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  1. #1
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    Predefinito I moralizzatori del clan Di Pietro

    Il più comico, ovviamente, è sempre il cabarettista del Travaglino, l'Ugo Intini di A. Di Pietro: sull'Unità di ieri, oramai definitivamente appaltata all'Italia dei valori immobiliari, è riuscito a scrivere che "è giunta la notizia delle dimissioni di Di Pietro junior dall'Idv per un paio di semplici raccomandazioni: un gesto di grande dignità". Una dignità mai vista, roba d'altri tempi, tipo quando Travaglio faceva il giornalista e non era pagato a verbale. Cioè: nemmeno la Dc morotea sarebbe riuscita as inventarsi le dimissioni senza dimissioni come ha fattiùo il dipietrino, sicuramente in accordo con il padre-padron dell'Italia dei Favori.
    Vediamo la sequenza: prima Cristiano Di Pietro finisce su tutti i giornali per una intercettazione telefonica di cui si vociferava da mesi (e di cui il padre era a conoscenza da un anno e mezzo, ma non vuol dirci perchè) ed ecco che dopo, solo dopo, cioè quando i fondamentalisti del suo partito hanno espresso qualche perplessità via internet, ecco che il ragazzo alloraannunciava il grande gesto: mi dimetto dall'Italia dei valori, sight, non sarò più capogruppo, sob, e scusatemi se però manterrò la carica di consigliere provinciale ed entrerò solo nel gruppo misto che a Campobasso oltretutto non c'è; scusatemi se prenderò i soldi del contribuente come prima; scusatemi per questa mia "decisione forte ed estremamente sofferta", che compio con sofferenza e dispiacere anche se in sostanza non mi cambia un tubo, perchè è solo una commedia da strapaese tanto che poi è arrivato il "coordinamento regionale dell'Italia dei valori", ieri, e ha diramato una nota buffonesca dove si spiega che "non condividiamo l'atto delle dimissioni di Cristiano Di Pietro dall'Itala dei valori, Cristiano è un ragazzo buono, che ha lavorato in questi anni con entusiasmo e grande senso di responsabilità" eccetera, questo prima di esprimere "la più profonda vicinanza" ad Antonio Di Pietro e annunciare che alcuni signori ora avranno "il compito di indirizzare le scelte e gli orientamenti politici, di raccordo con la segreteria nazionale del partito, dell'Italia dei valori molisana".
    A quando il rientro del figliolone prodigo, con grande festa in masseria e cavatelli al sugo?
    Ma sopratutto: di quali "scelte" e "indirizzi politici" vanno cianciando?
    Non ci sono scelte, non ci sono indirizzi: c'è Di Pietro.
    C'è un "partito" che appartiene a Di Pietro per statuto notarile, e così pure i finanziamenti pubblici.

    Filippo Facci su www.ilgiornale.it del 31 12 08

    prima parte
    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    Il più comico, ovviamente, è sempre il cabarettista del Travaglino, l'Ugo Intini di A. Di Pietro: sull'Unità di ieri, oramai definitivamente appaltata all'Italia dei valori immobiliari, è riuscito a scrivere che "è giunta la notizia delle dimissioni di Di Pietro junior dall'Idv per un paio di semplici raccomandazioni: un gesto di grande dignità". Una dignità mai vista, roba d'altri tempi, tipo quando Travaglio faceva il giornalista e non era pagato a verbale. Cioè: nemmeno la Dc morotea sarebbe riuscita as inventarsi le dimissioni senza dimissioni come ha fattiùo il dipietrino, sicuramente in accordo con il padre-padron dell'Italia dei Favori.
    Vediamo la sequenza: prima Cristiano Di Pietro finisce su tutti i giornali per una intercettazione telefonica di cui si vociferava da mesi (e di cui il padre era a conoscenza da un anno e mezzo, ma non vuol dirci perchè) ed ecco che dopo, solo dopo, cioè quando i fondamentalisti del suo partito hanno espresso qualche perplessità via internet, ecco che il ragazzo alloraannunciava il grande gesto: mi dimetto dall'Italia dei valori, sight, non sarò più capogruppo, sob, e scusatemi se però manterrò la carica di consigliere provinciale ed entrerò solo nel gruppo misto che a Campobasso oltretutto non c'è; scusatemi se prenderò i soldi del contribuente come prima; scusatemi per questa mia "decisione forte ed estremamente sofferta", che compio con sofferenza e dispiacere anche se in sostanza non mi cambia un tubo, perchè è solo una commedia da strapaese tanto che poi è arrivato il "coordinamento regionale dell'Italia dei valori", ieri, e ha diramato una nota buffonesca dove si spiega che "non condividiamo l'atto delle dimissioni di Cristiano Di Pietro dall'Itala dei valori, Cristiano è un ragazzo buono, che ha lavorato in questi anni con entusiasmo e grande senso di responsabilità" eccetera, questo prima di esprimere "la più profonda vicinanza" ad Antonio Di Pietro e annunciare che alcuni signori ora avranno "il compito di indirizzare le scelte e gli orientamenti politici, di raccordo con la segreteria nazionale del partito, dell'Italia dei valori molisana".
    A quando il rientro del figliolone prodigo, con grande festa in masseria e cavatelli al sugo?
    Ma sopratutto: di quali "scelte" e "indirizzi politici" vanno cianciando?
    Non ci sono scelte, non ci sono indirizzi: c'è Di Pietro.
    C'è un "partito" che appartiene a Di Pietro per statuto notarile, e così pure i finanziamenti pubblici.

    Filippo Facci su www.ilgiornale.it del 31 12 08

    prima parte
    saluti
    --------------------------------

    Il cabarettista del Travaglino è riuscito a dire, l'altro giorno:"Non è reato segnalare amici per incarichi, è però malcostume, quidi bene ha fatto Di Pietro tirare le orecchie a suo figlio. Nel suo, Come negli altri partiti, ci dovrebbe essere immediatamente l'intervento immediato del collegio dei probiviri che esamina i casi non penalmente rilevanti e decide le sanzioni".
    Peter Gomez, cronista vice Travaglio ma più savio di lui, un paio di giorni prima aveva scritto la stessa cosa sul suo blog:"Dev'essere il collegio dei brobiviri dell'Italia dei valori a esaminare il caso di Cristiano Di Pietro e degli altri iscritti i cui nomi sono comparsi sui giornali. Dev'essere aperta un'istruttoria, devoo essere aascolati i protagonisti, e alla fine dev'essere presa una decisione. Insomma va seguito un percorso istituzionale al termine del quale i probiviri potranno sospendere, espellere, ammonire, censurare o scagionare gli iscritti".
    Il dettaglio, figlioli, è che l'Italia dei valori non ha nessun collegio dei provibiri, ad essere precisi non ha niente. Ha Di Pietro.
    L'Italia dei valori è l'unico partito d'Europa (forse del mondo) che è affiancato da una associazione costituita da Di Pietro (Presidente) e da Silvana Mura (Tesoriera) e da Susanna Mazzoleni (moglie di Di Pietro) nel cui consiglio si può entrare solo con il consenso del Presidente (Di Pietro) al quale andranno tutti i soldi del finanziamento pubblico: il Partito, invece, è finanziato coi soldi degli iscritti; il presidente del partito (a vita) dell'associazione, cioè Di Pietro; la Tesoreria del partito appartiene alla tesoreria (a vita) dell'associazione, cioè Silvana Mura, cioè a Di Pietro; nè gli iscritti del partito nè un eventuale Congresso possono sfiduciare il Presidente, cioè Di Pietro.
    Una roba mai vista nemmeno in Uganda.
    E' per questo che moltissimi se ne sono andati ed in primia Elio eltri, che pure sosteneva Di Pietro dal 1988.
    E Travaglio e compagnia dicono che c'è il problema dei probiviri: ma allorta non hanno capito.
    Non hanno capito la DEMOCRAZIA secondo Di Pietro, non hanno capito i VALORI secondo Di Pietro, la sua moralità, la caratura di personaggi che hanno riempito le sue liste elettorli e che ieri, sul "Giornale", sono stati definiti come "ambigui" da Giovanni Aliquò, ex capolista dell'Italia dei valori in Campania.

    A proposito: il sindaco di Recale (Caserta) nonchè deputato dell'Italia dei valori, Amerigo Porfidia, si è autosospeso dal Pasrtito perchè coinvolto in una inchiesta dell'Anti-mafia napoletana.
    E lo sapevamo.
    Non sapevamo che passerà al Gruppo misto, perchè ha dato le dimissioni a metà, come Cristiano.
    Anzi:essendo anche deputato, le ha date a un quarto.
    E' il partito della Legalità.

    Filippo Facci su www.ilgiornale.it del 31 12 08

    saluti

  3. #3
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    penso che il Pdl dovrà ben guardarsi dal parlare di questione morale.
    In Forza Italia i malcostumi sono tanti.
    Si dovrebbe fare una bella ripulita anche li secondo me.

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da carcaroth Visualizza Messaggio
    penso che il Pdl dovrà ben guardarsi dal parlare di questione morale.
    In Forza Italia i malcostumi sono tanti.
    Si dovrebbe fare una bella ripulita anche li secondo me.
    allora nessuno dovrebbe parlare di niente... non dovrebbe parlare Di Pietro, non dovrebbe parlare Fassino... e non dovrebbe parlare D'alema... Non dovrebbero parlare quelli che prendevano soldi dal PCUS... tutti questi begli ometti che parlavano di superiorità morale dovrebbero essere tutti silenziosi come siciliani (mi scuso con i siciliani)

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da famedoro Visualizza Messaggio
    allora nessuno dovrebbe parlare di niente... non dovrebbe parlare Di Pietro, non dovrebbe parlare Fassino... e non dovrebbe parlare D'alema... Non dovrebbero parlare quelli che prendevano soldi dal PCUS... tutti questi begli ometti che parlavano di superiorità morale dovrebbero essere tutti silenziosi come siciliani (mi scuso con i siciliani)
    C'era anche la Dc che prendeva i soldi dalla Cia o il PSI ce ha rubato tutti gli appalti d'Italia.
    In effetti nel nostro Paese dovrebbero parlare meno di questione morale e i signori che sono rimasti onesti, che ci sono, quelli che fanno politica per amore verso l'Italia, dovrebbero iniziare a prendere a pedate nel culo i ladri.
    Ovviamente un Di Pietro che si fa baluardo della questione morale fa così ridere che la mia pancia potrebbe esplodere ed eruttarvi addosso tutto il tiramisù che ho mangiato in queste feste.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da carcaroth Visualizza Messaggio
    penso che il Pdl dovrà ben guardarsi dal parlare di questione morale.
    In Forza Italia i malcostumi sono tanti.
    Si dovrebbe fare una bella ripulita anche li secondo me.
    ---------------------------------
    Cerca di rimanere in tema....che è la mancanza assurda e nascosta di "democrazia" esistente in un partito italiano.
    Tutti sanno che i dirigenti possono essere onesti o disonesti.

  7. #7
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    Predefinito Il "giallo" dei rimborsi elettorali

    Ma cosa diavolo combina Antonio Di Pietro con i rimborsi elettorali?
    Perché tante persone, formazioni politiche, partiti più o meno grandi, dopo essersi alleati con lui per il voto amministrativo, politico o europeo, alla fine lo trascinano in tribunale accusandolo di non aver diviso equamente i soldi?
    È normale che vecchi e nuovi amici, compagni d’armi, gente che l’ha seguito ovunque e comunque, siano tutti in malafede?
    Proviamo a scoprirlo andando a leggere le ultimissime carte processuali rese pubbliche con l’accesso agli atti del ministero dell’Interno e delle Corti d’appello di Roma, Bologna e Perugia, depositate nel procedimento contro Tonino.
    Processo intentato nella capitale, seconda sezione tribunale civile, per l’appunto, dal movimento politico del «Cantiere» ideato dall’ex amico Elio Veltri per ottenere legittimamente parte dei rimborsi incassati, come risarcimento delle elezioni europee del 2004, dalla formazione denominata «Lista Di Pietro-Occhetto».

    A scanso di equivoci va rammentato subito che i «rimborsi elettorali» altro non sono che fondi pubblici che hanno assolutamente uno scopo pubblico, un vincolo di destinazione ben preciso: quello - per dirla con un insigne costituzionalista - di consentire lo sviluppo della dialettica democratica.
    Ne consegue che sono «naturalmente» destinati ai partiti, solo ed esclusivamente a quelli.
    Eppure la documentazione processuale visionata dal Giornale sembra andare in una direzione drammaticamente opposta.
    Vediamo perché: Antonio Di Pietro, oltre al partito che lui chiama Movimento politico, ha costituito un’Associazione composta da lui stesso, dalla moglie Susanna Mazzoleni e dall’onorevole Silvana Mura, tenuta celata sino a poco tempo fa. Il 26 luglio 2004, un giorno prima dell’approvazione del piano di ripartizione dei rimborsi da parte della Camera, questa Associazione nomina quale rappresentante legale la stessa Mura. La particolarità di questo soggetto associativo è che, nella sua intestazione, ricalca alla lettera il nome del partito-movimento: c’è dunque l’«Associazione Italia dei valori» e c’è il «Movimento Italia dei valori».

    I due soggetti sulla carta hanno organi sociali e rappresentanti legali diversi: la Mura rappresenta legalmente l’Associazione, il presidente Tonino rappresenta legalmente il Movimento (tant’è che è proprio l’ex pm a depositare simbolo e liste). A forza di spulciare tra gli incartamenti del processo civile si scopre un suggestivo gioco degli specchi, che in mancanza di controlli da parte della Camera dei deputati, sembrerebbe far confluire i risarcimenti elettorali in conti correnti che con lo sviluppo della dialettica democratica sembrano «azzeccarci» davvero poco. A richiedere, incassare e gestire i rimborsi del «Movimento politico» (e sostituendosi a esso) sarebbe in via di fatto l’«Associazione» di famiglia, attraverso la deputata-rappresentante legale Silvana Mura. Il che trova un riscontro persino nello Statuto laddove si specifica - caso mai qualcuno nutrisse dubbi - che gli organi sociali dell’Associazione sono diversi dagli «organi» e dalle «strutture nazionali del partito», i quali «non limitano in alcun modo i diritti dei soci dell’Associazione».

    La patente di «socio» - sentenzia all’articolo 7 comma 4 - è subordinata ad accettazione notarile da parte del presidente fondatore (Di Pietro) nel mentre, al contrario, «l’adesione al partito (…) non comporta l’assunzione della qualità di soci dell’Associazione». Ma adesso viene il bello. Il «tesoriere» dell’associazione di famiglia, sempre per statuto, richiede i rimborsi elettorali e «li introita (…) per conto dell’Associazione» e cura la tenuta dei registri contabili «dell’Associazione e del Partito». Un rompicapo, all’apparenza. Un gioco delle tre carte, in realtà.
    Avendo a disposizione i documenti dell’Ufficio tesoreria della Camera si possono ricostruire i diversi passaggi, non solo di denaro. Ai primi di agosto del 2004, pochi giorni dopo la «delibera» del 26 luglio stesso anno, Antonio e Silvana depositano una dichiarazione congiunta con la quale precisano che «la rappresentanza legale del Movimento è rivestita, ai senso di statuto di detto Movimento, nella persona di Silvana Mura», dunque non più nella persona legale di Tonino. Sulla base di questa autodichiarazione, la Mura chiede alla Camera che si proceda al pagamento dei rimborsi elettorali su un conto corrente intestato «Italia dei Valori-Lista di Pietro» acceso preso il Credito Bergamasco, filiale di Bergamo Porta Nuova.

    Che documenti allega Silvana Mura per comprovare la sua qualità di rappresentante legale del Partito? Nessuno. E la Camera, che non effettua il benché minimo controllo, nemmeno se lo pone il problema. Paga senza batter ciglio. Quello che emerge dalle carte processuali è invece che la Mura è «solo» la rappresentante legale e il tesoriere dell’associazione di famiglia di Antonio Di Pietro, avendo ottenuto un plebiscito: il voto di Tonino e il voto della moglie. Non esiste alcun verbale di assemblea del Partito-Movimento che nomini quale proprio rappresentante legale Silvana Mura. Né esiste alcuna delibera dell’esecutivo nazionale del Partito-Movimento che Di Pietro definisce «il massimo organo assembleare» dello stesso.

    Il conto corrente su cui affluiscono i fondi pubblici dei rimborsi, poi, è formalmente intestato all’associazione di famiglia «Italia dei valori» con sede legale a Milano, in via Felice Casati 1b e al codice fiscale di questa. È perciò nella esclusiva disponibilità dell’Associazione di famiglia e non del Partito-movimento. Se sono vere tali premesse, e se non vi è alcuna delibera da parte del partito, persino Tonino ai tempi in cui indossava la toga sarebbe stato autorizzato a pensare a una falsa dichiarazione depositata alla Camera preordinata a «introitare» i fondi «per conto dell’associazione». Limitarsi a chiamare il conto corrente Lista Di Pietro-Italia dei valori non è ovviamente sufficiente - così scrivono in una memoria depositata in tribunale gli avvocati Paolo De Caterini e Francesco Paola, difensori del Cantiere - per mutarne la natura o per dimostrarne la gestione da parte del Movimento politico».

    Di Pietro, da parte sua, si difende sostenendo che la «rappresentante legale è Silvana Mura, non io». Purtroppo però un altro documento processuale attesta che Di Pietro, quale presidente e rappresentante legale del partito, «assume» sin dal 2002 Silvana Mura per «la gestione contabile e per l’amministrazione del personale, rapporti con fornitori, acquisto e stoccaggio materiale propagandistico, tesoreria Idv, marketing e pubbliche relazioni» eccetera. Insomma, lungi dall’essere rappresentante legale del partito, Silvana Mura è una sua dipendente, che Di Pietro fa eleggere parlamentare. E insieme, quale persona di fiducia, rappresentante legale dell’associazione di famiglia, che riscuote i fondi.

    Altro capitolo dolente, collegato ai rimborsi elettorali, quello dei rendiconti e dei bilanci dell’Idv. Per Tonino, checché se ne dica, è tutto pulito e regolare: «Ho pubblicato su internet il rendiconto del partito che è stato ratificato dal mio esecutivo nazionale» si legge nelle memorie consegnate ai giudici dal suo avvocato, Sergio Scicchitano. In realtà se si va un po’ più a fondo si scopre che ad approvare il rendiconto relativo alle elezioni del 2004 è stato il solo Antonio Di Pietro, il 31.3.2005, quale presidente dell’Associazione, e non del Partito. Non esiste alcun verbale di approvazione da parte dell’assemblea del Partito, né per il 2004 né per gli altri anni, precedenti e successivi. Una simile situazione, se confermata dai giudici, sarebbe contabilmente inquietante.

    «Questi rendiconti - osservano i difensori del Cantiere in un nuovo atto depositato - sarebbero perciò giuridicamente inesistenti e del tutto inidonei a conseguire fondi pubblici elettorali di scopo». Quanto poi all’Esecutivo nazionale - prosegue la nota - se le cose stanno così come si leggono «lungi dal configurare un atto di ratifica, quanto accaduto potrebbe solo comprovare la consapevolezza da parte dei componenti l’Esecutivo e dell’Ufficio di presidenza della evidente illiceità di tali condotte in danno degli associati al Partito (migliaia di militanti) e dei creditori, e porre le premesse per eventuali azioni di danni».

    Sembrerebbe, dunque, che i controlli sui fondi elettorali in Italia non esistano. La Camera paga su semplici autodichiarazioni, la Corte dei conti non ha il potere di effettuare controlli di merito, il Collegio dei revisori di Montecitorio effettua una verifica meramente formale sui rendiconti dei partiti senza pensare di acquisire la delibera assembleare di approvazione degli stessi per sapere se vengono da un partito o da un altro soggetto, magari con lo stesso nome, che si sostituisce ad esso. Per tornare all’Idv, dalla contabilità del 2004, si scopre che Di Pietro si è autoaccreditato la modica cifra di 432mila euro col generico titolo di «rimborsi spese», decine di migliaia di euro risulta essersi autoaccreditata Silvana Mura, e questo senza contare il milione e passa di euro che i partiti (e non le associazioni di famiglia che si sostituiscono) possono indicare in modo forfettario pari al 30 per cento delle spese supportate da documenti. Tutto senza nessun controllo sostanziale. E così, anche dalla lettura dei rendiconti «Italia dei valori» dal 2001 in avanti qualche legittimo interrogativo è impossibile non sollevarlo. Spiegazioni, ad esempio, sulle centinaia di migliaia di euro destinate a vari «comitati regionali»? Nessuna. Così come per altre spese, inclusi i 600mila euro formalmente iscritti come fondi per le pari opportunità, e che proprio la responsabile delle donne dell’Idv afferma non avere mai visto. In ballo ci sono non meno di 40 milioni di euro di fondi elettorali. Il problema vero è capire perché, giocando tra Movimento e Associazione, tra equivoci e omonimie, tra encomiabili dichiarazioni d’intenti e comportamenti contrari, il paladino della trasparenza rende tutto così opaco.

    Chiocci e Malpica su www.ilgiornale.it del 02 01 09

    saluti

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    Predefinito Travaglio il furbetto del Capo

    Bisogna riconoscere che quando decise – ormai fanno più di dieci anni – di vestire i panni di Saint-Just, Marco Travaglio diede prova di grande coraggio. Nella comunità politica del «Franza o Spagna», dell’inciucio latente, del tengo famiglia, delle convergenze parallele, del dialogo e del compromesso (più o meno storico), dello «scagli la prima pietra» cattolico e del «compagno che sbaglia» comunista, un Angelo della morte – come lo storico Jules Michelet amabilmente definì Saint-Just – ha vita difficile.
    Ma Travaglio seppe tener botta: non si fece intimorire e riuscì anche a non farsi zittire del tutto (ora per leggerlo toccherebbe acquistare l’Unità, glorioso quotidiano con fascinosa direttrice, ma di nicchia se non proprio di loculo).
    E mai deviò dal suo principio guida – il «credo» di Saint-Just: nessuno può regnare, nessuno governare, nessuno far politica senza colpe.
    Quindi, botte da orbi a destra e a manca.
    Forse più a destra che a manca, ma non saremo noi a pesare in grammi le quintalate di denunce, addebiti e invettive che il buon Travaglio ha rovesciato sulla classe politica.
    Non tutte pertinenti, non tutte confortate da inattaccabili pezze d’appoggio, ma si sa che nel furore giacobino capita di farla fuori dal vaso.
    Poco male: l’importante è che la virtù trionfi, anche a costo di lasciarsi alle spalle una scia di cadaveri.
    Sfidando non solo l’ostilità, ma anche l’antipatia (i Saint-Just sono, come lo era l’originale, inesorabilmente antipatici) Marco Travaglio è andato avanti per la sua strada, implacabile nel denunciare chi avesse sgarrato, chi s’era reso colpevole di delitti ma anche chi fosse solo sfiorato dal sospetto.
    Non costituisce reato l’aver stretto la mano a uno che dieci, quindici anni dopo è sospettato di colludere con la mafia.
    Per Travaglio, però, è «un fatto». E «un fatto», per Travaglio, è una condanna.
    Poi, nella sua limpida coscienza di moralizzatore qualcosa s’è incrinato.
    Piccoli cedimenti che lasciano intendere che a Travaglio è venuta meno la forza morale e civile necessaria per continuare a essere un Saint-Just fino in fondo.
    Chiamiamolo pure il piano B, ma s’è fatto meno intransigente o, per meglio dire, più furbetto, fino a scegliersi, nella figura di Antonio Di Pietro, un gran protettore.
    Anzi, un ammortizzatore sociale.
    E coscienzioso com’è, tutto d’un pezzo com’è, ha per prima cosa cavato l’uomo di Montenero di Bisaccia (e i suoi cari) dal tritacarne della questione morale, un attrezzo che quando vuole Travaglio sa far girare a mulinello e grazie al quale ha messo insieme qualcosa di più che due paghe per il lesso.
    E così, ciò che per altri è causa di dannazione, di gogna perenne, di impedimento alla politica, per Di Pietro è «sciocchezza», è «pettegolezzo».
    Il colpo gobbo dipietrino – intascarsi l’affitto pagato dal partito (dell’Italia dei Valori, e mi raccomando i valori) per la sede situata in un edificio di proprietà del Di Pietro medesimo – è giudicato dall’ex spietato moralizzatore una semplice, veniale «caduta di stile».
    La bugia dipietrina su come venne a sapere che Mautone era indagato e che il telefono del figlio era sotto controllo, roba da fucilazione sul posto, per il Travaglio double face è faccenda di nessun interesse.
    E bubbole il grazioso omaggio d’una Mercedes, bubbole i 200 milioni nella scatola da scarpe. Peccato.
    Che brutto, che penoso ultimo atto.
    I Saint-Just non finiscono a tarallucci e vino, non passano al nemico scodinzolandogli attorno.
    I Saint-Just affrontano a testa alta il loro Termidoro.
    I Travaglio no.
    Lui ha preferito piegare la schiena. Una umanissima debolezza, certo, ma che assomiglia tanto alla pusillanimità.

    Paolo Granzotto www.ilgiornale.it 03 01 09

    saluti

 

 

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