



P.S.
Leggetevi i commenti a difesa degli italioti fatti da novis sul forum DR.![]()


E' più o meno la stessa scena che c'è nei Simpsons, quando vanno al ristorante italiano![]()


Il problema è che all'estero non fanno differenze tra settentrione e meridione d'Italia.
E' veramente offensivo il classico stereotipo: italiano/cafone/pizza.
Purtroppo è uno stereotipo assolutamente fondato per le regioni del centro sud (Roma compresa).
Oltretutto il settentrione non ha nulla a che fare con la pizza.
Purtroppo il meridione è diventato sinonimo di Italia all'estero.
Un motivo in più per lavorare per staccarsi da questa nazione di: ipocriti, inaffidabili, ignoranti, imbroglioni (tutti termini che iniziano per "i" esattamente come italiano).


A me non è mai successo.
È offensivo per la pizza.
Roma è sud.
La pizza è di origine ligure, onegliese per la precisione. I napoletani l'hanno adattata alla loro culinaria - salsa di pomodoro al posto del pomodoro tagliato a rotelle - e, cosa più importante, le hanno impresso il copyright.
Come al solito i padani hanno prodotto e altri hanno incassato.
Quella è l'italia.Sarebbe l'ora. E sarebbe anche l'ora di chiamara l'italia con la parola giusta: stato, non nazione.






Di distinguo i crucchi ne fanno pochi. Già fanno fatica a mettere insieme quattro parole, figurati se conoscono l'insiemistica.




Edizione 4 del 13-01-2009
Escluso dai Golden Globe il film che marchia d’infamia un intero popolo
Gomorra e l’imbroglio dello stereotipo nazionale
di Romano Bracalini
Il film Gomorra, tratto dal libro di Saviano, è stato escluso dai Golden Globe. Il premio per il miglior film straniero è andato a un regista israeliano. Per quanto sia poco interessato a questo genere di premi, in cui la mondanità e l’esibizione finiscono talvolta per oscurare la perizia e il merito, sono felice che la giuria americana non si sia fatta suggestionare dal moto collettivo di entusiasmo che ha circondato finora Gomorra (film e libro), forse ritenendo la criminalità organizzata a Napoli e dintorni già piuttosto esplorata, oltre che limitata a un’area del paese, per farne una inaccettabile metafora italiana e un contrassegno collettivo d’infamia. Ai giurati americani va quindi il merito di non aver ceduto al vezzo infingardo e offensivo di un’Italia mafiosa, come se al di sopra del Garigliano non esistesse un’Italia diversa. Eppure così non parrebbe. Le vetrine delle librerie di Parigi espongono il libro di Saviano tradotto da Gallimard. E’ il solo autore italiano attualmente presente in Francia. Evidentemente per i francesi la criminalità organizzata è la sola letteratura italiana più rappresentativa. Non ne sono orgoglioso.
Si sa che gli stereotipi sono più duri a morire della virtù. Certo, la mafia esiste, la camorra esiste: sono realtà territoriali inestirpabili perché connaturate alla natura umana e favorite dall’ambiente, ma è l’imbroglio dello stereotipo nazionale che non mi va giù, il marchio d’infamia che bolla un intero popolo, che in grande maggioranza fa vita laboriosa, tira la carretta e non è iscritta alla confraternità della lupara. Nel 1992 ero in Bulgaria per un reportage televisivo e su un muro di Sofia lessi con quale stupore la scritta: “Italia=Mafia”. Perfino la sbrindellata Bulgaria, passata alla storia come il più succube e ottuso satellite dell’Urss, ci impartiva lezioni di educazione civica. Il “genio” italiano ha subìto rovesci d’immagine. Dopo “Monna Lisa” e i capolavori del Rinascimento, sono i capibastone i “miti” contemporanei dell’Italia che farà anche parte del club esclusivo del G8 ma è ancora inbevuta di residui arcaici medievali, di violenze pubbliche e private incarnate da potentati, clan, famiglie come al tempo del dominio spagnolo che, al pari di quello italiano d’oggi, era visto come un potere illegale, “straniero”. Mafia e camorra costituivano un contropotere parallelo e alternativo che godeva delle comprensioni e dei favori del popolo. Le regole non sono cambiate. Oggi esistono tante camorre, moderne, ricche, spietate e potenti. Amministrano tutte le attività economiche del territorio.
C’è la camorra dei pascoli; c’è la camorra del porto; la camorra dell’acqua e dell’edilizia (se non paghi le impalcature crollano e gli operai precipitano e muoiono); la camorra del commercio, la camorra del piano regolatore, la camorra dei cimiteri, la camorra della nettezza urbana, la camorra degli appalti pubblici (che assegna gli appalti), la camorra dei mercati all’ingrosso di frutta e verdura, di fiori e del mercato del pesce. I capi in testa di queste organizzazioni sono spesso borghesi rispettabili, famosi avvocati, noti chirurghi, grandi proprietari terrieri. Sono la fascia intermedia del potere camorrista, l’anello di congiunzione tra il vertice e la base. Professionisti di buone relazioni, non hanno precedenti, sono senza macchia. Sono conservatori, spesso reazionati. Non vogliono che nulla cambi, sono contro ogni novità; e rappresentano la garanzia della stabilità. Non combattono il governo che si stabilisce in città. Ci vengono a patti secondo leggi immutatibili di coesistenza e di buon vicinato tra potere legale e potere illegale. Il voto elettorale consacra il “patto scellerato” che al Sud è regola e consuetudine. Saviano non ci ha raccontato nulla di nuovo, e forse più della diagnosi sarebbe più utile la terapia, più che il prodotto sarebbe più utile vedere chi lo produce, sempre che i napoletani mostrassero di volere una società diversa, basata su regole di normalità e di onestà.
La Mafia, la camorra non esisterebbero se non trovassero larghi strati di complicità. Se la mafia o la camorra fossero soltanto organizzazioni criminali, create soltanto allo scopo di ricattare, rubare, uccidere, avrebbero forse già provocato un’ondata di ribellione collettiva fino a annientarle, a distruggerle; e il popolo avrebbe dimostrato di non essere implicitamente responsabile dello sfacelo materiale e morale. Ma molti napoletani, a torto o a ragione, sono convinti che la camorra sia un sistema spontaneo, creato dal popolo per assicurare una forma arcaica e primitiva di giustizia, per riparare torti e soprusi, dispensare favori, non sulla base del merito ma della dedizione, un surrogato di governo legale, più vicino, più amico, più comprensivo. In tutte le epoche storiche la mafia e la camorra hanno avuto ruoli da protagonisti, dall’ingresso di Garibaldi a Napoli nel 1860 all’arrivo degli alleati nel 1943-44. Altro che Gomorra, di cui conosciamo i viscidi tentacoli e i metodi di “governo” che sfida ogni minaccia perché poggia su solide basi di consenso popolare. Manca invece una spietata analisi di Napoli e del buon popolo napoletano che sfidando i tempi moderni mantengono e accarezzano un secolare sistema d’insulto. Com’è possibile questo contrasto di valori in una città per molti versi gentile e amabile?
http://www.opinione.it/pages.php?dir...rt=140&aa=2009