Quale internazionalismo?
Nella Prefazione all’edizione americana (20 marzo 1930) de “La rivoluzione permanente” Trotsky scrive: ”Sarebbe erroneo – dice Stalin contro una delle frazioni americane - non prendere in considerazione le particolarità specifiche del capitalismo americano… Ma sarebbe più erroneo basare l’attività del Partito comunista su questi specifici elementi, perché il fondamento su cui deve basare nella sua attività ogni Partito comunista, compreso il Partito americano, sono gli elementi generali del capitalismo che sono essenzialmente gli stessi in tutti i paesi, e non gli elementi specifici di un paese. Proprio su questo si basa l’internazionalismo dei partiti comunisti. Gli elementi specifici sono semplicemente dei supplementi agli elementi generali”. (“Bol’ševik, 1930, n.1, pag.8)
“In realtà – replica Trotsky – le particolarità nazionali formano una combinazione unica degli elementi essenziali del processo mondiale. Questa originalità può avere un’importanza decisiva per la strategia rivoluzionaria per parecchi anni. Basta richiamare il fatto che il proletariato di un paese arretrato è giunto al potere molti anni prima del proletariato dei paesi avanzati”. “E’ assolutamente erroneo basare l’attività dei partiti comunisti su certi “elementi generali”, cioè su un tipo astratto di capitalismo nazionale. E’ radicalmente sbagliato asserire che proprio qui “si basa l’internazionalismo dei partiti comunisti”. “Le particolarità economiche dei diversi paesi non hanno in nessun caso un carattere accessorio: basta paragonare l’Inghilterra e l’India, gli Stati Uniti e il Brasile. Ma gli elementi specifici di un’economia nazionale, qualunque sia la sua ampiezza, sono, in misura crescente, delle componenti di una realtà più elevata che si chiama economia mondiale e su cui soltanto si basa, in ultima analisi, l’internazionalismo dei partiti comunisti”. (1)
Un’analoga affermazione troviamo in un’intervista di Marx a un giornalista della “Chicago Tribune”. Alla domanda se il programma della socialdemocrazia tedesca vale solo per la Germania o anche per altri paesi, Marx risponde: “Se lei vuole trarre delle conclusioni da questo solo programma, misconosce l’attività del movimento. Parecchi punti di questo programma non hanno significato al di fuori della Germania. Spagna, Russia, Inghilterra e America hanno programmi propri, che sono di volta in volta adattati alle loro particolari difficoltà. La loro unica somiglianza consiste nello scopo finale comune”. (2)
Ovviamente, queste citazioni non devono essere intese come giustificazioni di presunte vie nazionali al socialismo, ma sono richiami ai compiti specifici che toccano ai lavoratori dei singoli paesi.
L’enorme difficoltà di procedere verso un’unificazione dei comunisti non è determinata solo dalle sconfitte subite, dalla frammentazione e dalla precarizzazione dei lavoratori che la borghesia ha perseguito instancabilmente, ma anche da una serie di pregiudizi difficili da estirpare. Uno di questi è l’internazionalismo formale, che non è proprio soltanto dello stalinismo. Non stiamo qui parlando di quei buffoni che si sono esibiti in visite turistico-politiche in America latina, dove facevano discorsi rivoluzionari, inneggiavano alla solidarietà internazionale, per poi votare il finanziamento delle spedizioni militari, per “lealtà” verso il governo Prodi. Parliamo, invece, dell’incapacità di molti militanti sinceri di accettare le differenze e le divergenze, incapacità che è alla base dell’estrema frammentazione dei comunisti. In realtà, poiché il livello di coscienza si sviluppa in modo non omogeneo e in tempi diversi negli individui, nei gruppi, nei differenti paesi, la ricerca della linea politica corretta presuppone divergenze e confronti, che sono funzionali, e non patologici, per chi non abbia una visione pedantesca.
La coscienza politica non si diffonde per clonazione, l’internazionalismo non si estende aprendo una sede della propria organizzazione all’estero, la lotta di classe non si espande con trapianti artificiali. Occorre invece individuare le forze di altri paesi che il conflitto di classe genera e cominciare con esse un lavoro comune, all’inizio sul piano informale, senza pretendere di formare prematuramente partitini o internazionali formato ridotto. Spesso si confonde la necessità storica di formare il partito di classe con l’imperativo fallace di costituirlo nell’immediato, dimenticando che un partito non ha senso quando non riesce a incidere in nessuna maniera sui rapporti di forza tra le classi.
Per ogni paese occorre un’analisi specifica delle condizioni economiche, storiche, politiche, sociali. Ovviamente parliamo dei paesi che hanno una consistenza reale, non delle repubbliche fasulle create dell’imperialismo – come il Kosovo e il Montenegro - trasformate in centri di smistamento di denaro sporco, armi e droga.
Ogni proletariato locale deve partire dalla lotta contro la borghesia del proprio paese, e il modo più efficace di aiutare i lavoratori delle altre nazioni è condurre fino in fondo questa battaglia. E’ compito essenziale dei comunisti dei paesi imperialisti assumere la difesa, contro la propria borghesia, degli interessi dei lavoratori dei paesi dipendenti, delle semicolonie, degli immigrati. I militanti italiani, ad esempio, hanno il compito specifico, non solo di contrastare la campagna d’odio condotta contro rumeni e rom, ma anche condurre un’inchiesta sullo sfruttamento degli imprenditori italiani nei confronti dei lavoratori in Romania, e denunciarli senza riguardi. Se si riesce a mettere in risalto i nessi tra lo spietato sfruttamento della manodopera italiana e straniera e la crescente corruzione della vita politica e sociale italiana, si sarà compiuto un ottimo lavoro anche per la formazione politica di milioni d’immigrati, e l’immigrazione è il mondo che entra nel nostro paese, è il primo e più reale confronto con l’internazionalismo, nel quale si accerterà se sapremo essere veri comunisti, oppure internazionalisti a parole e xenofobi leghisti nei fatti.
La nostra penisola è come un immenso molo che si protende nel Mediterraneo, e questa vicinanza rende possibili innumerevoli contatti con l’Africa e col Vicino Oriente. E’ una grande possibilità per i comunisti d’Italia, ma anche un pericolo, se lasciano l’iniziativa alla borghesia. I mercanti che ci governano stanno affittando il nostro territorio, in funzione di un’ulteriore schiavizzazione dell’Africa: “Il quartier generale di “Africom”, ora nella città tedesca di Stoccarda, vede la sua forza navale dislocata a Napoli e quella terrestre a Vicenza. I mass media italiani dimenticano però di dire che altre basi USA presenti in Italia sono e saranno interessate alla nuova proiezione bellica USA, come camp Darby per la logistica e Sigonella per lo spionaggio… l’infiltrazione militare sarà veicolata da aiuti “umanitari” alle popolazioni. Romano Prodi, eletto lo scorso settembre dall’ONU come “master peacekeeping” per l’Africa, avrà sicuramente buoni consigli da dispensare agli alleati d’oltre Oceano”. “Nella conferenza stampa del 3 dicembre 2008 alla Farnesina - disertata dal Segretario di Stato USA Condoleeza Rice - Frattini dichiara che la concessione rientra negli accordi internazionali perché “si tratta di strutture di comando che operano nell’ambito del NATO”. Niente di più falso! Africom, come tutti gli altri comandi con i quali il Pentagono ha diviso l’intero pianeta, sono sotto l’esclusivo controllo dell’esercito USA”. (3)
Molti compagni vedono in ciò quasi esclusivamente il servilismo del governo Berlusconi - non molto diverso, a dire il vero, da quello del governo Prodi – ma la questione è più complessa. La piaggeria del governo è clamorosa, ma ciò non significa che la borghesia italiana sacrifichi i suoi interessi imperialistici a quelli USA. Il brigante gregario partecipa agli utili del capobanda, ma, quando lo richiedono i suoi interessi, sa anche condurre operazioni politiche autonome. Per esempio, non disdegna i contatti con Putin, che ha le chiavi del gas e del petrolio, persino quando questi si oppone agli Stati Uniti.
L’Italia inoltre contribuisce all’azione dell’Unione Europea, che con pressioni e ricatti cerca di costringere i paesi africani a firmare nuovi accordi commerciali con l’Europa, favorevoli alle imprese europee. L’Europa più volte ha chiesto accordi di libero scambio, un’apertura totale dei mercati, dove l’apparente reciprocità svanisce di fronte all’enorme differenza di potenza economica. L’Europa vuole liberalizzare il mercato delle merci, dei servizi, degli investimenti, degli appalti pubblici e imporre i diritti di proprietà intellettuale. Se tutto questo si verificasse, le esportazioni delle imprese europee crescerebbero a dismisura, distruggendo le possibilità di sviluppo africane. Uno stato, non ancora fornito di una potente industria, ha bisogno di un periodo di protezionismo per formarla, mentre la penetrazione europea rischia di impedirlo, e di scalzare le basi del commercio tra paesi africani e la formazione di un loro mercato comune. (4)
Gli interessi italiani in Africa stanno maturando rapidamente. Adolfo Urso, sottosegretario allo Sviluppo Economico, in luglio si è recato in Mozambico per lanciare “un programma biennale, messo a punto dal Ministero dello Sviluppo Economico, che prevede investimenti nel continente e che si svilupperà fino al 2010 con missioni settoriali e asset specifici, con tre obiettivi precisi: approvvigionamento di materie prime, ricerca di nuovi mercati e potenziamento del turismo”. Ha dichiarato che l’Africa è “il continente delle nuove opportunità, come si evidenzia dalla competizione che si è sviluppata soprattutto da parte delle grandi potenze asiatiche: Cina, Giappone e India. Per questo l’Africa deve tornare ad essere al centro della politica europea e italiana”.
La missione organizzata dall’Ice e dal Centro dello Sviluppo dell’Impresa di Bruxelles (CDE) in collaborazione con Assafrica, Simest e l’Ambasciata italiana a Maputo, era seguita da una cinquantina di imprese italiane. Spiegava Urso: “Il Piano Africa partirà dal Mozambico, uno stato ricco di gas e alluminio, con una crescita annua del Pil superiore al 7% e proseguirà poi in Angola per passare in Sud Africa, Sudan, Nigeria, Senegal, Mauritania, Tanzania e Capo verde”. “La scelta del Mozambico non è casuale… Vogliamo esportare un nuovo modello, basato sulla cultura italiana, sul made in Italy e sulla qualità…”. (5)
Urso ha indicato i concorrenti più pericolosi (Cina, Giappone, India), e una vasta area dove il capitalismo è ancora giovane, e si possono ottenere alti saggi di profitto, ormai impensabili in Europa, dove la cultura italiana e il made in Italy siano il passe-partout per arrivare al gas, all’alluminio e alle miniere e pozzi petroliferi dell’area.
Questo è il volto commerciale, “amichevole” dell’imperialismo, ma gli investimenti hanno bisogno di “ordine”, e quindi occorre la forza militare. Un paese può conoscere i più gravi problemi sociali, questo non turba gli investitori, ma non ci devono essere agitazioni che turbino la produzione e il commercio. L’esportazione di capitali non può permettersi rischi, occorre prevenirli. Non si sa mai, qualche governo potrebbe nazionalizzare le imprese, allora addio profitti. L’imperialismo italiano non è in grado di progettare interventi militari da solo, allora si associa a quello ben più potente degli Stati Uniti.
Un imperialismo può rimanere tale anche se non è completamente indipendente? Niente di strano. Il Belgio ha schiavizzato il Congo, l’Olanda l’Indonesia, anche se nessuno dei due era in grado di competere sul piano militare con le grandi potenze. Entrambi dovevano affidarsi alla protezione, ufficiale o ufficiosa, dell’Inghilterra. Lenin, al tempo della Prima guerra mondiale, chiariva che i paesi veramente indipendenti erano tre: Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti. Gli altri imperialismi erano entro certi limiti dipendenti, o perché avevano bisogno di continui prestiti, come la Russia, o per la situazione internazionale, come la Francia, che dopo Fascioda aveva dovuto rinunciare ai suoi progetti coloniali in Sudan per non suscitare l'ostilità dell’Inghilterra, perché un solo “nemico ereditario” come la Germania bastava e avanzava. Eppure Lenin si guardò bene dal dire che Russia, Francia, Giappone e Italia dovevano rendersi indipendenti dagli imperialismi più forti, cercando alleanze con le presunte fasce borghesi progressiste, cosa che invece fanno coloro che intessono geremiadi sulla dipendenza dell’Italia dall’America. Noi sosteniamo proprio il contrario: quanto più la borghesia italiana, ladra e cortigiana, sarà indebolita e umiliata, tanto più facile sarà condurre la lotta rivoluzionaria. Questa classe ultrareazionaria si è salvata più volte per il sostegno dell’opportunismo, che ha messo le migliori energie dei lavoratori al servizio di cause borghesi. Prima o poi le risorte velleità militariste italiane, in Afghanistan o altrove, riceveranno la lezione che meritano, come ai tempi di Crispi o di Mussolini, e allora i lavoratori potranno presentare il conto.
D’altra parte, ai nostri giorni, nessun imperialismo è veramente indipendente. Basta leggere i dati di Limes (Il mondo dopo Wall Street, n. 5/2008, pag. 9) sui principali detentori di titoli del debito estero USA: il Giappone ne possiede per 593,4 miliardi di dollari, la Cina 518,7, il Regno Unito 290,8, i paesi esportatori di petrolio 173,9, il Brasile 148,4, e così via. Il colosso ha i piedi d’argilla. Gli USA cercheranno di non pagare, e in parte ci riusciranno, ma la storia insegna che grandi imperi, come quello del ramo spagnolo degli Asburgo, cercarono di salvarsi con gigantesche bancarotte, ma questo non interruppe il declino inevitabile.
L’imperialismo USA resta il maggior nemico del proletariato internazionale, e non potrà essere definitivamente sconfitto fino a quando i lavoratori americani non si saranno liberati della sua influenza e non l’affronteranno in prima persona. Il contributo che noi possiamo dare a questa lotta passa attraverso lo scontro contro quello italiano. La vera speranza di un’efficace opposizione all’imperialismo va riposta nella presa di coscienza delle popolazione, come è avvenuto ad esempio a Vicenza, e non certo in un’alleanza con settori della borghesia sedicente radicale. E’ il primo passo per il superamento del pacifismo retorico, in queste lotte ci si rende conto che la militarizzazione del territorio incide su aspetti determinanti della vita individuale e sociale, e che lo scontro tra gli interessi di vaste fasce della popolazione e le esigenze del militarismo è inevitabile.
Queste poche riflessioni sull’argomento vogliono solo dimostrare che l’internazionalismo non vuol dire attendere da una centrale internazionale ordini, ai quali adeguarsi meccanicamente, ma significa ricercare attivamente, ciascuno nell’ambito che la situazione mondiale della classe gli assegna, quale contributo, quale aiuto ai lavoratori degli altri paesi, in particolare di quelli dominati dall’imperialismo, è possibile apportare. Solo così è possibile sfuggire alla retorica, alla chiacchiera pseudo cosmopolita, e alle delusioni e alla diffidenza che inevitabilmente questo atteggiamento produce.
27 dicembre 2008
Michele Basso
Note:
1. Lev Trotskij, “La rivoluzione permanente”, Editoriale Coop, prefazione all’edizione americana, pag. 78/79.
2. Karl Marx - Friedrich Engels, “Lettere 1874-1879” Intervista concessa da Marx alla “Chicago Tribune”, pag. 383-390.
3. AFRICOM, Un nuovo progetto colonialista U.S.A. con basi in Italia. Grazie al governo Berlusconi. Comunicato della Rete nazionale Disarmiamoli!
4. Dal Sito della Campagna Italiana; “L'Africa non è in vendita”,
5. “La linea d’azione dell’Italia in Africa illustrata a Maputo dal sottosegretario Urso” La Gazzetta del Sud Africa, 9 luglio 2008.
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