Non è l'anniversario, ma...


Beppe Alfano

Giuseppe Aldo Felice Alfano detto Beppe (Barcellona Pozzo di Gotto, 1945 – Barcellona Pozzo di Gotto, 8 gennaio 1993) è stato un giornalista italiano, ucciso per mano della mafia.

Giornalista e politico
Frequentò la facoltà di Economia e Commercio all'Università di Messina dove conobbe Mimma Barbarò, sua futura moglie. Dopo la morte del padre lascia gli studi e si trasferisce a Cavedine, vicino a Trento, trovando lavoro come insegnante di educazione tecnica alle scuole medie e ritornando in Sicilia nel 1976. Appassionato di giornalismo e militante di destra (in gioventù fu militante di Ordine Nuovo e poi del MSI-DN), Alfano comincia a collaborare con alcune radio provinciali, con l'emittente locale Radio Tele Mediterranea ed è corrispondente de La Sicilia di Catania.

Le inchieste sulla mafia e il malaffare in Sicilia
La sua attività giornalistica è rivolta soprattutto verso uomini d'affari, mafiosi latitanti, politici e amministratori locali e massoneria. La sua operosità e il suo lavoro diedero fastidio a più di una persona. La notte dell'8 gennaio 1993 fu colpito da tre proiettili mentre era alla guida della sua auto in via Marconi a Barcellona. Alla morte seguì un lungo processo, tuttora non concluso, che condannò un boss locale all'ergastolo per aver organizzato l'omicidio, lasciando ancora ignoti i veri mandanti. Al momento la figlia Sonia Alfano è molto impegnata nel preservare la memoria del padre e i diritti delle vittime della mafia, oltre che nel condurre un'intensa attività informativa relativamente alla criminalità organizzata.
http://it.wikipedia.org/wiki/Beppe_Alfano


Ucciso l'8 gennaio 1993 perché "parlava troppo"
Beppe Alfano, il professore dimenticato

Era un "semplice" professore con la passione per il giornalismo o, come sarebbe più giusto dire, per la verità. Giuseppe Alfano, di 42 anni, insegnava educazione tecnica nella scuola media del paese vicino e come hobby scriveva da corrispondente per La Sicilia, il quotidiano catanese. Quando il territorio di Messina era ancora considerato "provincia babba" (cioè priva di presenza mafiosa, in linguaggio di Cosa nostra), lui si ostinava a descriverlo come una zona franca per latitanti e affari mafiosi, fiorenti proprio in virtù di quel silenzio costruito. Era un "cronista rompicoglioni" Beppe Alfano, come scrisse Riccardo Orioles nel marzo di quell'anno sui Siciliani nuovi, eppure in tasca non aveva nemmeno il tesserino professionale: è stato infatti iscritto all'Ordine dei giornalisti solo dopo la sua morte, così come è avvenuto per Peppino Impastato e Mauro Rostagno. Ha dato la vita, insomma, per cinquemila lire a pezzo e una colonnina di piombo sul giornale in sua commemorazione, per poi essere sepolto, come tanti, nell'indifferenza.

La ricostruzione dell'omicidio
Era l'8 gennaio 1993, a Barcellona Pozzo di Gotto, nel Messinese. Beppe stava rientrando nella sua casa in via Trento. Si trovava ancora in via Marconi, la strada principale del paese, quando fu avvicinato da un uomo, forse un conoscente. Beppe accostò sulla destra, mise in folle e abbassò il finestrino del passeggero della sua Renault 9. Erano da poco passate le 23.20 quando esplosero tre colpi di pistola. A sparare fu una calibro 22, un'arma da professionisti. Fu il trentesimo omicidio mafioso quell'anno, troppi per un paese che conta appena 40mila abitanti.

In questi giorni esce in edicola il libro inchiesta di Valeria Scafetta, "Ammazzate Beppe Alfano. La storia di un giornalista sconosciuto", che mette in luce il suo impegno per la legalità e la sua passione per il giornalismo, ma anche la sua solitudine. I suoi compagni di partito lo lasciarono solo, infatti, come i suoi avversari. Alfano era un uomo di destra, vicino all'Msi prima e ad An poi, a dimostrazione che la lotta alla criminalità organizzata è trasversale agli schieramenti politici. D'altra parte "i primi a dimenticarsi dell'assassinio di mio padre - denunciò nel 2002 la figlia Sonia - sono stati proprio i responsabili della Sicilia. Fino a poche settimane prima della sentenza di Reggio Calabria abbiamo continuato a sollecitare la loro presenza nel processo (come parte civile, ndr), ma è stato inutile". In difesa della testata ha risposto il caporedattore Micio Tempio spiegando che "purtroppo la difficoltà di mandare avanti un giornale ha impedito di seguire direttamente la vicenda (processuale, ndr)".

Beppe Alfano non era un giornalista, ma ne aveva tutta la passione e l'intuito: aveva iniziato un'indagine (tuttora in corso) sul traffico internazionale di armi che passava - secondo le sue intuizioni - nella zona di Messina. Aveva forse contribuito anche alla cattura del boss Nitto Santapaola nel 1993 e aveva aperto il coperchio della massoneria deviata che speculava sul traffico di arance avvalendosi delle sovvenzioni europee. Toccava direttamente interessi di imprenditori locali, insospettabili: "Si era avvicinato ad accusare - dice la Scarletta - qualcuno che veniva considerato e forse viene tuttora ritenuto un intoccabile".

Il suo omicidio ha messo in luce la condizione dei giornalisti di provincia che spesso, senza nemmeno alcuna tutela sindacale, si sovraespongono e restano vittime di una criminalità rozza e sanguinaria.
Valerio Droga (26 gen 06)

http://www.ateneonline-aol.it/060125vlad.php