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    Predefinito Nel 1842 furono pubblicate le opere giovanili di Karl Marx

    OMNIA SUNT COMMUNIA


    Nel 1842 furono pubblicate le opere giovanili di Karl Marx
    Anna Simone


    Nel 1842 furono pubblicate le opere giovanili di Karl Marx. Tra gli scritti ve n'è uno che vale bene l'incipit di queste pagine. Nel riferire delle discussioni parlamentari sulla "Rheinische Zeitung" il filosofo di Treviri manifestava tutta la sua disapprovazione per le decisioni politiche assunte dalla Dieta della Renania nei confronti delle popolazioni nullatenenti del luogo. Questi, infatti, avevano per secoli raccolto legna dai boschi agendo de facto un diritto collettivo secolare, il legnatico . Un diritto consuetudinario che, invece, una legge della Dieta definiva e sanzionava in quegli anni come "furto" messo in atto dai poveri contro i proprietari dei boschi. A loro modo, però, i miserabili della Renania esercitavano un diritto di libertà, una forma di auto-organizzazione della loro vita, una pratica di disobbedienza nei confronti del regime proprietario, erano in altre parole un comune che eccedeva l'ordine giuridico voluto dalla Dieta della Renania. Una prassi, un'azione politica e sociale che agiva nel sistema e contro il sistema contemporaneamente.
    A quasi due secoli di distanza, facendo diversi salti nel tempo, ci spostiamo a San Lorenzo, Roma. Esc, in via dei Reti, pur rischiando lo sgombero ogni giorno esercita lo stesso medesimo diritto consuetudinario contro l'ordine proprietario dei palazzinari romani e contro una politica asfittica che impedisce tutte le forme di accesso gratuito alla cultura mercificandola sino all'inverosimile. Ma i giovani e i meno giovani dell'atelier occupato non raccolgono legna, non svolgono lavori materiali. Essi producono saperi attraverso l'istituzione della Lum (Libera università metropolitana), teorizzano e praticano un'idea di comune sganciata dalle istituzioni e dagli ordinamenti giuridico-statuali, fanno politica dentro e fuori la Sapienza, organizzano seminari e, ovviamente, leggono e studiano Karl Marx. Marx e non il marxismo in tutte le sue vulgate accademiche e/o partitiche, alcune delle quali nostalgiche e fuori dal tempo al punto tale da indurre qualche giovane comunista a desiderare il simbolo del muro di Berlino sulle nuove tessere di Rifondazione (si veda il dibattito in corso in questi giorni su queste stesse pagine).
    Quella di Esc e della Lum è quindi "un'altra" esperienza di lavoro politico e di lavoro cognitivo attorno all'opera di Marx, nessuna nostalgia, nessuna deriva identitaria, nessuna reazione risentita rispetto a questa storia imbrogliona del presente, nessun falso movimento messo a punto per ridefinire un'idea di comunismo fuori dalle trasformazioni reali poste in essere dagli assetti contemporanei dei sistemi di produzione e dalla nuova composizione immateriale della forza lavoro. Un'antropologia dell'attualità che non parte dai disastri elettorali del presente per cercare una forma di "redenzione" nel passato perché ha deciso di procedere al contrario. Partire dai conflitti del presente, dalle istanze di libertà mosse qui e ora dai movimenti dei precari, femministi e studenteschi per rileggere Il Capitale , I Grundrisse etc.
    Questi seminari, tenutisi a Esc due anni fa, ora sono un libro costruito sotto forma di lessico, quasi un classico direi, appena edito dalla manifestolibri ( Lessico Marxiano , pp. 198, euro 19). Dodici voci per dieci autori più o meno riconoscibili all'interno della tradizione operaista e post-operaista italiana (da Toni Negri a Mario Tronti, da Sandro Mezzadra a Carlo Vercellone, da Alisa del Re a Christian Marazzi, da Paolo Virno a Michele Surdi, da Augusto Illuminati a Polo Vinci). Nell'introduzione, a cura della Lum, è possibile già individuare alcune tra le linee guida principali di questo lavoro: insistere sul crinale che si pone tra teoria e prassi nell'opera marxiana attualizzando la potenza produttiva di lotte e saperi; ripartire dalle lotte sul rifiuto del lavoro salariato a dispetto di chi pensa che possa essere possibile ripristinare un ordine sociale basato sul lavoro e quindi sullo sfruttamento; sottolineare le sfumature problematiche del passaggio di fase dalla produzione retta dalla grande industria al cosiddetto general intellect ; evitare di cercare nelle teorie della giustizia le ragioni delle lotte. Linee guida a loro volta riassumibili in tre "campi" e/o "aperture" epistemologiche sull'opera marxiana: critica al concetto di storicismo perché le lotte non afferiscono ad un tempo cronologico lineare ma proseguono attraverso rotture, ricomposizioni differenziate e innovazioni che, a loro volta, producono saperi situati; rileggere le categorie di cooperazione e di forza lavoro attraverso il rapporto tra produzione e riproduzione messo in luce abbondantemente dal femminismo degli anni '70 e da parte del femminismo contemporaneo; pensare ad un'egemonia del comune ovverosia a quella modalità di produzione del lavoro vivo in grado di creare forme di cooperazione sancite anche da relazioni affettive e amicali. Un comune in grado di reggersi su ciò che Simondon ha definito come il "trans individuale", come la messa in comune di singolarità ovviamente non monadiche e identitarie, ma portatrici in sé di relazioni.
    Tuttavia tra le dodici voci, quelle che appaiono davvero portatrici di uno sguardo attuale, quelle che davvero tentano di compiere un salto nel presente, provando anche a creare nuove nozioni interpretative (come quella di "forza lavoro complessa" che Virno mutua anche dalla nozione di complessità e di riduzione della complessità elaborata dalla teoria dei sistemi e dalla teoria funzional-strutturalista di Luhmann) vanno principalmente segnalate, almeno da chi scrive, "Accumulazione originaria" (Mezzadra), "Cooperazione e forza lavoro" (Virno), "Produzione/Riproduzione" (Del Re) e "Socialismo del capitale" (Marazzi). Mezzadra attualizza spingendosi sul terreno dei subaltern studies e dei postcolonial studies , accentua l'attenzione sui processi specifici di soggettivazione su scala globale contribuendo, così, a consegnare per sempre la tradizione terzomondista al ruolo che più le spetta: quello di dirigere acriticamente le sciagurate politiche di cooperazione internazionale allo sviluppo, considerate ormai da tutti gli antropologi come l'ultima frontiera del colonialismo "buono".
    Alisa del Re prova, invece, ad attualizzare le sue importantissime ricerche sulla divisione sessuale del lavoro e sul lavoro domestico svolto assieme ad altre femministe padovane negli anni '70. Ragiona sulla crisi dei sistemi di Welfare contemporanei proponendoci una chiave di lettura sul lavoro salariato di riproduzione oggi. Un lavoro di cura che le nuove forme di privato sociale hanno reso di pubblica utilità andando sostanzialmente a salarizzare ciò che prima veniva fatto gratuitamente dalle donne tra le mura domestiche. Nonostante questo evidente mutamento di scala rimane, secondo lei, il lavoro gratuito di cura come una delle dimensioni più importanti del lavoro di riproduzione: «anche i knowledge workers sono stati bambini, saranno vecchi, tornano a casa a mangiare la pasta e desiderano indossare calzini puliti». Ciò che tuttavia muta di segno (tema sul quale la Del Re tende a non soffermarsi più di tanto) è, invece, la cosiddetta forza lavoro migrante femminile. Sono sempre più spesso loro, infatti, ad occuparsi del lavoro domestico e di cura all'interno di una circolarità dei bisogni e delle necessità tutt'altro che felice. Infatti l'unico affrancamento possibile che le donne continuano ad avere oggi in relazione al doppio lavoro dentro e fuori casa consiste, paradossalmente, nel salarizzare e quindi nel costringere un'altra donna a svolgere il lavoro domestico e di cura. Un mutamento che altrove abbiamo definito come processo di "badantizzazione" della società speculare al cosiddetto processo di femminilizzazione del lavoro (si veda Liberazione del 20 ottobre, 2007). Una sorta di ritorsione tesa a ridefinire il dominio di classe delle donne bianche che si credeva scomparso nei meandri dell'emancipazionismo prima e della differenza poi.
    E per concludere la già citata nozione di "forza lavoro complessa" utilizzata da Virno oltre che la bella voce "Socialismo del capitale" di Christian Marazzi che, molto più di altri, compie davvero un'operazione di "spostamento" dell'analisi marxiana lavorando "solo" sul famoso corso di Foucault tenuto al Collége de France tra il '78 e il '79, Nascita della biopolitica (in nota non v'è citazione alcuna ripresa dal barbuto di Treviri). Ma se è vero che Michel Foucault in Nascita della biopolitica , più che riprendere Marx, prova a ricostruire una genealogia dei rapporti economici che si sono dati all'interno delle società, spostando sulle nozioni di capitale umano e sulla critica al concetto di società civile, è altresì vero che i suoi più autentici punti di forza rimangono legati a ciò che lui stesso definiva come movimenti di contro-condotta e di contestazione della norma. L'altro della lotta di classe. Tutti quei movimenti, cioè, prossimi a mettere in discussione qualsivoglia forma di normativizzazione e di gerarchizzazione del sé all'interno degli ordini discorsivi dati e predefiniti dai saperi-poteri. Movimenti sui quali lui, tra l'altro, differenziava il suo agire politico da quello dei marxisti francesi perché voleva capire meglio come si producono le condotte normalizzate e funzionali al sistema capitalistico, piuttosto che comprendere il sistema capitalistico in sé. Voleva capire, cioè, dove si situa la messa in scacco delle libertà e dei piaceri, una messa in scacco che può prodursi sempre e ovunque. E allora a quando un seminario organizzato da Esc e dalla Lum su Michel Foucault? Dopo Marx e con questo Marx si può fare.

    Il Lessico marxiano, a cura della Lum, sarà presentato domani all'interno del Critical book&wine presso Esc.


    19/12/2008 Liberazione

    PER LA COMUNITA' UMANA

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    Citazione Originariamente Scritto da Muntzer Visualizza Messaggio
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    Bella la nuova firma! Vuoi distinguerti dalla massa?

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    Lessico Marxiano
    Lessico marxiano il primo libro della lum in edicola
    Quale attualità per Marx? Una domanda non inedita, ma da sempre pronta, però, a ridefinire il campo problematico. L’attualità di una proposta teorica e politica, infatti, non può essere disgiunta da chi la indaga, da chi la mette in tensione. Propriamente attuale è ciò che viene messo alla verifica del presente, da un soggetto attivo nel presente. O ancora, meglio, solo la presa in carico del presente rende possibile l’attualità di un pensiero e di una pratica politica. Esattamente secondo questo spirito si articolano gli interventi del seminario marxiano che trova esito editoriale in questo libro. Dodici relazioni su altrettante categorie del pensiero marxiano, categorie messe alla prova delle trasformazioni politiche, economiche e sociali del presente. Quale attualità per il pensiero marxiano nell’epoca del General intellect, della globalizzazione e dei movimenti alterglobalisti? Funziona ancora la bussola teorica del filosofo di Treviri di fronte alle scosse telluriche che hanno investito l’ultima parte del novecento e l’apertura di millennio? Le figure più significative dell’operaismo italiano e del dibattito teorico marxista hanno provato a rispondere a queste domande, interrogando direttamente i testi e nello stesso tempo piegandoli sul presente.


    Qui l'introduzione: http://www.escatelier.net/downloads/introduzione.pdf

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    Marx & Sons




    MARX&SONS

    di Roberto Ciccarelli

    L'immanenza spettrale di Jacques Derrida

    Il futuro non è scritto. Probabilmente, Joe Strummer non ha mai conosciuto, né letto, Jacques Derrida, ma è indubbio che lo slogan più icastico, e filosofico, del punk-rock inglese, trovi risonanze profonde in Marx&Sons. Politica, spettralità, decostruzione (Mimesis, pp. 295, euro 22). Un libro che appare tardivamente in Italia, tradotto a quasi dieci anni dalla sua edizione inglese, ma che descrive con la stessa profeticità del leader dei Sex Pistols la tonalità fondamentale del nostro tempo. Questo cortocircuito popfilosofico non dovrebbe destare troppa sorpresa se all'elemento fantasmatico del futuro si attribuisse il giusto riconoscimento politico.
    Per Derrida, il futuro designa almeno due cose: in primo luogo, il rischio, per chi governa, di fronteggiare un evento imprevedibile, lo schianto delle previsioni statistiche in base alle quali commisurare il valore del presente, le regole delle istituzioni e dello sviluppo economico. In secondo luogo, questo futuro rivela una carica messianica che è tutto fuorché utopica: esso è il riferimento, nel presente, alla venuta dell'evento più concreto, e più reale, all'alterità più irriducibilmente eterogenea. Questa alterità è spesso confusa con la paura. Emerge di ora in ora, dentro e fuori le borse e le banche centrali di tutto il mondo alle prese con la terribile crisi finanziaria in corso e richiede un atteggiamento pragmatico per cauterizzare le ferite dei capitali e domare gli incubi dei risparmiatori. Ma se così fosse, l'alterità sarebbe solo il servo sciocco del presente, il costante invito ad adeguarsi a ciò che accade per evitare che la vita si scontri con il suo peggiore fantasma: l'idea della scarsità, della morte imminente, se non di un sistema, almeno del proprio menage familiare.
    Derrida prospetta, invece, un «messianesimo senza Messia» in cui l'alterità è un evento irriducibile alla misura del nostro obliterato presente. Tale evento non è l'attesa della redenzione finale, la speranza cioè che l'ultimo giorno dell'umanità corrisponda all'avvento di un profeta, di una classe, della giustizia universale, ma è un futuro che si libera nella vita di ciascuno, ogni volta che si nasce, si prende la parola, si vive la propria storia.
    Il marxismo, esentato una volta per tutte dalla micidiale sanzione del socialismo reale è, ad avviso di Derrida, quanto di meglio può tradurre l'alterità in una politica di liberazione. Peccato, egli aggiunge, che pochi marxisti lo abbiano compreso, preferendo la maggioranza ridicolizzare gli alleati scomodi che rifiutano di raggiungerli nell'ortodossia del loro sonno dogmatico. Derrida intravvede in questo marxismo un problema filosofico che va ben oltre la sua statuarietà pietrificata. Che fare davanti al dilemma di un'eredità che trasmette ordini contraddittori, esprimendo da un lato la necessità storica di un'alternativa, e rifiutando dall'altro lato la sua incarnazione in un soggetto politico? C'è da restare sgomenti davanti a questa spettrale coesistenza di contrari. Il filosofo francese invita però ad ascoltare quanto di vero dice il fantasma di Marx che si rivolta contro i membri della propria famiglia, invitando i marxisti a liberarsi da ciò che amano, la genealogia dei padri, e ad essere figli responsabili di un'eredità che può vivere solo a condizione di essere reinventata.
    Non si tratta dunque di rimuovere le classi sociali nazionali o internazionali, le lotte politiche all'interno di uno stato-nazione, i problemi di nazionalità e di cittadinanza, la strategia dei partiti a favore di un cosmopolitismo ingenuo che relativizza le appartenenze e i conflitti, come molti hanno sostenuto dopo la lettura di Spettri di Marx nel 1993. Nel saggio conclusivo di Marx&Sons, Derrida sostiene che per «ripoliticizzare» l'eredità marxiana bisogna chiarire che oggi l'impegno politico dipende, in ogni istante, da una nuova valutazione della situazione singolare.
    Ciò che in realtà Derrida prospetta in questo passaggio è il superamento di uno dei fondamenti della cultura del Novecento: il legame tra l'ontologia e la politica, in altre parole l'idea che ad una decisione politica corrisponda l'esistenza di un soggetto universale, ontologicamente fondato su un'appartenenza generale o su un'identità universale, sempre uguale a se stesso e detentore di un universalismo capace di trasformare il mondo a misura della propria volontà. Così facendo, Derrida eleva il marxismo a principale destinatario della politica che ha rotto con ogni sanzione trascendente, anche quella che proviene dalla propria tradizione, e si trova riassorbita nel più vasto progetto di un'immanenza assoluta in cui ciascuno è parte della propria storia, non appendice dell'eredità altrui.
    Per ricamminare sulle proprie gambe, il marxismo dovrebbe dunque rompere ciò che Antonin Artaud ha definito il «periplo idiota» che lega i padri ai figli, e i fratelli ai fratelli, rendendosi protagonista di una filiazione orfana in cui il dovere del ricordo non deve sostituire l'esercizio del pensiero o l'esperienza della propria vita. La nostra eredità non è preceduta da nessun testamento, ha scritto il poeta René Char. Per questa ragione, il testo del futuro resta ancora da scrivere.
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    Marx






    LETTURE PARALLELE DI UN'OPERA TUTT'ORA APERTA

    di Benedetto Vecchi

    Ombre MARXIANE
    Due recenti libri collettivi su Karl Marx. Il primo affronta alcuni concetti chiave del filosofo tedesco. Il secondo è invece una critica alle tesi di Jacques Derrida sulla necessità di recuperare Marx, abbandonando però l'idea che esiste una classe destinata a costruire una società non capitalista
    All'indomani della decisione del governo statunitense di intervenire nel salvataggio di alcune imprese finanziarie e banche, un gruppo di autorevoli editorialisti e economisti scrisse che la crisi del libero mercato stava facendo tornare di attualità l'opera di Karl Marx, in particolar modo la sua tesi sulla inevitabilità che il capitalismo incappasse ciclicamente in una crisi che metteva in discussione la sua stessa esistenza. Il fatto più sorprendente è che le parole lusinghiere dedicate al filosofo di Treviri venivano da riviste e giornali da sempre paladini di quello stesso libero mercato che stava portando sull'orlo dell'abisso il capitalismo. Se Time, Business week, Economist e Wall Street Journal cercavano tra le pieghe del Capitale o del Manifesto del partito comunista spiegazioni sul perché il migliore dei mondi possibili, cioè il capitalismo, si stava trasformando in un inferno per miliardi di persone voleva dire che la crisi e la recessione mondiale avviata dal «giocattolo» impazzito dei subprime era cosa davvero seria. È stato poi compito dell'attualità inanellare il drammatico rosario di licenziamenti di massa, fallimenti di imprese. Il volto di Marx è stato poi rapidamente tolto dalle copertine di quelle riviste, ma le affermazioni contenuti negli articoli pubblicati sulla rinnovata attualità dell'opera marxiana sono difficili da dimenticare così in fretta.

    L'invenzione di una tradizione
    Certo è però il fatto che l'eredità teorica di Marx era diventata una faccenda per pochi intimi, per di più litigiosi tra loro. Neppure i movimenti sociali di questi ultimi due decenni hanno guardato con attenzione all'autore del Capitale. Unica eccezione, l'America Latina, dove ci sono importanti e radicali movimenti sociali che continuano a parlare di socialismo. In Europa e negli Stati Uniti Marx è stato infatti consegnato alle soffitte ben prima che crollasse il muro di Berlino, simbolo di una fallimentare esperienza di costruzione del socialismo. Il Sessantotto aveva solo rinviato la rimozione dell'opera marxiana. E quando in Europa, nel pieno della controrivoluzione liberista, si sono manifestati movimenti sociali - dall'ecologismo agli occupanti di case, ai no-global- le tradizioni teoriche e politiche a cui hanno fatto riferimento non contemplavano né Marx, né tantomeno l'esperienza comunista.
    L'unico tentativo serio di fare i conti non con Marx, ma con il marxismo risale infatti agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, con la pubblicazione di una «Storia del marxismo» curata da Eric Hobsbawm. Ed è proprio in quella storia che lo storico inglese invitava a pensare ai marxismi, perché molte sono state le scuole di pensiero, i percorsi politici che hanno contraddistinto la ricezione dell'opera marxiana. Ed è quindi una felice sorpresa la pubblicazione di un libro - Lessico marxiano, manifestolibri, pp. 198, euro 19 - che ripercorre alcune parole chiave dell'opera di Marx, dichiarando sin dall'introduzione una scelta di campo: tutti gli autori si rifanno all'operaismo, cioè quelll'innovazione del marxismo avviata da Raniero Panzieri e poi proseguita da studiosi come Mario Tronti, Antonio Negri, Romano Alquati e tanti altri. Ma la sorpresa è che è un libro nato all'interno di uno spazio occupato, l'Esc di Roma, che ha sempre manifestato una forte critica nei confronti delle organizzazioni del movimento operaio. Eppure, come dichiarano i curatori di questo volume, l'appuntamento con Marx era nell'ordine delle cose. Per verificare se potesse servire alla comprensione del capitalismo, ma anche se potesse fornire strumenti per il loro agire politico.

    Nel flusso della storia
    Il Marx che esce da questo volume non è tuttavia lo scienziato del capitalismo, né un economista che fornisce ricette per far funzionare un modo di produzione alternativo al capitalismo. Marx è qui considerato un critico dell'economia politica, mentre la sua produzione teorica è ritenuta un'opera aperta alla critica e al superamento laddove se ne presentasse la possibilità. Le parole chiave scelte per rileggere l'autore dei Grundrisse lasciano infatti trasparire sopratutto un'urgenza politica. Il «fulmine da prendere con le mani» a cui alludono gli attivisti di Esc nell'introduzione non è infatti l'eredità marxiana, bensì la realtà capitalistica contemporaneo, la sua continuità con il passato, ma anche e sopratutto le discontinuità che manifesta. Per questo l'attenzione è data, ad esempio, ai concetti di «astrazione», «forza lavoro», «cooperazione», «lavoro produttivo e improduttivo», «classe», «accumulazione originaria», «diritto». Cioè a temi che costituiscono proprio i nodi da sciogliere per una critica al capitalismo che spesso in questo libro è qualificato come cognitivo.
    L'accumulazione originaria è infatti sviluppata per parlare di come la globalizzazione mette in evidenza che quel passaggio violento all'origine del capitalismo si rinnova continuamente quando si ridefiniscono le gerarchie e i rapporti sociali tanto nelle realtà nazionali che a livello mondiale. Questo solo introdurre il fatto che le classi sono continuamente scomposte e ricomposte. Ma che solo da un'ottica di classe, e dai conflitti che agisce, si può risucire a comprendere la realtà e pensare la politica per trasformarla.
    Non è quindi un caso che vengono ripercorsi i testi di Marx per capire cosa significa forza-lavoro, lavoro produttivo e improduttivo, produzione e riproduzione in un capitalismo dove diventano centrali le capacità generiche della natura umana (il linguaggio, la capacità di fare astrazione, la capacità di sviluppare cooperazione). E di come il diritto, da sempre dispositivo per legittimare la proprietà privata e i rapporti sociali dominanti, arrivi ad occuparsi di diritto d'autore, di brevetti, di marchi affinché proprio quel linguaggio, quella conoscenza, quel sapere e la vita stessa diventino non solo merci, ma che la loro «produzione» sia regolata secondo il principio della scarsità.

    L'impossibile filologia
    Un libro che non è mosso da nessun intento filologico rispetto l'opera marxiana. I testi di Marx sono infatti letti e commentati per afferrarre la realtà. E che per questo mette in conto di andare «oltre Marx». Un'operazione provocatoria rispetto a chi, invece, aderendo filologicamente ai testi di Marx cerca risposte politiche. O verso chi cerca di salvaguardare la tradizione politica del movimento operaio. Ma provocatoria anche verso chi cerca di innovare l'analisi marxista, colmando i limiti dell'opera marxiana. Il «lessico marxiano» che emerge dall'insieme dei saggi che compongono il volume è da intendere come una cassetta degli attrezzi da usare per la costruzione di un agire politico che si vuol misurare con questo capitalismo. Un volume che propone infine come prioritaria necessità politica la possibilità di aprire un'altra storia, prendendo definitivamente congedo dall'esperienza socialista del Novecento.
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