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Discussione: Il caso

  1. #1
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    Predefinito Il caso

    Treviso - Stop all’arrivo di nuovi immigrati.
    Chi lo dice, la Lega Nord?
    No: la Cgil.
    «Noi chiediamo che non si facciano entrare altri lavoratori stranieri», ha detto il segretario provinciale del sindacato rosso, Paolino Barbiero, alla Tribuna di Treviso. Il ripensamento è dovuto alla crisi economica che nel Nordest colpisce già in profondità e ha costretto molte piccole aziende a mettere in mobilità parte dei dipendenti.

    «Gli stranieri rimasti senza impiego fra sei mesi rischiano l’espulsione - è il ragionamento di Barbiero - dunque è inutile farne arrivare altri. Prima devono tornare al lavoro quelli che vivono da anni in Italia, hanno famiglia, figli, la casa, un mutuo».

    È uno degli imprevedibili effetti del peggioramento della situazione economica: la Cgil si ritrova d’accordo con la Lega.
    La convergenza non avviene in una località marginale, ma in una roccaforte del Carroccio, dove il partito di Umberto Bossi governa la provincia, il capoluogo e una bella fetta di comuni.
    Treviso è la patria del ministro Luca Zaia, del segretario leghista veneto Giampaolo Gobbo e soprattutto del primo sindaco-sceriffo Giancarlo Gentilini. Sembra di sentirlo, il pistolero, che scoppia in una risata delle sue e prorompe nel repertorio classico: lo dicevo io, se mi avessero ascoltato subito non saremmo arrivati a questo punto.

    Ma Treviso è anche la provincia del Triveneto con il più alto numero di immigrati: secondo i dati della Cgia di Mestre, essi costituiscono il 10,1 per cento della popolazione; seguono Verona e Vicenza con il 9,6 contro una media regionale dell'8,4. In queste zone assetate di manodopera, gli stranieri sbarcati con la voglia di lavorare sono stati accolti con una soddisfazione pari all’ostilità verso i delinquenti.
    Ora però c’è crisi e le aziende di qui ne risentono più che altrove per le dimensioni ridotte e la maggiore difficoltà a ottenere credito bancario. Ed ecco che il blocco all’immigrazione, da rivendicazione nordista bollata come xenofoba, «rigurgito razzista» di categorie privilegiate che disprezzano le classi più bisognose, si trasforma in necessità invocata perfino dalla Cgil.

    «Nella sola Treviso sono migliaia gli immigrati lasciati a casa dalle aziende - dice Barbiero -, col rischio di essere espulsi o costretti a restare sul territorio in condizione di clandestini.
    Abbiamo chiesto alle autorità che intervengano sul governo perché si sospendano i nuovi flussi finché non saranno riassorbiti i disoccupati stranieri, oltre, s’intende, a quelli italiani».
    Ne sono già stati informati i ministri Maroni e Sacconi (trevigiano pure lui). Giovedì in provincia è in programma un vertice tra sindacati e imprese dove la richiesta di sospendere i flussi sarà ufficializzata.
    Ma Cisl e Uil dissentono, come per il contratto degli statali: la Cgil, sostengono le due confederazioni, «presuppone che una procedura amministrativa possa regolare o addirittura impedire un fenomeno economico e sociale.
    I flussi di immigrati non sono come un rubinetto di acqua che apri e chiudi. Non sono le quote a determinare l’immigrazione».

    Stefano Filippi www.ilgiornale.it 18 11 08

    saluti

  2. #2
    Sovranità al Cittadino.
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    Predefinito

    Vuoi vedere che a Berlusconi, comprando Villari, gli hanno rifilato anche la CGIL?

    Sapete come ragionano alla Coop: "Paghi due prendi tre" !

  3. #3
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    Predefinito Non mi dimetto!

    Roma - Se lo aveste visto ieri, all'uscita dell'incontro con Walter Veltroni, lo avreste notato mentre esternava con la gravità e la solennità di un capo di Stato.
    Meraviglioso.
    Se non altro perché, fino alla settimana scorsa, nessuno, tranne gli addetti ai lavori - in Italia -, sapeva chi fosse Riccardo Villari.
    Persino tra i deputati del centrosinistra, quando in Transatlantico si era diffusa la notizia della sua elezione, qualcuno domandava vagamente perplesso: «Ma Villari chi? Lo storico?».
    Se lo guardavi, ieri, con la sua faccia rubiconda, e quel guizzo di furbizia picaresca dardeggiante nello sguardo, mentre intratteneva un capannello sterminato di giornalisti con le sue dichiarazioni, mentre spiegava che «il Pd è la mia casa», e contemporaneamente aggiungeva «non mi dimetterò, se non quando si troverà un altro presidente di commissione da eleggere con un voto condiviso», capivi che Riccardo Villari, in questo momento, sa meglio di tutti che c’è un fattore che in queste ore gioca a suo favore. Il tempo.

    Raccontano che Aldo Moro, in una conversazione con Pietro Nenni, disse una volta di Beniamino Andreatta, padre nobile dell'Ulivo: «Lui è così. Se c’è un problema lui ha dodici soluzioni. Fra queste, stai sicuro, c'è anche quella giusta».
    Non sappiamo se Villari avesse in mente questa massima, quando ha pensato la mossa che ha mandato in tilt il Pd accettando di farsi votare.
    Di sicuro, conoscendo i suoi polli, sapeva che fra tutte le diciotto soluzioni possibili al devastante paradosso politico aperto dalla sua nomina alla testa della commissione di Vigilanza, i leader del Pd avrebbero faticato non poco a trovare quella giusta.
    E - soprattutto - sapeva che avrebbero impiegato tempo, troppo tempo.

    Perché i fatti ridotti all’osso sono questi. Dopo uno stallo defatigante e infinito sulla candidatura di Leoluca Orlando, sgradita al centrodestra, un parlamentare del Pd viene insediato alla testa di quella stessa commissione con i voti del centrodestra.
    Una operazione «cavallo di Troia», ha scritto Francesco Merlo su La Repubblica.
    Una «gesto di responsabilità istituzionale», risponde lui.
    Una abile operazione trasformistica, pensano più o meno tutti.
    Che però sta in piedi. Così, all’invito tempestivo di Veltroni che gli chiede di dimettersi immediatamente, Villari garbatamente risponde picche, sempre con quel sorriso stampato sul volto, e con quel guizzo di furbizia picaresca nello sguardo.

    Avrà le sue ragioni demoscopiche Luigi Crespi a certificare con un sondaggio che all'80 per cento degli italiani importa poco o nulla di chi sia il designato a guidare la commissione di Vigilanza. Sta di fatto che anche quelli a cui della Vigilanza non frega nulla capiscono che c’è un ennesimo braccio di ferro fra maggioranza e opposizione, e che in questa contesa il gruppo dirigente del Pd sta perdendo la faccia. Infatti, mentre stacca i telefonini e tutti i giornali d'Italia lo inseguono, mentre continua a chiedere incontri istituzionali (dal presidente della Repubblica - che pure lo ha snobbato - a quelli delle Camere) per far melina, Villari ha già raggiunto due risultati.
    Guadagna tempo e visibilità.
    Più passa il tempo e più per il Pd ogni soluzione diventa difficile.
    Più Villari acquista visibilità e più l'opzione che per Veltroni sarebbe quella obbligata, l’espulsione (perlomeno dal gruppo parlamentare) si fa dolorosa. Così, giunto alla sua seconda mano al tavolo da gioco, spalleggiato da un consigliere politico come Claudio Velardi, Villari ha già ottenuto un terzo risultato: mentre all’inizio l’espulsione sembrava un sensato provvedimento disciplinare, ora sembra già ingiusta, un gesto brutale da accostare alle epurazioni anni Cinquanta. E se una cosa fa male agli ex comunisti - compresi quelli che dicono di non esserlo mai stati - è proprio essere accostati agli ex comunisti.

    Già, se guardi Riccardo Villari mentre, rispondendo alla selva di microfoni che si tendono verso di lui, si gode la sua nuova celebrità, capisci anche che questo è l'ennesimo confronto esistenziale fra le anime mal composte del Pd. Lui, che è anche fisicamente la quintessenza antropologica della tradizione democristiana, con quel collo inquartato e quella disinvoltura da politicone del Sud, gioca al gatto e il topo con i suoi leader, che sono la quintessenza della tradizione postcomunista.
    Secondo la scuola di Botteghe Oscure le dimissioni sono un’arte, un dovere o un gesto nobile, anche se dovuto.
    Secondo la scuola di Piazza del Gesù sono una fantasia politica o un’aberrazione: minacciarle è un dovere, darle un peccato mortale.
    Non è un caso che Villari sia un allievo di Clemente Mastella, lo stratega del “penultimatum”, uno che ora dice:
    «Dopo aver minacciato dimissioni per tutta la legislatura, ho dei rimpianti per l’unica volta che le ho date veramente». Divino.

    Villari non ci pensa nemmeno, e trasforma la sua analisi politica in una diagnosi.
    Se non ci sono anticorpi i virus si fortificano. E in un momento in cui il Pd ha la febbre alta, il suo organismo è così debilitato che decidere diventa letale. Se lo aveste visto ieri sera, mentre esternava stretto nel capannello dei microfoni, con quel sorriso sornione stampato in viso, avreste capito che lui, il dottor Villari, il cavallo di Troia, l'epidemiologo, l'indimissionabile, ha capito una cosetta semplice ma devastante: che Veltroni ha fatto dell'alleanza con Di Pietro una malattia.
    Che lui è il virus prodotto da quell’infezione.
    E che il Pd è così debole da non sopravvivere ad un antibiotico.
    Figuriamoci ad una purga.

    Luca Telese www.ilgiornale.it 18 11 08

    saluti

    finalmente si legge un commento OK firmato Merlo: "Una operazione «cavallo di Troia",

 

 

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