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    Predefinito Monfalcone, i cantieri e l'amianto.

    Da "La Repubblica.it"
    Quegli operai vanto dell'Italia traditi da silenzio e indifferenza
    DAL NOSTRO INVIATO PAOLO RUMIZ

    TRIESTE - "Vivere di cantiere", è scritto sui murales dedicati al secolo di vita della fabbrica navale di Monfalcone, fondata nel 1908. Da mesi tappezzano ogni angolo della città. Segnano l'ultimo angolo a Nord del Mediterraneo, ieri spazzato dalla bora sotto le Alpi innevate. Niente ricorda che di cantiere si può morire. Niente sui Caduti sul lavoro, precipitati dalle impalcature, ustionati o bruciati vivi dal 1908 a oggi. Niente, soprattutto, sulla strage da amianto che fa di Monfalcone qualcosa di infinitamente peggio di Marghera o della Thyssen di Torino.

    Novecento morti, che nel 2012 saranno mille e nel 2016 millecento. Ne partono al ritmo di venticinque all'anno, dall'inizio degli anni Settanta, e le previsioni fino al 2020 sono catastrofiche. Forse la più orrenda strage aziendale italiana. Certamente la più sottovalutata.

    Ma il peggio non è l'enormità del numero. È l'enormità del tradimento. L'imbroglio consumato nei confronti di uomini che hanno fatto il vanto dell'Italia, uomini segnati da un patriottismo aziendale unico. Dalmati, friulani, sloveni del Carso, goriziani, triestini e istriani. Cinquantamila in un secolo, dei cantieri e dell'indotto. Ondate di gente che arrivava ai cancelli in treno, a piedi, in bicicletta. Un'epopea. Il cantiere ha varato quasi mille navi, e la nave non è un'automobile: è un oggetto irripetibile, il riassunto di un'arte. Gli uomini che l'hanno fatta ne seguono per la vita le rotte sul mappamondo. La mostrano con orgoglio a figli e nipoti, la raccontano per lasciare un segno di sé. "I malati venivano da noi con la foto delle navi fatte da loro" racconta Valentino Patussi, dell'Ufficio medicina del lavoro di Trieste, incaricato delle indagini dalla Procura.

    Monfalcone non è Genova né Castellammare. È nata tutta dai cantieri. Prima del 1908 era solo acque salmastre e zanzare; poi, con capitale austriaco, è nata la città. Una "company town" a pieno titolo. Totale la sua simbiosi col cantiere; e totale, di conseguenza, il suo strazio e il disincanto di oggi. Ma poi c'è anche l'enormità del silenzio. Quello di un'azienda, una provincia, una regione che rimuove i morti, li ignora persino nelle celebrazioni del centenario mentre l'allarme serpeggia ovunque, anche su Internet, con terribili richieste dagli operai di mezza Italia.

    La sottovalutazione e il mancato allarme durano dagli anni Sessanta e sono continuati anche dopo la bonifica degli impianti, mentre gli operai del cantiere e delle ditte in appalto entravano in agonia senza sapere perché, muti di fronte a quella parola, "mesotelioma", che li inchiodava dopo decenni di salute apparente. Oggi si sa che qualcuno sapeva; era stato informato che l'amianto è una bestia che non perdona e il mesotelioma, quando lo scopri, ti ammazza in sei mesi. I polmoni ti strangolano come una garrota e la diagnosi precoce serve solo ad avvelenarti il tempo che resta. In caso di amianto il miglior referto è semplicemente sapere più tardi possibile.

    E così gli uomini che hanno "vissuto di cantiere" sono morti senza copertura Inail, senza assistenza legale, senza interesse della politica e persino della giustizia che per dodici anni ha ricevuto denunce di morti sospette senza chiudere fino ad ora nessun processo. Per questo la Procura generale ha rotto gli indugi e svolto un'indagine-lampo unica in Italia.

    C'è voluto un giudice perché il Friuli-Venezia Giulia sapesse di questa tragedia, e per far capire che non affrontare l'emergenza significava semplicemente non governare. Non si poteva più ignorare che a Monfalcone e Trieste gli esposti al rischio sono diecimila, per l'effetto congiunto del porto e dei cantieri. A livello regionale, il top in Italia.

    Ma se i morti sono un esercito, per i vivi è in atto un micidiale conto alla rovescia. Un gioco dove la paura distrugge prima della malattia; una roulette russa in cui ci si conosce tutti e alla fine ci si incontra ai funerali. È perfido l'amianto. In greco vuol dire "il candido", e in una straziante poesia Massimo Carlotto lo descrive come neve che incanta i bambini. La mamma sbatteva la tuta del papà per toglierne la polvere a fine lavoro, i fiocchi volavano come a Natale e la pestilenza entrava nei familiari. Ma amianto vuol dire anche "l'incorruttibile", perché non si consuma mai. Tu muori, il corpo si dissolve, e le fibre restano lì per sempre. Qui accade in concentrazioni mostruose, quasi come nella miniera di Barangero in Piemonte, dove si consumò la prima strage. Ma sì, dicono amaramente i superstiti, il cimitero è solo una discarica autorizzata di amianto. Ora che si è scavato nella Fincantieri come mai in passato, l'azienda - inchiodata da prove inconfutabili - parla di depenalizzare il reato e compensare le famiglie con un fondo nazionale. Come dire: il costo è di tutti e la colpa di nessuno. Un classico finale all'italiana.
    Ma chi ha sofferto non ci sta. "Altro che malattia sociale!", quasi piange Rita Nardi, vedova di Gualtiero, morto alla vigilia di natale del '98 dopo mesi da incubo. "Questi li hanno ammazzati come conigli per un tozzo di pane".


    (14 dicembre 2008)

  2. #2
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    Predefinito

    dal Piccolo:

    Morti d'amianto, 15 manager sotto accusa
    Deidda: "Morti senza sapere perché"
    di Corrado Barbacini

    Quindici dirigenti, che si sono avvicendati dal '65 all'85 al cantiere di Monfalcone, sono formalmente sotto accusa: omicidio colposo plurimo: sono ritenuti responsabili di 42 morti per amianto. È la prima volta che accade in Friuli Venezia Giulia.
    Per vent'anni, dal 1965 all'85 - secondo la procura generale di Trieste - non hanno fatto nulla per evitare che la strage provocata dall'amianto si compiesse nei cantieri di Monfalcone. Come dirigenti e manager hanno, di volta in volta, davanti alle vedove o ai figli orfani, di fronte alla morte di centinaia di operai, parlato di inevitabile fatalità e si sono riparati dietro a leggi e consuetudini, avvicinando sempre di più l'impunità verso la prescrizione.

    Ma lo Stato non si è arreso davanti alle morti bianche: Beniamino Deidda, il procuratore generale che appena quattro mesi fa aveva avocato a sè le inchieste sulla strage dell'amianto ferme per anni al Tribunale di Gorizia, ce l'ha fatta. È riuscito a chiudere le indagini grazie all'aiuto di un pool di tecnici dell'Azienda sanitaria di Trieste che ha definito «formidabili». Con lui ha lavorato il sostituto procuratore di Pordenone, Fedrico Facchin, distaccato in questo periodo a Trieste.
    L'avviso di chiusura delle indagini è stato depositato in cancelleria e in questi giorni gli ufficiali giudiziari lo stanno notificando ai dirigenti, ormai anziani, ma anche alle famiglie dei 42 operai uccisi dall'asbesto che forse mai avrebbero sperato. La norma vuole che entro una ventina di giorni i difensori potranno presentare istanze o memorie alla procura. Poi, scattato questo termine, la parola passerà al Gip con la richiesta di rinvio a giudizio.

    «Abbiamo fatto un'indagine approfondita», spiega il procuratore generale Deidda. Poi aggiunge: «Abbiamo ascoltato un'umanità provata che aveva bisogno di giustizia. Si è scavato nelle viscere della Fincantieri come mai era accaduto prima e ora si è fatto capire a questa gente che non è sola». Dice ancora: «Per anni le persone sono morte senza sapere il perché. Si sono incontrati ai funerali degli amici uccisi tutti dalla stessa malattia».
    In questi quattro mesi sono stati convocati negli uffici della procura generale di Trieste dirigenti e manager del cantiere di Monfalcone. E intanto sono stati acquisiti nella sede dalla Fincantieri una copiosa serie di documenti. In dettaglio, gli ordini di acquisto dove potrebbe nascondersi l'acquisizione dell'amianto con date e quantità precise. E poi i fascicoli personali di operai che hanno lavorato tra gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta all'allora Italcantieri. L'amianto, secondo le testimonianze raccolte, è stato usato sulle unità militari più a lungo che su quelle civili: c'è chi parla anche degli inizi degli Anni Novanta. Perchè la legge che pone il divieto assoluto dell'impiego di amianto è del 1992. Tutti i dati sono stati incrociati e sono emerse le vicende drammatiche di tante e tante inspiegabili morti bianche.
    L'indagine, che ha subìto una grande accelerazione grazie all'interessamento del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, ha coinvolto almeno settecento persone: duecento sono già state uccise dal mesotelioma pleurico e dal carcinoma al polmone, altre 500 si stanno curando. Ma a Trieste sono concentrati alcune decine di fascicoli ritenuti i più a rischio, appunto 42 casi, mentre gli altri sono rimasti in gestione alla Procura di Gorizia, competente per territorio su Monfalcone. Questa Procura da fine settembre è stata affidata a Caterina Ajello: ha preso il posto dell'ex procuratore Carmine Laudisio che aveva lasciato l'incarico in base alle nuove norme che hanno dichiarato decaduti i capi degli uffici rimasti in carica per più di otto anni.

    Il 24 gennaio all'inaugurazione dell'Anno giudiziario il presidente della Corte d'Appello Carlo Dapelo aveva lanciato l'allarme. «Sono stato a Gorizia assieme al procuratore generale Beniamino Deidda e abbiano verificato la situazione. Novecento procedimenti penali collegati al fenomeno delle morti per amianto sono in attesa di una definizione. Solo limitati casi sono stati esauriti. L'organico è del tutto insufficiente. Ma Roma non ha risposto alle sollecitazioni anche perché il Friuli Venezia Giulia non gode di un trattamento privilegiato all'interno del Ministero. Non si capisce cosa deve accadere perché l'organico del Tribunale di Gorizia sia adeguato alle necessità create dall'emergenza amianto». Poi l'inchiesta era stata avocata dalla procura generale. «Abbiamo fatto in quattro mesi quello che non si è fatto in tanti anni», ha detto il procuratore Deidda.
    (14 dicembre 2008)

 

 

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