Milano. I fatti li ha esposti la protagonista stessa, la neonatologa di Treviso Nadia Battajon, durante un convegno medico: con la sua equipe ha “bloccato la somministrazione dei farmaci a un neonato di cinque giorni, affetto da una gravissima malformazione”, di cui si era stabilito che “non avesse possibilità di sopravvivere”.
Aveva già fatto lo stesso, ha aggiunto, in altri casi analoghi.

Quale senso dare a questa notizia, alla quale da qualche giorno i giornali stanno provando a dare un corso forzoso?
C’è il senso della giustizia formale – un po’ forzato anch’esso, come tutti gli atti d’ufficio – dato dal procuratore Antonio Fojadelli, che ha aperto un fascicolo per verificare l’ipotesi di “omicidio volontario”.
C’è il senso burocratico della Asl trevigiana, che ha specificato che “la stessa decisione è stata presa altre volte, per casi disperati”, precisando che si tratta di una prassi in linea con le direttive dal Comitato nazionale di bioetica. Ci sono le parole del vescovo di Treviso, Andrea Mazzoccato: “Ogni vita
umana è sacra e chiede di essere sostenuta con assoluto rispetto e con i mezzi possibili, in ogni momento. Questo sostegno non deve però offendere la dignità della persona con accanimenti terapeutici inutili”.
Mazzoccato ha anche riconosciuto la “professionalità e sensibilità” dei medici dell’ospedale.
E per giudicare se tutto sia andato come è giusto e doveroso che vada in
questi casi sarebbe necessario valutare nel dettaglio la cartella clinica del bambino.
Il principio che invece va fatto salvo, tanto più in questi casi, è che bisogna curare sempre: questo è lo scopo della medicina e bisogna perseguirlo dal concepimento alla morte naturale.
L’accanimento terapeutico, invece, è fermamente escluso dal codice deontologico e pure dal Catechismo della chiesa cattolica (“l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima”).

Ciò che scivola via dai bordi di questa vicenda è però altro, un problema culturale.
Da qualche giorno i giornali stanno provando a montare un caso.
L’idea sottesa a certi pezzi e a certi titoli è con evidenza quella di suggerire che “si fa così perché non si può fare altro”, sarebbe peggio far soffrire inutilmente.
Ma ciò significa aggiungere ideologicamente un significato eutanasico – alcuni giornali, tra cui il Corriere della Sera, hanno volutamente usato il termine “eutanasia” – per quello che invece appare essere solo lo svolgimento di una pratica medica legittima.
Sarebbe una forzatura già grave, se non fossimo in un paese in cui l’ex ministro della Salute Livia Turco era giunta a definire “disumana” la rianimazione dei bambini neonati e in cui è in corso un dibattito scientifico acceso sulla cura dei “grandi prematuri”.
Nonché, ovviamente, il tentativo di trasformare il dibattito politico sull’opportunità di una legge sul fine vita in un’apertura all’eutanasia.

Un paese in cui, non più di un mese fa, a un convegno all’ospedale Meyer di Firenze dal titolo “Le sfide della neonatologia alla bioetica e alla società” era stato invitato quale ospite d’onore Eduard Verhagen, autore del Protocollo di Groningen, per “l’eutanasia nei neonati gravemente malati”.

dal www.ilfoglio.it 26 11 08

saluti