito dopo. Sulla base della nuova logica del produrre il contratto di lavoro
non deve più essere a tempo indeterminato, ma può farsi occasionale e precario trasformando i
lavoratori in una manodopera “usa-e-getta”.
Con ciò finiscono le garanzie della remunerazione fissa e dell’occupazione assicurata “dalla
culla alla tomba”, sostituite dall’incertezza dell’occupazione e del reddito tipiche di una società
generale del rischio che a stento nasconde la voglia di rivincita di un capitalismo deciso a non
scendere più a patti con i propri dipendenti. Né è più necessario farsi concorrenza in termini di
produttività crescente (come negli anni del “compromesso fordista”), potendo adesso competere a
colpi di riduzioni delle retribuzioni. Tramonta così la stagione degli “alti salari”, mentre le
statistiche documentano uno spostamento del reddito verso i profitti e le rendite che non ha
precedenti nella storia. I salari mostrano invece solo dinamiche al ribasso, così che le generazioni a
venire rischiano di stare peggio delle precedenti secondo la prospettiva di un Workfare State (lo
“stato del lavor-essere”) che si mostra come il miserabile sostituto rancoroso del fin troppo a lungo
sopportato Welfare State.
Perfino il “compromesso keynesiano” può essere revocato. Perché mai la spesa pubblica
deve essere finanziata in deficit? Essa va coperta solo dalle entrate fiscali, e siccome è diventato di
dominio comune lo slogan “meno tasse per tutti”, ne consegue l’obiettivo strategico della riduzione
progressiva delle spese dello stato, in particolare di quelle spese sociali che assicurano ai cittadini
una retribuzione indiretta mediante i meccanismi redistributivi dell’assistenza e del pensionamento.
Ma che ognuno si paghi la sua pensione e le proprie assicurazioni! Al salario pagato dal capitalista
privato non devono più aggiungersi contributi pubblici, così che ogni lavoratore finisca per
dipendere per la propria sopravvivenza presente e futura esclusivamente dalla generosità del suo
(com’è che viene detto?) “datore di lavoro”. Però chi sa di economia vede aprirsi a questo punto un
possibile pericolo. Una politica di bassi salari e di contenimento delle spese statali non resuscita il
rischio della crisi di sovra-produzione per la voragine che si apre tra l’offerta in aumento e i
consumi pubblici e privati in diminuzione? Certo che no, se dall’armamentario delle ricette
keynesiane non viene dismesso l’“ultimo rimedio”, che era però anche il più amaro, della spesa
militare, l’unica spesa dello Stato considerata da tutti e da sempre rispettabile. Così il Warfare
State (lo “stato del guerr-essere”) sopravvive alla fine del “secolo breve” per farsi criminale
compagno del Workfare State allo scopo di tamponare i vuoti che quest’ultimo finisce per
provocare nella domanda aggregata.
Insomma, per concludere che dire? Che, se ai tempi del “compromesso fordista-keynesiano”
gli alti salari e la spesa sociale avevano operato in sintonia per mostrare come il capitalismo fosse
infinitamente migliore del “comunismo realizzato”, adesso che il comunismo non c’è più si può
gettare alle ortiche quella maschera bonaria indossata per forza maggiore. Si possono ricombinare
elementi di dispotismo ottocentesco, come i bassi salari, e di aggressività novecentesca, come la
spesa militare, per passarli intatti al nuovo XXI secolo. Però a questo capitalismo del Duemila
senza più remore sarebbe utile dare da subito il nome più acconcio. E qui avanzo una proposta: se
nella seconda metà del Novecento il capitalismo è stato Welfare State, ossia “stato del benessere”,
questo che si annuncia oggi come se fosse il negativo del precedente potrebbe essere denominato lo
Stato del malessere (Un-welfare State), ma lo si potrebbe anche chiamare l’Unfair State, lo Stato
dell’ingiustizia di cui resterebbe soltanto da valutare quanto potrà durare.
Ma questo ce lo dirà solo la storia a venire.
Gattei Giorgio, Novecento (non è un romanzo), Bologna, 2006




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