«I casi sono tre: o non capiscono, o non hanno letto le carte, oppure sono in malafede e ciurlano nel manico per avere qualche pretesto polemico nei confronti della magistratura al fine di tirarsi fuori da una situazione imbarazzante». Marco Travaglio, come al solito, non le manda a dire. Solo che stavolta sul suo personale banco degli imputati siede lo stato maggiore del Partito democratico. Motivo: le reazioni alle inchieste giudiziarie che vedono coinvolti i suoi esponenti. A partire da quella di Pescara sull’ex sindaco Luciano D’Alfonso. Al giornalista, titolare tra l’altro di una rubrica proprio sull’Unità, quell’esultanza del partito - accompagnata dalle bordate anti-toghe - alla scarcerazione di D’Alfonso non è piaciuta affatto. «L’ignoranza può valere per Walter Veltroni, che non ha una grande cultura giuridica, ma per Luciano Violante e Lanfranco Tenaglia, che sono due ex magistrati, no». Sull’Unità lei li accusa di non aver letto le carte. «D’Alfonso è stato scarcerato sulla base di un’ordinanza. I commenti, però, li hanno fatti sulle base di fantasiose ricostruzioni giornalistiche». Osservazione pesante, per quello che è considerato “il partito dei giudici”. «Se si legge l’ordinanza, otto pagine scritte in un italiano comprensibile, ci si accorge che il quadro accusatorio nei confronti di D’Alfonso non solo è confermato, ma esce addirittura rafforzato. Non c’è nessun motivo per ritenere che il giudice abbia cambiato idea, anzi. Il paradosso è che Violante dica che non ci fossero elementi per arrestarlo e per far cadere la giunta». Alle toghe, Violante ha chiesto “prudenza” e una “valutazione seria dei dati”...

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