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  1. #31
    dubito, ricerco, costruisco
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    per adesso l'idea migliore per smaltire il pane è stata contattare i due GAS che già esistono, le 5 case di riposo della zona e la casa-famiglia.
    attendo risposta ma sembra vada tutto per il meglio.

    ...scusate ma mi girano a tremila. Non voglio sentire nominare il PD per i prossimi 2000 anni...

  2. #32
    Giacobino
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    Fabbriche occupate e GAP


    La crisi economica si manifesta ogni giorno di più con il suo carico di danno sociale. Dovunque crisi industriali, casse integrazioni. In regioni particolarmente sofferenti come quelle meridionali il disastro sociale lo percepisci ovunque.
    Il primo gennaio in Basilicata, il vescovo di Potenza, monsignor Superbo, prima di celebrare la santa messa, ha voluto promuovere una fiaccolata a partire dalla Mondial Pistol di Tito Scalo (una altra fabbrica che ha annunciato la crisi) lungo tutta l’area industriale per segnalare la necessità di un serio intervento pubblico contro la crisi e per arginare quelle povertà che continuano a crescere. Eppure, in questa regione insieme alla crisi economica vi è una crisi politica che sarà superata senza avere in agenda nulla che abbia a che fare con i problemi della crisi sociale che la attanaglia. Eh sì, perché a sentire i rappresentanti politici di destra e sinistra in questa regione la crisi è mondiale! La sinistra vota le finanziarie regionali, compresa rifondazione comunista che continua a dire di stare all’opposizione, ma solo nel cielo della tanto denigrata “politique politicienne”, mentre il vescovo convoca le manifestazioni. Si ha un po’ l’impressione che sia tutto rovesciato.
    Se proviamo a guardare questa crisi dal basso, dall’angolo di chi, in solitudine, ne subisce gli effetti, scopri, anche qui nella periferia, un’altra periferia dove comunque si cerca di resistere. Gli operai della SATA e gli operai della DARAMIC hanno costituito due gap di fabbrica per scambiarsi pasta e pane a prezzi politici. Con due Euro porti a casa 1kg di pane e 1 kg di pasta, entrambi di produttori lucani di alta qualità. Prezzo politico, qualità alta e filiera corta. Un gruppo di operai si è auto-organizzato seguendo la scia di quanto costruito dal Comitato contro il carovita -un pezzo di PRC, sindacalismo di base e altre associazioni locali- che ha promosso nei mesi scorsi i gruppi di acquisto popolari in due quartieri “a rischio” della città di Potenza. Un esperimento che dal quartiere è passato alle fabbriche.
    La SATA è uno dei punti produttivi più importanti del mezzogiorno, il fiore all’occhiello del gruppo in quanto a modernizzazione, oggi in crisi, con gli operai in cassa integrazione. I lavoratori cercano di resistere anche organizzando i gap. Costruiscono liste di acquisto a prezzi popolari perché non arrivano a fine mese e sono sempre più in difficoltà perché la cassa restringe il già magro salario. La lista di acquisto ti fa incontrare anche oltre le riunioni “separate” del sindacato, ti permette di solidarizzare anche su altri problemi, le bollette, la cessione del quinto dello stipendio a finanziarie usuraie; ti permette di riconfrontarti su quello che c’è da fare in fabbrica e fuori e di farlo insieme, da soggetto sociale.
    Nessuna carità! Non mi pare ci siano baroni che regalano niente.
    La Daramic, appartenente al gruppo USA Polypore, annuncia nell’ottobre scorso la chiusura dello stabilimento di Tito Scalo. Nessun segno premonitore. La filiale di Tito infatti chiude nonostante un fatturato di 35 milioni annui e con un attivo del 25%. La Polypore inoltre aveva premiato la fabbrica titese come il migliore sito produttivo tra gli stabilimenti localizzati nei vari posti nel mondo. Una fabbrica che produce non serve, un altro paradosso di questa crisi. I 147 operai sono adesso, dopo aver occupato la fabbrica, in assemblea permanente davanti allo stabilimento accampati in un tendone fornito loro dalla croce rossa. Anche lì si è costituito un Gap, ci si scambia pasta e pane e si continua a resistere e lottare perché quel sito riprenda a produrre. Ci si è scambiati la prima busta della spesa dopo una assemblea in cui gli operai hanno stabilito un percorso di lotta, di trattative con l’azienda che deve impegnarsi anche a bonificare il sito, inquinato dalle scorie della produzione. Il sito produce plastica che fa da separatore di batterie. L’assemblea permanente costruisce i percorsi di lotta anche con momenti di riflessione sulla crisi e sulle forme di economia alternativa. A metà gennaio sarà proiettato il documentario sulla autogestione delle fabbriche argentine. “Dobbiamo imparare di nuovo ad affrontare le cose in modo collettivo e mutualistico” hanno detto i lavoratori in lotta. Non c’è in giro ottimismo, sanno che è difficile la loro battaglia ma sanno di non doversi e potersi arrendere. In queste due esperienze dov’è la carità? E perché un gap dovrebbe ledere la dignità operaia se sono le liste di operai a determinare la trattativa che abbassa il prezzo di prodotti di prima necessità?
    I militanti di rifondazione comunista lavorano con i gap nella trattativa e nella distribuzione. Partecipano alle discussioni perché riconosciuti come soggetti che provano a fare un cammino insieme ad altri, in questi casi insieme agli operai novecenteschi e post. Imparano a leggere i bisogni e costruire risposte. Quelle da praticare qui e ora! Quelle che non salvano l’umanità ma consentono di resistere, e quelle da urlare, per esigere, pretendere vecchi e nuovi diritti che richiedono altre lotte e capacità di unificarle. Mettono a disposizione una visione della crisi e imparano a declinare l’uscita a sinistra anche provando a cercare soluzioni in basso insieme ai soggetti sociali che la crisi la hanno già pagata. Rompono la sfera separata della politica, quella che scrive il comunicato stampa per formale solidarietà e che costruisce quelle che si chiamano in gergo soluzioni possibili, in nome di una politica della solidarietà da praticare e che incrocia un fare collettivo. Potrebbero mettere a disposizione anche una rappresentanza che rompe schemi consolidati e fa della pratica della disobbedienza sociale non solo l’elemento della denuncia ma la sfida per avanzare altri percorsi necessari.
    Ma questo, a sud, richiederebbe la presenza di un partito: quello della rifondazione comunista che sperimenta e osa. Invece, di fronte alla inefficacia della politica si urla contro i gap, si dice che sono caritatevoli. A me caritatevole sembra invece la social card del governo Berlusconi e tutte quegli interventi sullo stato sociale che in questi anni sono stati operati dal centrodestra e anche dai centro- sinistra. Riforme di welfare che hanno ribaltato principi e senso comune tanto che oggi siamo di fronte ad una evidente colpevolizzazione della povertà a cui si risponde con interventi pubblici caritatevoli. Rovesciare questo senso comune significa soprattutto costruire una pratica di solidarietà.
    Un effetto in Basilicata la diffusione dei gap pure lo ha prodotto. I Prefetti di Potenza e Matera infatti, -ahimé, non i presidenti di giunta- stanno lavorando ad un tavolo per trovare soluzioni al carovita. Il tavolo dovrebbe comporsi di sindacati confederali e Confesercenti. I prefetti vogliono escludere i gap.
    Mi sembra, invece, che il riconoscimento dei gap a quel tavolo sia una necessità da un lato, e una battaglia piccola che un partito come il nostro dovrebbe fare, forse in nome di quella partecipazione e allargamento della democrazia che riconosciamo tutti assolutamente necessario.


    Angela Lombardi - Direzione NAzionale PRC

    http://partitosociale.wordpress.com/...-gap/#more-517

  3. #33
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    Musica per le nostre orecchie:

    Segnaliamo questo interessantissimo articolo uscito ieri sul manifesto,di Giacomo Russospena sulla vicenda della fabbrica occupata Daramic di Potenza. Riteniamo questa risposta dal basso, dell’autorganizzazione operaia una traccia di lavoro utilissima per il nostro lavoro politico dei prossimi mesi. Dobbiamo infatti produrre il massimo sforzo a sostegno di ogni lotta, vertenza, conflitto, che si determinerà cercando di essere utili socialmente facendo della solidarietà il nostro strumento principale di lavoro.Buonalettura.


    Daramic, una fabbrica autogestita.
    La multinazionale americana chiude l’impianto e se ne va. E gli operai occupano per salvare il lavoro Nascono anche i Gruppi di acquisto
    popolare. Per combattere il carovita
    di Giacomo Russo Spena



    La multinazionale arriva, investe e se ne va. Malgrado i profitti, chiude i battenti. All’improvviso. Delocalizzando in altri
    paesi del mondo, dove ci sono nuovi mercati e la manodopera costa meno. E i lavoratori? Prima messi in cassaintegrazione a zero ore e dopo in mobilità. Ovvero disoccupazione. A meno che l’azienda venga autogestita dagli operai stessi. Per continuare la produzione dell’impianto.
    «Siamo a Potenza ma guardiamo con interesse il modello argentino, alle fabbriche governate dai lavoratori (come la Zanon di Buenos Aires)», dice Rosario Chiacchio, iscritto alla Cgil Filcem ed ormai ex dipendente della Daramic, multinazionale appartenente al gruppo statunitense Polypore che da quasi quindici anni aveva avviato l’attività nel capoluogo lucano. Prima dell’inaspettata chiusura. Ad ottobre. «Nessun segno premonitore», riferiscono i 147 dipendenti messi ora in cassaintegrazione. Infatti la fabbrica, produttrice di componenti di plastica per batterie d’auto, aveva sempre chiuso con un fatturato di 35 milioni annui e con un attivo del 25%. La Polypore inoltre la aveva premiata come il migliore sito produttivo tra gli stabilimenti localizzati nel mondo. Arrivata la doccia fredda gli operai, quasi tutti iscritti alla Cgil, decidono di occupare l’impianto, di intraprendere una
    vertenza, come raccontano, «organizzata in maniera spontanea, con le decisioni che vengono prese giorno dopo giorno». A muoverli la disperazione di aver perso il lavoro e l’esigenza di arrivare a fine mese: la loro entrata passa dalle 1600 euro mensili alle 800-1000 (dipende dal carico familiare) della cassaintegrazione. Un reddito dimezzato per famiglie
    ora sul lastrico. Il 20 dicembre viene disoccupato l’impianto ma la loro presenza si sposta solo di qualche metro: improvvisano una
    tendopoli davanti ai cancelli. Intorno alla mobilitazione creano consenso. Costruiscono anche un sito per diffondere la vertenza. Il vescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo, dà solidarietà «agli operai in lotta», celebrando il primo gennaio una santa messa «contro la crisi e per arginare le povertà». La regione Basilicata apre un tavolo con i lavoratori
    per capire il destino dell’impianto chiuso. Si cerca una nuova proprietà capace di investire il denaro sufficiente per la riapertura. «Ci vogliono nuovi finanziamenti», spiega Chiacchio che guarda con interesse all’esperienza di una «cooperativa operaia»: «Siamo disposti a giocarci questa carta fino in fondo, non vogliamo perdere il lavoro». Anche il governo, suo malgrado, viene coinvolto nella chiusura della Daramic. Nel 2005 il ministero dell’Ambiente aveva aperto un contenzioso con la proprietà per «problemi d’inquinamento dell’area limitrofa» e l’azienda, ad oggi, deve
    ancora bonificare il sito, inquinato dalle scorie della produzione. «Il tavolo spero dia risultati» affermano i lavoratori che intanto per far fronte alla crisi quotidiana hanno aperto un Gruppo d’acquisto popolare (Gap). Coordinandosi col progetto nazionale ideato da Rifondazione Comunista, il partito al momento più sensibile al futuro di questi 147 operai. Trattano con un produttore locale per ottenere un chilo di pane e pasta a due euro. Abbattendo così la speculazione e accorciando la filiera. «Dobbiamo imparare di nuovo ad affrontare le cose in modo collettivo e mutualistico» riferiscono gli operai che puntano in breve tempo nello «strappare», coi Gap, un paniere di bene primari.«La lista di acquisto ti permette di solidarizzare anche su altri problemi. Ti permette di riconfrontarti su quello che c’è da fare in fabbrica e fuori e di farlo insieme, da soggetto sociale», esclama con enfasi la potentina Angela Lombardi della direzione nazionale del Prc, forte che il modello dei «gap di fabbrica» arriva anche alla Sata di Melfi. Altra azienda
    (collegata alla Fiat) in crisi, con quasi cinquemila lavoratori in cassa integrazione. E i dipendenti delle due fabbriche si scambiano i prodotti alimentari. «E’ un modo per contrastare il carovita», conclude Lombardi in polemica con chi dentro il suo partito non vede un
    progetto politico nella distribuzione del pane.

    http://partitosociale.wordpress.com/...a-autogestita/

  4. #34
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    Le origini del mutualismo e un nuovo obiettivo della militanza
    La "campagna del pane" e l'iniziativa sociale di Rifondazione

    di Fosco Giannini - su Liberazione di martedì 6 gennaio 2009
    http://liberazione.it/giornale_articolo.php?id_pagina=61140&pagina=17&ve rsione=sfogliabile&zoom=no&id_articolo=428075
    La "campagna del pane" ha caratterizzato, più di altre, l'iniziativa sociale del Prc in questa fase. Dai primi responsi giunti dai territori tale iniziativa ha avuto un buon successo e ha permesso al Partito di iniziare, faticosamente, a riannodare alcuni di quei legami sociali brutalmente recisi dagli errori politicisti ed istituzionalisti commessi precedentemente da Rifondazione Comunista e sfociati nella Caporetto del 13 e 14 aprile 2008. E' importante analizzare la campagna del pane poiché essa ha messo in evidenza alcune, non trascurabili, contraddizioni: da una parte vi è stata una buona - e non scontata - risposta militante, nei Circoli e nelle Federazioni. Il Partito è sceso in piazza e si è impegnato; si è convinto della bontà dell'iniziativa. D'altra parte vi è stata una risposta negativa ( con punte di sprezzo) da parte della minoranza. Oltre ciò, si percepisce una "terra di mezzo" - non si sa quanto vasta - segnata da una sorta di scetticismo o silenziosa attesa.

    Chi scrive, per evitare equivoci, si dichiara d'accordo con l'iniziativa e anche con le diverse forme di lavoro sociale che essa evoca.

    Ma le contraddizioni interne che il lancio della campagna ha provocato meritano un supplemento di indagine e di riflessione.

    Partiamo dall'essenza delle cose: il segretario nazionale, Paolo Ferrero, e il nuovo gruppo dirigente tentano - attraverso la campagna del pane - di introdurre un'innovazione politica, culturale e organizzativa nel Partito ( nel senso che essa aggiunge un pezzo di lavoro inedito all'impegno militante).

    Ferrero chiama questo nuovo pezzo di lavoro militante "mutualismo". D'accordo: tuttavia, proprio alla luce delle contrarietà e dei silenzi provocati nel Partito credo che di questa innovazione dobbiamo parlare.

    Prima questione: non dobbiamo ripetere gli errori commessi - a mio avviso - da Bertinotti. L'ex segretario lanciava "innovazioni" spesso prive del minimo sostegno politico e teorico necessario, sino al punto che esse si trasformavano - per la loro fragilità culturale - in atti liquidatori , e non rifondativi, della cultura e della prassi comuniste.

    Il mutualismo che ci propone Ferrero, dunque, che cosa deve essere ? Che cosa non deve essere? La imposterei così, la questione, senza pregiudizi o reticenze nella discussione, ma con spirito aperto e costruttivo.

    Quali sono le origini del mutualismo?

    Sembra che tra i primi ad usare il termine "mutualismo"(mutualisme) sia stato, nel 1822, Charles Fourier ; è sicuro che fu una organizzazione di lavoratori di Lione - verso il 1830 - ad autodefinirsi mutualista ed è nella storia del pensiero filosofico ed economico il fatto che la categoria di mutualismo sia stato il cuore dell'analisi complessiva di Pierre - Joseph Proudhon.

    Fourier, Proudhon, Josiah Warren, in buona parte Saint - Simon, del tutto Robert Owen : è lungo quest'asse di socialisti-utopisti, di umanisti non materialisti e pre-marxisti che prende corpo la concezione del mutualismo.

    Essa è molto chiara in Proudhon: il mutualismo è il progetto di collaborazione, in senso solidale, tra produttori associati, non è certo il superamento dei rapporti capitalistici di produzione. Il problema centrale del capitalismo non è - per Warren e Proudhon - lo sfruttamento oggettivo sul lavoro tramite l'estrazione di plus valore, ma è "la violazione del principio del costo", violazione attraverso la quale il capitale accresce arbitrariamente tutti i prezzi delle merci. Proudhon (significativamente rilanciato - in una fase anticomunista acuta del centro sinistra storico italiano - da Bettino Craxi) è famoso per aver affermato che "la proprietà è un furto", anche se meno conosciuta, ma intimamente coerente al suo sistema di pensiero, è la sua affermazione secondo la quale " la proprietà è libertà" e che " la proprietà degli strumenti di lavoro è essenziale per la libertà".

    Peraltro, saranno proprio Marx ed Engels (già ne "Il Manifesto del Partito Comunista") a fare i conti con il socialismo utopistico e con la concezione del mutualismo.

    Si legge ne "Il Manifesto" : "I sistemi di Saint- Simon, di Fourier, di Owen, emergono nella prima e non sviluppata fase della lotta tra proletariato e borghesia…I fondatori di quei sistemi colgono la contrapposizione fra le classi…ma non colgono affatto l'autonomo ruolo storico del proletariato… Al posto dell'attività sociale deve subentrare la loro propria inventiva personale, al posto delle condizioni storiche dell'emancipazione del proletariato devono subentrare condizioni immaginarie, al posto della graduale organizzazione del proletariato in classe deve subentrare una organizzazione della società da loro stessi escogitata".

    E sarà ancora Marx, nella "Miseria della Filosofia", a rispondere al Proudhon che asseriva che "è il tasso del salario a determinare il prezzo delle merci". Scrive Marx che vi è il diritto alla sciocchezza e Proudhon ignora che è stato lo stesso Ricardo a confutare una volta per tutte questo errore tradizionale.

    I socialisti utopisti avevano escogitato un loro mutualismo e Marx l'aveva ridicolizzato.

    Dunque, è chiaro che la proposta del mutualismo non può di certo riferirsi alla riproposizione delle concezioni di Fourier, Proudhon e Owen. Ma questo, mi pare d'aver capito, è lo stesso Ferrero ad asserirlo.

    Che cosa può essere, dunque, il mutualismo proposto dal segretario del Prc?

    Non deve essere e non è una riassunzione - nè per i tempi brevi né per i tempi lunghi - del senso ultimo della Società dell'Armonia senza più conflitti di Fourier o di un rilancio di quelle forme di cooperazione e associazionismo che si propagarono nella metà dell'ottocento e poi degenerarono in organizzazioni neo capitaliste volte, come le altre, al massimo profitto.
    Per comprendere il mutualismo possibile potrebbero esserci utili le riflessioni di Lorenzo Guadagnucci (" Il nuovo mutualismo", Feltrinelli, 2007).

    Guadagnucci ci ricorda, in quel suo lavoro, come le forme di autorganizzazione sociale crebbero e si diffusero, nella prima metà del XIX secolo, come tentativo di ricostruzione di quei legami sociali che il capitalismo degli "spiriti animali" del tempo aveva violentemente lacerato. E come oggi, di fronte al nuovo e lungo ciclo iperliberista segnato da un vasto disagio sociale e dalla distruzione generale del welfare, nuove forme mutualistiche, di spontaneo mutuo soccorso, si stiano diffondendo ed auto organizzando (molte, ed in espansione carsica, sono ad esempio, le nuove forme del credito democratico e svincolato dall'usura delle banche).

    Ed è importante l'analisi di Guadagnucci poiché, da una parte, ci invita - anche noi comunisti - a non avere un rapporto aristocratico con tali forme di autorganizzazione sociale e, d'altra parte, a non dimenticare la degenerazione affaristica di quelle forme sociali spontanee che alla fine dell'ottocento si istituzionalizzarono entrando infine nel mercato come soggettività capitalistiche a tutto tondo, senza più nessun retaggio etico o solidale.

    Questioni che riprende anche Giulio Marcon nel suo libro "Le utopie del ben fare", quando ricorda il pericolo di degenerazione del no profit e del terzo settore.

    Che cosa deve dunque essere la proposta di Ferrero del mutualismo?

    Prendendo nettamente le distanze da ogni forma mutualistica sbagliata e ambigua (da Proudhon all'odierno terzo settore) il nostro mutualismo dovrebbe essere essenzialmente un nuovo terreno di lavoro, un nuovo obiettivo della militanza, una nuova forma di penetrazione nel corpo sociale e di organizzazione del consenso. Oltreché l'anticipazione di una nuova etica: quella comunista e solidale.

    Dobbiamo, cioè, con la massima concretezza possibile, stare a fianco della grande sofferenza sociale, offrire alle persone in carne ed ossa colpite quotidianamente dal capitale il nostro aiuto solidale; nelle periferie delle metropoli, nei paesi, nei quartieri, nei condomini, a fianco dei lavoratori divenuti esuberi, delle famiglie povere, degli immigrati, di quegli anziani e di quei malati ( penso all'Alzhaimer) con pensioni che non permettono né istituti né badanti a tempo pieno. E' troppo cristiano, tutto ciò, per noi comunisti? E' lavoro da crocerossine? No: ricordo che gli Oratori delle parrocchie, con la loro capillare rete di relazioni sociali, sono tra le più formidabili macchine di organizzazione del consenso conosciute e noi, senza "media" e senza fondi, abbiamo un'unica possibilità : il radicamento in ogni piega sociale (certo: innanzitutto nei luoghi della produzione e del conflitto vivo tra capitale e lavoro, presenza organizzata senza la quale ogni altra forma di militanza, compreso il mutualismo, perde senso).

    Ma il mutualismo può essere un tassello importante - nella sua forma sociale di Soccorso Rosso - del nostro radicamento.

    E mi affido alle memorie di Ho Chi Min: i comunisti vietnamiti - durante la lotta di Liberazione - facevano le iniezioni, gratuitamente, ai contadini poveri e malati. Ho Chi Min era nascosto tra i contadini e lavorava con essi in incognito. Un giorno un contadino gli disse : "Ma chi sono questi comunisti?". E Ho Chi Min gli rispose : "Non lo so. Ma se vengono qui a farci le iniezioni e ce le fanno gratuitamente saranno sicuramente brave persone".

    Il mutualismo così concepito (solidarietà concreta, di classe) può attenuare il nostro conflitto con il capitale?

    Mi pare una sciocchezza solo il pensarlo. Molte altre cose ci hanno portato lontani dalla lotta: il tentativo di trasformare il nostro Partito - comunista - in qualcos'altro da sé e la crescita di un grande amore per le poltrone.

    Se il mutualismo - assieme al nostro imprescindibile protagonismo nei luoghi di lavoro - ci aiuterà a rafforzare i nostri deboli rapporti di massa ci aiuterà anche ad innalzare la nostra capacità di organizzare il conflitto sociale. In senso anticapitalista.

  5. #35
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    bell'articolo quello di Giannini.

  6. #36
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    Vorrei sentire il parere di Leninista sull'articolo del compagno Giannini

  7. #37
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    ...non so se qualcuno si ricorda il compagno Erenis, scriveva spesso su POL. Beh, posso iniziarvi a comunicare che presto, grazie all'iniziativa del compagno, anche a VArese ci saranno i GAP!!!

 

 
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