MESSINA, 28 DICEMBRE 1908
Non era ancora l'alba e Messina dormiva il suo pesante primo sonno di città felice, ricca e spensierata. D'improvviso la furia dell'inferno si scatenò nel dolce anfiteatro dello Stretto. La città fu colta alla sprovvista. Nessuno di quelli che erano sulla terra ferma potè capire. Si udì dapprima un boato profondo e misterioso, poi la terra parve volersi scrollare di dosso le sue case, come fa un cavallo imbizzarrito. Le acque nel centro del porto parvero aprirsi. Si levarono ondate immense. Lo scoppio d'ira del mare si ripetè quattro volte nello spazio di mezz'ora. Terribile, spazzò ogni essere vivente, distruggendo la banchine del porto.
Quando la luce diventò più chiara, Messina era crollata di schianto e dalle sue rovine si levava, disperato e terrificante, l'urlo dei sepolti vivi.
La più spaventosa catastrofe di tutti i tempi, la più micidiale tragedia, era accaduta nel volgere di pochi minuti. In trentadue secondi la scossa sismica, sussultoria e ondulatoria, aveva raso al suolo Messina, Reggio e tutto il litorale calabro. Gli orologi, nelle case sventrate, segnavano le 5,20. In quel preciso istante, i sismografi di tutto il mondo avvertirono il sinistro segnale della lontana, immensa tragedia: il pennino dei pendoli oscillanti tracciò un disordinato scarabocchio, traducendo in grafico la simultanea fine di centoventimila vite.
Dall'epoca di Ercolano e Pompei sino all'atomica di Hiroshima nulla di più atroce è mai accaduto sulla terra. Eppure, di un disastro così smisurato, nelle altri parti d'Italia e del mondo si ebbe più il presentimento che la certezza: telegrafo, telefono rimasero implacabilmente muti. Ogni mezzo di comunicazione con i luoghi colpiti era distrutto. Neanche i superstiti poterono subito rendersi conto della vastità delle distruzioni. Fu una piccola torpediniera, la meno danneggiata dal terremoto, a dover fare il primo, inorridito bilancio. Inviata da Messina sino a Scilla, trovò macerie e morti. Allora riprese il mare e, costeggiando la Calabria, risalì di porto in porto, di rovina in rovina: Messina, Reggio, Villa, Scilla, Pellaro, Bagnare, Palmi, Cannitello, Sant'Eufemia erano distrutte.
Per i primi quattro giorni Messina fu isolata dal resto del mondo.
L'agonia della città fu terrificante: ottantamila dei suoi abitanti erano passati dal sonno alla morte, travolti e soffocati dalle macerie. La città era una sola piaga urlante. Dalle tubature del gas, dai lumi a petrolio era sprizzata la scintilla di un incendio che rendeva più infernale e sinistro quello spettacolo di morte.
Schiacciati tra le macerie delle abitazioni crollate, migliaia di messinesi imploravano aiuto. I superstiti giacevano inebetiti sotto la pioggia fitta, mentre la terra era ancora scossa da fremiti.
Nei quattro maremoti successivi il mare aveva rigettato a riva i cadaveri di quelli che avevano cercato scampo sulle banchine del porto. Nessuno poteva porgere aiuto ai sepolti vivi. Una tetra pazzia piombò sulle menti sconvolte, un terrore sovrumano dominò, cupo e irrefrenabile, nella città distrutta.
Mentre le ore e i giorni passavano, i lamenti che salivano dalle macerie insanguinate si affievolivano. Molti feriti morirono prima di essere medicati. Sui tavoli di marmo di un caffè distrutto, gli ufficiali medici delle navi russe improvvisarono un posto di medicazione.
Un ospedale da campo venne allestito fra le tende di un circo equestre. Le navi accorse da ogni parte divennero ospedali galleggianti. I senzatetto avevano fame e sete e molti di essi impazzirono dal dolore. Non c'era acqua, non c’erano viveri, né disinfettanti e medicinali a sufficienza. Gli incendi divampavano ancora. Ombre insidiose di saccheggiatori si profilavano sulle macerie, abbattuti senza esitazione da soldati e marinai in osservanza alla legge marziale.
Tutto venne fatto pur di porgere aiuto e sollievo: il giorno del suo arrivo, la corazzata Makaroff dissetò i superstiti distribuendo l'acqua delle sue caldaie. I marinai, per ore ed ore, non ebbero altro da offrire ai feriti che un dito da succhiare, intinto nell'acqua piovana.
Le squadre di soccorso si aggiravano fra le rovine con il viso avvolto nei fazzoletti imbevuti di acido fenico. L'aria era irrespirabile a causa dei cadaveri insepolti. Alla fine, essendo umanamente impossibile trovare il luogo e il tempo per dare sepoltura ai morti, macabri roghi levarono le loro fiamme acri e sinistre.
28 dicembre 1908 – 28 dicembre 2004
"Invano
cerchi tra la polvere,
povera mano, la città
è morta. È morta ... "
S. Quasimodo
Il primo telegramma parte alle nove e dieci dalla prefettura di Catania: "Ore 05:20 di stamattina avvertitasi violenta scossa di terremoto ondulatorio durata vari secondi. Popolazione impressionatissima. Telegrammi giunti finora da diversi comuni della provincia accennano soltanto danni fabbricati ma senza disgrazie".
E’ la mattina di lunedì 28 dicembre 1908. Presidente del consiglio e ministro degli Interni è Giovanni Giolitti. Quando il telegramma spedito da Catania arriva negli uffici del Ministero degli Interni, nessuno si scompone: l’Italia è un paese sismico, le scosse sono quasi di routine. Per cui la giornata dei ministeriali romani continua a scorrere tranquillamente. Intanto, in Sicilia, l’impiegato Antonio Barreca cammina sconvolto lungo la linea Messina-Siracusa. Dopo tre ore di marcia arriva alla stazione di Scaletta. Da lì riesce a trasmettere un telegramma di due sole parole: "Messina distrutta". Giolitti lo legge e poi lo cestina: questo Barreca deve essere un pazzo. Eppure qualcosa non quadra: notizie su danni provocati da un terremoto arrivano arrivano da tutte le prefetture di Sicilia e Calabria. Solo i telegrafi di Messina e di Reggio tacciono. Perché?
La risposta arriva alle 17:25 con un altro telegramma, firmato dal tenente di vascello Belleni, comandante della torpediniera Spica: Messina e Reggio non esistono più. Ma, ancora a tarda sera, ai giornalisti che si accalcano intorno a lui per avere notizie, Giolitti dice: "Non è possibile, qualcuno ha confuso la distruzione di qualche casa con la fine del mondo."
E’ facile dare la colpa alla solita inefficienza italica se a Roma ancora si ignorava quasi tutto, mentre squadre di marinai russi e inglesi erano già sbarcati a Messina per soccorrere i sopravvissuti.
E si capisce perché quando, la mattina di martedì 29, quando l' esercito italiano sbarcò sul luogo del disastro, l’accoglienza non sia stata proprio cordiale: "Ora venite, ora che è finito tutto!", inveiva la folla. Per gli uomini del Sud era la conferma che il Meridione era solo terra di conquista del Regno savoiardo.