Pagina 2 di 2 PrimaPrima 12
Risultati da 11 a 20 di 20
  1. #11
    Boh..
    Data Registrazione
    27 Jan 2006
    Messaggi
    2,418
     Likes dati
    0
     Like avuti
    3
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Angel Of Death Visualizza Messaggio
    purtroppoè stato un bagliore di luce tra i secoli
    COMUNITA' DI POPOLO E SOCIALISMO nel TERZO REICH (centrostudilaruna.it)

    “Siamo convinti che il nostro socialismo basato sulla fratellanza di sangue si diffonderà sugli altri popoli e darà nuova forma anche al rapporto tra le nazioni, giacché esso contiene in sé la promessa di una nuova lega dei popoli, più ricca di sostanza di quella attuale perché fondata su un socialismo attento all’onore dei popoli”
    (Hermann Schwarz, 1936).

    Le ricerche storiografiche relative alla genesi del nazionalsocialismo e al periodo contrassegnato dall’esperienza del Terzo Reich hanno perniciosamente occultato qualsiasi seria analisi riguardante la forma politico-sociale che avrebbe contraddistinto l’esperienza rivoluzionaria di lotta (il c.d. periodo del Kampfzeit) e di potere del movimento nazionalsocialista. Dobbiamo riconoscere, principalmente, allo storico tedesco Rainer Zitelmann (autore di una pregevole biografia politica di Hitler) tutto il merito nell’avere evidenziato la persistente lacuna riguardo alla politica organizzativa nel campo strettamente sociale del Terzo Reich e sulle idee che la permeavano.

    Ancora oggi possiamo capire che la storiografia di natura liberale e soprattutto quella di matrice progressista o marxista abbiano avuto più di un motivo per occultare certi aspetti del nazionalsocialismo da loro considerati, forse a giusta ragione, alquanto imbarazzanti. Ne possiamo capire perfettamente il motivo. Le domande che molti storici, nel dopoguerra, si sono continuamente posti, analizzando la storia del movimento nazionalsocialista e la sua gestione del potere, furono sostanzialmente le seguenti: la Germania hitleriana fu uno Stato socialista? È applicabile all’organizzazione politico-sociale del Terzo Reich la categoria di ‘organizzazione socialista’?

    Con una lettura più obbiettiva e scevra da condizionamenti e storture storiche sugli avvenimenti di allora possiamo, con certezza, affermare di sì! La Germania nazionalsocialista rappresentò e sviluppò con una chiave interpretativa innovativa e autenticamente europea una specifica e originale forma di ‘socialismo nazionale’, (proprio Albert Speer ebbe modo di compiacersi di questo “socialismo insieme moderno e tedesco”) radicata nell’anima del popolo rigorosamente antiplutocratica e anticapitalista, concorrenziale e contrapposta alla forma ‘internazionalistica’ rappresentata dall’esperimento marxista della Russia sovietica. Una visione idealistica che rappresenterà la centralità del pensiero politico di Adolf Hitler e dalla quale mai si discosterà : “Nessun nazionalismo può veramente esistere, oggi, che non sia determinato in modo socialista dalla collettività del Volk. E nessuno è un vero nazionalsocialista se non fa cadere l’enfasi sulla parola socialista. È qui, in questo concetto, che sta la forza propulsiva della nostra epoca”.

    Anzi, gli stessi nazionalsocialisti non mancarono mai di sottolineare che quanto da loro proposto e poi realizzato fosse, agli occhi del mondo, il ‘vero socialismo’ contrapposto al marxismo, sempre da loro, denunciato come una impostura di stampo giudaico pensata per ingannare la Nazione e i lavoratori. Proprio le vicende del secondo conflitto mondiale contribuirono ad innalzare il tono ideologico dello scontro militare in corso, fu in quelle circostanze che la Germania “…il primo Stato popolare realmente socialista del mondo” evidenziò propagandisticamente la sua posizione radicalmente alternativa nei confronti delle democrazie capitalistiche occidentali e dell’oriente bolscevico.

    Sarà lo stesso Adolf Hitler, nel commentare la guerra sul fronte dell’est, a spiegare con chiarezza la natura del conflitto ideologico che impegnava la Germania e l’Europa: “Ad ogni tedesco che combatte oggi in Oriente, io posso rivolgere questo invito: Considerate le nostre realizzazioni, le nostre case, le nostre colonie rurali; confrontate le nostre organizzazioni nazionalsocialiste con ciò che avete visto laggiù; paragonate la sorte del contadino tedesco con quella del contadino russo e datemi poi il vostro giudizio: Chi ha fatto meglio e chi ha avuto le intenzioni più oneste? Certamente tra quanti son tornati dalla Russia nessuno ha esitato ad ammettere che solo in Germania stesse per realizzarsi uno Stato socialista. Ma proprio per tale motivo quest’altro mondo, specie in quanto rappresenta gli interessi capitalistici, muove contro di noi. E’ un consorzio che ancor oggi si arroga di governare il mondo secondo il suo interesse capitalistico, di dirigerlo e, se necessario, di maltrattarlo”.

    L’elaborazione ideologica sviluppata all’interno del movimento nazionalsocialista fu indubbiamente debitrice del contributo culturale sviluppatosi nel ‘laboratorio’ di idee del radicalismo nazionalista e volkisch che permeò l’inquieto l’ambiente della c.d. ‘Rivoluzione Conservatrice’, come anche della critica spengleriana al liberalismo (considerato, a giusta ragione, dal filosofo da sempre ostile al concetto di Stato), anche qui utilizzando la mediazione “dell’istinto tedesco autenticamente prussiano” si affermava che il dominio politico doveva appartenere alla ‘Totalità’, la persona stessa doveva essere posta al servizio della ‘Totalità’, anzi il singolo di per sè non aveva un proprio valore perché doveva subordinarsi alla ‘Totalità’, quindi la ‘Totalità’ deteneva la sovranità. Il “Noi comunitario” si poneva, inevitabilmente, rigidamente contrapposto al “Io individuale”.

    Nella teorizzazione del ‘socialismo prussiano’ si trovava magnificamente espressa tutta la lapidaria incisività e radicalità che contraddistingueva l’opposizione al modello della liberal-democrazia anglosassone e alla propria ‘etica’ del successo economico considerata, sempre da Spengler, come la versione inglese del calvinismo. A tutto ciò il filosofo tedesco contrappose quello che egli stesso definiva come l’istinto gotico della volontaria subordinazione dell’individuo alla ‘Totalità’. Un istinto e uno stile rinvenibile principalmente nella stirpe prussiana. Per questi motivi Spengler ricondusse il proprio ideale politico ad uno specifico socialismo autoritario di stampo prussiano che avrebbe restituito la vera libertà: la libertà dall’arbitrio economico del singolo.

    Oltre alla critica spengleriana e, probabilmente, in misura maggiore ebbero influenza le elaborazioni, più propriamente politiche, della Thule gesellschaft e delle sue filiazioni: la Lega dei lavoratori tedeschi e l’Associazione comunitaria operaia tedesco-socialista. Ambedue e pertanto la Thule gesellschaft, con incessanti appelli rivolti ai lavoratori, propagandavano la necessità e l’urgenza, per la salvezza della Germania dal giogo dell’Alta finanza internazionale, di un socialismo specificatamente nazionale e la creazione di un Partito che fosse in grado di contrastare la socialdemocrazia sul suo stesso terreno: “Ostentando un’opposizione di facciata, la Socialdemocrazia conduce contro il Capitalismo una lotta evidentemente fittizia, dal momento che, alla guida di questo Partito, non si trovano che ebrei e capitalisti”.

    Questo ‘nuovo Partito’, che avrebbe accolto nei ranghi esclusivamente lavoratori di nascita e di discendenza tedesca, avrebbe propugnato riforme sociali assolutamente radicali, la nazionalizzazione delle Banche e l’abolizione della speculazione borsistica, avrebbe respinto il modello della democrazia occidentale e avrebbe, anche, mirato all’abolizione della legislazione derivata dal Diritto Romano che, all’avviso dei ‘nuovi socialisti tedeschi’, aveva con il tempo assunto un carattere asociale a scapito dell’interesse comunitario tale da privilegiare il profitto privato del singolo individuo e legittimare la speculazione e la prevaricazione sociale a danno delle categorie popolari: “Poiché intende affrontare radicalmente i problemi posti dalle necessità nazionali e sociali sulla scorta delle istanze basilari incisive ed inflessibili che lo guidano all’azione, questo nuovo Partito non intende avanzare proposte tendenti ad ottenere riforme solo apparenti (…) Assolutamente ostile al Capitalismo ed impenetrabile da infiltrazioni giudaiche, il nuovo Partito intende farsi strada senza usare riguardi né fare concessioni di sorta ad alcuno, lasciandosi guidare solo dalla ricerca della prosperità nazionale nel perseguire, accanto ad una più equa distribuzione dei beni, il risanamento ed il ripristino del vigore della popolazione tedesca, tanto duramente provata”.

    Il Nazionalsocialismo razionalizzò e rielaborò tutto questo giungendo ad un socialismo pensato non più per una sola classe sociale, ma per tutta la comunità nazionale che sarebbe andato a saldarsi con un giovane nazionalismo popolare, irriducibilmente estraneo e nemico del conservatorismo reazionario. Insieme finirono così con il formare una macchina da guerra senza precedenti contro il vecchio mondo del capitalismo liberale. Nel nazionalsocialismo andava così a rivivere il mai tramontato mito della sintesi organica tra l’elemento sociale e quello nazionale che avevano rincorso generazioni di idealisti e di ‘sindacalisti rivoluzionari’ beneficiari della lezione storica di Georges Sorel. Non a caso lo stesso scrittore francese Jean Variot, discepolo, biografo e amico di Sorel, in una sua opera dedicata alla raccolta di scritti del sindacalista francese giunse a constatare: “Oggi, nel 1935, trovo nelle teorie hitleriane, che conciliano un socialismo di ordine pratico con un nazionalismo intransigente, una singolare coincidenza di idee con quelle di Sorel, dal 1909 al 1911. Se Sorel avesse pubblicato le sue idee di allora, si potrebbe dire che Hitler se ne sia ispirato”.

    Con la rossa bandiera recante la ruota solare i nazionalsocialisti vollero concretizzare la rappresentazione simbolica del significato della compiuta realizzazione di questa sintesi che, a sua volta, costituiva il fondamento del ‘socialismo tedesco’. Il tutto all’insegna della parola d’ordine: Gemeinnutz geht vor Eigennutz, il bene comune che prevale sull’interesse individuale.

    Gemeinnutz geht vor Eigennutz, rappresentò, in realtà, molto di più di una diffusa e mobilitante parola d’ordine. Nella concezione e nella puntualizzazione dell’importanza che il ‘bene comune’, ovvero l’utile della ‘comunità popolare’, doveva sempre precedere e prevalere sull’interesse ‘privatistico’ del singolo individuo, si può agevolmente riscontrare il significato autentico ed innovativo del ‘socialismo-nazionale’ tedesco e dell’ordinamento di vita popolare che ne derivava: la Volksgemeinschaft. Nella definizione etnico-sociale della ‘comunità organica di popolo’, la Volksgemeinschaft nazionalsocialista, non era affatto anomalo riscontrare concetti del tipo: “Nello Stato nazionalsocialista, non esiste più una proprietà della quale l’individuo può disporre a proprio piacimento. Non esiste il diritto illimitato alla proprietà, ma solo il diritto, che sia stato meritato, di amministrarla per il benessere di tutti. La proprietà è un prestito. Certamente si può usarla, ma solo nell’interesse di tutti”. Simili affermazioni rientravano a buon titolo nel rinnovamento giuridico tedesco intrapreso dal regime nazionalsocialista e esprimevano il radicale anti-individualismo dei giuristi nazionalsocialisti e la loro avversione al ‘diritto soggettivo’, il diritto borghese per eccellenza sul quale si basava la legittimazione del sistema capitalistico.

    Il ‘diritto soggettivo’ di natura liberale, che fino ad allora legittimava storicamente e giuridicamente la concezione individualistica e privatistica della ‘proprietà’ e dell’economia tutta, mal si conciliava con la Weltanschauung comunitaria e organicistica del nazionalsocialismo che rifiutava a priori l’esistenza di un ‘interesse individuale’ da dovere tutelare. Per i nazionalsocialisti al posto della protezione dell’interesse individuale si doveva porre prioritariamente il ‘servizio alla comunità’, la responsabilità e il senso del dovere nei confronti della comunità popolare e dell’ordinamento concreto della nuova organizzazione socialista del popolo che essa esprimeva, in relazione e in corrispondenza con la ‘funzione sociale’ che il ‘membro del popolo’ (il Volksgenosse, il ‘compagno di popolo’, non più il ‘singolo’ individuo, quindi) concretamente occupava nella comunità stessa.

    La comunità di popolo, nella visione nazionalsocialista, non rientrava in una sfera distinta da quella privata, ma si identificava con questa e quindi anche con le relazioni tra i suoi membri. L’individuo era concepito come un elemento organicamente e perfettamente integrato nella struttura sociale e comunitaria fino a confondersi con questa. Era quindi normale che si ponesse con enfasi l’accento sulla completa e totale unità del singolo con il suo popolo: unità intesa in senso politico, sociale e infine razziale.

    Le parole del noto giurista nazionalsocialista Karl Larenz ci appaiono quindi in tutta la loro disarmante chiarezza: “Non come individuo, come mero uomo o come portatore di una astratta ragione universale, io ho diritti e doveri e la possibilità di formare rapporti giuridici, bensì come membro di una comunità che si dà nel diritto la propria forma di vita, della comunità di popolo. Il singolo ha una concreta personalità soltanto come essere vivente in comunità, come Volksgenosse”.

    Coerentemente con il proprio programma il nazionalsocialismo si proponeva di superare il contrastante dualismo tra ‘pubblico’ e ‘privato’ nel nuovo ordinamento di vita popolare incarnato dalla Volksgemeinschaft che, nell’immaginario politico dei nazionalsocialisti, avrebbe dovuto porre fine all’ordine delle classi nate dallo sviluppo del capitalismo, procedendo verso un nuovo ordine socio-economico (da qui l’insistenza sui temi del socialismo tedesco e della nobiltà del lavoro manuale) e un riordinamento etico e spirituale che avrebbe cancellato il disordine materialista dell’epoca.

    Queste osservazioni ci conducono al cuore della concezione sociale del nazionalsocialismo: qui l’individuo di per sé non ha veste giuridica, né funzione sociale; come anche l’astratta ‘società’ non riveste né importanza, né possiede una completezza giuridica non essendo altro che una sovrastruttura protagonista con l’individuo della dinamica borghese. Mentre solo il Volk, il popolo concreto nella sua veste etnica, politica e sociale, può rivestire rilevanza giuridica e in esso l’uomo, il Volksgenosse, in quanto sua consapevole e organica parte attiva; il membro del popolo considerato come portatore di una volontà non individuale, ma comunitaria. Il socialismo e la razza divenivano così, coniugandosi, le robuste fondamenta dell’organica volontà collettiva del popolo e della disciplina delle sue componenti sociali.

    Al momento in cui i nazionalsocialisti riconoscevano nel popolo la fonte del diritto, automaticamente la Volksgemeinschaft diveniva l’unico soggetto giuridico all’interno del quale vigeva il principio fondamentale della distribuzione e del riconoscimento del ruolo e della funzione sociale, avveniva così la totale coincidenza tra pensiero giuridico, pensiero sociale e pensiero politico. Si realizzava la radicale negazione del diritto borghese tutto incentrato sull’idea liberale di libertà privata e sul, conseguente, egoistico arbitrio sulla proprietà privata e sull’economia: “Solo la comunità di popolo deve essere proprietaria delle ricchezze nazionali, i singoli individui non possono esserne che i depositari e ne sono debitori nei confronti della collettività. La quale è la proprietaria principale di tutte le ricchezze che i singoli possiedono soltanto di seconda mano, per feudo”.

    Il nazionalsocialismo produsse una tale e profonda permeazione fra categorie politiche, sociali, filosofiche e giuridiche da renderle inscindibili tra di loro, costituendo addirittura l’una il presupposto dell’altra. Politica, filosofia e diritto venivano dunque presentate come espressioni molteplici della medesima sfera di conoscenza conforme alla Weltanschauung ufficiale che a sua volta si proponeva come universo concreto in diretto riferimento alla Volksgemeinschaft che si presentava come l’organismo reale: una entità concreta dalla quale nessuna scienza sociale doveva assolutamente prescindere. Tanto meno la scienza giuridica che, a sua volta, veniva innalzata al rango di scienza militante, mentre i giuristi nazionalsocialisti rivestivano la posizione di soldati-politici del fronte del diritto.

    Il nuovo diritto comunitario diveniva, così, la forma nella quale e attraverso la quale la Volksgemeinschaft indirizzava e plasmava in modo unitario la propria vita collettiva. Nell’assoluta uguaglianza di stirpe tra il Capo e il seguito, nella loro fedeltà reciproca realizzata nella comunità di popolo sgorgava il forte sentimento dell’appartenenza, una forza recondita che stabiliva la preminenza del collettivo sull’individuale e del generale sul particolare.

    La netta distinzione che i nazionalsocialisti applicavano tra il concetto di Besitz (il possesso limitato) e il concetto di Eigentum (la proprietà piena ed intera detenuta dalla Comunità e dallo Stato) rimandava a precisi riferimenti dell’antico diritto germanico delle Sippen conosciuto fin dai tempi arcaici del comunitarismo tribale (ovvero della antica concezione germanica della proprietà collettiva della tribù o della nazione sui mezzi di produzione e sul suolo dove ogni singolo produttore non era che un vassallo posto al servizio della comunità) riletto in chiave moderna sulla base e nello spirito dell’idea socialista intesa alla tedesca dove trionfava la concezione totale della Comunità di Popolo e l’idea del Volksgenossentum, il cameratismo del popolo, nonché la funzione prettamente sociale della proprietà.

    Commentava, in tal senso, uno dei più noti sociologi nazionalsocialisti, Werner Sombart: “Per il socialismo tedesco il problema della proprietà non esiste (…) a condizione ben inteso che la proprietà privata non abbia una portata illimitata ma, per quanto si riferisce ai mezzi di produzione ed alla terra, assuma quasi il carattere di una investitura feudale. Posso pienamente associarmi ad Othmar Spann quando scrive: formalmente vi è proprietà privata, sostanzialmente solo proprietà sociale. Il diritto di proprietà non determina più le direttive dell’economia; ma sono queste a determinare l’ampiezza e la specie del diritto di proprietà: ecco il punto saliente”.

    Il campo d’azione del socialismo tedesco non si esaurì esclusivamente con interventi negli ambiti sociali, economici e giuridici, ma influenzò in modo determinante, anche, lo sviluppo di una nuova cultura. A fianco di un recupero dei temi naturalistici, volkisch e razziali si approfondirono, anche, i richiami ad una cultura della tecnica letta come interpretazione di un nuovo romanticismo dell’acciaio che avrebbe innalzato la figura del ‘lavoratore’ emancipandolo dalla condizione di proletario sfruttato a quella di ‘soldato del lavoro’ pilastro essenziale della nuova comunità di popolo; prese forma, ad esempio, l’interessante fenomeno degli Arbeiterdichter, i ‘poeti lavoratori’, cantori dell’eroismo del lavoro e del cameratismo degli operai nelle fabbriche: l’Arbeiter celebrato nelle liriche rifletteva, anche, l’uomo nuovo annunciato dal mito propagandistico del nazionalsocialismo.

    Come altrettanto importante e significativa per la diffusione delle tematiche del socialismo volkisch fu la densa e diffusa esperienza del Kampfbuhne, ovvero del ‘teatro di lotta’, che prese corpo fin dal 1926 come espressione di un più vasto progetto denominato NS-Versuchsbuhne, ‘teatro sperimentale nazionalsocialista’. I nazionalsocialisti definirono lo stile aggressivo della polemica politica del ‘teatro di lotta’ come Streitgesprach, cioè come ‘polemica contro il nemico’, intendendo come ‘nemico’ tutto ciò che aveva colpevolmente nociuto alla salute sociale e politica del popolo tedesco: gli speculatori finanziari, i banchieri capitalisti, gli usurai ebrei e gli agitatori marxisti.

    Questo genere di pedagogia politica che utilizzava la forma teatrale e il cabaret come luoghi dove indottrinamento, formazione e divertimento fossero un tutt’uno riscosse nei ceti popolari un enorme successo e contribuì, in modo originale, allo sviluppo di una nuova cultura nazionalsocialista.

    Una nuova cultura etno-popolare che poteva orgogliosamente alla fine vantare di avere nei lavoratori, riportati in qualità di membri autorevoli in seno alla comunità (dopo decenni di frazionismo classista) e rigenerati con una nuova consapevolezza razziale e sociale, “i rappresentanti di un socialismo che in onore del lavoro fa iniziare la vita virile di ogni giovane con la vanga”. Anche in questo caso il mito comunitario e le parole d’ordine unificanti fecero miracoli nel restituire un profondo e sentito senso di appartenenza a tutto il popolo tedesco, un senso di appartenenza che necessitava, per essere tale, di una mobilitazione permanente e di una incessante e attiva partecipazione alla vita dell’omnicomprensiva Comunità di Popolo.

    Infine sovvertendo l’architrave del pensiero liberal-borghese che imponeva la supremazia del ceto mercantilistico e restituendo la piena sovranità al dominio politico-sociale della Comunità di Popolo il nazionalsocialismo ricondusse l’istanza economica al solo ruolo che le sarebbe spettato, quello di totale subordinazione ai superiori interessi, alle necessità e alle direttive della comunità politica e della sua organica manifestazione: lo Stato popolare nazionalsocialista.

    Possiamo trovare la legittimazione di questo superiore interesse nelle parole di Hans Frank, il decano della giurisprudenza nazionalsocialista: “Non esiste una società al di fuori della totalità del popolo. Nel nostro popolo non esistono più raggruppamenti feudali, o aristocratici o comunque privilegiati per tradizione storica e per speciali diritti. Non esistono né famiglie, né classi privilegiate. Esiste un popolo tedesco unitario, che comprende nella sua schiacciante maggioranza i compagni che lavorano nello Stato, nel Partito e nell’economia”.

  2. #12
    email non funzionante
    Data Registrazione
    30 Apr 2008
    Messaggi
    186
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    che significa debole?
    rispetto a chi?

  3. #13
    info@forzanuovaroma.org
    Data Registrazione
    11 May 2006
    Località
    ROMA
    Messaggi
    1,810
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Nordreich Visualizza Messaggio
    Stavo facendo un giretto su Edizioni Ritter per vedere se trovavo qualche libro interessante da comprare in futuro, ed ecco che improvvisamente mi imbatto in questo libro: http://www.ritteredizioni.com/index....emart&Itemid=1
    Non vi sto a spiegare che dice, basta leggere la breve sintesi.

    Ora mi sorge un dubbio: la Germania era veramente uno stato forte come credo?

    Grazie a tutti per le risposte.
    sul libro l'autore avrà espresso pure il suo pensiero, ma i fatti parlanop da soli:
    dopo la tragedia economica e la fine della repubblica di weimar il naz. seppe tener fronte a grosse crisi economiche e al tempo stesso costruire in pochi anni un'arsenale bellico senza pari al mondo, altre a svariate infrastrutture pubbliche e all'azzeramento della disoccupazione.

  4. #14
    Registered User
    Data Registrazione
    23 Apr 2006
    Messaggi
    173
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    era forte ma non abbastanza per vincere una guerra contro anglo-americani e sovietici nonostante la compartecipazione di italia e giappone.

  5. #15
    Dove non si può possiamo!!!
    Data Registrazione
    15 Apr 2008
    Località
    Cisterna Di Littoria
    Messaggi
    182
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Se parliamo delle cause che hanno portato l'Asse alla sconfitta il motivo è solo uno,troppi fronti aperti,lo stesso Mussolini quando Hitler dichiarò guerra alla Russia disse che questo atto sanciva la loro sconfitta.Poi sappiamo tutti che gli anglo-americani non erano da soli,basta pensare che solo in africa c'erano moltissime divisioni neo-zelandesi,indiane,africane ecc.

  6. #16
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    03 Apr 2009
    Messaggi
    18,894
     Likes dati
    54
     Like avuti
    2,482
    Mentioned
    40 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    In che senso forte/debole?Nel senso di intervento statale direi che era forte,Hitler non era un liberale lassista!
    Nel senso di potere rispetto all'estero direi che era fortissimo e al livello di superpotenza:solo USA e URSS erano più forti.L'URSS soprattutto e anche gli USA hanno fatto qualche figuraccia contro il Terzo Reich,ma questo a causa della disorganizzazione,nessun dubbio che a parità di organizzazione avrebbero fatto a pezzi i tedeschi ancora più facilmente.L'impero britannico nel compenso forse era più forte,ma essendo formato da più stati non vale.
    Infine se si vuole parlare di forza come efficienza in rapporto alla forza disponibile allora sì che la Germania ha impiegato le proprie risorse meglio dell'URSS,ma con quel criterio i migliori al mondo sono stati i finlandesi.

  7. #17
    Sopra il Nord
    Data Registrazione
    04 Dec 2005
    Località
    Europa autogenocida.
    Messaggi
    8,988
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    46 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Non credo che americani o sovietici potevano eguagliare i tedeschi nell'organizzazione, si tratta pur sempre di una dote data dal sangue.

  8. #18
    14/88!
    Data Registrazione
    07 Oct 2007
    Località
    Monnezzopoli
    Messaggi
    1,945
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    33 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Debole economicamente, intendevo questo... per farmi capire ancora meglio... vi faccio un copia-incola da un sito che dovrebbe dire più o meno le stesse cose del libro.

    http://www.viaggio-in-germania.de/hitler.html

    Iniziate a leggere da "Hitler fa sparire la disoccupazione..." fino a "La repressione".

  9. #19
    email non funzionante
    Data Registrazione
    02 Feb 2007
    Località
    Toscana/Sardegna
    Messaggi
    392
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    non direi proprio...la Germania è sempre stata ricca sopratutto la zona industriale della Ruhr era uno dei punti di forza dell`economia della Germania Nazista.

  10. #20
    .
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    15,486
     Likes dati
    1,827
     Like avuti
    4,712
    Mentioned
    28 Post(s)
    Tagged
    2 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Sander Visualizza Messaggio
    COMUNITA' DI POPOLO E SOCIALISMO nel TERZO REICH (centrostudilaruna.it)

    “Siamo convinti che il nostro socialismo basato sulla fratellanza di sangue si diffonderà sugli altri popoli e darà nuova forma anche al rapporto tra le nazioni, giacché esso contiene in sé la promessa di una nuova lega dei popoli, più ricca di sostanza di quella attuale perché fondata su un socialismo attento all’onore dei popoli”
    (Hermann Schwarz, 1936).

    Le ricerche storiografiche relative alla genesi del nazionalsocialismo e al periodo contrassegnato dall’esperienza del Terzo Reich hanno perniciosamente occultato qualsiasi seria analisi riguardante la forma politico-sociale che avrebbe contraddistinto l’esperienza rivoluzionaria di lotta (il c.d. periodo del Kampfzeit) e di potere del movimento nazionalsocialista. Dobbiamo riconoscere, principalmente, allo storico tedesco Rainer Zitelmann (autore di una pregevole biografia politica di Hitler) tutto il merito nell’avere evidenziato la persistente lacuna riguardo alla politica organizzativa nel campo strettamente sociale del Terzo Reich e sulle idee che la permeavano.

    Ancora oggi possiamo capire che la storiografia di natura liberale e soprattutto quella di matrice progressista o marxista abbiano avuto più di un motivo per occultare certi aspetti del nazionalsocialismo da loro considerati, forse a giusta ragione, alquanto imbarazzanti. Ne possiamo capire perfettamente il motivo. Le domande che molti storici, nel dopoguerra, si sono continuamente posti, analizzando la storia del movimento nazionalsocialista e la sua gestione del potere, furono sostanzialmente le seguenti: la Germania hitleriana fu uno Stato socialista? È applicabile all’organizzazione politico-sociale del Terzo Reich la categoria di ‘organizzazione socialista’?

    Con una lettura più obbiettiva e scevra da condizionamenti e storture storiche sugli avvenimenti di allora possiamo, con certezza, affermare di sì! La Germania nazionalsocialista rappresentò e sviluppò con una chiave interpretativa innovativa e autenticamente europea una specifica e originale forma di ‘socialismo nazionale’, (proprio Albert Speer ebbe modo di compiacersi di questo “socialismo insieme moderno e tedesco”) radicata nell’anima del popolo rigorosamente antiplutocratica e anticapitalista, concorrenziale e contrapposta alla forma ‘internazionalistica’ rappresentata dall’esperimento marxista della Russia sovietica. Una visione idealistica che rappresenterà la centralità del pensiero politico di Adolf Hitler e dalla quale mai si discosterà : “Nessun nazionalismo può veramente esistere, oggi, che non sia determinato in modo socialista dalla collettività del Volk. E nessuno è un vero nazionalsocialista se non fa cadere l’enfasi sulla parola socialista. È qui, in questo concetto, che sta la forza propulsiva della nostra epoca”.

    Anzi, gli stessi nazionalsocialisti non mancarono mai di sottolineare che quanto da loro proposto e poi realizzato fosse, agli occhi del mondo, il ‘vero socialismo’ contrapposto al marxismo, sempre da loro, denunciato come una impostura di stampo giudaico pensata per ingannare la Nazione e i lavoratori. Proprio le vicende del secondo conflitto mondiale contribuirono ad innalzare il tono ideologico dello scontro militare in corso, fu in quelle circostanze che la Germania “…il primo Stato popolare realmente socialista del mondo” evidenziò propagandisticamente la sua posizione radicalmente alternativa nei confronti delle democrazie capitalistiche occidentali e dell’oriente bolscevico.

    Sarà lo stesso Adolf Hitler, nel commentare la guerra sul fronte dell’est, a spiegare con chiarezza la natura del conflitto ideologico che impegnava la Germania e l’Europa: “Ad ogni tedesco che combatte oggi in Oriente, io posso rivolgere questo invito: Considerate le nostre realizzazioni, le nostre case, le nostre colonie rurali; confrontate le nostre organizzazioni nazionalsocialiste con ciò che avete visto laggiù; paragonate la sorte del contadino tedesco con quella del contadino russo e datemi poi il vostro giudizio: Chi ha fatto meglio e chi ha avuto le intenzioni più oneste? Certamente tra quanti son tornati dalla Russia nessuno ha esitato ad ammettere che solo in Germania stesse per realizzarsi uno Stato socialista. Ma proprio per tale motivo quest’altro mondo, specie in quanto rappresenta gli interessi capitalistici, muove contro di noi. E’ un consorzio che ancor oggi si arroga di governare il mondo secondo il suo interesse capitalistico, di dirigerlo e, se necessario, di maltrattarlo”.

    L’elaborazione ideologica sviluppata all’interno del movimento nazionalsocialista fu indubbiamente debitrice del contributo culturale sviluppatosi nel ‘laboratorio’ di idee del radicalismo nazionalista e volkisch che permeò l’inquieto l’ambiente della c.d. ‘Rivoluzione Conservatrice’, come anche della critica spengleriana al liberalismo (considerato, a giusta ragione, dal filosofo da sempre ostile al concetto di Stato), anche qui utilizzando la mediazione “dell’istinto tedesco autenticamente prussiano” si affermava che il dominio politico doveva appartenere alla ‘Totalità’, la persona stessa doveva essere posta al servizio della ‘Totalità’, anzi il singolo di per sè non aveva un proprio valore perché doveva subordinarsi alla ‘Totalità’, quindi la ‘Totalità’ deteneva la sovranità. Il “Noi comunitario” si poneva, inevitabilmente, rigidamente contrapposto al “Io individuale”.

    Nella teorizzazione del ‘socialismo prussiano’ si trovava magnificamente espressa tutta la lapidaria incisività e radicalità che contraddistingueva l’opposizione al modello della liberal-democrazia anglosassone e alla propria ‘etica’ del successo economico considerata, sempre da Spengler, come la versione inglese del calvinismo. A tutto ciò il filosofo tedesco contrappose quello che egli stesso definiva come l’istinto gotico della volontaria subordinazione dell’individuo alla ‘Totalità’. Un istinto e uno stile rinvenibile principalmente nella stirpe prussiana. Per questi motivi Spengler ricondusse il proprio ideale politico ad uno specifico socialismo autoritario di stampo prussiano che avrebbe restituito la vera libertà: la libertà dall’arbitrio economico del singolo.

    Oltre alla critica spengleriana e, probabilmente, in misura maggiore ebbero influenza le elaborazioni, più propriamente politiche, della Thule gesellschaft e delle sue filiazioni: la Lega dei lavoratori tedeschi e l’Associazione comunitaria operaia tedesco-socialista. Ambedue e pertanto la Thule gesellschaft, con incessanti appelli rivolti ai lavoratori, propagandavano la necessità e l’urgenza, per la salvezza della Germania dal giogo dell’Alta finanza internazionale, di un socialismo specificatamente nazionale e la creazione di un Partito che fosse in grado di contrastare la socialdemocrazia sul suo stesso terreno: “Ostentando un’opposizione di facciata, la Socialdemocrazia conduce contro il Capitalismo una lotta evidentemente fittizia, dal momento che, alla guida di questo Partito, non si trovano che ebrei e capitalisti”.

    Questo ‘nuovo Partito’, che avrebbe accolto nei ranghi esclusivamente lavoratori di nascita e di discendenza tedesca, avrebbe propugnato riforme sociali assolutamente radicali, la nazionalizzazione delle Banche e l’abolizione della speculazione borsistica, avrebbe respinto il modello della democrazia occidentale e avrebbe, anche, mirato all’abolizione della legislazione derivata dal Diritto Romano che, all’avviso dei ‘nuovi socialisti tedeschi’, aveva con il tempo assunto un carattere asociale a scapito dell’interesse comunitario tale da privilegiare il profitto privato del singolo individuo e legittimare la speculazione e la prevaricazione sociale a danno delle categorie popolari: “Poiché intende affrontare radicalmente i problemi posti dalle necessità nazionali e sociali sulla scorta delle istanze basilari incisive ed inflessibili che lo guidano all’azione, questo nuovo Partito non intende avanzare proposte tendenti ad ottenere riforme solo apparenti (…) Assolutamente ostile al Capitalismo ed impenetrabile da infiltrazioni giudaiche, il nuovo Partito intende farsi strada senza usare riguardi né fare concessioni di sorta ad alcuno, lasciandosi guidare solo dalla ricerca della prosperità nazionale nel perseguire, accanto ad una più equa distribuzione dei beni, il risanamento ed il ripristino del vigore della popolazione tedesca, tanto duramente provata”.

    Il Nazionalsocialismo razionalizzò e rielaborò tutto questo giungendo ad un socialismo pensato non più per una sola classe sociale, ma per tutta la comunità nazionale che sarebbe andato a saldarsi con un giovane nazionalismo popolare, irriducibilmente estraneo e nemico del conservatorismo reazionario. Insieme finirono così con il formare una macchina da guerra senza precedenti contro il vecchio mondo del capitalismo liberale. Nel nazionalsocialismo andava così a rivivere il mai tramontato mito della sintesi organica tra l’elemento sociale e quello nazionale che avevano rincorso generazioni di idealisti e di ‘sindacalisti rivoluzionari’ beneficiari della lezione storica di Georges Sorel. Non a caso lo stesso scrittore francese Jean Variot, discepolo, biografo e amico di Sorel, in una sua opera dedicata alla raccolta di scritti del sindacalista francese giunse a constatare: “Oggi, nel 1935, trovo nelle teorie hitleriane, che conciliano un socialismo di ordine pratico con un nazionalismo intransigente, una singolare coincidenza di idee con quelle di Sorel, dal 1909 al 1911. Se Sorel avesse pubblicato le sue idee di allora, si potrebbe dire che Hitler se ne sia ispirato”.

    Con la rossa bandiera recante la ruota solare i nazionalsocialisti vollero concretizzare la rappresentazione simbolica del significato della compiuta realizzazione di questa sintesi che, a sua volta, costituiva il fondamento del ‘socialismo tedesco’. Il tutto all’insegna della parola d’ordine: Gemeinnutz geht vor Eigennutz, il bene comune che prevale sull’interesse individuale.

    Gemeinnutz geht vor Eigennutz, rappresentò, in realtà, molto di più di una diffusa e mobilitante parola d’ordine. Nella concezione e nella puntualizzazione dell’importanza che il ‘bene comune’, ovvero l’utile della ‘comunità popolare’, doveva sempre precedere e prevalere sull’interesse ‘privatistico’ del singolo individuo, si può agevolmente riscontrare il significato autentico ed innovativo del ‘socialismo-nazionale’ tedesco e dell’ordinamento di vita popolare che ne derivava: la Volksgemeinschaft. Nella definizione etnico-sociale della ‘comunità organica di popolo’, la Volksgemeinschaft nazionalsocialista, non era affatto anomalo riscontrare concetti del tipo: “Nello Stato nazionalsocialista, non esiste più una proprietà della quale l’individuo può disporre a proprio piacimento. Non esiste il diritto illimitato alla proprietà, ma solo il diritto, che sia stato meritato, di amministrarla per il benessere di tutti. La proprietà è un prestito. Certamente si può usarla, ma solo nell’interesse di tutti”. Simili affermazioni rientravano a buon titolo nel rinnovamento giuridico tedesco intrapreso dal regime nazionalsocialista e esprimevano il radicale anti-individualismo dei giuristi nazionalsocialisti e la loro avversione al ‘diritto soggettivo’, il diritto borghese per eccellenza sul quale si basava la legittimazione del sistema capitalistico.

    Il ‘diritto soggettivo’ di natura liberale, che fino ad allora legittimava storicamente e giuridicamente la concezione individualistica e privatistica della ‘proprietà’ e dell’economia tutta, mal si conciliava con la Weltanschauung comunitaria e organicistica del nazionalsocialismo che rifiutava a priori l’esistenza di un ‘interesse individuale’ da dovere tutelare. Per i nazionalsocialisti al posto della protezione dell’interesse individuale si doveva porre prioritariamente il ‘servizio alla comunità’, la responsabilità e il senso del dovere nei confronti della comunità popolare e dell’ordinamento concreto della nuova organizzazione socialista del popolo che essa esprimeva, in relazione e in corrispondenza con la ‘funzione sociale’ che il ‘membro del popolo’ (il Volksgenosse, il ‘compagno di popolo’, non più il ‘singolo’ individuo, quindi) concretamente occupava nella comunità stessa.

    La comunità di popolo, nella visione nazionalsocialista, non rientrava in una sfera distinta da quella privata, ma si identificava con questa e quindi anche con le relazioni tra i suoi membri. L’individuo era concepito come un elemento organicamente e perfettamente integrato nella struttura sociale e comunitaria fino a confondersi con questa. Era quindi normale che si ponesse con enfasi l’accento sulla completa e totale unità del singolo con il suo popolo: unità intesa in senso politico, sociale e infine razziale.

    Le parole del noto giurista nazionalsocialista Karl Larenz ci appaiono quindi in tutta la loro disarmante chiarezza: “Non come individuo, come mero uomo o come portatore di una astratta ragione universale, io ho diritti e doveri e la possibilità di formare rapporti giuridici, bensì come membro di una comunità che si dà nel diritto la propria forma di vita, della comunità di popolo. Il singolo ha una concreta personalità soltanto come essere vivente in comunità, come Volksgenosse”.

    Coerentemente con il proprio programma il nazionalsocialismo si proponeva di superare il contrastante dualismo tra ‘pubblico’ e ‘privato’ nel nuovo ordinamento di vita popolare incarnato dalla Volksgemeinschaft che, nell’immaginario politico dei nazionalsocialisti, avrebbe dovuto porre fine all’ordine delle classi nate dallo sviluppo del capitalismo, procedendo verso un nuovo ordine socio-economico (da qui l’insistenza sui temi del socialismo tedesco e della nobiltà del lavoro manuale) e un riordinamento etico e spirituale che avrebbe cancellato il disordine materialista dell’epoca.

    Queste osservazioni ci conducono al cuore della concezione sociale del nazionalsocialismo: qui l’individuo di per sé non ha veste giuridica, né funzione sociale; come anche l’astratta ‘società’ non riveste né importanza, né possiede una completezza giuridica non essendo altro che una sovrastruttura protagonista con l’individuo della dinamica borghese. Mentre solo il Volk, il popolo concreto nella sua veste etnica, politica e sociale, può rivestire rilevanza giuridica e in esso l’uomo, il Volksgenosse, in quanto sua consapevole e organica parte attiva; il membro del popolo considerato come portatore di una volontà non individuale, ma comunitaria. Il socialismo e la razza divenivano così, coniugandosi, le robuste fondamenta dell’organica volontà collettiva del popolo e della disciplina delle sue componenti sociali.

    Al momento in cui i nazionalsocialisti riconoscevano nel popolo la fonte del diritto, automaticamente la Volksgemeinschaft diveniva l’unico soggetto giuridico all’interno del quale vigeva il principio fondamentale della distribuzione e del riconoscimento del ruolo e della funzione sociale, avveniva così la totale coincidenza tra pensiero giuridico, pensiero sociale e pensiero politico. Si realizzava la radicale negazione del diritto borghese tutto incentrato sull’idea liberale di libertà privata e sul, conseguente, egoistico arbitrio sulla proprietà privata e sull’economia: “Solo la comunità di popolo deve essere proprietaria delle ricchezze nazionali, i singoli individui non possono esserne che i depositari e ne sono debitori nei confronti della collettività. La quale è la proprietaria principale di tutte le ricchezze che i singoli possiedono soltanto di seconda mano, per feudo”.

    Il nazionalsocialismo produsse una tale e profonda permeazione fra categorie politiche, sociali, filosofiche e giuridiche da renderle inscindibili tra di loro, costituendo addirittura l’una il presupposto dell’altra. Politica, filosofia e diritto venivano dunque presentate come espressioni molteplici della medesima sfera di conoscenza conforme alla Weltanschauung ufficiale che a sua volta si proponeva come universo concreto in diretto riferimento alla Volksgemeinschaft che si presentava come l’organismo reale: una entità concreta dalla quale nessuna scienza sociale doveva assolutamente prescindere. Tanto meno la scienza giuridica che, a sua volta, veniva innalzata al rango di scienza militante, mentre i giuristi nazionalsocialisti rivestivano la posizione di soldati-politici del fronte del diritto.

    Il nuovo diritto comunitario diveniva, così, la forma nella quale e attraverso la quale la Volksgemeinschaft indirizzava e plasmava in modo unitario la propria vita collettiva. Nell’assoluta uguaglianza di stirpe tra il Capo e il seguito, nella loro fedeltà reciproca realizzata nella comunità di popolo sgorgava il forte sentimento dell’appartenenza, una forza recondita che stabiliva la preminenza del collettivo sull’individuale e del generale sul particolare.

    La netta distinzione che i nazionalsocialisti applicavano tra il concetto di Besitz (il possesso limitato) e il concetto di Eigentum (la proprietà piena ed intera detenuta dalla Comunità e dallo Stato) rimandava a precisi riferimenti dell’antico diritto germanico delle Sippen conosciuto fin dai tempi arcaici del comunitarismo tribale (ovvero della antica concezione germanica della proprietà collettiva della tribù o della nazione sui mezzi di produzione e sul suolo dove ogni singolo produttore non era che un vassallo posto al servizio della comunità) riletto in chiave moderna sulla base e nello spirito dell’idea socialista intesa alla tedesca dove trionfava la concezione totale della Comunità di Popolo e l’idea del Volksgenossentum, il cameratismo del popolo, nonché la funzione prettamente sociale della proprietà.

    Commentava, in tal senso, uno dei più noti sociologi nazionalsocialisti, Werner Sombart: “Per il socialismo tedesco il problema della proprietà non esiste (…) a condizione ben inteso che la proprietà privata non abbia una portata illimitata ma, per quanto si riferisce ai mezzi di produzione ed alla terra, assuma quasi il carattere di una investitura feudale. Posso pienamente associarmi ad Othmar Spann quando scrive: formalmente vi è proprietà privata, sostanzialmente solo proprietà sociale. Il diritto di proprietà non determina più le direttive dell’economia; ma sono queste a determinare l’ampiezza e la specie del diritto di proprietà: ecco il punto saliente”.

    Il campo d’azione del socialismo tedesco non si esaurì esclusivamente con interventi negli ambiti sociali, economici e giuridici, ma influenzò in modo determinante, anche, lo sviluppo di una nuova cultura. A fianco di un recupero dei temi naturalistici, volkisch e razziali si approfondirono, anche, i richiami ad una cultura della tecnica letta come interpretazione di un nuovo romanticismo dell’acciaio che avrebbe innalzato la figura del ‘lavoratore’ emancipandolo dalla condizione di proletario sfruttato a quella di ‘soldato del lavoro’ pilastro essenziale della nuova comunità di popolo; prese forma, ad esempio, l’interessante fenomeno degli Arbeiterdichter, i ‘poeti lavoratori’, cantori dell’eroismo del lavoro e del cameratismo degli operai nelle fabbriche: l’Arbeiter celebrato nelle liriche rifletteva, anche, l’uomo nuovo annunciato dal mito propagandistico del nazionalsocialismo.

    Come altrettanto importante e significativa per la diffusione delle tematiche del socialismo volkisch fu la densa e diffusa esperienza del Kampfbuhne, ovvero del ‘teatro di lotta’, che prese corpo fin dal 1926 come espressione di un più vasto progetto denominato NS-Versuchsbuhne, ‘teatro sperimentale nazionalsocialista’. I nazionalsocialisti definirono lo stile aggressivo della polemica politica del ‘teatro di lotta’ come Streitgesprach, cioè come ‘polemica contro il nemico’, intendendo come ‘nemico’ tutto ciò che aveva colpevolmente nociuto alla salute sociale e politica del popolo tedesco: gli speculatori finanziari, i banchieri capitalisti, gli usurai ebrei e gli agitatori marxisti.

    Questo genere di pedagogia politica che utilizzava la forma teatrale e il cabaret come luoghi dove indottrinamento, formazione e divertimento fossero un tutt’uno riscosse nei ceti popolari un enorme successo e contribuì, in modo originale, allo sviluppo di una nuova cultura nazionalsocialista.

    Una nuova cultura etno-popolare che poteva orgogliosamente alla fine vantare di avere nei lavoratori, riportati in qualità di membri autorevoli in seno alla comunità (dopo decenni di frazionismo classista) e rigenerati con una nuova consapevolezza razziale e sociale, “i rappresentanti di un socialismo che in onore del lavoro fa iniziare la vita virile di ogni giovane con la vanga”. Anche in questo caso il mito comunitario e le parole d’ordine unificanti fecero miracoli nel restituire un profondo e sentito senso di appartenenza a tutto il popolo tedesco, un senso di appartenenza che necessitava, per essere tale, di una mobilitazione permanente e di una incessante e attiva partecipazione alla vita dell’omnicomprensiva Comunità di Popolo.

    Infine sovvertendo l’architrave del pensiero liberal-borghese che imponeva la supremazia del ceto mercantilistico e restituendo la piena sovranità al dominio politico-sociale della Comunità di Popolo il nazionalsocialismo ricondusse l’istanza economica al solo ruolo che le sarebbe spettato, quello di totale subordinazione ai superiori interessi, alle necessità e alle direttive della comunità politica e della sua organica manifestazione: lo Stato popolare nazionalsocialista.

    Possiamo trovare la legittimazione di questo superiore interesse nelle parole di Hans Frank, il decano della giurisprudenza nazionalsocialista: “Non esiste una società al di fuori della totalità del popolo. Nel nostro popolo non esistono più raggruppamenti feudali, o aristocratici o comunque privilegiati per tradizione storica e per speciali diritti. Non esistono né famiglie, né classi privilegiate. Esiste un popolo tedesco unitario, che comprende nella sua schiacciante maggioranza i compagni che lavorano nello Stato, nel Partito e nell’economia”.



    interessante

 

 
Pagina 2 di 2 PrimaPrima 12

Discussioni Simili

  1. Gli UFO del Terzo Reich
    Di Nordreich nel forum Destra Radicale
    Risposte: 47
    Ultimo Messaggio: 02-12-08, 23:55
  2. Ufo nel Terzo Reich?
    Di Conner Macleod nel forum Destra Radicale
    Risposte: 10
    Ultimo Messaggio: 12-12-06, 21:28
  3. Ufo nel Terzo Reich?
    Di Conner Macleod nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 11-12-06, 10:59
  4. Ufo nel Terzo Reich?
    Di Conner Macleod nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 11-12-06, 10:55
  5. Stato razziale ed eugenetica: gli USA e il Terzo Reich
    Di L'Uomo Tigre nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 08-02-04, 19:53

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito