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    Predefinito Qualcuno ammette (finalmente) che l'ebraismo sia più vicino all'islam ...

    Il riconoscimento diplomatico e lo scambio di ambasciatori arrivarono solo nel 1993

    Chiesa-Israele, difficili prove di dialogo

    Molti teologi sostengono come dal punto di vista dottrinale l’ebraismo sia più vicino all'Islam che al cristianesimo


    Nonostante oltre mezzo secolo di dialogo interreligioso ebraico-cristiano dopo la Seconda Guerra Mondiale, resta estremamente complicato il rapporto tra le due fedi. Reso ancora più complesso dall’annosa polemica sui cosiddetti «silenzi» di Pio XII durante l’Olocausto. E ciò per molti motivi, non ultimo quello della peculiare relazione di discendenza «filiale» tra Vecchio e Nuovo Testamento e le sue applicazioni dopo la sua revisione al tempo del Concilio Vaticano Secondo. È lunga la lista di teologi e studiosi di parte ebraica che sostengono come dal punto di vista dottrinale l’ebraismo sia molto più vicino all’Islam che non al cristianesimo.

    A ciò si aggiunga la forte resistenza offerta da larghi ambienti delle Chiese cattoliche orientali all’abolizione di concetti come «popolo deicida», o quello della necessità di punire gli ebrei per il loro rifiuto di riconoscere nel Cristo il superamento della loro fede, avanzati dall’Enciclica Nostra Aetate nel 1965. Ma si aggiunga anche la radicata ostilità diffusa negli ambienti ortodossi ebraici (elemento questo di cui si parla poco) nei confronti dei «goyim» (non-ebrei) in generale e della Chiesa cattolica in particolare. Con queste premesse, risulta più comprensibile come mai si giunse al pieno riconoscimento diplomatico e allo scambio di ambasciatori tra Israele e Santa Sede solo nel 1993. Nei primi anni dopo la sua nascita, nel 1948, lo Stato di Israele compì diversi passi per ottenere le piene relazioni con la Santa Sede.

    Da parte cattolica queste offerte vennero però rifiutate chiedendo prima di affrontare la questione di Gerusalemme (il Vaticano avrebbe voluto renderla una città internazionale), quindi il regolamento dei Luoghi Santi e dei profughi palestinesi fuggiti (e in certi casi espulsi) dalle loro case, tra cui vi erano alcune decine di migliaia di cristiani. L’impasse per lungo tempo fu totale. Tanto che, soltanto dopo gli accordi di Oslo tra il governo di Ytzhak Rabin e l’Olp di Yasser Arafat, la Santa Sede accettò di regolarizzare i rapporti. E da allora restano aperti alcuni aspetti delle loro applicazioni pratiche, tra cui la tassazione delle proprietà cattoliche in Terra Santa, nelle zone soggette alla sovranità israeliana, e lo status del suo personale religioso. Va comunque aggiunto che sono aperti contenziosi scottanti anche con l’autorità palestinese in Cisgiordania e Gaza, resa tra l’altro ancora meno affidabile dopo lo scoppio della scontro aperto tra Olp e Hamas islamica.

    Lorenzo Cremonesi

    Fonte: Corriere della sera, 9.11.2008

  2. #2
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    era ora

  3. #3
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    eh eh eh...

  4. #4
    Ut unum sint!
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    alla fine tutta questa bufera intorno a PioXII credo sia il classico male che non vien per nuocere... che Cristo, alla guida della sua Chiesa, sappia trarre il bene anche da questo!
    UT UNUM SINT!

  5. #5
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    il rabbino Zolli deve fare scuola!

  6. #6
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    Talking Io mi chiedo adesso cosa direbbe Benedetto XVI

    «A me rabbino ha detto: sei la mia radice»

    L'allora Card. Ratzinger a Rav David Rosen «Tutto ciò che ha un significato religioso per te, lo ha anche per me, perché tu sei la mia radice».


    Inizierà ufficialmente il suo ministero proprio mentre il mondo ebraico celebra Pesah, la Pasqua. Ed è una coincidenza che il biglietto inviato ieri al Rabbino capo di Roma ha reso ancora più significativa. Anche da Gerusalemme si guarda con grande attenzione ai primi passi di Benedetto XVI. Ce lo conferma rabbi David Rosen, uno dei protagonisti del dialogo tra il Vaticano e i «fratelli maggiori» incoraggiato in questi anni da Giovanni Paolo II. «Conoscete il detto - scherza -: se hai due ebrei ci sono tre opinioni... Generalmente parlando, però, la reazione del mondo ebraico è positiva perché gli atteggiamenti di Benedetto XVI nella promozione del dialogo e le sue condanne dell'antisemitismo sono state sempre molto chiare. Ci si aspetta che vada avanti nella direzione indicata da Giovanni Paolo II».

    Ha dei ricordi personali del nuovo Papa?
    L'ho incontrato tante volte. La prima fu quindici anni fa, l'ultima ad Assisi nel 2002, in occasione della giornata di preghiera per la pace. Nel febbraio 1994, poi, poche settimane dopo la firma dell'accordo che ha reso possibili relazioni diplomatiche piene tra il Vaticano e la Santa Sede, organizzammo un congresso qui a Gerusalemme con la presenza di 600 leader cristiani ed ebrei di tutto il mondo. Fu proprio l'allora cardinale Ratzinger a tenere l'intervento principale. Ricordo perfettamente le sue prime parole: la storia delle relazioni tra cattolici ed ebrei - disse - è piena di lacrime e sangue. Il buio ha avuto il suo momento culminante ad Auschwitz. Ma quel momento - aggiunse subito - ha reso la riconciliazione e il ristabilimento di buone relazioni tra di noi più urgente che mai.

    Che cosa deve al teologo Ratzinger il dialogo ebraico-cristiano?
    Per il dialogo tra cattolici ed ebrei uno dei documenti recenti più importanti è stato quello pubblicato nel 2001 dalla Pontificia Commissione biblica con il titolo «Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana». Fu proprio Ratzinger a dare l'imprimatur a quel testo e a stendere un'introduzione molto significativa. È un documento che sottolinea la centralità del popolo ebraico e delle sue Scritture per il cristianesimo. Ma ha anche un passaggio molto interessante sulla nostra convinzione che il Messia non sia ancora venuto. La descrive come parte essa stessa del piano divino per la salvezza dell'uomo: l'attesa ebraica, si dice, ricorda come il mondo non sia stato ancora pienamente redento. È un'idea affascinante. Non dimentichiamo che una delle maggiori accuse che in passato i cristiani hanno rivolto a noi ebrei è stata il fatto di non aver riconosciuto il vero Messia. Era diventata una giustificazione per atti terribili. Ora, nel documento della Pontificia Commissione biblica, questo stesso atteggiamento è interpretato come qualcosa di positivo. Significa che la grande trasformazione teologica ormai è avvenuta.

    L'allora cardinale Ratzinger, però, nel 2000 firmò anche la dichiarazione «Dominus Iesus» che fu contestata duramente da alcune voci ebraiche.
    È vero, ci furono reazioni negative. Però bisogna anche ricordare che in seguito proprio lui pubblicò un articolo sull'Osservatore Romano riguardo alla comune eredità di Abramo nostro padre. In quel testo diceva chiaramente che nella Dominus Iesus si affrontava il tema del rapporto con le altre fedi. E siccome l'ebraismo sta alla radice della fede cristiana, non rientra nella stessa categoria. Anche questa è un'affermazione molto interessante. Già quando lo incontrai la prima volta, quindici anni fa, dialogammo a lungo sulla teologia. E a un certo punto mi disse: «Tutto ciò che ha un significato religioso per te, lo ha anche per me, perché tu sei la mia radice».

    Quali ulteriori passi il dialogo ebraico-cristiano potrebbe compiere sotto papa Benedetto XVI?
    Come ho detto, non credo ci siano grandi questioni teologiche ancora da affrontare. Penso anche che sulla Shoah noi ebrei non dobbiamo aspettarci passi in avanti rispetto al documento del 1998 «Noi ricordiamo». Rimarrà anche il giudizio diverso rispetto a Pio XII. Ragionando in termini realistici, dunque, la mia speranza maggiore è che Benedetto XVI invii ai cattolici un'istruzione in cui si dica che gli insegnamenti di Nostra Aetate e tutto ciò che ne consegue devono essere parte integrante dell'educazione di ogni cattolico e in maniera speciale della formazione dei sacerdoti. Perché dove ci sono comunità ebraiche che vivono accanto a comunità cattoliche, l'interiorizzazione del nuovo atteggiamento è facile. Ma dove ci sono solo grandi comunità cattoliche (penso all'America Latina, all'Africa o a certe zone dell'Asia) molti cattolici non sanno neppure che cosa sia la Nostra Aetate.

    Appena eletto Benedetto XVI ha risposto con un messaggio all'augurio espresso dalla Comunità ebraica di Roma.
    È stato un gesto molto bello. Anche i giovani ne hanno capito subito la portata. Tra l'altro inizia con la benedizione che utilizziamo ogni giorno nella nostra liturgia. Penso sia una dimostrazione della sua familiarità con noi. Già queste parole dicono il desiderio di valorizzare la nostra comune radice.

    Dopo Montini e Wojtyla si aspetta che anche Papa Ratzinger venga in visita a Gerusalemme?
    Non sono profeta, né figlio di profeta. Ma spero di sì.

    Fonte: Avvenire, 23.4.2005

  7. #7
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    Noè procedeva con Dio, l'universalismo ebraico

    Conversazione del 17.1.2002 al Seminario Maggiore - S. Giovanni Laterano
    Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra Cristiani ed Ebrei

    Rav. Riccardo Di Segni


    ... Omissis ....

    Si discute se la divinità di Gesù possa essere compatibile, per un non ebreo (perchè per l'ebreo non lo è assolutamente), con l'idea monoteistica. La risposta a questa domanda nella teologia ebraica, come c'era da aspettarselo, non è univoca: c'è chi la nega fermamente, c'è chi l'ammette a certe condizioni. La conseguenza è che secondo l'opinione rigorosa il cristiano potrebbe non essere nella strada per la salvezza.

    .... Omissis ....

    La domanda che allora si pone è se vi siano alternative a questo dialogo tra sordi, che rischia di diventare irrispettoso e indecoroso per la dignità di ognuno. Posso provare a immaginare due scenari, diversi ma non necessariamente contraddittori. Il primo è di tipo essenzialmente teologico, il secondo prevalentemente politico. La prima soluzione si riferisce alla possibilità di elaborare in entrambe le parti una dottrina che potremmo chiamare, con un nome indicativo, di salvezza parallela. I cristiani dovrebbero arrivare ad ammettere che gli ebrei, in virtù della loro elezione originaria e irrevocabile, e del possesso e dell'osservanza della Torà, possiedono una loro via autonoma, piena e speciale verso la salvezza che non ha bisogno di Gesù. Non basta dire, come si è fatto proprio recentemente e con un lodevole sforzo di elaborazione dottrinale, che la nostra "attesa non è vana" perché serve a stimolare i cristiani; bisogna dire che noi valiamo in quanto tali e nessuno deve giustificare la nostra fede in funzione di altre. Le conseguenze sarebbero, in concreto, la fine di ogni tentazione cristiana di trasformare il dialogo in un sistema di dolce persuasione, demotivando le diffidenze ebraiche.Da parte ebraica a questo movimento dovrebbe corrispondere l'affermazione del principio che la fede in G. non sia incompatibile, beninteso per i cristiani, non per gli ebrei, con il culto del D. unico. Principio che è accettato in tradizioni autorevoli dell'ebraismo, ma che dovrebbe diventare prevalente e maggioritario. Ne deriverebbe da parte ebraica una maggiore comprensione della spiritualità cristiana.

    .... Omissis ....

    Fonte: Morashà

  8. #8
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    In buona sostanza, l'allora rabbino capo di Roma proponeva una sorta di "scambio": se i cristiani avessero riconosciuto una via parallela di salvezza, che prescindesse da Gesù, unica ed esclusiva, riservata agli ebrei, questi ultimi avrebbero accettato che i cristiani non sarebbero più da considerarsi come politeisti.
    L'idea di fondo è che i cristiani non sono monoteisti!
    Di qui la totale incompatibilità ontologica e teologica con il giudaismo talmudico, con la consgeuenza che il Cristianesimo non può dirsi derivante da questo.
    L'ulteriore precipitato è che la famosa ed infelice espressione di Giovanni Paolo II - una tra le tante! -di ebrei quali "fratelli maggiori" va a farsi .... ehm .... benedire .....
    Insomma, Giovanni Paolo II ne aveva sparata una delle sue
    A maggior ragione salta in aria l'idea di Benedetto XVI di vedere nell'attuale giudaismo una radice del Cristianesimo

  9. #9
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    Presenza Reale

    Maurizio Blondet


    15.10.2006

    Antico signore milanese, medico, poligrafo e pittore, Gabriel Mandel - forse di ceppo afghano e forse ebraico - è il vicario della confraternita turca dei Jerrahi Halveti in Italia. Una specie di vescovo sufi, assai ortodosso e sanamente estraneo, mi pare, ad ogni fisima «esoterica».

    Mi ha mandato l'ultimo dei suoi libri, «Islam» (Electa, 20 euro): che ho sfogliato attratto dapprima soprattutto dalle interessanti illustrazioni. Ma vi ho scoperto notizie che mi hanno stupito, e su cui dovrebbero riflettere anche i musulmani.
    Anzitutto le illustrazioni stesse.

    Scopro che le immagini d'uomini e di animali sono vietate solo nei luoghi di preghiera; ma l'arte islamica, specie sciita persiana e turca, pullula di quadri e affreschi diciamo profani, più esattamente «storici», pieni d'uomini; anche Maometto è raffigurato, spesso ma non sempre con il viso coperto da un fazzolettino. L'iconoclastia è dunque meno rigorosa di quella che prescrive il retrivo wahabismo saudita.

    Un'altra scoperta: nel 621, Maometto viene invitato a Medina (Yathrib) da una delegazione di notabili medinesi «perché, a causa dell'immigrazione di cattolici fuggiti dai territori bizantini perché perseguitati dagli ortodossi», a Medina «si è rotto l'equilibrio di potere socio-economico tra arabi, ebrei e cristiani».

    Sicchè i delegati chiedono a Maometti di andare a Medina «in veste di coordinatore socio-politico». Interessante, mi pare, per molti versi (fra cui noto i cattolici perseguitati dagli ortodossi, che si sentono più sicuri a Medina), ma curioso soprattutto questo: Maometto come mediatore culturale in una società insieme tribale ma dove sono a contatto genti di fedi diverse.
    Non è un compito che i notabili di Medina avrebbero affidato a un fanatico privo di senso del compromesso e della conciliazione.

    Fatto è che l'Islam nasce fin da subito in un ambiente umano dove convivono, certo non senza tensione e conflitti, fedi diverse, e ci si sforza di andare d'accordo chiamando un noto «mediatore culturale». Non c'è molto integrismo né purismo.

    Lo conferma anche la varietà e il numero prodigioso delle mogli di Maometto: alcune sposate di sicuro per costituire «legami di sangue» (politici) con le tribù arabe, altre per passione, come la giovanissima Aisha, l'unica ancora vergine perché non reduce da un precedente matrimonio.

    Un'altra, Zaynab bint Jahsh, divorziò volontariamente dal primo marito per sposare Maometto, «di cui pare fosse innamoratissima»: fatto dove, più della libertà di costumi, mi stupisce l'autonomia delle donne in quel primo mondo musulmano.

    Del resto anche Khadija, la prima moglie, la ricca vedova padrona di una «carovana» ossia di una linea commerciale, fu lei a mettere gli occhi sul giovane carovaniere. Fu lei a scegliere lui.

    Maometto sposò anche un'ebrea. E sposò una cristiana, Maria la Copta, che rimase sempre cristiana e a cui non fu imposto di convertirsi. Da Maria Maometto ebbe un figlio, Ibrahim: non fosse morto a due anni, chissà quali interessanti complicazioni avrebbe portato nella storia delle religioni.

    Ma tutti i figli maschi di Maometto morirono, come se fosse scritto che non dovesse restare una «dinastia» profetica.Restarono le femmine, e le trame che le troppe mogli (Aisha in specie) subito tramarono per la successione e che subito degradarono l'Islam in divisioni e sedizioni.

    Spicca la figura del genero, Ali: nella battaglia di Uhud ruppe la spada e il profeta gli donò la propria, di nome Dhu alFiqar, «quella a due punte». Segno di predilezione, ma gli intrighi di Aisha sottrassero ad Ali il legittimo califfato: ingiustizia su cui si basa lo scisma degli sciiti, seguaci e devoti di Ali. Del resto il califfato implicava la trasmissione dei soli poteri temporali; il dono profetico moriva con Maometto.

    Ma su un punto mi preme soffermarmi, sul Corano. Dice Mandel, lucido e chiaro: «Il suo corpus rappresenta per i musulmani ciò che il 'corpo di Cristo' rappresenta per i cristiani». Dunque, è di Presenza Reale che si tratta, per gli islamici. E dunque, si capisce che cosa fanno quei soldati americani che ad Abu Ghraib o a Guantanamo, come tortura aggiuntiva ai prigionieri islamici, in loro presenza gettano il Corano nei cessi.

    Ma loro non possono nemmeno capire: vengono da una «religione» protestante, che per principio ha rifiutato la Presenza Reale cristiana, l'Eucarestia.

    Questa è la differenza cruciale: quando una religione non ha la Presenza Reale o, come l'ebraismo, l'ha persa (1), si riduce a sermoni, moralismi, elucubrazioni, talmudismi orizzontali. Non è più una religione, o è una religione vuota, un cibo che non nutre. Perché la religione, come dovremmo sapere noi cristiani, prima che un sistema di dogmi o di libri, è anzitutto Nutrimento: pane e vino. E «chi non mangia la Mia carne e non beve il Mio sangue, non entrerà nel Regno dei Cieli».

    Potete non credere al Corano, ma come cristiani non potete gettarlo nel cesso: per i musulmani è il nutrimento, ciò che ne fa, dopotutto, qualcosa di più di una precettistica e di un insieme di norme legalistiche.

    Non è nemmeno possibile rendere pan per focaccia ai soldati americani: cosa potremmo gettare nel cesso per offenderli nella loro fede? La foto di Jerry Falwell, o di un altro dei loro telepredicatori?

    Basta immaginarlo per capire che, da cattolici, siamo più lontani dai protestanti che dagli islamici. Noi, come loro, abbiamo - crediamo di avere - la Presenza Reale. Dio fra noi.

    E' alla Presenza Reale che ci rivolgiamo intimamente volgendoci al tabernacolo di una qualunque chiesa; ad Essa parliamo intimamente, ci confessiamo peccatori, chiediamo aiuto e grazie; noi LA mangiamo, i musulmani la recitano.

    Proviamo a pensare che i nostri nemici ci gettassero nel cesso l'Eucarestia, se siamo credenti, come vivremmo questo gesto.

    Perciò noi, e non i luterani e gli altri fanta-protestanti che pullulano in USA, possiamo rispettare il Corano: rispettiamo almeno la sacra intimità a cui credono gli islamici, la Presenza a cui si rivolgono. E «non fate agli altri quello che non vorreste essere fatto a voi».

    Immagino che, adesso, riceverò le solite mail che mi danno del filo-islamico; di quell'Islam che perseguita i cristiani, eccetera (i 650 mila morti iracheni dei protestanti ci pesano meno, non vi vediamo una persecuzione).

    Un lettore mi ha esortato ad abbandonare questo filo-islamico, e mi assicura che le altre fedi «sono tutte schifezze»: lui è padrone di crederlo, ma gli faccio notare che il suo atteggiamento è proprio quelli dei Talebani, non dei cristiani ed europei.

    Questa animosità che cresce e che è indotta dai media, mi domando se non venga poi da una scarsità nella nostra fede e nel nostro Nutrimento.

    Certo viene da paura e paranoia contro l'Islam, il nemico storico «che ci aggredisce» e che «ci vuol convertire». Padronissimi; quanto a me, cerco di attenermi al comportamento delcoraggioso e del soldato. Se ci sarà da combattere, si combatterà. Ma per intanto, si può bere il tè offerto dall'ospitale nemico, ed ascoltare da lui le storie per niente puriste della sua cultura, e stupirsi dei modi diversi in cui gli uomini si «nutrono».

    Naturalmente anche in questo atteggiamento ci sono dei rischi di cui occorre essere consapevoli.

    Lo suggerisce un reperto imbarazzante che Gabriel Mandel espone a pagina 89. Si tratta della croce pettorale rinvenuta nella tomba, risalente al 1301, del padre provinciale dei Templari per la zona di Alicarnasso, tomba trovata davanti alla chiesa templare sulla costa egea, vicino ad Efeso.

    Sulla croce c'è un volto barbuto, con il turbante tipico dei muftì: è forse il «Bafometto» che i Templari furono accusati di adorare, corruzione del nome Maometto?

    Questa testimonianza, oggi conservata ad Ankara nel deposito dei beni archeologici del ministero dei Beni Culturali turco, dice Mandel, «renderebbe attendibile l'accusa, e forse per ciò si preferì non pubblicare mai questo reperto prima d'ora».

    Un duro colpo, per un ammiratore dei Templari. In ogni caso, ecco, non si farà così.

    Ad ognuno la sua Presenza Reale, senza commistioni ed «essoterismi».

    La nostra, è Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo.
    ---------------------------------------------------------------------------
    NOTE

    1) Per gli ebrei, nel Tempio di Gerusalemme vigeva la Presenza Reale (di Dio Padre), e siamo tenuti a crederlo anche noi cattolici. Quando Cristo dice: «Sarà lasciata la vostra casa deserta», è all'abbandono del Tempio da parte della Presenza Reale che allude. Coi loro lamenti al «muro del pianto», lo sappiano o no, gli ebrei lamentano la scomparsa della Presenza Reale in mezzo al loro popolo, il fatto che la loro religione è diventata vuota, che non «giustifica» (santifica) più; tutto il resto, il proliferante Talmud e il ballare attorno alla Torah, sono surrogati illusorii del vero cibo, che non placano nessuna fame. Lo sanno tanto bene, che ora che hanno riconquistato Gerusalemme, molti ebrei si preparano a ricostruire il Tempio e a rifare il rito dell'agnello, per «costringere» la Presenza Reale a tornare; già annunciano la nascita della giovenca rossa, animale essenziale per il rito, ottenuta con manipolazioni genetiche. Se un giorno il rito avverrà nel Tempio ricostruito, sarà dunque un altro atto di violenza ottenuto con la magia e la necromanzia (tale è la manipolazione dei geni), una hubrys inaudita contro la Presenza Reale.

    FONTE

  10. #10
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    Un bel "chissenefrega" di quel che pensano gli ebrei, ce lo possiamo mettere?

 

 
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