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Discussione: Che succede in Congo?

  1. #1
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    http://www.resistenze.org/sito/te/po...m03-003951.htm

    www.resistenze.org - popoli resistenti - congo - 03-11-08 - n. 248

    da Rebelion - www.rebelion.org/noticia.php?id=75147&titular=algunas-claves-para-entender-lo-que-está-pasando-en-la-r.-d.-del-congo-
    Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org di FR

    Che succede in Congo?

    di José García Botía*

    30/10/08

    (Estratto)

    Chi si occupa da anni di questioni internazionali, impara ad orientarsi in situazioni poco chiare, in cui bisogna lavorare su ipotesi che solo il futuro può confermare o smentire. Sappiamo che le dichiarazioni uffciali, abitualmente, nascondono ciò che capita davvero, e che spesso sono menzogne diffuse allo scopo di confondere e impedire la comprensione dei fenomeni reali.

    I Comitati di Solidarietà con l’Africa Nera seguono da vicino la situazione del Congo dal 1991, attraverso i contatti con religiosi spagnoli e i rappresentanti locali di organizzazioni a difesa dei diritti umani. Ora abbiamo anche delle fonti nella regione di Kivu, persone che vivono in diretta ciò che appare nei nostri televisori.

    Nel periodo 1998-2003 la situazione del conflitto nella regione orientale del Congo era ben peggiore di adesso, ma la paura della popolazione è che si ripetano i fatti di quei cinque anni, in cui morirono circa 4 milioni di congolesi.

    Ciò che sorprende è che quando Ruanda, Uganda e Burundi invasero il Congo, quella guerra rimase del tutto ignorata dai media. Casualità?

    Perché allora le telecamere rimasero spente, mentre ora ci informano della massa di profughi in fuga dalle città occupate dall’esercito del signore della guerra Laurent Nkunda?

    Sembra che l’esercito congolese non riesca a frenare l’avanzata delle forze di Nkunda, e che fra i dirigenti della politica internazionale circoli l’idea di aumentare la presenza di caschi blu sul campo.

    Alcuni dirigenti europei valutano addirittura la possibilità di mandare una forza d’intervento rapido della UE, per evitare la catastrofe umanitaria.

    Credo che l’intenzione di diffondere l’informazione di un’emergenza umanitaria nell’est congolese, nasconda una ragione occulta che per ora possiamo solo cercare d’interpretare.

    L’idea è aumentare la presenza dei caschi blu. Sommiamo a quell’idea l’adulazione di Javier Solana per la missione dei caschi blu (si chiama MONUC) per il suo comportamento esemplare su un terreno tanto rischioso. Aggiungiamo una contraddizione: le manifestazioni di massa delle popolazioni di Goma e Bukavu, le capitali, rispettivamente, del Kivu del Nord e del Sud, per chiedere l’allontanamento proprio dei caschi blu. Mettiamo in conto un altro elemento: in settembre è stato nominato al comando di MONUC il Tenente Generale spagnolo Diaz de Villegas, che adducendo motivazioni personali, si dimette appena due mesi dopo.

    Che significa?

    Secondo fonti locali, testimoni oculari hanno visto caschi blu rifornire di armi le forze di Nkunda, cioè rifornire quelle forze cui dovrebbero impedire le violenze sulla popolazione civile. Altri riferiscono di traffici illeciti di caschi blu con oro e diamanti; i caschi blu userebbero gli elicotteri per trasportare minerali in Ruanda (e il Ruanda che ha creato Nkunda e che lo finanzia). Altri ancora riferiscono di abusi sessuali su minori a carico di caschi blu.

    Questi sono casi che potrebbero essere dei fenomeni isolati, particolari casi di corruzione di qualche militare dei caschi blu. Ma c’è ben altro.

    Le forze MONUC scompaiono se le truppe di Nkunda vincono, si interpongono se l’esercito congolese sta per avere la meglio. In altri casi facilitano l’avanzata dell’esercito di Nkunda sguarnendo all’improvviso le loro posizioni nell’area cuscinetto di competenza, consentendo alle forze di Nkunda di sorprendere l’esercito congolese. Inoltre, Nkunda è stato visto usare elicotteri della missione MONUC per spostarsi.

    Ma quello che è successo giusto alla vigilia delle dimissioni del Tenente Generale Villegas, potrebbe essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Le truppe di Nkunda occupano la base miliare di Rumangabo con un attacco a sorpresa facilitato dall’uso di uniformi della missione MONUC, ripetendo l’espediente tattico già usato da Nkunda nell’occupazione di Bukavu nel giugno del 2004.

    In entrambi i casi il comando MONUC non ha avvisato l’esercito congolese dello stratagemma.

    Non sembra strano, dunque che i congolesi ritengano che la funzione della missione MONUC sia proprio evitare che l’esercito congolese sconfigga l’esercito di Nkunda.

    Insomma, i caschi blu favorirebbero situazioni in cui possono perdere la vita centinaia o migliaia di civili innocenti. Perché?

    Per capire il conflitto bisogna ricordare che il Congo è uno dei paesi più ricchi del pianeta in risorse naturali, specialmente minerarie. Oro, diamanti, rame, cobalto, uranio, stagno e una lunga lista di minerali che hanno qualità fuori dal comune. Ricco di minerali rari e strategici; il caso più noto è quello del coltan, indispensabile per la costruzione dei telefonini e che in Congo è presente in quantità tali da costituire la riserva mondiale assoluta, quasi una specie di monopolio.

    Il coltan ed altri minerali stanno uscendo dal Congo attraverso il Ruanda (e l’oro dall’Uganda) dal 1998. E per le multinazionali il sistema funziona bene così. Il problema è che questo stesso sistema sta arricchendo il clan di Paul Kagame, che ostenta il suo potere e mantiene milizie ruandesi di vario tipo (hutu ma anche tutsi, come quella di Nkunda).

    La volontà del governo congolese è di farla finita con questo sistema, il cui “beneficio” per i congolesi si riduce al lavoro schiavile minorile nelle miniere e alle violenze sulla popolazione civile da parte delle solite milizie.

    Ma quale dirigente occidentale è disposto ad appoggiare azioni contro Kagame e i trafficanti che dominano il traffico di coltan, assumendosi i rischi per l’economia. Potrebbe collassare il mercato internazionale del coltan, con gravi conseguenze per le imprese di telefonia e le aziende ad esse legate. Specie in questo periodo di crisi.

    Un problema aggiuntivo è che le forze ruandesi, caratterizzate dalla brutalità e dalla crudeltà delle loro azioni contro i civili, sono coscienti della loro posizione di forza ed esigono il totale silenzio da parte della comunità internazionale.

    Il FPR (Fronte Patriottico Ruandese) ha compiuto dei veri massacri in suolo ruandese e congolese, assassinando centinaia di migliaia di ruandesi - hutu soprattutto - e congolesi. Eppure i media si sforzano di mantenere pulita l’immagine del Ruanda, portandolo ad esempio dello sviluppo in Africa.

    Questo spiega perché per anni le truppe ruandesi hanno invaso il Congo facendo strage di civili, senza che il fatto abbia mai assunto il valore di “notizia”.

    Un altro aspetto della questione è il ruolo della Cina. La Cina può soddisfare in Congo l’enorme necessità di materie prime di cui abbisogna il suo sviluppo economico, e in cambio può fornire l’aiuto necessario al governo congolese per sostenere la guerra in corso. E’ già stato firmato un accordo in forma di scambio: rame per la Cina in cambio della costruzione di aeroporti, ospedali, scuole, autostrade…

    Si tenga conto del fatto che a causa della debolezza, il governo congolese non è in grado di difendere il suo territorio, e per questo le multinazionali europee e statunitensi stanno pagando al Congo tra il 5 e il 12% delle ricchezze (dichiarate) che sono oggetto di sfruttamento. I cinesi, al contrario, offrono il 30% di quello che sfruttano.

    Questo fatto ha provocato forti pressioni occidentali sul governo congolese per recidere il contratto con i cinesi, ma in agosto per tutta risposta, il governo congolese ha dichiarato che quel contratto sarebbe stato rispettato. Proprio alla fine di agosto (casualità?) le milizie di Nkunda hanno scatenato l’offensiva con l’appoggio del Ruanda, alla conquista della regione di Kivu.

    La missione MONUC è presente a vigilare sugli interessi della “comunità internazionale” (o per meglio dire, in questo caso, sugli interessi di USA, Gran Bretagna, Belgio, Olanda e altri) e in ultima istanza risponde agli ordini di Alan Doss, il Rappresentante Speciale del Segretario Generale dell’ONU per la Repubblica Democratica del Congo, britannico e capo supremo della MONUC. Ecco perché questa missione non è lì per proteggere i civili.

    Un'altra sfumatura della complessa questione qui esposta, è l’ambizione di Kagame e del progetto che sarebbe avrebbe ideato: la spartizione di un pezzo del Congo. Il Ruanda annetterebbe la regione del Kivu e si spingerebbe anche oltre, in direzione del Kenia.

    Quanti milioni di morti ci saranno ancora, nel più completo silenzio in questa zona d’Africa mentre noi parliamo al telefonino? Tra Ruanda e Congo il conto è già di 7 o 9 milioni di morti.

    Oppure fermeranno Kagame perché vuole andare troppo lontano?

    * José García Botía, fa parte dei Comitati di solidarietà con l’Arica Nera-Umoya - http://www.umoya.org

  2. #2
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    http://www.resistenze.org/sito/te/po...m05-003963.htm


    www.resistenze.org - popoli resistenti - congo - 05-11-08 - n. 248

    da Michel Collon - www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2008-10-30%2015:487&log=invites
    Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

    Congo: cultura della violenza o conflitto geostrategico?

    di Tony Busselen

    30/10/2008

    Da fine agosto, la violenza si è nuovamente scatenata nel Congo orientale. I congolesi hanno sviluppato una cultura dove omicidio e stupro sono la regola? La recente offensiva dimostra che bisogna cercare altrove l'origine del conflitto.

    Dalla guerra d’aggressione condotta da Ruanda e Uganda (1998-2003), questi paesi continuano a mantenere alcune milizie sul territorio congolese. Nkunda, generale pro-Ruanda, è uno dei capi delle milizie più conosciute. La settimana scorsa, l'esercito congolese ha fornito le prove della partecipazione dei soldati ruandesi ai combattimenti. Prove che sono state direttamente negate dall'Occidente. I nostri media presentavano tali fatti come espressione di una cultura della violenza che avrebbero sviluppato i congolesi. Da allora tutto il dibattito verte sulla questione del perché l'Europa non intervenga per fermare questi congolesi “assassini e violentatori”.

    All'epoca del suo intervento alla commissione parlamentare del 22 ottobre, Dirk Vandermaelen (SP.a, Socialistische Partij Anders - Partito Socialista.Differenza) ha ammesso senza mezzi termini che il conflitto aveva effettivamente delle cause più profonde. “Sappiamo tutti che gli Stati Uniti e la Cina conducono un battaglia geostrategica. Sappiamo tutti che le materie prime sono il punto debole della Cina. Sappiamo tutti che la Cina cerca di rifornirsi in Africa. Temo per ciò che è nell’est del Congo che si assisterà ad uno scontro tra Cina e Stati Uniti, uno scontro per interposta persona, vale a dire il Congo di Kabila ed il Ruanda di Kagame”, ha dichiarato.

    Ciò che sorprende è che, per il resto, Vandermaelen si è espresso principalmente sui suoi sospetti rispetto alla consegna di armi cinesi a vantaggio dell'esercito congolese. Ha anche richiesto che venga intensificata la pressione sul governo Kabila e s’imponga un embargo sulle armi per Kinshasa. Tuttavia, Vandermaelen non ha proferito parola sull’aggressione del Ruanda o sul ruolo giocato dagli Stati Uniti nella regione.

    Domenica 26 ottobre, le truppe di Nkunda hanno preso il controllo di una grande base militare e di una fascia strategica di 30 km localizzata tra Goma e Rutshuru. Alcuni testimoni segnalano massacri nei confronti della popolazione locale che appoggia l'esercito congolese. Gli avvenimenti dopo questa domenica fanno sì che non si possa più continuare a negare il ruolo giocato dal Ruanda come aggressore. Non si può continuare a gettare la colpa sui congolesi.

    Il popolo congolese aspira alla pace

    Dopo tutti questi anni di guerra, il popolo congolese chiede la pace, si augura che l'unità e la sovranità del Congo siano preservate e che la ricostruzione economica possa infine avviarsi. Il presidente Kabila, eletto dal popolo congolese, ha stretto un’alleanza con l'ex-lumumbista Gizenga e con la parte più illuminata della vecchia élite mobutista. I loro nemici sono i principali alleati degli Stati Uniti, all'interno ed all'esterno del Congo. Di conseguenza, se l'alleanza intorno a Kabila vuole mantenersi, essa ha tutto l’interesse nel mettere il più rapidamente possibile fine alla guerra. Per ottenere la pace, la politica del governo eletto poggia su due basi. Da una parte, resta fedele ai principi di cooperazione con l'ONU ed ai recenti accordi firmati a Nairobi ed a Goma. Dall’altra, il governo congolese opera al rinforzo del suo esercito per difendere il proprio territorio.

    Nel novembre 2007, Congo e Ruanda hanno firmato un accordo di pace a Nairobi. A gennaio di quest’anno, a Goma, la comunità internazionale e tutte le parti implicate - Nkunda compreso - hanno concluso un accordo che mira a disarmare le milizie e ad integrarle nell'esercito congolese. Però, né Nkunda né il Ruanda prendono seriamente questi accordi. Nkunda ha anche apertamente rigettato l'accordo di Goma.

    Molti congolesi accusano il loro governo di collaborare troppo con la Monuc (United Nations Mission in the Democratic Republic of Congo) e di non fornire al suo esercito mezzi sufficienti per imporre la pace. Ora, giusto su questo punto, Vandermaelen esige un embargo sulle armi contro Kinshasa.

    Cina, la spina nel fianco

    Dopo trent’anni di sfruttamento di un Mobutu sostenuto dall'Occidente, il Congo ha conosciuto dieci anni di guerra, di saccheggi e di caos. Cosicché, delle infrastrutture e dell'economia congolese non restano che grandi rovine. Il presidente Kabila aveva annunciato, prima delle elezioni del 2006, che avrebbe fondato la ricostruzione del paese su cinque “cantieri”: infrastrutture, sanità e educazione, acqua ed elettricità, casa e lavoro. Il suo obiettivo è mettere l'economia del Congo al servizio del popolo congolese. Dopo avere aspettato invano un'iniziativa da parte dell'Europa o degli Stati Uniti, nel 2007 il Congo ha infine deciso di siglare degli accordi con la Cina. Ciò gli ha procurato forti critiche da parte dell'Occidente ed una nuova minaccia di guerra. Il contratto con la Cina è difatti una spina nel fianco dei capitalisti europei ed americani.

    Tuttavia, né gli Stati Uniti né l'Europa sono in grado, anche se lo avessero voluto, di fornire i mezzi necessari alla ricostruzione del Congo. Invece la Cina attualmente dispone dei mezzi per finanziare grandi progetti. Peraltro, la Cina ha dal canto suo bisogno di materie prime per il proprio sviluppo. Andare a cercare queste materie prime in Africa, è ciò che Vandermaelen ha qualificato “punto debole”. Come se occorresse capire che è costoso bloccare lo sviluppo economico del più grande paese del Terzo Mondo. Ed egli augura inoltre che il Belgio continui a dare lezioni al governo sovrano congolese. Come se il problema si trovasse a Kinshasa e non a Kigali.

  3. #3
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    http://www.resistenze.org/sito/te/po...m11-004001.htm

    www.resistenze.org - popoli resistenti - congo - 11-11-08 - n. 249

    da Rebelión - www.rebelion.org/noticia.php?id=75673&titular=los-intereses-europeos-en-el-drama-del-congo-
    Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

    Gli interessi europei dietro il dramma del Congo

    di Maximiliano Sbarbi Osuna

    30/11/2008

    Qualcuno si è chiesto come mai, solo di recente, l’Unione Europea si è preoccupata per la guerra in corso nel Congo, visto che si tratta di una guerra che dura da dieci anni ed ha registrato i più gravi massacri dalla seconda guerra mondiale. La cifra teorica di morti ammazzati è di cinque milioni di persone, di cui quattro milioni assassinate tra il 1998 e il 2003.

    Bruxelles vorrebbe inviare una Forza di Intervento Rapido per sostituire (in parte) i 17 mila soldati della fallita missione di pace dell’ONU, in Congo ormai da un decennio.

    L’esodo di circa 250 mila persone dalla città di Goma, alla frontiera con il Ruanda, è cominciato in agosto, quando è stato violato il cessate il fuoco concordato fra il presidente del Congo, Joseph Kabila e il leader ribelle dell’etnia tutsi, Laurent Nkunda, quest’ultimo appoggiato da Ruanda e Stati Uniti.

    Negli ultimi quindici giorni i combattimenti sono ripresi e hanno gravato sulla popolazione civile della ricca provincia di Kivu, dove si trovano grandi quantità di oro e diamanti, oltre alle maggiori riserve mondiali di coltan, il minerale che si utilizza per la fabbricazione di cellulari, fibra ottica, videogiochi e tecnologia spaziale.

    Gli scontri fra guerriglieri tutsi e hutu, questi ultimi appoggiati dal governo centrale del Congo, nelle ultime settimane hanno raggiunto il livello di genocidio, con massacri di civili che ricordano la tragedia che ha dato vita alla guerra del Congo: la mattanza del Ruanda nel 1994.

    Questa guerra è ben lungi dall’essere solo uno scontro interetnico. Il pregiudizio della società occidentale circa la barbarie dei popoli non civilizzati è totalmente falso, perché i promotori dell’olocausto, in questo caso, sono le potenze sviluppate che proteggono le aziende multinazionali e i trafficanti di minerali preziosi.

    Un’indagine condotta dalla BBC ha denunciato le gravissime irregolarità della missione ONU in Congo, come il traffico illegale di oro e avorio attraverso la frontiera col Ruanda ed il rifornimento di armi ai ribelli guidati da Nkunda.

    Uno dei motivi per cui Francia e Belgio sono interessati ad ampliare l’interesse mediatico su quello che succede nell’area, potrebbe essere la loro perdita d’influenza sull’estrazione delle risorse minerali da quando nel 1997 è caduto (con l’appoggio degli USA) il dittatore Mobutu Sese Seko. L’invio di una forza militare UE potrebbe riportare sotto controllo il saccheggio dei minerali e del contrabbando.

    Washington e le multinazionali nordamericane, da parte loro, partecipano alla guerra approvvigionando di armi e assoldando mercenari; la loro base di operazioni è il governo tutsi del Ruanda.

    Il governo congolese di Kabila non ha l’appoggio militare esterno del guerrigliero Nkunda, può solo contare sulle offerte cinesi in cambio di concessioni a Pechino in materia di spazi all’interno dell’economia congolese, per esempio attraverso investimenti nei settori sanitario, edile e, naturalmente, minerario. La Cina, infatti, sta sperimentando in Africa un’enorme espansione economica dovuta alla necessità di materie prime per sostenere il suo sviluppo industriale. Fino ad ora, in Congo era rimasta ai margini, dato che la zona era una tradizionale zona d’influenza belga e francese, e dal 1997 statunitense, ma la spaccatura che può aprirsi per la concorrenza tra Parigi e Washington darebbe a Pechino la possibilità di partecipare ai benefici delle risorse minerarie congolesi.

    Dopo la conferenza svoltasi in Kenia venerdì scorso, un appello affinché i massacri si fermino è stato rivolto a tutte le fazioni in lotta da parte dei presidenti di Congo, Kenya e dal segretario generale dell’ONU, Ban Ki-Moon. Ma Nkunda ha reso noto che la condizione per un cessate il fuoco è la revisione degli accordi firmati da Kabila con la Cina, rivelando in tal modo che dietro le dichiarazioni del guerrigliero sta l’Occidente.

    Pertanto, fino a quando i minerali africani continueranno ad essere ben pagati nel mercato internazionale e le varie potenze faranno del Congo un campo di battaglia con la scusa di una guerra tribale per intervenire militarmente, è molto improbabile che lo scenario possa cambiare.

    http://www.pmundial.com.ar/

 

 

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