venerdì 30 novembre 2007 [ Revenir au Journal ]
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di Eugenio Renzi
ra i film del festival c’è una linea rossa che, intrecciando le selezioni, tesse un’unica trama. È uno dei volti del festival targato Nanni Moretti. La politica, la storia, la sinistra. Molti film, molte cose interessanti, soprattutto nella selezione La Zona (ex Détour). Qui, per non disperdere le forze, abbiamo scelto di concentrarci su uno, In Fabbrica. Per due motivi. Il primo è una sperticata simpatia per Francesca Comencini documentarista (Carlo Giuliani, Ragazzo, 2001). Ma anche per l’autrice di fiction. A Casa Nostra (2006) era un film su una grande città ex-operaia, Milano. Un film su come muta una società dove l’etica del lavoro è sostituita dal regime della vanità. La premessa, il partito preso, non detti (ma evidenti) di quel film erano il chiudersi di un ciclo di egemonia politico-culturale della classe operaia, vale a dire di quel soggetto che con la sua ideologia immaginava una società senza alienazione, e nella sua prassi costituiva un argine reale al nichilismo. Ora quella premessa è diventata un film. Si chiama In Fabbrica. È un documentario di montaggio realizzato con i filmati delle videoteche Rai sul mondo operaio dagli anni cinquanta agli anni ottanta. Un epilogo, girato nel 2007 dalla regista, chiude il film con alcune interviste alle officine Brembo.
Secondo motivo. Parlare di In Fabbrica vuol dire parlare di Torino, la città operaia per eccellenza ; la città della Fiat, la « Detroit » d’Europa. Oggi il capoluogo piemontese, dopo esser stata capitale del regno, poi del fordismo, cerca di inventarsi un terzo volto. Le Olimpiadi Invernali, ma anche il festival del cinema, fanno parte di un progetto di riconversione della città. Questa mantiene una presenza operaia, sebbene cerchi di esorcizzare il ricordo del secolo XX in cui Torino sembrava essere costruita intorno alla fabbrica, ai suoi ritmi e alle sue diverse fortune.
Per queste ragioni Francesca Comencini non poteva scegliere posto e momento migliore per presentare il suo film. Ne parliamo con il filosofo marxista torinese Costanzo Preve che ha accettato di vedere il film con noi.
Conversazione con Costanzo Preve a proposito del film.
Cahiers : Alla fine del film le si è visto battere le mani. Segno che quello che ha visto non le è dispiaciuto.
Costanzo Preve : Io non sono un critico di mestiere, il mio giudizio di conseguenza è storico e filosofico. Però c’è anche una dimensione puramente empatica. A quel livello là, il film mi ha preso, le immagini mi hanno dato piacere.
Cahiers : Allora partiamo dalle immagini. In Fabbrica è molto schematico. Si comincia con gli anni cinquanta.
Costanzo Preve : L’operaio con la bicicletta e la gavetta. Questa è l’immagine degli anni cinquanta. Ed è sostanzialmente giusta. In questi due dettagli, l’uso della bicicletta per andare al lavoro e della gavetta per nutrirsi a mezzogiorno Comencini fa rivivere una fase precisa della storia operaia. L’operaio è visto come un padre di famiglia che esce la mattina presto in bicicletta. E l’immagine fortemente idealizzata di un operaio marito e padre. Infatti [nel film] dice : « io torno alla sera e la mia cara Anna si stringe a me. » La moglie poi si alza ancora prima di lui, gli prepara il pranzo e lo mette nella gavetta. Noterai che, contrariamente alle immagini della mensa degli anni sessanta, nei cinquanta l’operaio mangia ancora con la gavetta. Ancora oggi è una cosa normale nel terzo mondo. E una vera e propria fase, quella del gavettino, che racconta un passaggio dell’industria di un paese. Ora, l’immagine dell’operaio padre era comune negli anni cinquanta sia all’interno del PCI, l’operaio produttore ma fortemente radicato in una realtà familiare, sia nella democrazia cristiana e nel sindacalismo cattolico. In queste immagini scopriamo come le figure dell’operaio CGIL, comunista, e l’operaio CISL, cattolico, fossero anteriori sia alla critica del costume borghese, sia in fondo all’idea di operaio come figura di massa de-individualizzata. L’operaio non fa paura, come sarà poi nei tardi anni sessanta. E un eroe buono, mansueto iscritto in un quadro quasi arcadico.
C’è anche un’altra figura interessante. Quella dell’operaio dell’altoforno, il fonditore davanti al fuoco, che non ha nulla a che vedere con l’operaio di fabbrica. Negli anni cinquanta questo è visto come una specie di Prometeo - evidentemente qui gioca forza l’inerzia di una certa visione legata ai grandi regimi repressivi di massa degli anni trenta : l’eroe del lavoro. La voce dell’operatore dice : L’operaio è come trasparente, gli zampilli infuocati non lo possono toccare. Negli anni sessanta la macchina da presa si avvicina e scopre un uomo dal corpo distrutto pieno di ustioni e di calli. Sono passati pochi anni, ma la visione del ruolo emancipativo e della natura tutta positiva della rivoluzione tecnologica si è definitivamente incrinata.
Cahiers : Passiamo ai sessanta. Gli operai immigrati dormono all’addiaccio.
Costanzo Preve : È un’immagine precisa che racconta un episodio altrettanto preciso. In tre anni, dal 1966 al 1969 il bisogno produttivo spinge la Fiat ad assorbire 60.000 operai. Vengono dal sud del paese. In maniera totalmente criminosa, l’azienda, che controlla direttamente la politica, non si preoccupa di sapere se questa gente potesse trovare un alloggio. Ecco che si sviluppa quel fenomeno che vediamo nel film, gli operai lavorano di giorno e di notte vanno a dormire alla stazione. Oggi questo è incomprensibile : chi ha un lavoro ha un tetto. Per noi, il barbone è evidentemente disoccupato. Questo fatto preciso è alla base di una fortissima saldatura di classe tra operai e di un’inedita tendenza rivendicativa che da allora si estende dalla fabbrica a tutta la società. Gli operai irrompono sulla scena politica e obbligano la società tutta intera a prendere certe scelte, per tutti. Da qui il sessantotto e l’autunno caldo. Da qui l’ideologia operaista, in special modo torinese, che già esisteva ma che si radicalizzò fino a diventare una forza politica massimalistico-rivoluzionaria. Impossibile immaginare tutto il ciclo di lotte della fine dei sessanta e inizio settanta senza quell’immagine che vediamo nel film degli operai che lavorano di giorno in fiat e dormono di notte in stazione.
Cahiers : Ancora due immagini, la vittoria del 1969. Il canto del cigno del 1980.
Costanzo Preve : Sono due immagini potenti. 1969 : La compattezza operaia si mostra nella selva di mani alzate durante la votazione : il voto all’unanimità sul contratto dopo un autunno di lotte. In gioco non c’è solo il contratto, cambia la storia del paese. Il rapporto di forza padrone-operaio si piega nettamente a favore del secondo : l’azienda reintegra i licenziati, la politica vota lo statuto dei lavoratori. A soli dieci anni di distanza i ruoli si invertono. La Comencini ci mostra un’immagine celebre : siamo fuori dai cancelli della Fiat, gli operai votano massicciamente contro l’ipotesi di accordo proposta nella notte dai sindacati, ma il capo sindacale bara e dice : mozione approvata a larga maggioranza. Ora, il lato tragico non è tanto il fatto che il capo bara, ma che questi non viene sommerso dalle proteste. Anche a quelli che hanno votato contro manca il cuore per ribellarsi. Il sindacalista mente, ma non potrebbe mentire senza una sconfitta reale, che gli operai percepiscono.
Cahiers : Perché fare oggi un collage di immagini di operai ?
Costanzo Preve : Io ci vedo un’operazione alla base tipicamente intellettuale. Nella Cina delle dinastie imperiali, gli storici di corte avevano il diritto di scrivere al storia di una dinastia quando questa si era esaurita completamente ed era stata sostituita da un’altra, non prima. Qui c’è la percezione che un intero ciclo storico, in cui la classe operaia ha rivendicato un ruolo di soggettività politica e sociale in quanto classe, oltre il semplice riconoscimento della propria dignità economica e morale, è finito, e che di conseguenza se ne può fare il bilancio. Per esser chiari : il film nega la fine della classe operaia, ma afferma l’esaurimento di quel surplus rivendicativo che ne faceva un soggetto storico rivoluzionario. Un soggetto che aspira a farsi totalità : nous ne sommes rien, soyons tout.
Cahiers : In questo senso In Fabbrica dice una cosa su cui dovresti trovarti d’accordo.
Costanzo Preve : Nella mia polemica con l’operaismo italiano ho svolto una lotta teorica per evitare che si attribuisse alla sola classe operaia un ruolo che non le spetta. Perché da questo errore deriva un doppio squilibrio. Da un lato una grande illusione nella sua forza e sul suo compito, affermato in quello slogan famoso ripreso dal film : la classe operaia deve dirigere tutto. Dall’altro il suo inevitabile ribaltamento o disillusione : la classe operaia non esiste, è nulla. Sono due opzioni astratte, due tesi non mediate che si ribattono violentemente l’una sull’altra, perché manca una concezione non messianica della storia. Su questo il film mi pare buono. Però anche In Fabbrica è vittima di un processo di rimozione. Mancano per esempio le immagini di tutta una fase : quella degli anni ottanta-novanta. Dopo la marcia dei quarantamila non c’è più nulla. In realtà c’è qualcosa. C’è la lotta armata per esempio. Sulla quale io sono stato sempre contrario, ma per motivi di opportunità politica, non per sulla base di un moralismo neokantiano. Invece il moralismo neokantiano impedisce di giudicare quel fenomeno come un fatto politico, quindi non lo capisce e preferisce negarlo. Il risultato è che mancano delle immagini. Non ci sono. E questo perché il cinema è incapace di raccontare il lato tragico della vicenda.
Cahiers : Spiega meglio.
Costanzo Preve : Oggi la memoria storica ha un doppio significato. Da un lato rappresenta il sentimento diffuso che una certa fase si è chiusa e che quindi può essere recuperata da tutti come fatto culturale. Dall’altro rappresenta un pentimento parziale di tutte le chiacchiere post-moderne degli ultimi dieci quindici anni che dichiaravano che la classe operaia era scomparsa. Il fatto che questi elementi siano contraddittori fa si che l’immagine oggi abbia qualcosa di magico. La classe operaia, di cui si erano misteriosamente perse le tracce negli anni ottanta ritorna, ma non è più classe : è l’operaio immigrato evidentemente colto, che parla francese [in conferenza stampa Francesca Comencini precisa che si tratta di ex un professore senegalese immigrato, oggi operaio e studente di economia. N.d.r.]. Significativamente dice : per riuscire ci vuole destino, ma anche merito. Sembrano parole fuori luogo per un operaio. Dire che ci vogliono destino e merito equivale a dire quello che dice Machiavelli : per vincere, il principe ha bisogno di fortuna e virtù.
Ma questo non deve stupirci. Anzi, averlo sottolineato è un merito del film. Sebbene il finale contribuisca a una visione un po’ oleografica della storia, esso ci dice qualcosa di inatteso ma vero : e cioè che l’operaio concepisce il proprio riscatto sociale come un mélange di destino da un lato, che gli viene dall’esperienza del viaggio come clandestino, dal fatto di essersela cavata, di aver passato la frontiera, trovato un lavoro, e di merito dall’altro, cioè di aver saputo individualmente, e non in quanto classe o comunità, reagire alle diverse fortune. Non ci deve stupire in quanto marxisti, perché per dirla con György Lukács, il soggetto nel modo di produzione capitalistico ha tendenza a rappresentare il proprio essere sociale nella forma di un’opposizione tra individuo e genere.
In ultima analisi penso che dovrei formulare un giudizio sfumato su In Fabbrica. Il film è interessante, e in alcuni momenti anche divertente. Penso all’immagine dell’operaio di origine napoletana che canta e balla nel cortile di un palazzo torinese. O della ragazza a cui viene chiesto se le piacciono i meridionali che risponde : sì, perché il meridionale è più uomo. Si sorride, senza né paternalismo né irrisione.
Il suo minimalismo, anche simpatico, che consiste a recepire e montare delle immagini delle teche Rai cercando di essere il più sobri possibile, permette allora al film di compiere ritorno indietro non banale, un’operazione memoria non falsa. Ma c’è un risvolto negativo : questo stesso minimalismo, questa tranquillità, questo distacco rappresentano la volontà degli intellettuali italiani di chiudere un periodo storico che si segnala per la rimozione fondamentale dei suoi caratteri problematici e tragici. Ripeto, qui c’è una rimozione, o per lo meno una mancanza di immagini. Possiamo vederla così : per un film di montaggio, può essere un modo per mostrare l’incapacità tutta italiana di affrontare il lato tragico della vita e della società.
Conversazione registrata a Torino il 29/11/2007 da Eugenio Renzi
Collegamento diretto: http://www.cahiersducinema.com/journalturin.php3?type=article&id_article=1419











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