Venerdì 28 novembre Veltroni ha convocato a Roma tutti gli aspiranti candidati-sindaco del Pd fiorentino, che da mesi hanno apetto la corsa alle primarie spaccando un partito già in grave difficoltà a causa degli insuccessi della giunta Domenici. In lizza ci sono Lapo Pistelli (provenienza Margherita ma fortemente appoggiato dalla segreteria nazionale), Graziano Cioni (l’assessore Sceriffo), il giovane Matteo Renzi, presidente della Provincia ex rutelliano, e la pasionaria Daniela Lastri, appoggiata dalla sinistra ds. Le acque della politica fiorentina erano già molto increspate, ma ora sono diventate torbide perché nella partita sono entrati tre convitati di pietra di cui tutti dovranno tener conto: Salvatore Ligresti, il procuratore Quattrocchi e una signora sconosciuta. Il primo è uno degli imprenditori più noti d’Italia. Il secondo è un magistrato tutto d’un pezzo appena arrivato da Lucca dove ha messo sotto inchiesta diverse amministrazioni comunali. Poi c’è, appunto, una signora che ha messo nei guai il più noto dei quattro aspiranti sindaco: Cioni, appunto, deus ex machina della giunta Domenici con ben dodici deleghe, dalla sicurezza alla beneficenza.
Il problema è che su questa partita correntizia tra ex comunisti ed ex democristiani è piombata una vicenda giudiziaria dirompente, perché riguarda l’area di Castello, quella che alla fine degli anni Ottanta doveva ospitare il progetto Fiat-Fondiaria che però fu bloccato in extremis dall’allora segretario del Pci Occhetto perché disse di "sentire puzza di bruciato". Si tratta di un nodo intricato e delicatissimo, perché attiene allo sviluppo di Firenze nei prossimi decenni riguardando il trasferimento di gran parte degli uffici pubblici del centro nella zona di Castello. Lì lo spazio c’è, 168 ettari che valgono oro, e nel punto giusto, tra la città e l’aeroporto: il proprietario è Ligresti, che da otto anni tratta con Comune, Provincia e Regione. Proprio questa lunga trattativa - ora bloccata dal sequestro dell’intera area ordinato dal gip - è la polpa dell’inchiesta giudiziaria che tiene in ansia tutto il Pd. La cui base, come ha detto Sergio Staino, è colpita non tanto dal sospetto di corruzione - anche se i dubbi ci sono, eccome -ma "dal metodo di gestione del potere, una gestione elitaria, decisa tra cene e caminetti, quasi mai trasparenti".
Intanto l’assessore all’urbanistica Biagi è stato costretto a dimettersi dopo la pubblicazione di una serie di intercettazioni assai compromettenti, almeno dal punto di vista politico, ed è finito nella bufera anche il segretario cittadino del Pd, il quale aveva chiesto per sé dieci ettari della lottizzazione. Un brutto pasticcio, insomma, sul quale si è innescata anche un’accusa di violenza privata contro l’assessore Cioni, che avrebbe fatto terra bruciata intorno a una collaboratrice che alle primarie gli aveva voltato le spalle.
E’ chiaro che l’inchiesta giudiziaria sul sistema di potere della sinistra potrà avere un ruolo cruciale nella campagna per le amministrative di primavera. L’eredità lasciata da Domenici è pesantissima, e i dilemmi sono soprattutto tre: la tramvia dovrà passare o no davanti al Duomo? Il termovalorizzatore di Case Passerini va costruito o no? La nuova pista dell’aeroporto di Peretola va fatta o no? Oggi Veltroni striglierà tutti i quattro contendenti, e non si escludono colpi di scena. Le primarie potrebbero essere annullate e la segreteria nazionale potrebbe imporre un nome al di sopra delle parti come quello dell’ex prefetto Serra. O di Vannino Chiti. In entrambi i casi si tratterebbe del commissariamento di fatto della federazione ex Pci più potente d’Italia.
C’erano una volta le buone amministrazioni di sinistra. Forse. Oggi, di sicuro, non ci sono più. Bologna affonda nel nulla movimentista del dimissionario Cofferati. Firenze affoga nelle 120 pagine di inchiesta della procura sulla sviluppo edilizio dell’area di Castello, uno tzunami che ha già portato alle dimissioni dell’assessore Biagi, che vede in un binario morto la posizione dell’assessore-sceriffo Cioni, quello dell’ordinanza anti-lavavetri, tanto per intendersi, tutti accusati di corruzione. Uno tzunami che porta oggi tutta la giunta fiorentina davanti al gran capo Veltroni per cercare di dipanare il bandolo di una matassa che si sta stringendo attorno al Pd fiorentino, e al sindaco Domenici, il capo di tutti i sindaci, l’uomo che vorrebbe far passare un tram-eurostar di più di 30 metri davanti alla scalinata del duomo di Santa Maria del Fiore e a un passo dal battistero fino a sfiorare le porte del Ghiberti. Una follia che ha indignato tutto il mondo, tranne Palazzo Vecchio.
Biagi e Cioni: la procura indaga per corruzione. Una inchiesta a orologeria, sostengono gli interessati, soprattutto il secondo, candidato alle primarie di partito per la corsa a sindaco della primavera prossima, con buone possibilità (fino a ieri) di vincere la corsa. Un bell’esempio di coerenza, sosteniamo noi, dopo che Pd e compagni hanno per anni attaccato il presidente Berlusconi che denunciava, legittimamente, la “tempistica” di certe procure che lanciavano accuse campate in aria (come poi confermato dai tribunali) nei momenti topici delle vicende politiche.
Per questo, non è ancora il caso di emettere condanne alle prime mosse della vicenda. Ma giudizi politici e condanne politiche, quelle sì. Dunque, è probabile che non sia reato essere inquilini di una grande compagnia assicurativa a un prezzo, diciamo, non esattamente di mercato. Dunque, è assolutamente lecito che il proprio figlio lavori nella stessa grande compagnia di assicurazione. Ed è assolutamente normale che la stessa compagnia finanzi iniziative sociali come la battaglia contro le morti stradali. Tutta roba che potrebbe anche non essere reato. Ma se quella casa è abitata dall’assessore Cioni. Se quel figlio è il figlio dell’assessore Cioni. Se quelle opere meritorie sono promosse dall’assessore Cioni, e se quella grande compagnia di assicurazioni è al centro dei maggiori progetti di sviluppo edilizio della città, beh, allora si può anche dire che non c’è reato ma il giudizio politico è e resta pesante. Soprattutto se la città è quella della vestale dell’autonomia e della pulizia dei municipi, come il presidente dell’Anci Leonardo Domenici.Se poi si aggiungono innocenti intercettazioni tra l’assessore Biagi, il sindaco e architetti del Comune che ipotizzano strategie mediatiche e politiche per far passare certi progetti, beh il quadro è completo. Ed è un quadro che condanna quelle politiche, quelle persone, quella parte politica. Il mito delle giunte rosse è finito, sepolto a Firenze dall’indignazione preventiva dei cittadini prima ancora che dai faldoni della Procura.
http://www.ilpopolodellaliberta.it/n.../arc_14494.htm




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