Andrea Sarubbi


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Signor Presidente, mentre scrivevo una bozza dell’intervento per questi pochi minuti che ho a disposizione, pensavo che, rispetto ai miei illustri predecessori delle prime legislature (da Giorgio La Pira, a Dossetti, a De Gasperi) certamente avrei detto delle cose molto meno interessanti, però rispetto a loro mi avrebbero ascoltato più persone. Infatti, mentre le loro parole erano affidate essenzialmente al lavoro dei resocontisti (che è un lavoro comunque indispensabile e straordinario anche oggi), il mio intervento oggi può essere ascoltato alla radio, su Gr Parlamento, attraverso radio radicale, sul canale televisivo in digitale della Camera dei deputati e, addirittura, in diretta sul nostro sito da tutti i computer d’Italia, non proprio da tutti, ma da quasi tutti; dipende da dove si abita e quindi dal funzionamento della connessione Internet che varia tantissimo a seconda delle zone. È proprio di questo, signor Presidente, che vorrei parlare, visto che basterebbero pochi milioni di euro per risolvere il problema una volta per tutte, ma non sono sicuro che il Governo lo stia facendo. Signor Presidente, noi siamo abituati a parlare di un’Italia a due velocità, pensando ad un nord che corre e ad un sud che annaspa dietro. Per quanto riguarda Internet, invece, le cose non stanno così: sono sicuro che in questo momento, se c’è qualche appassionato di dibattiti parlamentari in Puglia, non avrà grandi difficoltà a vederci e ad ascoltarci dal computer di casa. Ho seri dubbi, invece, che ci riescano a seguire da certe zone della provincia di Belluno o di Cuneo, dove collegarsi ad Internet è un’impresa, o da alcuni paesi della Valtiberina, dove a malapena si riesce ad accedere alla rete con il vecchio sistema della linea telefonica. Altro che dirette dal Parlamento: in certe zone d’Italia non si riesce nemmeno a scaricare la posta elettronica! Citavo prima i miei illustri predecessori qui in Parlamento: in un’Italia da ricostruire, dopo la guerra, si sono trovati davanti alla sfida enorme di portare in ogni casa i servizi universali, come l’acqua potabile o l’energia elettrica. Può sembrare strano ma, come ha detto giustamente l’onorevole Paolo Gentiloni, durante un dibattito in Commissione trasporti, poste e telecomunicazioni, il servizio universale per l’Italia di oggi è l’accesso ad Internet; il fatto che gli abitanti di alcune zone del Veneto o del Piemonte, dell’Umbria o della Toscana, non possano accedere ad Internet significa una condanna ad un divario economico, sociale e culturale. In termini tecnici, questo problema si chiama digital divide, ossia divario digitale, e io lo sollevo qui, in sede di discussione della manovra di bilancio, perché non mi è ancora ben chiaro cosa intenda fare il Governo per risolverlo. Sono ormai due mesi che, nella IX Commissione, ci confrontiamo sullo sviluppo della banda larga. Nell’indagine conoscitiva abbiamo parlato a lungo delle reti di nuova generazione, quelle che permettono di andare su Internet a 100 megabit al secondo. Non fai neanche in tempo a pensarlo e sei già collegato! Il Giappone ha investito 50 miliardi di dollari, noi non potremmo farlo, anche volendo, perché l’Unione europea non ce lo permetterebbe. Tuttavia, anche il nostro Governo sta pensando ad un investimento da realizzare, in questo campo, mettendo insieme capitale pubblico e privato: è stato individuato come una priorità perché, si è detto, farebbe crescere il PIL dell’1 per cento, ma è chiaro che riguarderebbe solo pochi soggetti interessati, per lo più le grandi metropoli. Ora, cosa raccontiamo agli abitanti della provincia di Belluno? Che se fanno un salto a Roma o a Milano potranno provare l’ebbrezza dei 100 megabit al secondo, mentre magari loro non riescono neanche a connettersi da casa? Non è un problema di quattro gatti - tra l’altro, se Internet è davvero un servizio pubblico essenziale, anche i quattro gatti andrebbero ascoltati - perché riguarda oltre un comune su tre: il 35 per cento dei comuni ed il 10 per cento della popolazione italiana non riescono neppure a far funzionare l’ADSL dentro casa. Sono tutte quelle zone a cosiddetto market failure, fallimento di mercato, in cui il monopolista della rete fissa non ha alcun vantaggio nell’investire; ci sono molti casi di centrali telefoniche vecchie ed obsolete, ma evidentemente le proteste degli utenti non sono uno stimolo sufficiente a convincere Telecom a sostituirle. Se sollevo il problema proprio ora, in sede di discussione sul disegno di legge finanziaria, non è dunque un caso. Il Governo precedente aveva, infatti, deciso di eliminare il digital divide entro il 2011 e per questo scopo aveva già stanziato 50 milioni di euro; peccato che siano finiti nel frullatore dell’ICI! I 50 milioni di euro già stanziati sono stati tolti perché dovevano contribuire (in parte trascurabile, fra l’altro) al pagamento di una promessa elettorale. Anche qui, mi permetto di sottolineare che siamo in presenza di una redistribuzione inversa delle risorse: hanno beneficiato maggiormente dell’abolizione dell’ICI gli immobili che valgono di più, cioè quelli delle grandi metropoli, mentre hanno risentito di questo taglio di 50 milioni di euro, necessario a colmare il digital divide, soprattutto i piccoli comuni che, se si va avanti così, tra poco spariranno dalla carta geografica d’Italia. In conclusione, nel disegno di legge finanziaria si parla dell’utilizzo di 800 milioni di euro provenienti dai fondi Fas, i fondi europei per le aree sottoutilizzate, che verranno impegnati - cito - “nell’adeguamento delle reti di comunicazione elettronica pubbliche e private”. Sarò io probabilmente a non capire, ma la formulazione mi sembra piuttosto criptica, perché non è chiaro se questi soldi verranno utilizzati per colmare il digital divide. Leggendo l’articolo in oggetto, mi è venuto il dubbio maligno che possa essere interpretato anche in un altro modo: che questi 800 milioni di euro, largamente sufficienti a risolvere una volta per tutte il problema dell’Italia a due velocità, possano essere nuovamente scippati ai piccoli comuni e dati alle grandi città per aiutarle a raggiungere i famosi 100 megabit al secondo. Chiedo perdono se ho pensato male ma, come ama ripetere un mio altro illustre predecessore in quest’Aula, ora senatore a vita, «a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca» (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)