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Venerdì 02 Gennaio 2009
di Marco Fortis
Vi sono ragioni per credere che nel 2009 l'Italia riuscirà a galleggiare senza affondare nella tempesta della crisi economica mondiale mentre altri Paesi rischieranno di più. Ciò non significa che la nostra economia reale non subirà anch'essa pesanti conseguenze. Come già sembrano dimostrare, ad esempio, gli ultimi dati sugli ordinativi dell'industria nel mese di ottobre diffusi dall'Istat il 19 dicembre scorso. Tali dati avevano evidenziato un calo dell'indice destagionalizzato degli ordini dell'industria nazionale del 12,3% rispetto al corrispondente livello dell'ottobre del 2007, il che aveva spinto molti a gridare al "crollo" del nostro sistema produttivo. Ma le statistiche sugli ordinativi dell'industria degli altri Paesi dell'Euroarea, rese note dall'Eurostat solo qualche giorno più tardi, il 22 dicembre, indicano chiaramente che i nostri maggiori partner europei stanno molto peggio di noi: -17,4% la Francia, -17,7% la Germania e addirittura -20,1% la Spagna.
Citare queste cifre comparate non significa cadere nella facile tentazione del "mal comune mezzo gaudio". Vuol dire solo dare un quadro completo della situazione, perché in tempi difficili l'informazione economica deve evitare il mero sensazionalismo al limite dell'autolesionismo.
I dati sul commercio estero italiano nel 2008 dimostrano che, prima dello scoppio della crisi finanziaria americana, rapidamente trasformatasi in una recessione mondiale sistemica, il nostro sistema manifatturiero aveva raggiunto livelli di competitività mai visti nell'intero secondo dopoguerra, con un notevole boom dell'export. Un successo tanto più convincente in quanto ottenuto con un euro fortissimo, mentre altri Paesi nostri concorrenti, come la Cina, potevano godere di svalutazioni competitive della loro valuta di proporzioni tali da far impallidire l'ormai lontano ricordo della nostra "liretta". Citiamo una sola cifra ma assai significativa: da dicembre 2005 all'agosto 2008 l'export dell'Italia è cresciuto di 69,6 miliardi di euro, contro incrementi di 43,5 miliardi per la Francia, di 31,1 miliardi per la Spagna e di soli 9,5 miliardi per il Regno Unito.
Dunque il declino competitivo dell'Italia da molti affermato sino a qualche tempo fa non c'è stato, anzi è accaduto esattamente l'opposto. E il nostro Paese potrà essere tra i primi a cogliere i venti favorevoli della ripresa dell'economia mondiale che la maggior parte degli analisti colloca verso la fine del 2009 o nel 2010. Proprio per questa ragione l'Italia deve rafforzare il suo impegno nel supportare in modo stabile e strutturale le imprese esportatrici e l'internazionalizzazione del nostro sistema produttivo, magari ripristinando, adeguandolo ai tempi, un vero e proprio Ministero del commercio con l'estero.
Dunque, è necessario smetterla con i commenti astratti e rimboccarsi le maniche. Occorre non lasciarsi prendere dal pessimismo, come ha auspicato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo discorso di fine anno alla nazione. Soffriremo, è certo, ma non è vero che l'Italia sarà il Paese più colpito dalla recessione mondiale come molti editorialisti si ostinano a ripetere. Pur considerando le previsioni in assoluto più pessimistiche, quelle elaborate dalla Confindustria, si arriva ad ipotizzare per l'economia italiana un calo di poco superiore all'1% nel 2009. Che dire allora delle previsioni elaborate dall'IFO di Monaco diffuse l'11 dicembre, che indicano per lo stesso anno una diminuzione del 2,2% del PIL e una caduta del 5,7% dell'export della Germania (stiamo parlando del Paese più competitivo al mondo)? O del Giappone, "scosso" proprio il giorno di Natale dall'annuncio di un calo della produzione industriale in ottobre dell'8,1%, mentre persino la Cina ormai "trema" per il rallentamento della sua economia?
Il 29 dicembre in un articolo sulla "Stampa", Nouriel Roubini ha affermato che quella che stiamo vivendo è la più grande "bolla" finanziaria e creditizia della storia. Non siamo in grado di dire se egli abbia ragione, ma certamente questa fase storica del capitalismo somiglia molto alla "global Parmalat" che il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha più volte evocato. Con le principali banche del mondo, a cominciare da quelle americane, che hanno avuto enormi responsabilità nella propagazione del contagio dei titoli "tossici".
Noi abbiamo sempre ammirato l'America e la sua democrazia, crediamo nell'economia di mercato e nella libertà economica. Ma questa volta dall'America è arrivata non una lezione di mercato e di civiltà bensì una pericolosa degenerazione finanziaria che ha portato a creare degli autentici mostri: i mutui subprime e jumbo (con intere città come Cleveland devastate da ondate di sfratti per le insolvenze immobiliari che hanno colpito soprattutto la popolazione operaia di colore), con le pratiche disinvolte dei procacciatori di prestiti immobiliari e di carte di credito, con le famigerate cartolarizzazioni dei debiti ("impacchettati e pronti per la vendita") e la proliferazione a livello internazionale del mercato non regolamentato dei cosiddetti credit default swaps (gli "investimenti-scommessa" sui fallimenti altrui), il cui ammontare è stimato dal finanziere George Soros intorno alla stratosferica cifra di 45.000 miliardi di dollari!
L'Italia, a nostro avviso, patirà meno di altri questa drammatica recessione perché, paradossalmente, la sua crescita economica in questi anni è stata meno forte. Un conto è cadere, come noi, dal primo piano della crisi (essendo abituati a crescere solo dell'1%). Un altro è precipitare, come accadrà agli USA, alla Gran Bretagna, all'Irlanda, alla Spagna o all'Olanda (Paesi che si erano abituati a crescere del 3-4%), dal terzo o dal quarto piano, dopo esservi saliti non virtuosamente con le proprie gambe ma tramite l'ascensore dei debiti privati accelerato irresponsabilmente dai rispettivi sistemi bancari e finanziari, oggi quasi tutti in gravissime difficoltà.
Dunque, alla fine di questo caos economico planetario dagli orizzonti ancora incerti, forse rivaluteremo persino la nostra più bassa crescita perché essa non è stata, diversamente da quella di altri Paesi, una crescita "drogata". Il modesto incremento del nostro PIL di questi anni è stato, molto semplicemente, lo sviluppo che potevamo permetterci senza scassare i conti delle famiglie mantenendo nello stesso tempo sotto controllo i conti dello Stato in un lento processo di risanamento. Inoltre si è trattato di un risultato, sia pur modesto, ottenuto con il triplice handicap di un imponente costo degli interessi da pagare sul debito pubblico ereditato dal passato, di un persistente divario Nord-Sud e di un crescente deficit energetico: tre fattori ciascuno dei quali singolarmente avrebbe messo alle corde molte altre economie.
Le famiglie italiane in questi ultimi anni non si sono fatte risucchiare nel vortice dei debiti che altrove ha sospinto artificialmente la domanda interna. Tra il 2001 e il 2007 il PIL italiano a prezzi correnti è aumentato di 80 miliardi di euro in meno di quello della più piccola Spagna, ma i debiti delle famiglie italiane sono cresciuti solo di 247 miliardi di euro, passando da 279 a 526 miliardi, mentre i debiti delle famiglie spagnole sono aumentati di ben 550 miliardi arrivando a toccare quota 878 miliardi. Il risultato è che ora l'economia iberica è ko: il settore delle costruzioni è crollato e il tasso di disoccupazione è proiettato verso il 15%.
I PIL di Stati Uniti e Gran Bretagna sono stati letteralmente trascinati dalla "bolla" immobiliare e finanziaria. Negli USA i debiti delle famiglie sono aumentati in soli 6 anni di 6.166 miliardi di dollari (con una crescita del PIL a valori correnti di 3.680 miliardi); in Gran Bretagna i debiti delle famiglie sono aumentati nello stesso periodo di 652 miliardi di sterline (con una crescita del PIL di 380 miliardi). Oggi, dopo questa autentica follia che è stata a lungo spacciata per "innovazione", l'America è allo stremo delle forze ed aspetta il neo-presidente Obama quasi come fosse un messia salvatore, mentre la sterlina è stata umiliata dall'euro, le principali banche inglesi sono state parzialmente nazionalizzate e il deficit statale britannico è ormai proiettato verso il 9% del PIL nel prossimo biennio.
Non sappiamo se la crisi mondiale in corso, alla fine, sarà solo un "episodio", magari anche meno pesante di altri degli ultimi 60 anni, come sostengono alcuni. A noi però sembra un'autentica catastrofe di quel capitalismo libertario esaltato da molti fino a poco tempo fa. Un capitalismo deviato a cui va imputata, al di là delle aride diminuzioni di punti di PIL che la recessione porterà con sé, la grave colpa di aver danneggiato centinaia di milioni di risparmiatori nei Paesi ricchi e di aver affamato centinaia di milioni di persone nei Paesi più poveri nel mondo. Perché questo, già oggi, è il bilancio reale degli avvenimenti e non vi sono divagazioni intellettuali o salottiere che possano farcelo dimenticare.
Nel corso dei prossimi mesi, mentre la situazione dovrebbe farsi più dura, rivaluteremo probabilmente anche i provvedimenti solo apparentemente "modesti", ma in realtà concreti, che il Governo italiano ha varato per fronteggiare lo tsunami economico-finanziario: gli interventi per tranquillizzare i risparmiatori, per stabilizzare le banche e sorvegliare la continuità dell'erogazione del credito alle imprese; le misure (come la carta acquisti e il potenziamento delle risorse per la cassa integrazione e i disoccupati) a favore delle fasce più deboli della popolazione, dei precari e dei lavoratori delle aziende più colpite dal calo della domanda; i provvedimenti per il rilancio degli investimenti nelle infrastrutture, di cui l'Italia ha grande bisogno per crescere.




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