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Discussione: Parenti serpenti

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    Predefinito Parenti serpenti

    C’è gente che sta impazzendo.
    Venerdì scorso, su La7, è andata in onda una puntata di Omnibus dedicata alla stramaledetta commissione di Vigilanza Rai; tra gli altri partecipavano Nicola Latorre del Pd e Italo Bocchino del Pdl e Massimo Donadi dell’Idv, un vice-Di Pietro.
    Scena: a un certo punto c’è Donadi che sta lamentandosi per via del solito veto sulla candidatura di Leoluca Orlando (giudicato improponibile dalla maggioranza) quando uno spazientito Latorre sfila un giornale e una penna dalle mani di Bocchino e scarabocchia qualcosa sul bordo del quotidiano, prima di ripassarglielo.
    È un messaggio, un pizzino, un bigliettino, e recita così: «Io non posso dirlo, ma il precedente della Corte? E Pecorella?».
    Il che sta a dire: ma come, voi dipietrini vi lamentate del veto su Orlando dopo averne messo uno irremovibile sulla candidatura di Gaetano Pecorella alla Corte Costituzionale?
    E infatti, un minuto dopo, interviene Bocchino e dice proprio questo: special thanks to Nicola Latorre.
    Dettaglio: il ritaglio con il suggerimento finisce nelle mani di Italia Oggi che domenica scorsa ci fa un bell’articolo, ma la faccenda rimane in decantazione sinché non se ne impossessa anche Striscia la notizia, che ovviamente la fa esplodere:
    «Possibile che Latorre suggerisca a Bocchino quello che deve dire?», e giù risate.
    Ieri mattina, infine, il conduttore di Omnibus Antonello Piroso torna a far vedere il messaggino e cerca di sdrammatizzarlo: «Non mi sembra un problema fondamentale della politica italiana, ci sono scambi e contatti tra le parti com’è giusto che sia», dice, prima di passare ad altro.
    E parrebbe finita, ma siccome c’è gente che sta impazzendo ecco che scoppia un caso politico.
    Lo inaugura Silvana Mura, tesoriera dell’Idv e moglie del prestanome di Antonio Di Pietro per gli affari immobiliari: prima interviene per elogiare «L’operazione trasparenza effettuata da Antonello Piroso» (che ancora se la ride) e poi si fa tutta seria: «Comportamenti come quello di Latorre appartengono ad un modo vecchio di fare politica, basato sugli intrighi di palazzo, le doppie verità e sull’inciucio».
    Ovvio che dica qualcosa anche Donadi: «È la dimostrazione di un rapporto malato tra media, politica ed affari».
    Sta parlando del bigliettino, e vabbè, i dipietrini son così.
    Poi però il virus cattura un senatore Ds, Stefano Ceccanti, un dalemiano che punta dritto pure lui su Latorre:
    «Mi attendo che Latorre smentisca una ricostruzione che lo trasformerebbe in suggeritore della maggioranza».
    Stiamo ancora parlando del bigliettino, sì: è quanto basta a riaccendere le lotte intestine ai Ds.
    In sostanza: un tizio, un galantuomo come Latorre, non può scrivere il cacchio che vuole a chi vuole, non può ricordare che a un veto ne era stato opposto un altro, nel suo partito non si può dire («io non posso dirlo») quello che moltissimi pensavano da mesi: che l’ostinata candidatura di Leoluca Orlando si sarebbe andata a schiantare.
    Servirebbe un’intera pagina per registrare tutte le reazioni demenziali al delitto del bigliettino: dall’autogol di Bocchino («Macché pizzino, Latorre ha soltanto preso carta e penna per scrivere un suo appunto») alle iperboli del parlamentare Pds Ettore Boccia che ha chiamato in causa Obama e Stalin: «C’è un clima da resa dei conti, Veltroni faccia chiarezza, non è possibile che anche questa vicenda si trasformi in una contesa tra dalemiani e veltroniani, non vorrei che dal mito di Obama si fosse tornati a quello di Stalin».
    Il senatore del Pd Giorgio Tonini, siccome non bastava, tira in ballo i casini pubblici: «A volte il nostro partito sembra una casa per appuntamenti, c’è chi entra ed esce e fa come vuole».
    Nota: stiamo sempre parlando di un accidenti del famoso bigliettino passato intanto per Stalin, Obama, intrecci tra affari e politica, case di appuntamenti e «quant’altro» direbbe lui, sua maestà l’indignato, Antonio Di Pietro.
    Il quale, finalmente, in serata interviene con i giornalisti: «Walter Veltroni deve rispondere», dice.
    «Cioè? «Deve rispondere con atti concreti».
    Cioè? «Il segretario del Pd deve dare una valutazione vera di quanto accaduto».
    Cioè? «Non sono io che debbo rispondere».
    La prognosi è riservata.

    Filippo Facci www.ilgiornale.it 20 11 08

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Il caso RAI

    Se l'Italia si ferma a san Macuto

    Ieri sera ero al supermercato quando sono stato richiamato in servizio dal direttore.
    «Devi scrivere il fondo», mi ha detto, anzi intimato. «E su quale tema?», gli ho chiesto, sperando di poter poi argomentare che non era materia di mia competenza, e quindi di scantonare.
    Ma lui mi ha risposto inchiodandomi:
    «Del fatto del giorno. O meglio dei giorni, visto che è da una settimana che non si parla d'altro. Dimmi un po': la gente che è lì in coda con te, con i carrelli pieni e le tasche forse semivuote, di che cosa sta parlando in questo momento?». «E di che cosa vuoi che parli», gli ho replicato: «Del caso Villari, naturalmente. Della commissione di vigilanza della Rai. Ad esempio la signora alle mie spalle sta spiegando al marito tutte le differenze tra una presidenza Orlando, una presidenza Villari e una presidenza Zavoli: il tutto ovviamente confrontato con l'esperienza Petruccioli. Alla cassa di fianco, invece, s'è acceso un dibattito su chi abbia ragione tra dalemiani e veltroniani, all'interno del Pd».

    Con uno scambio di battute, insomma, ci siamo intesi. Il tema del giorno, il vero tema del giorno, è l'abisso che ancora una volta si viene a creare tra il cosiddetto Paese reale e il Paese virtuale dei palazzi della politica (e aggiungiamoci quelli dell'informazione).
    Sono giorni, appunto, che giornali e tg «aprono» dando conto di quel che passa per la testa dell'ex carneade Riccardo Villari: si dimette o non si dimette? I politici si accapigliano come se fosse in gioco il destino del Paese; e i giornali ne riferiscono probabilmente nella convinzione di intercettare gli interessi dei lettori.
    Ieri, scorrendo le agenzie dopo avere digitato «Villari» sul motore di ricerca, è uscita una sfilza impressionante di dichiarazioni, controdichiarazioni, moniti, reprimende, appelli, j'accuse.
    Non c'è praticamente politico che non abbia messo il becco nella faccenda. Alla fine, per dire la gravità della situazione, sono intervenuti i presidenti di Camera e Senato, nientemeno che le più alte cariche dello Stato dopo il Quirinale, per cercare di convincere questo Villari a togliersi dai piedi.

    Forse neanche nel 1914, nei giorni in cui si decideva se entrare o no in quella che sarebbe poi stata la Grande guerra, il dibattito s'era fatto tanto serrato. E sicuramente, mai come adesso c'è stata tanta distanza tra le esigenze del popolo e i pensieri dei politici.
    Dopo la telefonata del direttore, ho provato a immaginare che cosa sarebbe successo se avessi cominciato a chiedere ai miei occasionali compagni di spesa quali sono le mansioni della commissione di vigilanza della Rai.
    Ho lasciato perdere, per evitare che chiamassero la Guardia Seconda, che a Milano è il pronto intervento dei matti.
    E che forse bisognerebbe attivare per quei politici che non si rendono conto che, se entrassero in un supermercato, verrebbero scambiati per alieni.

    M.Brambilla www.ilgiornale.it 21 11 08

    saluti

    ps. Ho la speranza che i politici, entrati nel supermarket, incontrerebbero persone che, timorose ma incazzate, chiederebbero: ma vi pare proprio così importante perdere il tempo per questa storiaccia mentre il mondo rischia un tremendo patatrac economico e quindi un inevitabile terremoto politico?

 

 

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