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    Exclamation Ultimo omaggio a Leccisi

    Ultimo omaggio a Leccisi
    Il pomeriggio di giovedì a Milano; una cerimonia dignitosa

    E' stato dato l'ultimo saluto a Domenico Leccisi, l'uomo che, come sottolinea Staiti, ridiede l'orgoglio all'Italia sconfitta quando recuperò nottetempo con un colpo di mano la salma del Duce assassinato, il combattente sul fronte dell'est sempre volontario per le missioni speciali, superstite dell'ultima carica di cavelleria della storia, la nostra a Isbuschenskij, volontario in Rsi, sindacalista rivoluzionario e anima della sinistra del Msi.
    Al suo funerale un centinaio di Reduci e qualche militante degli Anni Settanta (pochi). Nessun partito; non solo An ma neppure Destra, Fiamma o Forza Nuova. Troppo distratti i partiti per ricordarsi di colui al quale forse più che a chiunque altro debbono la loro radice. Ma nulla di strano, non è un caso se sono ridotti alla destra terminale. E così Leccisi è partito per Lambrate dove sarà cremato prima di raggiungere, in urna, il comasco dove ha vissuto per decenni. Se n'è andato senza fanfara, senza tamburi e senza caciara. Dignitosamente com'è vissuto, con il medesimo tono vigoroso, virile e in sordina con il quale restituì il Duce all'Italia. Alalà!

    Gabriele Adinolfi 7/11/2008

    h ttp://www.noreporter.org/dettaglioArticolo.asp?id=12109
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    MILANO
    martedì 04 novembre 2008, 07:00
    Servello: «Nostalgico e irriducibile per amor di libertà»
    di Gianandrea Zagato

    La lunga vettura americana targata QC8112NY47 trasporta una cassa piuttosto corta, di legno chiaro avvolta da due fasce di lamiera. È la seconda automobile di un piccolo corteo che percorre il tragitto tra Cerro Maggiore e Forlì. È il 29 agosto 1957. Il corpo del duce sta compiendo l'ultimo viaggio. Ironia della sorte, ad accompagnare Benito Mussolini è chi quel corpo avrebbe dovuto proteggere, ma da vivo: Vincenzo Agnesina, questore di Milano con alle spalle trascorsi fascisti, responsabile della scorta personale di Mussolini proprio nei giorni in cui il duce era stato catturato.
    E guarda caso è sempre lui, l'ex capo della guardia presidenziale fascista che scopre, nel 1946, chi aveva trafugato il cadavere di Mussolini dal cimitero di Musocco. Chi? Domenico Leccisi, ventiseienne, originario di Molfetta. Un gesto, racconterà il fascista Leccisi, per «far sentire che eravamo vivi più che mai», un rito «per rendere una degna sepoltura e un cristiano funerale al duce, dopo il vilipendio di piazzale Loreto». Un gesto, un rito dedicato agli «sconfitti», ricorda oggi Tomaso Staiti: «Avevo 14 anni e quando arrivò la notizia ai miei genitori e a tutti gli "sconfitti", dissero: "C'è stato qualcuno che ha osato". E questo rimise in piedi la speranza». Quella «speranza» che Leccisi, dal carcere, dopo il ritrovamento della salma trafugata, aveva messo nero su bianco in una lettera indirizzata al presidente della Repubblica: «Si illude di aver stroncato il movimento fascista perché è stata recuperata di nuovo la salma di Mussolini. Non è vero: l'idea non muore».
    «In quel virgolettato c'è tutto Leccisi» chiosa Franco Maria Servello, sessant'anni di Fiamma, un passato e un presente da «vero conservatore», fedele ai «valori di sempre» ma aperto «all'esperienze della modernità». «Leccisi era un nostalgico, toccava le corde del passato. Mi ricordo ancora gli scontri dialettici di quegli anni del primo dopoguerra con Leccisi eletto in consiglio comunale a Milano insieme a me, al professor Manlio Sargenti e a Vincenzo Battigalli. Scontri tra lui, irriducibilmente fascista, e chi nel Msi senza rinnegare e nel nome del rinnovamento guardava al futuro». Come dire: «Leccisi aveva il gusto del bastian contrario, quello che tra l'altro lo spinse persino allo sciopero nei giorni della Repubblica sociale, con dimostrazione davanti alla prefettura di Milano». Fatti e misfatti che il trafugamento colorano da spy story: «Erano in tre, quella notte: Leccisi, Mauro Rana e Antonio Parozzi. Non sapendo dove mettere il corpo lo portano a Madesimo, dove uno dei tre ha una casa in affitto. Le autorità, intanto, ne arrestano uno. Gli altri, riportano la salma a Milano e la fanno girare per tutta la città fino ad affidarla a padre Parini del convento di Sant'Angelo». Undici anni dopo, nel 1957, Leccisi divenuto parlamentare, continua Servello, offre «il suo voto al governo monocolore dc presieduto dal predappiese Adone Zoli. In cambio? Che la salma del duce sia sepolta nella tomba dei Mussolini a Predappio». Il resto è il viaggio nella notte tra Cerro Maggiore e Forlì e il corpo del duce tornato in terra di Romagna. Finale di un'Italia venuta a patti con il nostalgico Leccisi, morto ieri a 88 anni, che, osserva il figlio Gabriele, fu «onesto oppositore alla defascistizzazione del Msi».

    h ttp://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=303528
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    LO SDEGNO DI DOMENICO LECCISI DI FRONTE AL VOLTAFACCIA DI FINI
    «Quel "maddaleno pentito" ha rinnegato i nostri morti»
    Leo Siegel C'è un libro, titolato "con Mussolini prima e dopo piazzale Loreto" che riproduce tra le altre la foto di una piazza del Duomo gremita all'inverosimile come non accadeva dalle adunate del Duce. Dal palco allora eretto all'ingresso della Galleria, parla lui, Domenico Leccisi. A fianco, il segretario missino De Marsanich. È il 1953, campagna elettorale per le politiche del 7 giugno.
    La Fiamma salirà al 5,8% eleggendo 9 senatori e 29 deputati. Tra questi, anche Leccisi, uomo di pensiero e di azione. È stato sindacalista nella Rsi, giornalista, Reggente del Servizio Economico dell'Unione Provinciale lavoratori dell'Industria. Belle cose, ma per la gente di allora Leccisi è soprattutto colui che nella notte tra il 22 e 23 aprile 1946 sfidando le istituzioni trafugò la salma di Mussolini da Musocco; che animò il Fascismo clandestino; che pagò con 23 mesi di carcere; e che, restituito alla libertà, dal 1951 è vulcanico segretario cittadino del Msi, nonché Consigliere Comunale.
    Per gli anziani, i nostalgici, una bandiera mai ammainata. Per i giovani, un mito. Sono i tempi delle manifestazioni studentesche per Trieste italiana, la Fiamma ha il monopolio delle piazze, nel capoluogo giuliano un corteo va all'assalto della sede del Fronte Sloveno, esplode un ordigno, resteranno invalidi Fabio De Felice e Cesare Pozzo. La componente giovanile del Msi avrà la forza di candidarli alle elezioni e di farli eleggere.
    In questo clima, ripeto, il carisma di Leccisi è altissimo. Sono appena un adolescente, quando l'amico comune per tifo interista Benito Barghini, me lo presenta nella sua trattoria toscana di Corso Monforte, proprio nel palazzo dove si acquartiererà poi la Giovane Italia. Ho i libri scolastici sottobraccio, tenuti insieme da un elastico come per economia si usava allora. Vengo dall'ennesimo sciopero con relativo corteo, nelle orecchie mi risuonano ancora le belle note de "Le ragazze di Trieste cantan tutte con ardore, oh Italia, oh Italia del mio cuore, tu ci vieni a liberar". In sottofondo i rintocchi delle campane di San Giusto. Brividi, emozioni forti, anche noi avevamo qualcosa e qualcuno da liberare.
    Leccisi mi salutò come si salutava allora, risposi impacciato con quello che consideravo un gesto ardimentoso.
    Rileggo Domenico dopo decenni, non è cambiato. Sempre guascone, sempre audace, si infervora, si batte. Quel che pensa lo scrive sull'Agenzia Alternative che, si duole, "i giornali cortigiani cestinano".
    Il tema dominante è quello del viaggio di Fini a Gerusalemme, che prima ha sollevato un coro di osanna, ed è poi scivolato nell'oblìo. «Soltanto la Padania - riconosce Leccisi con l'irruenza di chi è fermo sulle proprie posizioni - si è esibita su numerose pagine in attacchi al fulmicotone contro l'ultimo Giuda».
    All'Agenzia affida queste contestazioni. «Dal processo di Norimberga messo in scena e programmato nell'autunno del 1945 dai quattro vincitori, Usa, Gran Bretagna, Russia e Francia emerse che nessun italiano venne coinvolto come "criminale di guerra", per cui la posizione italiana-fascismo si differenziò nettamente da quella tedesco-nazista».
    E ancora: «Il processo ad Adolf Eichman, nell'aprile del 1961 a Tel Aviv, ed alcune circostanze venute alla luce risultano talmente evidenti da far ammettere alla pubblica accusa l'assoluta estraneità degli italiani alle deportazioni e l'aiuto prestato dalle autorità civili e militari italiane agli ebrei perseguitati. Questi sono i fatti che non trovano smentite». Da qui, la conclusione: «Oggi l'italia dei 300 mila soldati dell'esercito caduti nel secondo conflitto, e delle decine di migliaia di fascisti assassinati dopo il 25 aprile, non chiede perdono a nessuno e si erge contro l'antitalia dell'8 settembre e di chi fa mercimonio del loro sacrificio».
    Ciò premesso, Leccisi attacca Gianfranco Fini, il "maddaleno pentito", accusato di «incapacità di comprendere la bassezza della sua decisione di rinnegare oltre vent'anni della sua vita passati ad insegnar ai giovani la valenza della fede nazionale e del patriottismo». Denuncia «l'improntitudine di trasformarsi in storico quando si è pigmei, e si giunge sino a fare sberleffi e lanciar odio contro chi per lungo tempo è stato edificato a proprio maestro di vita».
    E definisce il pentimento di Tel Aviv «esilarante acquisizione di un'eredità, per la quale lui, e tantomeno il suo partito, hanno titolo».
    Giudizi pesantissimi, sul "maramaldo di An", che tuttavia rivelano l'innegabile sconcerto provocato dalle dichiarazioni di Fini, in veste di vicepresidente del governo italiano, soprattutto tra coloro che si sono sempre autodefiniti combattenti per l'onore, e che nella vicenda riscontrano invece i connotati del disonore.
    Dicevamo all'inizio del clamoroso trafugamento della salma di Mussolini che Leccisi giustificò sempre come «un atto di pietas cristiana, da inquadrarsi nel contesto di allora, quando era ancora nitida l'immagine del ludibrio di piazza Loreto. C'era chi tutti i giorni andava a vilipendere quei tumuli senza nomi e senza croci di Musocco, e nessuna autorità poneva fine allo sconcio».
    Lo confermò padre Alberto Parini, frate francescano del convento di Sant'Angelo (l'Angelicum) di Milano, coinvolto nella vicenda per aver ospitato in quel luogo sacro la salma del Duce. Al giornalista Pasquale Scarpa dichiarò infatti: «Io ho condannato in pieno la condotta di quei "patrioti" che hanno assassinato Mussolini senza neppure salvare le apparenze e gli interessi della giustizia, mentre così facilmente lo potevano, e detesto la ferocia con cui si infierì sul suo cadavere, dando al mondo uno spettacolo di inciviltà da tutti altamente riprovato e che tanto discredito gettò sul nostro Paese. E la cosa si fosse almeno fermata qui. Al cieco furore di un popolo molto si può perdonare; ma certa feccia, aizzata a scopi politici, non accennava a quietarsi e portava il proprio livore oltre il recinto sacro della morte». Poi padre Parini, che pure durante il Ventennio aveva subito un lungo confino, testimoniò: «Sono senza numero e repugnanti le oscenità commesse sul campo 16 nel cimitero di Musocco e le volgarità e le violenze contro i parenti che si recavano in visita pietosa agli estinti sepolti nella tragica zolla. L'autorità competente avrebbe dovuto provvedere a rimuovere questo sconcio, per il rispetto che si deve ai morti e al luogo sacro dove essi riposano, come anche per il buon nome d'Italia. Non averlo fatto è una colpa che se non giustifica, però basta abbondantemente a spiegare il trafugamento della salma di colui che per vent'anni fu il capo del governo italiano».
    Scrive ancora Leccisi: «Con i frati ebbi sempre un buon rapporto. Nel carcere di Fossombrone il cappellano don Remo Ortensi dallo spioncino della cella mi diceva: "Domattina i frati la saluteranno con il suono delle campane della loro Chiesa. Stia attento, i primi tre rintocchi sono per lei". Ed io, carcerato simile ad un ergastolano, tendevo l'orecchio fino a quando percepivo all'alba quel fraterno saluto, ritornando a sperare e a credere».
    Poi arriverà Gianfranco Fini.

    [Data pubblicazione: 04/01/2004]

    h ttp://www.lapadania.com/PadaniaOnLine/Articolo.aspx?pDesc=12772,1,1

  2. #2
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    Generazioni eroiche che se ne vanno... che da lassù possano guidarci a noi poveri mortali, che forse di loro non valiamo nemmeno un'unghia...

  3. #3
    Il domani appartiene A NOI...!
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    Camerata LECCISI ....Presente ....!!!

    Citazione Originariamente Scritto da Evoliano Visualizza Messaggio
    Generazioni eroiche che se ne vanno... che da lassù possano guidarci a noi poveri mortali, che forse di loro non valiamo nemmeno un'unghia...
    .... Già ........!

 

 

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