Università, la giungla dei corsi fantasma:
1.469 hanno meno di 15 iscritti
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di Anna Maria Sersale
ROMA (11 novembre) - La corsa alla moltiplicazione delle cattedre ha prodotto enormi distorsioni. L’università degli sprechi è ingolfata da una selva di corsi di laurea, di cui molti con pochi immatricolati e pochi iscritti. Non sempre necessità formative giustificano il mantenimento di corsi con un gruppetto esiguo di frequentanti. Certo, ci sono settori specialistici che vanno comunque salvati. Nè si può ragionare solo in termini numerici.
Tuttavia i dati statistici del ministero dell’Università sono allarmanti: abbiamo 40 corsi con un solo immatricolato, 767 con dieci o meno immatricolati e 1.260 con 15 o meno immatricolati. Inoltre abbiamo 235 corsi con un solo iscritto, 1.109 con 10 o meno iscritti e 1.469 con 15 o meno iscritti. La gran parte sono di area sanitaria. Riguardano professioni che vanno dall’ostetricia alla dietistica, all’ortottica, alla radiologia medica, all’igiene dentale, alle tecniche di neurofisiopatologia, alle tecniche diagnostiche o audiometriche.
Ma il problema dei corsi di laurea con pochissimi immatricolati riguarda anche altri settori. Spesso le università si sono fatte concorrenza a suon di sigle e hanno cercato di attrarre iscritti con titoli che promettevano specializzazioni da utilizzare con facilità sul mercato del lavoro.
Ma se le università si sono gonfiate di corsi sanitari semideserti lo devono a una legge del 1999 che prevede un accordo Stato-Regioni secondo cui gli atenei sono obbligati a garantire le specializzazioni sanitarie. «Sì, la programmazione di quei corsi non è nostra - spiega Andrea Lenzi, presidente del Consiglio universitario nazionale - Ogni regione può dire quest’anno mi serve un audiometrista in più, ho bisogno di un ostetrico, e le università del territorio provvedono. La programmazione sanitaria è regionale. In realtà per gli atenei sono corsi in perdita, non c’è dubbio che questa materia andrebbe tutta rivista. Però questo non è uno scandalo delle università, le colpe vanno addebitate alle regioni»
«Parliamoci chiaro - continua Lenzi - per gli atenei questi corsi sono un guaio, anche perché il ministero per gli studenti di questi corsi paga la metà della quota pro-capite, perché sostiene che costino meno. La verità è che siamo costretti a tenerli in piedi a prescindere dal numero degli iscritti. Quanto ai corsi con meno di 15 iscritti, rilevo un errore del ministero. I dati vengono solitamente rilevati mentre sono ancora aperte le immatricolazioni, così che i numeri sono spesso falsati».
Ma c’è una giustificazione per tutto? «No - ammette il presidente del Cun Lenzi - Ci sono corsi inutili, non potrei negarlo. Corsi che vanno chiusi, eliminati. Però attenti a non cancellare specializzazioni preziose, solo perché sembrano strane o poco comprensibili. Prima di tagliare mi auguro che ci sia una revisione».
E di revisione parlano anche i rettori Luigi Frati della Sapienza e Renato Lauro di Tor Vergata. Dice Lauro: «Con il 3+2 c’è stata ovunque una proliferazione di corsi, anche perché in periodi di scarsezza di risorse avere molti studenti significa aumentare le entrate. Però la politica di attrarre studenti non sempre paga. Nel senso che ci siamo ritrovati con dei corsi sguarniti, che sono diventati un peso e che in certi casi non hanno neppure aiutato gli studenti ad inserirsi nel mercato del lavoro».
Ma il ministro dell’università Mariastella Gelmini ipotizza tagli e invita gli atenei a rivedere i corsi in attesa di dettare criteri per la formazione e il mantenimento di un corso di laurea. Intanto, qualche cosa si muove. Frati della Sapienza è già al lavoro con il suo staff per innalzare i livelli “minimi” di frequenza dei corsi e Lauro di Tor Vergata ha già preso una decisione: «D’accordo con il Senato accademico abbiamo stabilito che con meno di 30 studenti il corso non parte. Ci potrà essere qualche eccezione, ma sarà valutata di caso in caso».
Il problema dei corsi con pochi iscritti, comunque, è ben più ampio. Non riguarda solo le 22 professioni sanitarie. Basta esaminare la banca dati del ministero dell’università per scoprire una lunga lista di corsi con due, tre, quattro, sei, dieci o quindici immatricolati. I dati sono relativi alle lauree triennali dell’anno accademico 2007-2008. Ecco qualche esempio. Nella facoltà di Scienze e tecnologie chimiche di Parma il corso di laurea in Scienza e tecnologia del packaging ha 15 immatricolati, così Tecniche erboristiche della facoltà di Scienze farmaceutiche a Perugia. Ancora 15 iscritti a Milano-Bicocca nel corso di Tecnologie orafe della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali. Idem per Archeologia del Mediterraneo a Enna. Passiamo a 14 immatricolati per il corso di laurea in Protezione delle piante della Statale di Milano; a 13 per Scienze della Sicurezza economica finanziaria di Tor Vergata; ancora 13 immatricolati a Gestione e tecnica del territorio dell’università Mediterranea di Reggio Calabria; 13 a Tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro della facoltà di Medicina della II Università di Napoli, sede di Sant’Angelo dei Lombardi.
Anche Filosofia a Cassino ha registrato solo 13 immatricolati, 12 Politica del territorio dell’università di Trieste, sede Gorizia. Scarso anche il corso di laurea in Produzioni vegetali, con 12 immatricolati, nella sede di Lamezia Terme, dipendente da Reggio Calabria. Ancora 12 nel corso di Formatore per l’e-learning e multimedialità di Macerata. Ingegneria per il territorio e l’ambiente di Rieti, sede distaccata della Sapienza, ha 11 immatricolati. Fisica e Tecnologia avanzate a Siena ne ha 10, Chimica applicata a Firenze 11; Scienze dell’Ambiente a Isernia 11; Gestione degli agrosistemi a Perugia 10; così a Padova e a Feltre Tecniche della prevenzione; Ingegneria agroindustriale a Celano, sede distaccata dell’Aquila, anch’esso 10 immatricolati: Ingegneria agroalimentare a Campobasso 9; Diritto dell’Ambiente a Teramo 8; Operatore giuridico a Enna 8; Scienze biologiche a Palermo 7; Biotecnologie alimentari alla Parthenope di Napoli 6; Educatore e divulgatore ambientale a Viterbo 4; fino ad avere uno o due immatricolati nei corsi sanitari sparsi in tutta Italia, da Tecnica della riabilitazione psichiatrica di Taranto, dipendente dall’Università di Bari a Igiene dentale di Brindisi, a Tecniche di neurofisiopatologia di Firenze e così via per centinaia di corsi.
http://www.ilmessaggero.it/articolo....ez=HOME_SCUOLA
E intanto gli studenti a fianco dei baroni universitari protestano contro i tagli.
Si dovrebbero VERGOGNARE!![]()





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