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    Predefinito la conversione di Oscar Wilde



    Merita di essere qui ricordata una delle figure piú controverse della letteratura inglese, Oscar Wilde. Merita soprattutto che gli si scrollino di dosso numerosi luoghi comuni e letture superficiali che l'hanno a poco a poco trasformato in una vera e propria icona della cosiddetta gay culture. Certo, che la vita e l'opera di Wilde siano state costellate di provocazioni ed improntate ad una condotta molto lasciva, è innegabile, ed è noto che fu costretto a due anni di lavori forzati in carcere per gross indecency (cioè per sodomia). Delle sue opere in genere si ricordano soprattutto il provocatorio Ritratto di Dorian Gray, le sue sferzanti commedie e perfino una poesia, in realtà non sua, ma del suo amante Alfred Douglas (usata contro Wilde nel processo in tribunale), intitolata Two loves, che contiene una frase apologetica che descrive l'amore omosessuale come quello che dares not speak its name, «non osa dire il suo nome», definizione strumentalmente assurta, oggi, quasi a status symbol degli amori lascivi e ineffabili.

    Tutto questo è realtà storica che nessuno vuole negare e che chiaramente non consente di formulare, sul piano morale, un giudizio positivo su Wilde. Ma c'è un'altra verità storica che quasi tutti, in buona o in cattiva fede, sembrano trascurare: il suo pentimento e la sua conversione al cattolicesimo, avvenuta formalmente in punto di morte, ma meditata a piú riprese da Wilde (che del resto morí, nel 1900, a soli 46 anni) e frutto comunque di un travagliato percorso morale e spirituale. È proprio sulla sua conversione che ci soffermeremo in questa sede, non certo per disconoscere tutti gli altri aspetti della sua esistenza e della sua opera, ma se non altro per rileggerle in un'altra prospettiva che per certi versi riabilita questa figura e comunque la sottrae alle indebite interpretazioni che lo vogliono precursore della cosiddetta cultura gay, quando invece (sulla scorta di un sereno spoglio dei documenti storici) è lecito affermare che con ogni probabilità, se Wilde vivesse oggi, sarebbe da molti considerato un bigotto antiquato e «clericale».

    Dopo la sua detenzione in carcere (1895-1897), Wilde trascorse gli ultimi anni tra l'Italia e la Francia; in carcere, peraltro, aveva scritto una lunga lettera all'amante Alfred Douglas, il celebre De profundis, in cui gli diceva che aveva intenzione di lasciarlo per sempre per tornare con la moglie e i figli, proposito poi disatteso perché dalla morte della moglie, avvenuta nel 1898, gli fu sempre impedito dalle autorità di vedere i figli. Le sue condizioni di salute peggioravano progressivamente, anche a causa dell'abuso di alcool. Al suo capezzale (in un albergo di Parigi) fu assistito principalmente da Robert Ross, grande amico di vecchia data che piú di tutti gli era rimasto sempre fedele. Fu proprio Ross, nella convinzione di fare il bene e il volere di Wilde, a condurre un sacerdote dall'amico ormai morente. Sembra che Wilde non fosse in grado di parlare, perciò Ross gli chiese se voleva vedere il sacerdote dicendogli di sollevare la mano per rispondere affermativamente. Wilde la sollevò. Il sacerdote (padre Cuthbert Dunne) gli domandò, con la stessa modalità, se voleva convertirsi, e Wilde sollevò nuovamente la mano. Quindi padre Dunne gli somministrò il battesimo condizionale, lo assolse e lo unse.

    Ross ebbe in séguito a dichiarare: «Non riuscí mai a parlare e non sappiamo se fosse in qualche modo cosciente. Lo feci per la mia coscienza e la promessa che gli avevo fatto». È facile supporre che una persona in grado di sollevare la mano dietro precisa esortazione sia, benché morente, lucida. Ma, a parte questo, Ross sapeva, al di là della domanda formulatagli in quel momento, che Wilde aveva piú volte espresso la volontà di convertirsi al cattolicesimo, tanto che la definí, appunto, «la promessa che gli avevo fatto». L'interesse di Wilde per il cattolicesimo era in realtà di vecchissima data. Fin da giovane si mostrò molto interessato (ma, per certi versi, piú per ragioni «artistiche» che religiose) alla Chiesa, sulla scorta degl'insegnamenti e dei canoni che il suo maestro oxoniense, John Ruskin, andava via via delineando. «Il cattolicesimo», soleva ripetere Wilde nel suo stile sornione, «è la sola religione in cui valga la pena di morire». Dello stesso Dorian Gray, protagonista del celebre romanzo e icona dell'edonismo, Wilde scrive che non professava alcuna fede religiosa, ma aveva una certa propensione per la religione cattolica. Certo, le opinioni di Wilde in materia di fede non erano affatto ortodosse e la sua condotta di vita era decisamente immorale, ma questi elementi, questi slanci spirituali, se ben contestualizzati, consentono di comprendere quale travaglio visse la sua anima e possono essere spiegati appunto alla luce di quanto avvenne poi, cioè la sua conversione.

    Col trascorrere del tempo, e soprattutto negli ultimi anni di vita, l'avvicinamento di Wilde al cattolicesimo si fece progressivamente piú intenso. Tre settimane prima di morire dichiarò ad un corrispondente del «Daily Chronicle»: «Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L'aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al piú presto». Non si direbbero proprio le parole di un anticlericale precursore della cultura gay come oggi, spesso, lo si vuol far passare…

    Si noterà, certo, lo stile un po' sui generis delle affermazioni di Wilde. Inizialmente, infatti, neppure Ross prese sul serio le intenzioni dell'amico (quando ancora era in salute), tanto che Wilde lo soprannominò scherzosamente «il cherubino con la spada fiammeggiante, che mi proibisce di entrare nell'Eden». E, con tono altrettanto scherzoso, disse ad un altro amico: «La Chiesa cattolica è soltanto per i santi e i peccatori. Per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana». Bisogna però saper inquadrare questo tipo di linguaggio, che rientrava nello stile sferzante e sornione dell'eloquio di Wilde, sempre in cerca della battuta icastica e divertente, e ironico su tutti gli argomenti. Non va perciò confuso lo stile ironico di certe affermazioni di Wilde con la serietà del suo travaglio interiore; non si deve, per parafrasare Wilde stesso, «disperdere il grano e consevare la pula, scegliendo perfidamente» (cfr. The Ballad of Reading Gaol, V, vv. 11-12, trad. F. Buffoni).

    Ancora Ross testimonia che Wilde si era «inginocchiato come un vero cattolico» davanti ad un prete di Notre-Dame a Parigi, ad un altro prete a Napoli e al Papa a Roma. Anzi, merita menzione il grande interesse di Wilde per papa Leone XIII, alle cui udienze andò molto spesso. La prima volta poté andarci in maniera del tutto casuale o, se vogliamo, provvidenziale. Il Sabato Santo del 1900 uno sconosciuto avvicinò Wilde e gli chiese se avesse avuto piacere di vedere il Papa il giorno dopo; Wilde rispose «Non sum dignus» e l'uomo gli consegnò il biglietto necessario per essere ammesso alla cerimonia pontificia. Dunque il giorno successivo Wilde fu tra le prime file a ricevere, nel giorno di Pasqua, la benedizione Urbi et Orbi. Cosí il giorno dopo descrisse l'evento: «Ieri ero in prima fila con i pellegrini in Vaticano ed ho ricevuto la benedizione del Santo Padre […]. Era meraviglioso mentre sfilava di fronte a me portato sulla sua sedia gestatoria, non era né carne né sangue, ma un'anima candida vestita di bianco, un artista ed un santo […]. Non ho mai visto nulla di simile alla straordinaria grazia dei suoi modi; di tanto in tanto si sollevava probabilmente per benedire i pellegrini, ma certamente le sue benedizioni erano rivolte a me». In séguito cosí ricordò la figura di Leone XIII: «Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli Apostoli e padre della Cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto, e ne provai piena consapevolezza». A papa Pecci Wilde attribuí addirittura di averlo miracolato, facendolo guarire, dopo la benedizione pasquale, da una grave forma di dermatite: «Il Vicario di Cristo ha fatto tutto», dichiarò. Da quel momento iniziò ad andare molto spesso, durante il suo soggiorno romano, alle udienze pontificie.

    In conclusione, si può ragionevolmente credere alla sincerità e alla legittimità della conversione di Wilde al cattolicesimo. Indubbiamente ciò non cancella la sua condotta immorale, ma scopo di questa rivisitazione critica non è certo quello di presentare Oscar Wilde come un modello cristiano da seguire, bensí quello di restituirlo, oltre che allo spessore letterario che in ogni caso gli spetta, alla verità storica, senza arbitrarie ed indebite forzature che portano a faziose interpretazioni della sua figura, e senza giudicare impietosamente quest'uomo che, pur avendo vissuto nel peccato e nell'errore, con la sua umiltà e la sua redenzione può forse fungere, oggi, da esempio per molte persone:


    And there, till Christ call forth the dead,
    In silence let him lie.


    Lasciatelo in silenzio,
    Verrà Cristo a suscitare i morti.


    (O. Wilde, The Ballad of Reading Gaol, VI, vv. 7-8, trad. F. Buffoni)

  2. #2
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    Oddio! Ma che Oscar Wilde avvertisse un profondissimo ed indomito richiamo religioso non è certo una scoperta. L’intera lettera dal carcere, rivolta al suo amante, trasuda spiritualità da ogni consonante e vocale. Il dramma di Oscar era quello di non poter fare a meno di creare letteratura, anche quando dava voce al suo intimo, e l’errore di qualche critico fu quello di leggere la bellissima e dolorosa lettera come un’opera letteraria che fungesse da riparazione della sua riprovevole condotta morale agli occhi della società. La lettera doveva essere consegnata per il tramite di Robbie Ross, a Douglas, il suo amante, il quale dichiarò di non averla mai ricevuta. Probabile che Ross non gliela ebbe mai consegnata per propri fini. Non è necessario dover fare affidamento alle parole – forse interessate - di una persona il cui contegno non si dimostrò mai troppo cristallino, per dedurre che Oscar Wilde fosse un fervente credente. Per aver contezza di ciò è appena sufficiente leggere con attenzione la lettera.

  3. #3
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    Oscar meditò la conversione in carcere: lo misero ai lavori forzati al quale lui - pur essendo un uomo alto 1,90 - non era affatto abituato percui, vedendo che il corpo non reggeva, lo trasferirono a fare giardinaggio. In quel periodo, si fece portare in cella come unico libro una Bibbia il greco antico che utilizza nel De Profundis per fare alcune citazioni. Nello stesso testo si legge l'emozione che provava alla lettura della Bibbia in greco (secondo lui vicina al linguaggio dei primi cristiani), cosa che segretamente aveva sempre desiderato. Poi naturalmente fa commenti che all'orecchio del prete risultano un po' stravaganti. Quello che noterei è che Wilde dice di leggere la Bibbia perché ci sono degli interrogativi, delle domande a cui lui cerca una risposta [e infine crede anche di trovarla - questa è Fede, ndr].

    Beh, credo che ci voglia una buona forza di volontà per trovarsi a 40anni in una prigione a cercare di comprendere Dio leggendo la Bibbia. Senonaltro l'intenzione è buona, e richiede una certa abnegazione da parte di un uomo che ha fatto tutt'altro nella vita. A noi non è dato giudicare... ma chiediamoci: quanti di noi avrebbero dimostrato una simile dedizione? (è per fare dell'autocritica costruttiva)

    Riguardo Al Dorian Gray lo stesso Wilde, scrivendo ad un giornalista che parlava male del suo libro, fa un'osservazione interessante riguardo alla morale (che non dovrebbe nemmeno esserci!): Dorian, nel momento in cui con il coltello strappa il dipinto, muore; Il dipinto però è il simbolo della sua anima corrotta e imbruttita: nel momento in cui Dorian tenta di distruggere il quadro, che è la vera rappresentazione del suo intimo, uccide se stesso tentando di uccidere la propria anima.
    A distanza di anni può sembrare quasi scontato, ma per lui che era un sostenitore dell'Estetismo non dev'essere stato facile fare un'affermazione simile - parlare in questi termini di anima... quindi riguardo all'Estetismo, si può dire che ne conoscesse anche i lati negativi.

    E per chi conosce le fiabe di Wilde, tutte splendide (chi non ha letto da bambino Il Principe Felice? un Principe che dona ogni parte di sè ai poveri, tra l'altro...) ricordo un aneddoto: quando papà Oscar leggeva le sue stesse fiabe ai figli, spesso gli si riempivano gli occhi di lacrime. I bambini gli chiedevano: "Papà, perché piangi?" e lui rispondeva, pressapoco: "Piango per la bellezza di queste storie; piango perché la belezza mi fa piangere".

  4. #4
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    Predefinito mi ricorda questo film...

    http://www.mymovies.it/dizionario/critica.asp?id=34837


    The Libertine



    Il «libertino» del titolo è Jonh Wilmot, secondo conte di Rochester, nato nel 1647 e dopo una vita e un’attività letteraria fonte di molti scandali, morto a 33 anni. Ci si presenta in un prologo, subito dopo i titoli, in cui, con gli occhi cerchiati e il viso spettrale di Johnny Depp, sulle orme di un testo teatrale dell’inglese Stephen Jeffreys, anche sceneggiatore del film, ci dice, guardando in platea: «Non vi piacerò. Gli uomini saranno invidiosi e le donne proveranno ribrezzo. Non vi piacerò ma soprattutto non voglio piacervi...» È il «la», cui si adeguerà il resto il personaggio, le sue gesta ribalde, l’epoca della Restaurazione, sotto Carlo II, che le accolse spesso, però, respingendole. Una moglie, sposata per amore dopo averla rapita ancora vergine e per questo finito alla Torre di Londra. Una amante, attrice in erba, che riuscirà a far diventare una stella del teatro inglese in quegli anni. L’amicizia del Re, spesso irrisa, anche con scherzi atroci: uno spettacolo pornografico che, invece, avrebbe dovuto servire per accoglier degnamente l’ambasciatore di Luigi XIV. E poi molte altre donne, molto vino e una tale serie di sregolatezze, soprattutto erotiche, da vedersi presto devastato dalla sifilide. In tempo, però, per una conversione sul letto di morte, altrettanto senza freni quanto la vita che l’aveva preceduta. L’esordiente Laurence Dunmore, noto finora per dei videomusicali, ha seguito quasi alla lettera il testo di Jeffrys, ingegnandosi a dare il più possibile rilievo a quel personaggio centrale sempre fuori da ogni norma (nelle azioni, nei gesti, nell’eloquio) e costruendogli attorno una cornice d’epoca il più possibile verosimile e suggestiva. In Johnny Depp il personaggio ha trovato l’interprete di cui aveva bisogno: folle, stralunato, luciferino, ma anche spesso ferito, intento a passare bruscamente dall’esaltazione ai crolli. Con la possibilità, nei dialoghi - letterari e scritti spesso in un inglese settecentesco - di vincere l’originario accento americano in favore di riflessioni non dissimili da quelle cui ricorreva Laurence Olivier per il teatro di Shakespeare. Circondato da attori quasi tutti inglesi legati alle stesse inflessioni, accettate perfino dall’americano Jonh Malkovic, un Carlo II molto verosimile (anche per un grosso naso posticcio). E così l’epoca: con immagini nebbiose e fumose a luci naturali (come nel Barry Lindon di Kubrick) e scenografie realistiche in mezzo a strade fangose. Forse non è un gran film, ma la cultura inglese vi ha spazi attenti. Anche nelle aberrazioni.

    Da Il Tempo, 12 febbraio 2006

 

 

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