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    Predefinito Carlo Caracciolo grazie

    Il primo articolo "Mezzo secolo insieme" è di Eugenio Scalfari
    Il secondo articolo "Il fascista gli sparò e lui si finse morto" è di Giorgio Bocca
    La terza è un'intervista a Carlo De Benedetti




    Mezzo secolo insieme





    Eugenio Scalfari
    e Carlo Caracciolo


    Il nostro è un mestiere crudele e io lo so per diretta esperienza. Oggi tocca a me di scrivere il nostro addio a Carlo Caracciolo, il mio lamento su una persona alla quale mi legano 56 anni di vita comune. Vita professionale e vita privata, successi e insuccessi, amicizie e inimicizie, convinzioni politiche, esperienze, interessi.

    Un mestiere crudele che mi obbliga a scriverne mentre Carlo è ancora vivo e riverso senza più conoscenza su un letto d'ospedale. Era malato da molto tempo e aveva attraversato le avversità della malattia con una forza come raramente accade di vedere, quasi indifferente a quanto accadeva nel suo corpo. Quattro o cinque volte, dopo aver superato momenti di crisi che avrebbero potuto essergli fatali, me ne raccontava gli aspetti che gli sembravano comici e ci ridevamo insieme come ragazzi.

    Poco più che ragazzi eravamo quando ci conoscemmo. Fu a Milano, autunno del 1952, nella sua abitazione in via San Damiano sul naviglio di corso Monforte. Lui già faceva l'editore di riviste tecniche, io ero stato da poco licenziato dalla Banca Nazionale del Lavoro a causa di irriverenti articoli pubblicati dal Mondo contro la Federconsorzi. Carlo cercava un direttore per la sua rivista Rivoluzione industriale, pensava che io fossi adatto a quel compito ma io rifiutai. Aveva 27 anni, io ero più vecchio d'un anno e qualche mese.

    Di solito, quando debbo ricordare una persona scomparsa, cerco di raccontare quello che so di lei evitando il vezzo diffuso e intollerabile di raccontare se stessi, ma questa volta mi è impossibile seguire la regola che mi sono data: le nostre due esistenze sono state così intrecciate che ricordare uno dei due implica di ricordare anche l'altro sicché in questo caso diventa vero il luogo comune che un pezzo della mia vita se ne va con lui sotto la terra che ricoprirà il suo corpo o le sue ceneri.

    ***

    Nell'ottobre del 1955 L'espresso iniziò le sue pubblicazioni. Proprietario ed editore Adriano Olivetti. Carlo era suo socio con il 10% delle azioni. Arrigo Benedetti lo dirigeva, io ne ero il direttore amministrativo. Ma dopo poco più d'un anno Adriano decise di ritirarsi da quell'impresa che aveva messo in orbita ma non gli corrispondeva. Lasciò il grosso delle sue azioni a Caracciolo e in piccola parte a Benedetti e a me. Fu a quel punto che la nostra amicizia diventò fratellanza.



    Eppure eravamo molto diversi per carattere e per estrazione sociale. Io venivo da una famiglia di piccola borghesia, lui era principe, anche se non ha mai ostentato il rango di nobiltà. A tal punto che per molti anni ho pensato che l'avesse cancellato e non gliene fosse mai importato niente, lui giovanissimo partigiano in Val d'Ossola, lui repubblicano, lui laico pur avendo avuto parecchi cardinali in famiglia e un paio di beati.
    Invece no, la sua indifferenza al titolo nobiliare era piuttosto una maniera ma non corrispondeva alla sostanza: si sentiva principe e lo era, il suo distacco faceva parte del costume familiare come la sua innata eleganza nei modi e nei pensieri. La sua ironia su se stesso e sugli altri. Il suo cinismo. La fermezza delle convinzioni. Il suo impegno civile.

    Fu una curiosa figura di principe, Carlo Caracciolo di Castagneto, conte di Mileto e altri predicati che non ricordo. Ricordo però una visita che facemmo insieme molti anni fa al Comune di Napoli. C'erano ai lati del portone di quell'edificio due lapidi di marmo sulle quali erano incisi i nomi dei patrioti trucidati nel 1799, quando le bande contadine da un lato e la flotta inglese dall'altro rioccuparono la città ribelle e giustiziarono i "giacobini" che avevano governato la breve esistenza della repubblica partenopea.

    In quell'elenco c'era il nome dell'ammiraglio Caracciolo, impiccato da Nelson sull'albero di maestra della sua nave, e quello di Marcello Eusebio Scotti, mio antico parente materno. Quella compresenza politica di due avi ci sembrò un segno di destino; la mettemmo sullo scherzo come era nostra abitudine, ma ci toccò profondamente come poi ci confessammo qualche anno dopo.

    ***

    Nel 1976 fondammo la Repubblica. Da tempo avere un quotidiano nazionale che raggiungesse e magari superasse Il Corriere della Sera era il nostro sogno. Sia Carlo che io abbiamo separatamente raccontato come cominciò quell'avventura, come si sviluppò e come raggiunse l'obiettivo che ci eravamo prefissato, sicché non sto a ripercorrerlo. Debbo dire però che, pur nella diversità dei compiti e delle responsabilità che ciascuno di noi due assunse in tutta la vicenda editoriale e giornalistica di quello che ora è il "Gruppo Espresso-Repubblica", io non avrei potuto intraprendere nulla senza di lui e reciprocamente lui senza di me. Ho già detto che eravamo diversi ma interamente complementari. In certe questioni e in certi momenti lui spingeva e io frenavo, in altre situazioni accadeva il contrario. Ma non è mai avvenuto in mezzo secolo di sodalizio che ci fossero tra noi sentimenti di rivalità, gelosie, invidie. Il progetto era comune e comuni gli sforzi e le responsabilità per realizzarlo.

    Abbiamo rievocato pochi giorni fa la giornata in cui firmammo l'atto costitutivo della società editrice di Repubblica con Giorgio Mondadori e Mario Formenton nostri compagni di viaggio imprenditoriale nella bella villa di Giorgio a Sommacampagna.

    Quando scegliemmo la linea della fermezza durante i 56 giorni della prigionia di Moro nelle mani delle BR. Quando scoppiò lo scandalo di Tangentopoli affondando la Prima repubblica e con essa la DC, il partito socialista e gli altri minori. Quando Silvio Berlusconi affrontò l'agone politico e cominciò un lungo conflitto tra noi e lui, che dura tuttora: sempre ci trovammo d'accordo e sempre ci prendemmo la comune responsabilità delle scelte.

    In questa lunghissima vicenda abbiamo avuto compagni che non furono soltanto preziose presenze professionali ma amici veri e leali. Siamo stati fortunati nei nostri incontri. Voglio dirli i nomi di questi amici, sono sicuro che Carlo vorrebbe che siano ricordati anche se alcuni di loro non ci sono più: Franco Alessandrini, Lio Rubini, Bruno Corbi, Gianni Corbi, Cesare Garboli, Livio Zanetti, Carlo De Benedetti, Marco Benedetto, Gigi Melega, Bernardo Valli, Luigi Zanda, Corrado Passera, Milvia Fiorani, Luigi Bianchi, Ezio Mauro, Daniela Hamaui. I redattori dei nostri giornali, delle radio, dei siti "on-line". Le segretarie dell'azienda. Carlo ne conosceva molti, ma conosceva soprattutto lo spirito d'appartenenza del corpo redazionale e sapeva che era quella la principale risorsa d'un gruppo che dalle quattro stanze di via Po 12, dove la nostra piccola storia è cominciata, conta ormai migliaia di persone e di famiglie in tutta Italia.

    ***

    Carlo ha avuto molti amori e qualche figlio qua e là per il mondo. Infedele in questi suoi privati rapporti, quanto fu invece fedele nei rapporti professionali e fermo nelle convinzioni politiche. Legato tuttavia da profondi affetti familiari. Per la sorella Marella e il fratello Nicola e per Ettore. Per la figlia Jacaranda. Per il nipote Filippo. Per Violante Visconti, sua compagna per trent'anni e sua moglie fino alla morte avvenuta qualche anno fa.

    Ebbe anche molti amici al di fuori dell'azienda: Carlo di Robilant, Piero Saint Just, Nicolò Pignatelli, Emanuele De Seta. Ma il racconto della sua vita sarebbe incompleto se omettesse il rapporto che ha avuto con Gianni Agnelli e con i figli e nipoti di Gianni e Marella ai quali è stato legato non solo da vincoli di sangue ma da profonda e quasi paterna amicizia.

    Con Gianni c'è stata amicizia di avventure, comune passione per il rischio e una sottile competizione e rivalità. Per molti aspetti si somigliavano: l'eleganza, l'amore per la gara, l'amore per le donne, gli affetti familiari, l'azienda come luogo di appartenenza e progetto di futuro. Infine la bellezza fisica che ambedue avevano. Gianni però è stato perseguitato da una sorta di noia esistenziale che Carlo non ha invece mai conosciuto. La vita l'ha sempre divertito e in questo fu assai diverso dal cognato.

    Ci fu tra i due un'altra intima assonanza: Carlo si sentiva principe, Gianni si sentiva re. Tutti e due ebbero una loro piccola corte di scioperati, di bizzarri, di buffoni, che è stata per loro una protesi della nobiltà di sangue.

    ***

    Negli ultimi anni i nostri incontri si erano diradati, le nostre telefonate da pluri-quotidiane avvenivano ormai con cadenza settimanale e alle volte anche più lunga. Ma quando un fatto privato o aziendale o pubblico di rilievo accadeva, ci trovavamo simultaneamente con il telefono in mano per mettere in comune pensieri, giudizi e sentimenti.

    Così è sempre stato, ma ora per me non sarà più e questo è il mio lamento. Perché tu - come canta il poeta nel lamento su Ignacio Sánchez - sei morto per sempre.

    http://www.repubblica.it/2008/12/sez...-scalfari.html

    Il fascista gli sparò
    e lui si finse morto



    Carlo Caracciolo con Guido Rossi ed Eugenio Scalfari nell'estate 1998. (Dal libro "Carlo Caracciolo, l'editore fortunato" a cura di N. Ajello)


    di GIORGIO BOCCA

    Abbiamo avuto fra noi, a Repubblica, un principe, un vero principe alto e bello, un Caracciolo di nome Carlo. Per uno arrivato come me dalle valli del Cuneese, dalle città di pietra con le vie a curva per evitare il vento gelido di tramontana, con i bastioni e le case fortezza, il principe Carlo era la grazia e la nobiltà, per lui naturali, per noi allobrogi qualità invidiate e impossibili. Stupiva in lui la capacità di rimanere se stesso, gran signore, in mezzo alla volgarità della gente che in un mestiere come quello di editore di giornali si incontra ad ogni passo.

    Ricordo una sera romana che mi invitò in una villa sull'Appia antica in cui era convalescente. La cena squisita era stata preparata da un suo cuoco egiziano. Carlo aspettava una visita che arrivò dopo cena. Un romano della Garbatella, corpulento, facondo, fascista del tipo aggressivo e festoso, che subito cominciò a rievocare il Testone, il Duce, a sproposito: con due come noi di cui ignorava i gusti politici. Io mi feci più piccolo al riparo della poltrona e guardai Carlo, il principe, per vedere come un principe si comportava di fronte a quella rumorosa irruzione di volgarità. Il principe sorrideva, da una sua divertita lontananza, e ogni tanto mi faceva un gesto come a dire: vedi come è divertente la vita; vedi che tipi si incontrano se si è un editore e bisogna trovare uno che pensa a farti la pubblicità nei cinematografi e sui tram; vedi noi due partigiani che ridiamo ascoltando questo bestione. Se lo mettessi a tacere me ne farei un nemico. Meglio ascoltarlo e sorridere.

    Con gli ex partigiani non si parla della guerra partigiana, la si dà per intesa e per presente finché avremo vita e memoria. Della guerra partigiana di Carlo ho saputo da un libro di Nello Ajello. Carlo, lui, fece il partigiano in val Cannobina, una valle laterale dell'Ossola, dalle parti del lago Maggiore. Il grande partigiano dell'Ossola era Moscatelli. Carlo era invece con Frassati e Arca, due ufficiali monarchici. Le memorie partigiane di Carlo sono nel suo stile di vita, di uomo che non drammatizza, che in qualche modo sa di essere fortunato e privilegiato. "Ho subito un solo interrogatorio nel corso del quale un fascista, dopo avermi malmenato, ha tirato fuori la rivoltella e mi ha sparato. Io ho avuto per un istante la sensazione di essere stato colpito. Comunque ho finto di essere morto. Stavo con gli occhi chiusi. Lui mi diede un ultimo calcio e se ne andò".


    Come editore, ho conosciuto Caracciolo quando Scalfari mi chiese di tenere una rubrica sull'Espresso. Mi invitò nelle sue case di Roma e nella villa di campagna a Capalbio quando cominciò la nostra avventura con Repubblica. Quando Repubblica uscì, la linea politica era genericamente quella del partito socialista di De Martino. I comunisti non ci erano ostili ma non ci prendevano sul serio. Giancarlo Pajetta ci chiamava quelli "della repubblichina" per dire che avremmo fatto la stessa fine di quelli di Salò. Ma Caracciolo e Scalfari erano uomini di grandi qualità editoriali, capirono che l'area liberalsocialista non era abbastanza grande e disponibile per un giornale nuovo e quando, dopo un anno, il giornale arrivò alle centomila copie e divenne un organo prezioso per la politica, i rapporti col Pci divennero sempre più amichevoli. Allora non ero d'accordo sulla nuova linea.

    Continuavo a pensare da giellista, da liberalsocialista e non nascondevo il mio disappunto con i due editori Caracciolo e Scalfari. E di nuovo conobbi le qualità diplomatiche, per non dire semplicemente umane, di Carlo. Mi ascoltava e mi rassicurava, mi faceva semplicemente capire che di lui potevo fidarmi, che la rotta politica del giornale non sarebbe mai uscita dalla via maestra della democrazia, dell'antifascismo. Questo patto tra amici che si fidano non è venuto mai meno, anzi in me, nonostante la grande crescita del giornale e i mutamenti di proprietà, l'idea che i nostri veri editori fossero Carlo e Eugenio e non altri non è mai cambiata.

    Questo forte convincimento resisteva al fatto presente e innegabile che la proprietà del giornale era per metà della Mondadori e che era stato Giorgio Mondadori a firmarmi il contratto di assunzione. Anche quando Piero Ottone, allora uomo Mondadori, entrò nel Consiglio di amministrazione, non pensai che avesse veramente il comando, pensai che i miei editori restavano Caracciolo e Scalfari. Credevamo, e lo abbiamo creduto per molti anni, di essere una sorta di cooperativa autonoma con quei due editori che ci eravamo liberamente scelti. Non capimmo neppure che era lo stesso successo di Repubblica, la sua crescita impetuosa, il suo gigantismo, a portarci al redde rationem proprietario.

    Eppure è andata proprio così la grande avventura editoriale di Repubblica, la nascita di un quotidiano diverso destinato a segnare il corso del giornalismo italiano è stata vissuta da noi come una storia di amicizia e di fedeltà in cui il principe restava come il garante indiscutibile, come il personaggio chiave, sicuro della sua nobiltà, della sua signorilità. Il nostro fraterno protettore.



    Questa canzone gli piaceva e più volte l'abbiamo citata tra noi, forse abbiamo pensato, ma senza confessarcelo, che uno di noi due avrebbe dovuto scrivere il suo lamento sull'altro, ma non sapevamo a chi sarebbe toccato.

    "Canto la sua eleganza con parole che gemono/ e ricordo una brezza triste negli ulivi".

    http://www.repubblica.it/2008/12/sez...rdo-bocca.html



    Il vostro rapporto, poi, è andato avanti fino alla "guerra di Segrate" per la conquista della Mondadori, contesa da Silvio Berlusconi...
    "Quello - voglio dirlo chiaramente - fu un torbido imbroglio di corruzione giudiziaria. Eppure, la "guerra di Segrate" cementò l'unione con Caracciolo e Scalfari, il nostro legame di solidarietà. Berlusconi fece di tutto per portarli dalla sua parte. Ma non ho mai avuto il minimo dubbio che né l'uno né l'altro potessero tradirmi".

    E Caracciolo come si comportò in quella vicenda? Fu proprio lui a cercare e trovare la mediazione risolutiva di Ciarrapico, uomo di fiducia di Giulio Andreotti.
    "Carlo dimostrò allora la sua vera natura di giocatore: di poker e anche di scacchi. Mentre io mi rivolgevo a Mediobanca, guidata a quell'epoca da Enrico Cuccia, lui invece - senza dire nulla a nessuno e certamente a fin di bene - trattava con Ciarrapico. Personalmente, ero molto restio a seguirlo su quella strada. Ma Carlo sosteneva che, per difenderci dall'attacco di Berlusconi, non potevamo servirci soltanto di metodi anglosassoni... Alla fine ebbe ragione lui".

    Che cosa cambiò nel Gruppo dopo la "guerra di Segrate"?
    "Praticamente, nulla. Il Gruppo fondato da Caracciolo era una bottega rinascimentale, formata da alcuni grandi artisti, a cominciare da Eugenio Scalfari. Tutta la struttura aziendale, in sostanza, poggiava su una cerchia di amici coordinati dal direttore amministrativo, Milvia Fiorani. Poi, a metà degli anni Ottanta, Scalfari si convinse che doveva dotarsi di un manager professionale. Arrivò Marco Benedetto come amministratore delegato e il Gruppo fece un salto di qualità. Ma anche dopo la "guerra di Segrate" continuammo a riunirci nella vecchia mansarda di via Po e a volte sembrava che lo scopo principale del consiglio di amministrazione fosse quello di mangiare insieme la mitica focaccia di formaggio e prosciutto".

    Quali erano le doti principali dell'editore Caracciolo?
    "Carlo aveva un'ardente passione per questo mestiere, anche se la nascondeva dietro il suo aplomb. Cercava sempre strade nuove per crescere e spesso giocava anche d'azzardo. Gli riconosco, soprattutto, due grandi meriti: il primo è quello di aver stretto un sodalizio complementare, quasi siamese, con Scalfari; l'altro è quello di aver puntato sull'acquisto dei quotidiani locali, con una mossa isolata che allora sembrò una follia e per la quale fu addirittura preso in giro. Ma non è mai stata la follia a soffiare nelle vele di Carlo, il suo cuore era dominato dallo spirito d'avventura".

    Nel libro-intervista con Nello Ajello per Laterza, come si legge fin dal titolo, lui si definiva un "editore fortunato". Era proprio così?
    "Assolutamente, sì. Fortunatissimo. Era estremamente fortunato nel lavoro, anche in senso economico, patrimoniale. Nella sua vita privata ha sempre preferito il divertimento alla felicità. Io credo che Carlo abbia scelto di essere un uomo solo. Aveva fascino e riscuoteva un grande successo con le donne. Ma credo che l'unico, vero amore della sua vita sia stato quello con la moglie, Violante Visconti di Modrone. Beckett diceva di se stesso: non sono portato per la felicità. Ecco, credo che sia stato lo stesso per Caracciolo".

    Che cosa vi ha uniti nel mestiere di editori?
    "Direi, innanzitutto, la determinazione: per me, fondata sulla logica e per lui più sull'intuizione. Poi la passione, qualche volta acritica, per il nostro mestiere".

    Oltre ai giornali, lui amava anche i giornalisti?
    "Non tutti. Alcuni di loro lo divertivano, con altri sapeva divertirsi. Un po' come faceva Gianni Agnelli con i calciatori della Juventus. A pensarci bene, Carlo amava pochissimi di voi. Lui sapeva anche essere un uomo cinico, aveva il cinismo del giocatore".

    Caracciolo e l'avvocato Agnelli, suo cognato. Rispetto reciproco o rivalità?
    "Direi, piuttosto, un confronto silente, a distanza: più che altro, sul piano dello charme, del fascino, della personalità".

    Fino all'ultimo istante, lui è stato un combattente. Da che cosa derivava questo aspetto del suo carattere?
    "Carlo poteva apparire un uomo volage, leggero, ma in realtà aveva principi solidissimi. Dall'età di 16 anni e fino all'altro giorno, in clinica, si sentiva un partigiano nel senso più nobile del termine. Non se ne vantava mai apertamente, ma ogni tanto raccontava di quando era stato condannato a morte dai tedeschi e poi era riuscito a liberarsi. Era un autentico antifascista".

    Molti lo chiamavano "il principe rosso".
    "Caracciolo aveva senz'altro una certa nostalgia per il comunismo...".

    Per il comunismo come ideologia o per il vecchio Pci come partito?
    "No, certamente non per l'Unione Sovietica. Ma per l'utopia comunista, sì. Quella era la sua stella polare. Non ha mai avuto molte simpatie per tutto ciò che è venuto dopo il Pci: riteneva che quelle esperienze non avessero un solido fondamento, un set stabile di valori. Il suo cuore batteva per il Pci di Berlinguer. Posso dire che Carlo era più a sinistra di me".

    Voi avete avuto, però, anche alcuni momenti di tensione.
    "Uno solo. Quando tre anni fa decisi di assumere la presidenza del Gruppo L'Espresso. Per me, non aveva importanza chi fosse il presidente, lui o io. Fino a quel momento, avevo svolto - per così dire - il ruolo di garante imprenditoriale di due grandi artigiani e artisti, come Caracciolo e Scalfari. Carlo era già malato, aveva da poco compiuto 80 anni, e mi sembrava opportuno che una società quotata in Borsa e impegnativa come il Gruppo L'Espresso rinnovasse il suo vertice".

    Questo ha modificato i vostri rapporti personali?
    "Niente affatto. Carlo è rimasto fino alla fine un punto di riferimento per tutti noi, me compreso. Abbiamo continuato come negli ultimi trent'anni a parlarci tutte le domeniche al telefono e negli ultimi anni a incontrarci ogni mercoledì alle 9 nel suo ufficio".

    Quando vi siete parlati l'ultima volta?
    "Mercoledì scorso, mi ha risposto al telefono, dalla clinica. Ho sentito che non c'era più".

    E non vi siete più visti?
    "Sono andato a trovarlo in clinica venerdì, alle 8 del mattino, ma non sono riuscito a vederlo".

    Ora che il presidente onorario non c'è più, il Gruppo riuscirà a conservare il suo spirito originario?
    "Le doti dell'uomo non sono replicabili. Il suo stile resterà inimitabile. Le sue convinzioni, però, ci hanno accomunato totalmente e per me è stato naturale stare al suo fianco nel mestiere di editore. Ora io rappresento, come lui, quella figura di garante della libertà e del dna del Gruppo che costituiscono il principale impegno della mia vita di oggi".

    Due anni fa Caracciolo è andato in Francia a rilevare una quota di Libération. Che cosa lo spinse, la voglia di un'altra avventura?
    "La proposta era stata fatta al Gruppo, io risposi di no. Lui mi disse: ti spiace se ci provo io? Credo sia stata la voglia di un'altra sfida, l'ambizione di dimostrare che era ancora capace di affrontarla".

    Qual è il ringraziamento maggiore che Carlo De Benedetti deve a Carlo Caracciolo?
    "Aver fondato il Gruppo L'Espresso, un'iniziativa che ha contribuito alla maturazione del Paese. Un esempio raro di libertà. Un posto perbene che permette a chi ci lavora di dispiegare la propria intelligenza".



    http://www.repubblica.it/2008/12/sez...benedetti.html

  2. #2
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