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  1. #1
    Nimmo
    Ospite

    Thumbs up Tributo a Carlo Terracciano.

    Qualcuno ha già aperto un thread in memoria di Carlo Terracciano, a due giorni dal primo anniversario della sua scomparsa.

    Questo mio thread vorrebbe essere un tributo.
    Una raccolta dei suoi scritti reperibili in rete.
    Un concentrato di articoli e di spunti dove chiunque potrà postare scritti di Carlo.

    Anzi, vi invito a farlo qualora ne siate in possesso, in maniera da far conoscere anche in questo forum il pensiero di Terracciano. Un pensiero radicalmente antimondialista, antiamericano e lontano anni luce dal pantano che sovente ci circonda.

    Se qualcuno sul proprio PC ha dei suoi pezzi li posti qui.

    A presto, Carlo!





    Dio maledica l'America
    Carlo Terracciano

    Dio maledica l'America, bestemmia vivente al nome d'ogni Dio
    Jahvè maledica l'America, che usa il suo nome per sottomettere il mondo
    Allah maledica l'America, che rende schiavi ed uccide i suoi figli
    Brahman maledica l'America e il decimo Avatara di Vihsnu riporti l'Ordine sulla Terra
    Amaterasu-o-Kami maledica l'America, che disintegrò i suoi figli in un fungo di fuoco
    Manitù maledica l'America, che attuò il genocidio del suo popolo libero
    Viracocha maledica l'America, che tiene schiavo il suo popolo
    Horus maledica l'America, che ha fatto a pezzi il corpo dell'Egitto
    Ahura-Mazda maledica l'America, che versò il sangue dei suoi figli sul Fuoco Sacro
    Odino maledica l'America, che ha disonorato l'onore d'ogni guerriero
    Zeus maledica l'America, nemica d'Europa nel Bello e nel Buono
    Il Grande Cielo maledica l'America, che ha sporcato il mondo sopra e sotto di Lui
    Ogni Bodhisattva maledica l'America, regno d'ogni menzogna, nemica d'ogni Verità
    Gea maledica l'America, che sfigura e distrugge la Madre Terra
    Ogni Dio, conosciuto e sconosciuto maledica l'America, regno del materialismo
    Ogni essere vivente maledica l'America, che prepara l'annientamento del mondo
    Satana maledica l'America, che ha usurpato persino il suo nome
    Uomo maledici l'America, la Bestia Immonda nemica dell'Uomo.




    Carlo Terracciano

    GEOPOLITICA E LOTTA DI LIBERAZIONE

    GEOPOLITICA! Un termine che praticamente fino a dieci, dodici anni orsono era assolutamente criminalizzato in tutta Europa. Si accusava la Dottrina geopolitica di esser stata una "pseudoscienza nazista" utilizzata dal III Reich per giustificare le conquista europee; un vero assurdo storico, anche in considerazione del fatto che Hitler condusse la guerra (si pensi all'invasione della Russia) in assoluto dispregio delle direttive geopolitiche e strategiche, delineate dalla scuola geopolitica tedesca di Haushofer e del suo protettore Rudolf Hess.
    Del resto gli Stati Uniti, che vantavano una tradizione di studi in materia già dall'800 con l'Ammiraglio Mahan, hanno proseguito dal dopoguerra ad oggi lo studio della geopolitica e delle dottrine collegate, mettendone in pratica gli insegnamenti nella loro conquista metodica del pianeta.
    La studio della Geopolitica infatti, se da una parte può rappresentare l'avvio per una presa di coscienza che porti alla liberazione dei popoli sottomessi, dall'altra è indiscutibilmente uno strumento privilegiato di dominazione imperialista. In particolare, nel mondo contemporaneo, dell'egemonismo nord-americano , essendo gli USA l'unica superpotenza rimasta a livello globale, dopo il crollo dell'Urss, di cui tratteremo poi.
    Non staremo qui, ché non è il luogo né l'occasione adatta, a tenere una lezioncina sull'origine di questo settore della geografia antropica, sui suoi autori o sulle loro elaborazioni dottrinarie.
    Ricordiamo molto semplicemente, per cominciare, che come dice anche il nome la GEOPOLITICA unifica due fattori: Geografia e Politica. Cioè il dato oggettivo, stabile (relativamente) nel tempo, ed il fattore volitivo, umano, sintetizzabile nel celeberrimo motto di Guglielmo d'Orange "Dove c'è una Volontà c'è una Via".
    Già in Erodoto si possono cogliere i primi germi di un interesse storico-geografico combinati; ma è nel secolo scorso che si gettano le basi di uno studio organico delle relazioni tra lo SPAZIO e la POSIZIONE geografici e la vita e l'espansione di popoli, nazioni, imperi. Oltre il succitato Alfred Mahan, ricorderemo solo il Vidal de La Blache, Kjellén, Ratzel; mentre con Mackinder, Spykman e Karl Haushofer siamo già in pieno XX secolo.
    La Geopolitica, affrontando lo studio del mondo con un approccio organico e non deterministico, rivoluziona la percezione stessa del globo terracqueo, almeno quella che ci è stata imposta a scuola, con i "5 continenti…masse di terra emersa, circondate da mari ed oceani”.
    I cinque cerchi colorati della bandiera olimpica, dove ad ogni colore corrisponderebbe la razza che lo popola, ne sono la rappresentazione idealizzata e stereotipata.
    Per inciso: le Olimpiadi fraudolentemente vinte dall'australiana Sidney, sono l'indicatore di uno spostamento progressivo dell'asse geopolitico anglofono nell'area del Pacifico, che è il naturale sbocco della "marcia ad Ovest" statunitense.
    La Geopolitica ridisegna le carte geografiche in base alla reale suddivisione delle masse continentali, che hanno determinato nella Storia il compattamento di aree Culturali (in senso lato), etno-linguistiche, religiose ecc…
    Un solo esempio: l'Europa. L'Europa dall'Atlantico agli Urali, da Capo Nord al Mediterraneo, è veramente un "continente", nella definizione scolastica del termine? Certamente NO!
    Benché circondata da un oceano e dai suoi mari interni, vista da Est l'Europa non è altro che una propaggine, una grossa penisola della massa territoriale asiatica, la più estesa del globo.
    Gli Urali sono poco più che colline che non hanno mai rappresentato una barriera per i popoli che da est o da ovest hanno sempre "corso" la pianura Sarmatica, la cui estrema propaggine arriva a Calais ed oltre, a bagnarsi nelle acque oceaniche.
    Per la Geopolitica la vera unità continentale è l' EURASIA= L'Europa + l'intera Siberia, fino all'altro oceano, il Pacifico.
    Anche sul piano storico e culturale, come ci ha ricordato qui ora il console serbo, non si può parlare veramente di Europa senza considerare tutto il mondo slavo e ortodosso. E tutto il mondo slavo-ortodosso vuole dire anche Russia!
    Quindi quando i geopolitici parlano di EURASIA, intendono appunto l'Europa tutta, compresa la Federazione russa fino al Pacifico; l'Europa da Reykjavik a Vladivostok, la "capitale" europea d'Oriente. Al di sotto c'è l'Asia "gialla", la Cina, la Mongolia, ed in mezzo i grandi altopiani desertici, le alte catene di montagne, fino al naturale confine fluviale dell'Amur-Ussuri, sulle cui opposte sponde russi e cinesi si confrontano da secoli. La conformazione stessa della Siberia spiega, per i geopolitici, come mai i russi siano a Vladivostok e non i cinesi a …Parigi (immigrazione recente a parte)!
    E poi abbiamo il "subcontinente indiano" ben distinto tra montagne oceano e grandi fiumi, abbiamo l'Australasia, le Americhe ecc…
    Anche il bacino del Mediterraneo, con il suo stesso nome che è il suo Destino, rappresenta un'UNITA' GEOPOLITICA ben delineata dalla geografia e dalla storia. Fin dalla più remota antichità questo, come gli altri "due mediterranei" (Mare Cinese e Golfo del Messico - Caraibi), furono fattore di unità, di commerci, di incontri e scontri per le popolazioni rivierasche: in una parola, fattore di CIVILTA'. La qual considerazione implica che la Geopolitica non divide il mondo su linee nette, tracciate col righello, ma in "aree geopolitiche pluricontinentali" ( o meglio, in continenti reali) che possono includere terre appartenenti a più unità geopolitiche.
    L'Italia in particolare, pur facendo parte integrante dell'Europa è anche il baricentro stesso del Mediterraneo, il ponte naturale tra il nord europeo, il sud nordafricano e l'Est Mediorientale asiatico.
    Eppure oggi anche questo nostro mare interno, che fu unificato da Roma, non appartiene veramente a nessuno dei suoi popoli rivieraschi, ma è dominio incontrastato della VI flotta americana, che ne domina buona parte delle coste, delle isole, delle basi aereonavali strategiche, in collaborazione con l'entità sionista di Israele. L'interesse geostrategico del vincitore si impone su quello di chi ci vive da millenni.
    Un'America yankee che deve la sua potenza anche al completo dominio del suo continente da polo a polo. E che, attraverso l'alleanza anglofona, proietta i suoi tentacoli sugli oceani, in Europa con la Gran Bretagna, a nord con il Canada, nel Pacifico e nell'Oceano Indiano con l'Australia e Nuova Zelanda. Proprio l'Australia sta oggi guadagnando un ruolo geopolitico notevole, a danni dell'Indonesia, uscendo da secolare isolamento per porre un'ipoteca futura su tutto il sud dell'Asia (ieri Timor Est, domani l'Irian-Nuova Guinea, le Filippine e via elencando.
    E notiamo per inciso come nell'epoca della globalizzazione planetaria tutti i fronti siano tra loro collegati ed interdipendenti.
    Altro elemento fondante della Geopolitica è lo scontro tra la TERRA ed il MARE (due categorie mentali e spirituali oltrechè fisiche), tanto magistralmente descritto nell'omonima opera di Carl Schmitt. Nel XX secolo abbiamo avuto la netta PERCEZIONE DI QUESTO ETERNO SCONTRO, NEI DUE CONFLITTI MONDIALI.
    La potenza marittime angloamericana ha sconfitto la Germania e l'Europa intera, cioè la potenza terrestre. Ed alla fine è riuscita a distruggere nella "III Guerra Mondiale", la cosidetta "guerra fredda", l'ultima potenza "terrestre" rimasta, la Russia-URSS, che aveva combattuto le due guerre mondiali in un ruolo esattamente contrario ai propri interessi geopolitici.
    Il non aver compreso il proprio ruolo e destino geopolitico, ha fatto la differenza tra vittoria e sconfitta del nostro continente, tra libertà ed asservimento di TUTTI i popoli europei, su qualunque fronte fossero schierati. Prenderne atto sarà il primo, indispensabile passo per la loro Liberazione.
    Mentre l'Impero Britannico ha abdicato al suo ruolo nel mondo in favore dei "cugini marittimi" statunitensi, la Germania che è il cuore stesso della penisola europea fu divisa fino nella sua capitale, e con essa l'Europa stessa; per poi essere riunificata sotto un unico dominatore, nel momento in cui l'impero continentale concorrente andava letteralmente in frantumi.
    Gli imperi coloniali europei sono scomparsi da tempo, sostituiti dal neo-colonialismo USA che li ha soppiantati quasi ovunque (recenti i casi di Uganda, Ruanda, Congo).
    Dall'altra parte della Terra, il "Far West", cioè il "Lontano Ovest" dell'espansionismo americano, tra guerre e genocidi, è proseguito ben oltre le praterie, oltre la California; si è trasferito già dal secolo XIX sull'oceano, per assicurarsi il controllo di isole e penisole prospicenti le proprie acque. Una specie di neo-impero romano (paragone dell'ebreo americano Luttwak), in proiezione verticale ed oceanica. Perché proprio questa è la caratteristica delle Potenze Marittime in fase espansiva: fare dei mari su sui si bagnano laghi interni al proprio controllo, occupandone i punti strategici, gli stretti, le isole e penisole, per poi "correrli" in assoluta libertà militare e commerciale.
    Ad Est la NATO (North Atlantic Treaty Organisation= Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord; che già nel nome dice tutto) avanza quasi incontrastata, passando sulla Serbia martire, e punta all'Heartland, al CUORE continentale d'Eurasia, secondo le direttrici esposte dal britannico Mackinder già ad inizio secolo.
    L'Europa è sparita dalla Storia come Soggetto politico indipendente nel rogo di Berlino del 1945.
    Da allora è una colonia americana, prima nella sua parte occidentale ed ora quasi per intero.
    La Guerra Mondiale fu certo anche guerra ideologica, politica, economica; ma io credo che fu soprattutto guerra geopolitica per il dominio mondiale: in primis contro l'altra potenza oceanica direttamente avversaria, l'Impero Nipponico, poi contro l'Europa, infine contro Russia e Cina, cioè Eurasia ed Asia intera. Il "Nuovo Mondo" contro l'Antico!
    La verità si fa palese guardando su una carta politica la disposizione degli stati facenti parte della
    "Alleanza Atlantica" (in realtà subordinazione europea agli USA).
    Oltre Stati Uniti e Canada, Islanda, Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca, Benelux, Francia, Portogallo, Spagna dall'82, Italia, Grecia e Turchia. Per non dire del ruolo tutto particolare di Israele. Un anello d'acciaio, di missili e bombe atomiche a circondare l'impero terrestre russo e i suoi satelliti. Una "Fascia Marginale Esterna", per dirla con i geopolitici, che si prolungava in Medio Oriente nell'ex patto C.E.N.T.O., nella SEATO in Estremo Oriente, per completarsi nel Patto ANZUS (Australia-Nuova Zelanda-United States) nel Pacifico.
    In Europa, guarda caso…, gli unici due stati comunisti affacciantisi sul Mediterraneo, Yugoslavia ed Albania, non hanno mai fatto parte del Trattato di Varsavia. La prima in specie dopo la rottura Tito-Stalin, è stata ampiamente foraggiata dall'occidente, per poi essere mandata al macello ed alla frantumazione, in quanto creazione artificiale della I° Guerra Mondiale in funzione antigermanica ed antitaliana.
    Rovesciando le prospettive, la Serbia che era servita agli USA perché i cingoli dei carri armati russi non si bagnassero nelle acque calde del Mediterraneo ed oltre, è diventata oggi la punta avanzata, l'antemurale della Russia verso occidente; lembo di terra ancor libero circondato dai paesi NATO e da quelli che ambiscono farne parte.
    Come certo avrete notato le direttrici geopolitiche sono sempre le stesse, in ogni tempo e sotto ogni regime. Così è anche per la Russia, sia quella degli Zar sia quella rossa di Stalin, il "nuovo zar" sovietico. E così sarà domani, pena la scomparsa stessa della Russia come stato e il suo ridursi al Principato di Moscovia o poco più.
    A questo punto dovremmo anche parlare del comunismo russo, dello scontro Trotskij Stalin e delle sue vere motivazioni storiche e politiche, delle "anime, mondialista e nazional-populista del bolscevismo come della sintesi Nazionalcomunista odierna. Ma oltrepasseremmo di molto lo spazio ed il tema che ci siamo imposti.
    Aggiungeremo solo che uno dei motivi dell'implosione sovietica, fatto quasi unico nella Storia, oltre che al fallimento di un regime innaturale imposto da elementi estranei allo spirito russo (apolidi internazionalisti esecutori di un piano millenario), si è scatenata dopo il fallimento dell'occupazione dell'Afghanistan, primo passo per arrivare all'Oceano Indiano.
    Benchè questa entità plurietnica "cuscinetto" non abbia uno sbocco al mare, esso rappresentava il punto debole, il "ventre molle", del sistema di accerchiamento americano dell'Asia.
    Il passo successivo sarebbe stato il Belucistan abitato da un'etnia divisa fra tre stati, tra cui quell'Iran che proprio nel 1979 aveva cacciato il regime fantoccio degli statunitensi attuando la Rivoluzione Islamica sotto la guida dell'Imam Khomeini.
    Facendo perno sugli alleati del Corno d'Africa e dell'Indocina, la flotta e l'aviazione russa avrebbero potuto attuare, nel medio periodo, un contro-accerchiamento strategico da sud dell'Europa e dell'Asia; controllando per di più da vicinissimo le rotte petrolifere del Golfo Persico, in alleanza con i paesi arabi nazionalrivoluzionari ed islamisti.
    Fallita l'avventura afghana la Russia ha subito il contraccolpo frantumandosi sulle linee di divisione etno-nazionale interne all'URSS, con tutto quello che ne è conseguito.
    La fine del Bipolarismo mondiale ha determinato una situazione UNICA NELLA STORIA
    conosciuta.
    Per la prima volta nel mondo UNA ed UNA SOLA potenza si arroga il diritto della forza di intervenire a suo insindacabile giudizio in qualsiasi parte del globo per colpire governi e popoli che, in qualche modo, siano di ostacolo alle direttive di un dominio totale sulla Terra.
    Gli Stati Uniti d'America dominano militarmente i cieli, i mari, gli oceani e buona parte delle terre in tutti i continenti. Ed anche lo spazio esterno al pianeta, la nuova dimensione "in verticale" della geopolitica che diviene "cosmica"! Sembrerebbe il trionfo definitivo del Mare sulla Terra; il grande Leviatano, la "Bestia Apocalittica" che sorge dal mare.
    L'America ha imposto il Nuovo Ordine Mondiale.
    E' il coronamento della ideologia biblico-protestante dei W.AS.P. che sceglie nell'avversario di turno il suo Nemico Assoluto. Non quello da combattere e vincere, com'era al tempo delle guerre tra stati; bensì quello da annientare e criminalizzare come accade nei cosiddetti "interventi umanitari"!!! E chi non si sottomette alle bombe o ai dollari, viene annientato come fu per i "pellerossa", ridotto letteralmente in atomi, come successe ai giapponesi oramai vinti, annichilito dai bombardamenti e dalla propaganda come fu per i tedeschi e gli europei tutti, schiacciati tutt'oggi sotto il tallone della mitologia olocaustica.
    E' tipico degli imperialismi marittimi, commerciali, mercantilistici, inglobare nel proprio sistema i popoli sottomessi ed eliminare con etnocidio e/o genocidio quelli incompatibili (per volontà propria o meno, poco importa) con il proprio sistema di valori; salvo poi scaricare sui vinti le ignominie commesse dai vincitori. Non si annientano solo i popoli. Si annienta la loro Storia e con essa la Verità. Come nella Bibbia quando si invita a uccidere tutti, uomini, donne, vecchi e bambini, ma anche il bestiame, radere al suolo le case, tagliare gli alberi e fare un deserto, addossandone la responsabilità alle vittime, accusate di ogni abominio umano e divino.
    E chi pensa che questa sia storia di un lontano passato, non ha che da volgere l'attenzione alla martoriata Palestina dei nostri giorni.
    L'America, o meglio lo Stato Imperialista delle Multinazionali stanziato nel continente nordamericano, si è arrogata il diritto non solo di essere la Superpotenza inattaccabile, arbitra dei destini dei popoli, ma anche il Poliziotto Mondiale, il Giudice Mondiale, il Carceriere del Mondo; ed ovviamente il suo Creditore.
    Tribunali internazionali per i vinti li avevamo già visti all'opera a Norimberga e Tokio dopo il '45.
    Ma oggi la procedura si è istituzionalizzata: vedi tribunale dell'Aja. E sono i capi degli USA a stabilire CHI è criminale e chi no, chi è vittima e chi invece…se l'è voluta!
    E' mutato il concetto stesso alla base della Polemologia. Una volta c'era la guerra: due stati se la dichiaravano, la combattevano, uno vinceva l'altro e gli imponeva onerosi trattati e perdite di territorio. Poi col tempo si potevano capovolgere le sorti e la Storia andava avanti. Oggi non più!
    Oggi, l'abbiamo già detto, ci sono solo…"interventi umanitari". Oggi non si va a combattere quel popolo, si va a salvarlo! Tuttalpiù a liberarlo "democraticamente" dai propri governanti.
    C'è sempre, ce lo dicono i media, "un nuovo Hitler" che vuol conquistare il mondo!
    E sono proprio gli americani e i loro collaborazionisti a dirlo: Khomeini, Gheddafi, Saddam Hussein, Milosevic. Alfine, raschiato il fondo, i nuovi pericoli per l'Europa sono …Haider e Bossi!
    Ovvero dalla tragedia alla farsa.
    E l'Europa?
    Questa entità misteriosa: l'Europa dei Dieci, dei Dodici, dei Quindici e via contando?
    L'Europa signori NON ESISTE! Non raccontiamoci barzellette. L'Europa non esiste se non come espressione geografica, mutila del suo braccio d'Oriente.
    L'Europa è morta!
    Non diciamo che sia sepolta per sempre, perché crediamo fermamente nella sua resurrezione.
    L'Europa dall'Islanda allo stretto di Bering (ri)sorgerà; ma oggi essa è in coma profondo, almeno dal 1945 in poi.
    Ed è inutile starci a raccontare che a Strasburgo o Bruxelles stiamo creando l'Europa Unita, dal momento in cui tutti i membri di questa entità economica sono a loro volta colonie di una potenza extra-europea. Che come tale, ovviamente, persegue i propri interessi geopolitici, economici, strategici, non certo i nostri.
    L'Europa è oggi poco più di un'unione doganale e domani di una moneta unitaria già defunta anch'essa prima ancora di nascere. Una moneta che in ogni caso non preoccupa affatto gli Stati Uniti , dato che l'Euro non è altro che il neo-Dollaro di questa parte dell'Atlantico, in attesa di un riassetto paritario che darà vita alla Moneta Unica dell'economia globalizzata del Progetto Mondialista delle multinazionali.
    L'Europa non esiste. L'Europa può essere solo una speranza del prossimo secolo, mentre oggi è terra di colonia, sottomessa ed impotente. E lo ha dimostrato più di una volta, ultimamente nell'aggressione americana alla Serbia.
    Non solo. All'interno dei vari paesi europei tutti i partiti e gli uomini politici, almeno quelli che contano qualcosa a livello locale, non sono altro che strumenti del collaborazionismo con la forza occupante. Che stiano a destra o a sinistra o al centro, sopra o sotto.
    La crisi dei Balcani ha rappresentato l'ennesima cartina di tornasole di tale situazione di fatto.
    Prima tutti si dividono su linee politico-ideologiche: "tu sei comunista,…tu sei fascista…
    (termini oggi quelli di fascista-antifascista, comunista-anticomunista, 'di destra'/'di sinistra' che a mio parere non hanno più assolutamente senso). Ma al redde rationem di una guerra e dei reali interessi del padrone, tutti i politicanti europei si sono riconosciuti nelle direttive strategiche di Washington e Londra (la Gran Bretagna è il 51° stato americano, le Hawaii dell'Atlantico del Nord).
    In Italia, tutti i partiti, escluso Lega, Fiamma Tricolore, Fronte Nazionale e Rifondazione Comunista in parte, si sono schierati con gli USA contro Belgrado.
    Ora ci saranno tutti i possibili ripensamenti, ma allora mentre il governo di sinistra metteva a disposizione le basi aeree per gli attacchi, anche con uranio impoverito (di cui oggi i nostri soldati pagano le conseguenze), la destra più reazionaria e filo-atlantica voleva addirittura l'intervento con le re truppe di terra per invadere la Yugoslavia!
    Nuovi "ascari bianchi" da mandare al macello per preservare il "soldato Ryan"! E meno male che nessuno nella NATO ci ha preso sul serio (tutti ci conoscono per quel che siamo), perché altrimenti saremmo stati, e giustamente, rimandati a casa dai serbi a calci in c…!
    La nostra identità nazionale l'abbiamo venduta l'8 settembre e cerchiamo di essere europei, americani, mondialisti, pur di non essere italiani o italioti che dir si voglia.
    E a proposito di "identità nazionale", analizzeremo ora le due tendenze che si stanno affermando: la Globalizzazione di cui abbiamo detto e la Localizzazione.
    Cioè, nel momento in cui è saltato il sistema bipolare di dominio, nel momento in cui gli americani si sono trovati alla guida del mondo, si è anche innestato un processo di rimessa in discussione identitaria. Popoli e nazioni grandi e piccoli hanno cercato di ritrovare la propria IDENTITA' STORICA e GEOGRAFICA.
    Diceva l'amico Dughin durante il conflitto serbo-croato-bosniaco che lui si sentiva al fianco di…serbi, croati e bosniaci! E spiegava il perché: ogni popolo, pur nel sangue e nei massacri, ricercava la propria identità nella storia e nello spazio geografico. Quel che poi è mancato è stata l'identificazione del vero, reale nemico comune, l'avversario di tutte le identità nazionali: l'imperialismo mondialista degli U.S.A.
    I popoli dell'Europa orientale già comunista hanno comunque dimostrato di essere ancora vivi e vitali rispetto ad un occidente marcito da tempo sotto il dominio economico ma soprattutto ideologico-culturale d'oltre Atlantico.
    Chi ha oggi 50 anni circa, è nato e vissuto nell'Italia dominata del dopoguerra, tra film americani, musica americana, pseudo-cultura d'importazione, attraverso la TV o Internet.
    E per comunicare con gli altri popoli dobbiamo tutti quanti farlo in anglo-americano, la nuova koiné del XX e XXI secolo.
    La Localizzazione è la riscoperta delle radici, del campanile, della propria specificità e particolarità, che tenta di opporsi alle sirene della Globalizzazione mondialista.
    Ma ci chiediamo: possiamo veramente pensare di opporci alla globalizzazione economica e culturale in senso lato, al superimperialismo USA, rinchiudendoci semplicemente nei confini minimi della propria specificità etno-culturale e storico-geografica? Domanda retorica, è ovvio.
    Il Capitalismo non conosce e/o riconosce confini: è internazionalista per vocazione, globalista per necessità, mondialista per scelta. Questa sua caratterizzazione cosmopolita, per inciso, ha favorito la confluenza dei "post-marxisti", della sinistra in genere su posizioni di liberismo globalizzato. Perché l'estrema sinistra si è convertita al Mercato Globale planetario? Ma perché l'internazionalismo faceva già parte del suo bagaglio dottrinario, della sua "visione del mondo". Ha semplicemente cambiato i termini del confronto, i protagonisti, tradendo un proletariato in via d'estinzione anche fisica (le culle vuote, la "prole" non più funzionale come braccia da lavoro nella moderna produzione robotizzata), e giurando fedeltà all'Alta Finanza Internazionale. Un cambiamento neanche tanto incredibile se solo si pensi alle radici etno-culturali del primo bolscevismo russo ed europeo; non quello di Stalin, ma di Lenin e Trotskij. Con la qual chiave di lettura si potrebbero leggere molti avvenimenti della storia russa del secolo, dalle "purghe" staliniane alla destalinizzazione, fino a Gorbaciov, perestroika ecc…
    Possiamo dunque pensare di opporci alla Globalizzazione come piccole nazioni, addirittura come macroregioni ? E ancora: possiamo pensare ad un'Europa Unita, indipendente, armata, autarchica nelle materie essenziali se prima non l'abbiamo LIBERATA questa Europa da un'occupazione di oltre mezzo secolo ?
    La prima battaglia da combattere, al di sopra di ogni fede politica ed ideologica, è quella della
    LIBERAZIONE DELL'EUROPA, dell'Eurasia dall'Atlantico al Pacifico.
    Altrove abbiamo definito tutto questo LA DOTTRINA DELLE TRE LIBERAZIONI:
    LIBERAZIONE NAZIONALE , LIBERAZIONE SOCIALE , LIBERAZIONE CULTURALE.
    Se si prescinde da questo tutto il resto non ha senso, è un vuoto ciarlare su Europa e identità nazionale. Ed il nemico dell'Europa è anche il nemico del mondo intero: del mondo arabo-islamico
    come dell'Asia, dell'Africa, dell'America Latina e, naturalmente, anche del popolo nordamericano nel suo complesso.
    Ed il Nemico dell'Uomo è tanto potente proprio perché sfrutta le risorse di tutti gli altri popoli e ne occupa lo SPAZIO VITALE, scatenando poi la guerra dei poveri e gli odi etnici, nazionali, sociali e religiosi. Vi può essere soluzione a questa contraddizione tra la lotta di liberazione contro il Mondialismo e la ricerca della identità e specificità dei singoli popoli?
    Noi pensiamo di sì: essa è in una CONCEZIONE IMPERIALE GEOPOLITICA; quindi, per sua natura, antimperialista.
    .
    E’ la concezione imperiale ultimamente incarnatasi in Europa nell'Austria-Ungheria e nella Russia Zarista; quindi finita solo nel 1918, dopo duemila anni.. E’ passato meno di un secolo, ma sembra un millennio!
    L'alternativa alla Globalizzazione è rappresentata dalla rinascita del concetto imperiale, dall'IMPERO EURASIATICO, la TERZA ROMA!
    Ma un Impero adeguato alla modernità del XXI secolo, che unisca la tecnologia, i capitali, il lavoro e le intelligenze dell'Europa occidentale, con i grandi spazi vitali e le materie prime dell'est russo-siberiano. E per avviarsi su questa strada è necessario che i popoli e le élites continentali prendano coscienza del destino geopolitico della loro terra.
    Gli americani hanno già compreso da tempo in che direzione va il mondo.
    Leggetevi l'Huntington de "Lo scontro delle Civiltà ed il Nuovo Ordine Mondiale".
    Leggetevi "La Grande Scacchiera" dell'ebreo-polacco Zbigniew Brzezinski, l'ex consigliere di Carte, che ci dice quasi spudoratamente ciò che gli americani pretendono da noi per il loro interesse strategico.
    Leggete i paralleli storici dell'ebreo americano Luttwak tra la Roma imperiale e l'impero USA.
    E ricordate che quando si andò a bombardare Bagdad o si spinsero Iran e Iraq in una guerra di annientamento per otto anni con un milione di morti, non era all'Iran o all'Iraq o agli arabi soltanto che si faceva la guerra: si fece la guerra all'Europa, ipotecandone il futuro, con la conquista ed il controllo delle fonti energetiche future e delle rotte del Golfo, da cui dipende l'esistenza stessa dell'Europa e del Giappone.
    Avvicinandosi sempre più la crisi energetica globale, chi terrà il pugno sul rubinetto del petrolio per chiuderlo a suo piacimento, costui avrà il mondo in tasca.
    Noi europei non abbiamo materie prime strategiche, noi non abbiamo spazi vitali adeguati.
    Noi non abbiamo né la potenza militare né la libertà politica.
    Ed in Geopolitica LO SPAZIO E' POTENZA. Il continente America ce lo insegna.
    Anche lo spazio "vuoto" (se mai ne esiste uno), figurarsi se colmo di materie prime vitali, come la Siberia: è la Siberia il nostro "Far Est"!
    Ma noi italiani, in particolare, come abbiamo detto sopra, siamo anche parte del complesso geopolitico mediterraneo; anzi, ne siamo il baricentro. Nel momento del crollo dell'Oriente rosso abbiamo assistito ad un capovolgimento di 45° dell'asse della politica mondiale. Dal confronto Est-Ovest allo scontro Nord-Sud, tra paesi ricchi e in crisi demografica e paesi poveri sovrappopolati.
    Il “tacco” dello stivale è, ad esempio, in tale mutata prospettiva geostrategica, la punta avanzata di quest'area, il ponte naturale a sud ed a est.
    Come tale, se l'Europa avesse una sua geopolitica mediterranea, l’Italia sarebbe un'antemurale dell'Eurasia, il faro di Civiltà di quello che già fu il Mare Nostrum.
    Invece siamo soltanto la portaerei americana in un mare interno dominato da una potenza talassocratica estranea ad esso.
    Ed attualmente la spiaggia su cui la risacca vomita i disperati della terra in fuga dai loro paesi, ridotti alla fame e sconvolti dalla guerra proprio da quel Sistema Mondialista che asserve tutti, noi e loro, seppur in ruoli diversi.
    Sappiamo che queste affermazioni non sono condivise dalle destre, ma è chiaro che certe forze politiche che cavalcano il reale scontento verso l'immigrazione cosidetta "extracomunitaria" commettano un grave errore, prima di tutto politico, agitando una propaganda xenofoba contro gli immigrati, senza toccare la radice del problema e, in particolare, i veri responsabili politici ed economici di questo fenomeno indotto. Gli immigrati sono le prime vittime del Sistema Capitalista globalizzato (e noi le seconde). Non illudiamoci di fermare la marcia dei "diseredati della Terra" con il filo spinato, i controlli, le navi o i cannoni. E' una legge della fisica; in contenitori comunicanti il pieno riempie il vuoto! L'0ccidente pieno nelle casseforti e vuoto nelle culle e…nelle anime.
    Ma anche in questo caso la soluzione ci sarebbe: quella di permettere a questi paesi, così ricchi di materie e così strangolati dal debito e dal sistema mondiale, di svilupparsi autonomamente a casa loro. Mentre per noi si tratterebbe di mutare completamente le stesse prospettive di vita cui ci siamo abbandonati da oltre mezzo secolo a questa parte. E per entrambe si tratterebbe di difendere ovunque ci si trovi la propria identità etno-culturale, religiosa, storica.
    Chi nega ad un mussulmano di praticare la propria fede e pregare in una moschea, preferisce senza però ammetterlo vederlo ridotto come noi (parlo qui in generale); senza fedi e senza dignità. Spingendolo per di più a delinquere per impossessarsi di quel benessere che gli sbattiamo quotidianamente in faccia, mentre l'Islam predica l'astinenza dall'alcool, dalla droga, dalla fornicazione, ecc…
    Non crediamo che sia il "marocchino" che vuole lavarci i vetri dell'auto ai semafori colui che attenta alla nostra Identità. L'Identità se uno ce l'ha, non gliela toglie nessuno, neanche con la guerra. Ma la verità è che noi europei, noi italiani in particolare, la nostra identità l'abbiamo persa da tempo. In particolare da quando sono arrivati in Europa i primi "extracomunitari invasori" [pardon!…"liberatori"]: gli americani, nel 1943-45!
    A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: "Queste sono tutte belle parole, utopie, dette perché tanto non costano niente; ma noi siamo realisti, facciamo politica quotidianamente. Voi fate Utopia, noi politica"!
    Veramente non sappiamo che "politica realistica" per il bene dell'Europa sia stia facendo a Bruxelles, a Strasburgo, a Roma, o ovunque nei luoghi del potere. Ma crediamo invece nel valore trascinante dell'esempio, nei "Miti Capacitanti" e persino nelle utopie quali motori della Storia, quella con la "S" maiuscola.
    E noi abbiamo nella Serbia, vincitrice nella resistenza all’invasione e perdente in pace, la dimostrazione vivente di cosa può fare un piccolissimo popolo che certo non ha la tecnologia occidentale e le armi degli americani: Il nemico peggiore è sempre quello interno.
    Il popoplo serbo fu aggredito perché, unico nei Balcani, rifiutava di farsi fagocitare dal mostro che avanza da occidente: la NATO.
    Il "Mare" che divora la "Terra", ricordate? Che penetra verso l'Heartland, il "cuore continentale", il retroterra geostrategico del Mondo Antico.
    "Perché c'è ancora la NATO"- ci chiediamo -"nonostante il crollo dell'URSS e la conseguente dissoluzione del Patto di Varsavia"?
    Certo che c'è ancora la NATO e che anzi si sta espandendo a tutto il continente!
    Perché l'Alleanza Atlantica non serviva soltanto a fermare i russi. Quello anzi era lo scopo secondario, la facciata dopo gli accordi di spartizione e divisione dell'Europa firmati a Yalta.
    La NATO americanocentrica serviva e serve a sottomettere l'Europa, a tenerla occupata sotto il tallone militarista dell'imperialismo a stelle e strisce. Soprattutto la NATO rappresenta lo strumento politico e militare di penetrazione della talassocrazia dominante verso il pivot eurasiatico, già indicato chiaramente dal Mackinder all'inizio del secolo. E' la Russia l'obiettivo strategico finale. Si bombarda Belgrado, ma è a Mosca che si mira. E dove le bombe non ottennero lo scopo, si usa l'oro per corrompere i politicanti felloni ed aprire la fortezza dall'interno. Quante fortezze caddero non per l'assalto alle mura, ma per il tradimento alle spalle!
    La Yugoslavia rappresentava la punta di diamante del mondo slavo-ortodosso legato a Mosca, mentre gli stati danubiani cadevano nella rete di Washington e gli altri facevano la fila per entrare nell'Alleanza ed avere i dollari.
    La Serbia dunque ci ha dimostrato che di fronte ad una guerra dichiarata anche un piccolo popolo può resistere all'aggressore, ma deve aver ben chiari i termini geopolitici del problema e sapersi difendere dai nemici interni, cioè dai collaborazionisti del Mondialismo.
    Ieri i serbi, oggi i palestinesi, tutti, strangolati economicamente e traditi dall'interno.
    Solo un'Europa unita ed autosufficiente nell'essenziale può farcela, ed anzi essere la portabandiera della riscossa planetaria contro i neo-colonialisti del mondo.
    L'Europa vera, l'Europa tutta, l'Europa libera di popoli liberi; non certo l'Europa delle vacche e delle patate, dell’ Euro screditato e dei parlamenti più screditati ancora. Non certo l'Europa che non attende altro che aggiungere le sue "stelline" a quelle della bandiera americana.
    Ma prima di liberarla e crearla davvero unita questa Europa, è necessario creare la Coscienza dell'Europa, riscoprire la sua Identità germanica e latina, celtica e slava, mediterranea ed eurasiatica. E bisogna identificare anche il NEMICO, quello assoluto, nostro e del genere umano.
    Quello che sta distruggendo il mondo non solo ideologicamente ma anche fisicamente; distruggendone l'habitat, l'equilibrio ecologico, le risorse naturali, sfruttandone l'economia di tutti i popoli, e creando mostruosità genetiche in laboratorio, mentre nella sala accanto si fanno abortire le generazioni che avrebbero dovuto ereditare il futuro.
    Il capitalismo, nel momento in cui ha perso il suo contraltare fittizio marxista, è entrato in una crisi identitaria che porterà presto ad una crisi vera e propria.
    Chi pagherà lo scotto di questa crisi saranno come sempre i piccoli, i deboli, quelli che non hanno la potenza e neanche lo spazio vitale.
    La prima battaglia, ripetiamolo e veramente qui concludiamo, è quella dell'Identità e della Liberazione. L'Identità futura che vi da il nome. Altro che le piccole questioncelle e le beghe della quotidiana politica politicante a Strasburgo come a Roma.
    Del resto la Geopolitica influenza anche la politica quotidiana, gli interessi pratici di tutti i giorni di noi europei; interessi sempre più in collisione con quelli dei nostri padroni. Basta esser coscienti della posizione geopolitica per rendersene conto.
    Esiste anche una geopolitica delle religioni. Assistiamo allo scontro tra Islam e Giudaismo in Palestina (sotto gli occhi impotenti dell'Europa di fronte all'alleanza americano-sionista), alla rivalità cattolico-ortodossa, allo scontro cristianità-Islam in Africa, sunnismo e shiismo in Afghanistan, cattolicesimo-protestantesimo in America Latina, Induismo-Islam nel subcontinente indiano, ecc…ecc…
    Oggi tutto si integra; non è il mondo appunto "globale"?
    E allora: a qualunque partito apparteniate, a qualsiasi corrente a qualsivoglia gruppo, ricordate che la reale divisione del domani passerà all'interno dei partiti e dei popoli.
    Due fronti contrapposti si sono già chiaramente delineati: Mondialismo contro Identità dei popoli, globalizzazione contro Unità continentale, America contro il resto del mondo, Mare contro Terra!
    O si sta da una parte o dall'altra; o con l'occupante o con l'Europa ed i combattenti per la Sua Libertà. Altro che "poli"!
    In guerra due soltanto possono essere i Fronti e non ce n'è un terzo.
    E ciascuno deve fare la propria scelta di campo.

  2. #2
    Nimmo
    Ospite

    Predefinito

    Carlo Terracciano
    LA RUOTA E IL REMO

    Geopolitica e "Dottrina delle Tre Liberazioni" :
    una risposta al progetto Mondialista della globalizzazione
    "Una grande tenebra avanza sul mondo e noi dobbiamo combatterla. Non ci saranno giovani o anziani nel nostro tempo; tutti dovranno maturare in fretta, se vogliono tornare a veder la Luce".

    "Guai al popolo i cui capi, i gruppi dirigenti e le masse non riconoscano le ore decisive della Weltpolitik,…nella loro coscienza legata alla realtà geografica del suolo."
    (Karl Haushofer; Weltpolitik von Heute)

    Habitat e paesaggio
    In migliaia e migliaia di anni l'uomo ha percorso le vie del mondo, per terra e per mare; ha attraversato i continenti da polo a polo, i fiumi, i mari, i tre grandi oceani del globo, scalando montagne e scendendo nelle profondità marine e nelle grotte, gettando ponti su fiumi e stretti, esplorando i più remoti e selvaggi angoli del pianeta, dai ghiacci eterni ai riarsi deserti. Oggi la sua sete di conoscenza e conquista lo lancia sulla Luna, su Marte, sui pianeti del sistema solare e, in prospettiva nel vuoto siderale. Ma nei secoli e nei millenni i popoli, seguendo quasi gli stessi percorsi tracciati dalla geografia, dai mari, dai monti, dagli stretti, dai grandi fiumi e laghi, hanno anche trovato spazi della Terra sui quali insediarsi, costruendo le proprie dimore, allevando bestiame, coltivando il terreno o scavandone le viscere delle montagne in relativa profondità; insomma modificando il paesaggio ed adattandolo alle proprie necessità di sopravvivenza e sviluppo. In Europa questa attività ha profondamente modificato la natura originaria della penisola. L'uomo è "animale sociale" per eccellenza. I popoli nella storia si sono organizzati in villaggi, in tribù, in federazioni di vario tipo, in città e stati, in nazioni ed imperi.A piedi o a cavallo, usando la ruota dei carriaggi o il remo delle piroghe e delle navi, i nostri lontani antenati hanno percorso in lungo ed in largo le vie del continente, i suoi mari interni, i suoi prospicenti oceani. Nel loro continuo MOVIMENTO, col passar del TEMPO, essi hanno occupato ciascuno un proprio SPAZIO vitale nel globo ed una POSIZIONE; geografica rispetto al territorio e politica rispetto alle altre entità umane circostanti. L'essere umano si è così adattato agli ambienti ed ai climi, anche estremi, i più diversi; dotandosi nel frattempo di usi e costumi, fedi religiose e politiche, lingue e culture che, nella loro multiforme varietà e continua diversificazione, hanno rappresentato fino ad oggi la vera ricchezza di questo minuscolo scoglio di terra ed acqua, ghiaccio e fuoco ruotante nel vuoto siderale, attorno ad un piccolo sole marginale di una delle tante galassie in allontanamento fra loro dall'esplosione primordiale.
    La geopolitica
    La GEOPOLITICA è appunto la Dottrina che studia tutto questo: quella branca della Geografia Antropica che analizza il rapporto tra l'Uomo e la terra, tra la Civiltà e la Natura, tra la Storia e la Geografia, tra i popoli ed il loro Lebensraum (Leben=Vita; Raum= Spazio; Lage= Posizione), cioè lo spazio vitale necessario alla Comunità statuale, organicamente intesa, per vivere, crescere, svilupparsi, espandersi e prosperare: creando benessere, Civiltà e Valori per i suoi appartenenti, conviventi su uno stesso suolo e solidali in una unitaria COMUNITA' DI DESTINO. O, per dirla con i termini più tecnici del Luraghi: "La Geopolitica è la dottrina che studia i fenomeni politici nella loro distribuzione spaziale e nelle loro cause e rapporti ambientali, considerati anche nel loro sviluppo". E ancora: "La Geopolitica è sintesi: un'ampia visione nel tempo e nello spazio dei fenomeni generali che collegano la percezione dei fattori geografici con gli stati", ed i popoli.
    Forme viventi nel tempo ciclico
    Una geopolitica statica, meccanicistica, determinista ed atemporale è assolutamente inconcepibile. Dottrina organicistica ed olistica per eccellenza, la Geopolitica si basa su una concezione dello stato (qualsivoglia forma esso assuma) quale organismo vivente, senziente ed operante attraverso la CONOSCENZA delle sue leggi e la VOLONTA' di applicarle. Se la sua parte geografica rappresenta il dato relativamente stabile della dicotomia , la componente politica ne rappresenta la parte volitiva, propositiva e creativa. Sempre a condizione che i popoli e le élites dirigenti siano ben coscienti delle leggi, delle direttive generali e particolari della dottrina in questione, liberi di applicarle e determinati a farlo. Nel qual caso, come vedremo, la Geopolitica viene a rappresentare naturalmente la più potente arma di LIBERAZIONE DEI POPOLI da un dominio straniero che imponga le proprie direttive politiche geostrategiche. Per inciso oggi la nostra stessa concezione geografica del pianeta, la nostra "percezione" della Terra su sui viviamo, si è oramai svincolata dal dogmatismo scientista, materialista-positivista ottocentesco che ha dominato incontrastato la cultura occidentale fino quasi alle soglie del terzo millennio cristiano ineunte. La Terra, GEA, è riconosciuta essa stessa come unità organica globale ed interdipendente, come un vero e proprio "essere vivente" che interagisce con le altre forme viventi che brulicano sulla sua superficie; fino alla non remota possibilità di una crisi di rigetto verso una specie, la nostra, trasformatasi in soli due secoli in un devastante cancro mortale che mette a repentaglio non solo se stessa ma l'equilibrio intero dell'habitat. La "Sesta estinzione" di un famoso saggio sul tema. In tale contesto la dottrina in questione si contrappone ad ogni concezione creazionista la quale pretenda di porre l'uomo a padrone incontrastato di una Natura della quale invece è parte integrante, sua componente organica, in un rapporto di dipendenza inverso: essendo semmai la specie umana la componente non indispensabile (anzi !) del mondo e non viceversa. Anche la concezione storica linear-progressista di stampo monista, che sta alla base del "pensiero unico" modernista, è in palese contrasto con una dottrina organica che privilegia una morfologia delle Civiltà ciclicamente rinnovantisi nello spazio geografico. Ben ne erano coscienti tutte le culture e civiltà tradizionali le quali conoscevano un Tempo Ciclico Sacrale in perfetta armonia con i cicli vitali della terra e del Cielo.
    La ruota e il remo ovvero Terra e Mare
    La Geopolitica è una dottrina contemporanea (ha raggiunto la sua specificità e dignità "scientifica" da meno di due secoli), che recupera la saggezza antica di una vera Filosofia, etimologicamente intesa. Una filosofia politica basata sulla conoscenza geografica e la memoria storica. Fu Federico Ratzel (1844-1904), il grande geografo tedesco "inventore" del termine stesso di Geopolitica, a dare forma analitica a quanto era noto fin dall'antichità: la profonda contrapposizione, espressa in forma mitologica, fra la Terra ed il Mare, tra le potenze prevalentemente rivolte alla conquista territoriale e quelle orientate alla corsa ed al dominio marittimo ed oceanico. Al quale ultimo possiamo oggi affiancare e sovrapporre quello ancora più "etereo" del cielo ed oltre… Quella che potremmo definire la DIMENSIONE VERTICALE della geopolitica moderna. Il LANDMÄCHTE ed il SEEMÄCHTE, Potenza Terrestre e Potenza Marittima, sono da sempre in competizione per il dominio. In particolare nei grandi nodi storici, nelle guerre che hanno determinato i destini dei secoli posteriori. Solo per fare alcuni esempi: Sparta ed Atene, Roma e Cartagine, Islam e cristianità, Impero Bizantino e conquista Ottomana, per arrivare all'epoca moderna della contrapposizione tra le TALASSOCRAZIE ANGLOFONE (Impero Britannico e Stati Uniti) ed i tentativi di unità continentale europea; rappresentati e guidati volta a volta (in una marcia da ovest ad est a sua volta opposta a quella verso l'Ovest - il "Far West" della Nuova Frontiera mobile americana) dalla Spagna di Carlo V, dalla Francia di Luigi XIV [il "Re Sole"], dalla Germania guglielmima ed hitleriana, fino alla Russia di Stalin. Quel piccolo gioiello letterario rappresentato da "Land und Meer", di Carl Schmitt, è tutto incentrato sulla contrapposizione degli elementi che caratterizza profondamente anche i popoli e le istituzioni di ciascuno, ne informa la Storia e il Mito: "La storia del mondo è storia di lotte di potenze marinare contro potenze di terra e di potenze di terra contro potenze marinare…Secondo le spiegazioni medievali dei cosiddetti cabalisti, la storia del mondo è una lotta tra la potente balena, il Leviatano, ed un animale di terra altrettanto forte, il Behemoth, che viene rappresentato come un toro od un elefante". Mito che ricorda, in coordinazione di rimandi tra una civiltà tradizionale e l'altra, alle origini stesse del nome EUROPA, la fanciulla dalla bianca pelle, rapita dalle coste fenice da Giove, sotto forma di toro bianco, che la trasporta sulla sua groppa gettandosi nelle acque del Mediterraneo.
    Un nome quest'ultimo che è un destino, il destino stesso della giovane Europa, la sintesi degli elementi: l'acqua, il mare circondato dalle terre fra tre continenti circondati dal grande "mare Oceano"!
    La perdita del centro
    Oltre al genocidio ed etnocidio di centinaia di popoli, una delle tante conseguenze nefaste della presunta "scoperta" (essendo oramai accertata quella vichinga di ben mezzo millennio prima e forse anche altre seguenti) del "Nuovo Mondo" da parte di Colombo, è stato il progressivo spostamento economico-politico della "centralità euro-mediterranea", lo slittamento dell'asse di gravità della civiltà eurasiatica verso occidente, l'Atlantico ed il continente americano. Uno spostamento di Potenza che non è ancora finito, proseguendo oltre l'estremo limite del "far-west", nel Pacifico fino ad approdare in quell'Estremo Oriente asiatico, che era il vero obiettivo del navigatore genovese e dei suoi avventurieri e religiosi assetati di oro e di anime. Il viaggio di Colombo è dunque durato cinquecento anni e si è concluso in un naufragio collettivo. Forse non a caso (se mai esso esiste) oggi "navighiamo" virtualmente sulla rete di comunicazione globale, usando una terminologia mutuata dalla talassocrazia e comunichiamo solo nella lingua dei grandi dominatori marittimi degli ultimi secoli. A dominare il globo terracqueo è oggi la nuova koiné anglofona che estende i suoi tentacoli sulle due sponde del "lago americano" atlantico e che da anche il nome alla North-Atlantic Treaty Organisation (N.A.T.O.), cioè alla organizzazione militare e politica dell'occupazione dell'Europa occidentale, conseguente alla sconfitta di tutti i popoli europei nella II Guerra Mondiale. Sempre tenendo presente che da un'ottica americanocentrica questo lembo occidentale d'Eurasia non è che la "quarta sponda" dell' Impero Americano, centrale ai due grandi oceani del pianeta, nonché la testa di ponte di una penetrazione della talassocrazia USA verso il cuore stesso della massa continentale, l'Heartland del geopolitico inglese Sir Halford Mackinder (1861-1947). Egli, nel suo celeberrimo articolo "The geographical pivot of history" (Il pernio geografico della Storia) già nel 1904 indicava l'obiettivo strategico finale di conquista: la Russia siberiana a cavallo della catena uralica; sintetizzandolo nell'altrettanto celebre formula : "Chi tiene l'Europa Orientale comanda sull'Heartland; chi tiene l'Heartland tiene l'Isola del Mondo [l'Eurasia+Africa]; chi tiene l'isola del Mondo comanda il mondo". L'operazione Overlord, lo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944, non si è ancora arrestata nella sua strategia globale come negli effetti, a 56 anni dal suo inizio. L'allargamento della NATO ad Est punta al controllo del "cuore mondiale continentale", approfittando del vuoto di potere conseguente all'implosione sovietica, cioè alla sconfitta della potenza terrestre russa nella III Guerra Mondiale; "guerra fredda" sul territorio europeo conquistato e spartito, ma confronto sanguinoso per procura nel resto del mondo, tra conflitti interstatuali, guerre "civili" locali, rivoluzioni, invasioni, terrorismo, genocidi, blocchi economici, ricatti finanziari, propaganda ecc… La storia mondiale degli ultimi secoli, la sconfitta in guerra della Germania e in "pace" della Russia, le due potenze di terra d'Eurasia, va riletta allora nell'ottica dell'assalto della talassocrazia anglo-americana al Mondo Classico, circondato e strangolato dalle potenze del mare, fino a colpire e conquistare il suo retroterra logistico e strategico più lontano: il suo "cuore" appunto.
    Un Mondo, due Mondi, tre Mondi...
    Fino alla Seconda Guerra Mondiale il mondo era POLICENTRICO, con una serie di grandi potenze coloniali e non, alcune delle quali europee, che concorrevano tra loro nel dominio politico e nell'espansione commerciale.
    L'esito del conflitto più esteso e sanguinario della storia, gli accordi di Yalta e la successiva decolonizzazione, la divisione di Berlino, della Germania e dell'Europa tra i due vincitori USA ed URSS, tra talassocrazia atlantica e "tellurocrazia" eurasiatica, hanno generato un mondo BIPOLARE che è durato meno di mezzo secolo. Accanto ad esso, ma in subordine, il cosiddetto "Terzo Mondo", quello dei paesi non direttamente inquadrati in una delle due alleanze politico-economico-militari, i quali nella conferenza afro-asiatica di Bandung in Indonesia (1955) cercarono di darsi dignità politica in un'alleanza dei "non allineati"; tentativo presto abortito. Il Terzo Mondo, tra guerre, miseria, debito internazionale e corruzione è sempre più sprofondato nel baratro del sottosviluppo accresciuto da un'esplosione demografica esponenziale, scivolando in buona parte nel "Quarto Mondo", specie in Africa ma anche in parte dell'Asia e dell'America Latina, mentre la "forbice" della pauperizzazione mondiale, sia relativa (nei confronti dei paesi industrializzati) che assoluta (all'interno) andava aumentando sempre più. Al moltiplicarsi dei soggetti politici formalmente indipendenti è corrisposta una polarizzazione verso Washington o Mosca, che continuavano la loro partita globale sulla scacchiera della Terra ed oltre, con l'esplorazione galattica e l'ipotizzato "scudo spaziale".
    Geopolitica: la coscienza dei popoli liberi
    L'implosione dell'URSS ha sconvolto il quadro del mondo. E, per inciso, la nascita dei nuovi stati e la ripresa dei conflitti anche etnico-religiosi, ha rilanciato lo studio della GEOPOLITICA fino ad allora criminalizzata dai vincitori come "pseudo-scienza nazista"! E' infatti evidente che lo studio della storia dei popoli in relazione allo spazio ed alla posizione geografica può essere appannaggio solo di popoli e nazioni liberi, SOGGETTI e non oggetti della Politica, intesa non come piccola politica dei "politicanti" arrivisti ed asserviti, ma come riconoscimento del Destino dei popoli nello spazio geografico e nel tempo storico. Nella sua "Difesa della Geopolitica", il più famoso geopolitico moderno, il tedesco Karl Haushofer la definiva come "…la coscienza dei potenti, per indurli ad agire in favore dei deboli e degli oppressi nella loro lotta per i diritti all'esistenza ed allo spazio sulla Terra", portando proprio ad esempio le lotte di liberazione di Cinesi, Indù, Malesi ecc. contro gli imperialismi che li assogettavano e sfruttavano. Tenere i popoli sottomessi lontano dallo studio geopolitico, coltivandolo invece nei propri centri strategici militari e nelle proprie università, è una delle più importanti armi culturali di dominazione imperialista americana in Europa e nel mondo. Anche in URSS la geopolitica era assolutamente proibita in nome della dottrina marxista e classista di stato: non ultimo dei motivi del crollo. All'inverso, nell'ottica di tutti i paesi occupati e dei "diseredati della Terra", la Geopolitica assurge ad arma culturale prioritaria per la Lotta di Liberazione, politica, sociale e culturale, come presto vedremo.
    Mondialismo e globalizzazione
    La momentanea scomparsa dalla scena del rivale russo ha permesso agli Stati Uniti di affermarsi come UNICA Potenza planetaria indiscussa, in grado di intervenire e colpire in ogni angolo del globo, per assicurarsi posizioni geostrategiche e controllo delle fonti energetiche. E' stato il caso dell'Iraq, del Medio Oriente, dell'Africa e infine della Serbia, direttamente nel cuore dell'Europa. Perché infine è ancora e sempre l'Europa, in eventuale alleanza con la Russia, il vero nemico dell'imperialismo talassocratico USA. Per la prima volta nella storia conosciuta esiste una sola Superpotenza dominante tutto il pianeta, sia sotto l'aspetto militare-tecnologico, sia per quello economico e di costume. E' la fase MONOPOLARE, MONOCENTRICA del Capitalismo nella sua estrema dimensione imperialista, economica e geografica. In simile condizione la GLOBALIZZAZIONE dell'economia e della cultura mondiali, lungi dal rappresentare una paritaria possibilità di sviluppo e progresso per tutte le nazioni, non sono che l'estensione della potenza economica americana sul mondo, per mantenere un apparato militare e politico di dominazione, in primis sopra e contro i presunti "alleati" europei di oggi, potenziali concorrenti di domani nell'appropriazione delle risorse del pianeta. L'aspetto ideologico-politico di dominazione della globalizzazione è il MONDIALISMO. Un progetto politico globale, cosciente nelle élites etniche, economiche e militari di Washington e New York, portato avanti con biblica, feroce determinazione da almeno due secoli dagli Stati Uniti, "Nuova Israele" (il Destino Manifesto); e che nell'area mediterranea ed eurasiatico-africana fa pernio sull'alleanza con il sionismo israeliano, attualmente alleato alla Turchia, membro avanzato della NATO fra Europa ed Asia, nel cuore del mondo arabo e islamico. Tra l'altro la fine del bipolarismo USA-URSS ha concentrato le differenze mondiali in una nuova forma di bipolarismo: non più Est-Ovest, ma Nord-Sud. Confronto non tanto politico o militare (data la disparità di forze in campo), ma economico e sociale. Una dimensione non più in orizzontale ma in verticale della politica internazionale tra un NORD, ricco, opulento, ma in crisi demografica e di valori ed un Sud sempre più povero, benchè in possesso di immense ricchezze, diviso, fruttato ed in esplosione demografica. La qual cosa spiega la migrazione di milioni di uomini e donne da sud e da est a nord, verso il nostro continente. L'Europa occidentale, in tale mutata prospettiva geopolitica, è l'angolo del mondo sviluppato più a diretto contatto con il nuovo terzo e quarto mondo; la prima linea del nuovo bipolarismo sociale globale, sottoposta all'impatto devastante delle contraddizioni capitaliste. E soprattutto completamente decentrata dal suo centro d'interesse geopolitico, ma al contrario appiattita sull'interesse geopolitico ed economico internazionale della talassocrazia americanocentrica dominante sul Continente Antico.
    Occidente contro Europa
    Durante il periodo della "guerra fredda" la propaganda americana ha diffuso l'idea che l'Europa atlantica facesse parte di un immaginario "Occidente" da contrapporre ad un Oriente comunista che iniziava subito al di là della cosiddetta "cortina di ferro". Ovviamente gli americani restavano in Europa ed in Asia solamente per difendere le nazioni dall'invasione comunista, dalle "orde rosse d'oriente"; baluardo atomico contro la Russia e la Cina. Corea docet! La tragica vicissitudine del Vietnam, l'esperienza cubana, il golpe cileno e tanti altri avvenimenti servirono a smascherare questa invenzione propagandistica senza riscontro nella realtà storica e geografica. Specie di fronte alle ignominiose fughe con relativo abbandono degli alleati nelle mani dei vincitori. E a maggior ragione oggi che l'URSS e il Patto di Varsavia si sono dissolti come nebbia al sole. Tuttavia la NATO, lungi dal seguirne l'esempio, essendo venuta meno la sua stessa ragione d'esistere, non sono non si è sciolta a sua volta, ma si espande sempre più ad oriente ed ha finito per sostituire le stesse Nazioni Unite negli interventi mondiali… naturalmente sempre "umanitari"! A maggior dimostrazione che questa "alleanza militare" serviva e serve soprattutto a tenere soggiogata l'Europa intera al dispotismo statunitense, sotto la bandiera di un "occidente" immaginario: un occidente che quindi è il Nemico giurato dell'Europa e della sua unità geopolitica e storica, dopo cinquanta anni di divisione imposta.
    La migrazione dei popoli come strumento mondialista di dominazione
    Come colonia americana Europa, ed Italia in particolare, pagano ancora una volta il costo della subordinazione agli interessi geo-economici e geostrategici della potenza colonizzatrice occupante. La migrazione di interi popoli, sradicati dalla loro terra e dalle proprie culture e tradizioni, è il dramma evidente di questo inizio del XXI secolo cristiano, ma è anche funzionale agli interessi delle oligarchie finanziarie dominanti ed al progetto globale del Mondialismo nelle sue varie espressioni. Il "Pensiero Unico" alla base del progetto, persegue coscientemente lo sradicamento dei popoli, sia di quelli che migrano sia di quelli che ricevono l'ondata migratoria. Inoltre l'immissione sul mercato del lavoro di manodopera a basso costo e senza protezione sociale o garanzie giuridiche permette di abbassare il livello salariale e sociale dei lavoratori europei, innestando una folle lotta sociale tra i poveri del Sud del mondo e le classi subalterne del Nord europeo, che devia l'attenzione dal vero obiettivo, dal Nemico Oggettivo di entrambe. La Globalizzazione del mercato del lavoro favorisce solo i ricchi dei paesi ricchi e dei paesi poveri, corrotti satrapi del Potere Mondialista usurocratico, a danno dei poveri di entrambe i poli mondiali, e di tutte le nazioni nel loro insieme. Ma intanto la situazione mondiale si modifica rapidamente e sembra oramai ineluttabile che anche il il modello imperialista USA di capitalismo monocentrico ruotante sull'asse atlantico, stia entrando in una crisi irreversibile.
    La nuova fase POLICENTRICA dello Stato Imperialista delle Multinazionali
    La globalizzazione dei mercati, la fine del bipolarismo est-ovest, la contrapposizione economica e sociale di interessi tra Nord e Sud del mondo, ma anche all'interno del mondo capitalista (Europa a guida tedesca dopo la riunificazione, Giappone), l'emergere di nuovi poli politici ed economici, ma anche atomici e demografici a dimensione internazionale (Cina, India, Iran ecc), persino una certa tendenza neo-isolazionista all'interno dello stesso impero americano, sono altrettanti fattori che stanno mettendo rapidamente in crisi il monocentrismo nordamericano. "La cosiddetta globalizzazione, accompagnata dal pensiero unico - in definitiva la rimondializzazione capitalista appoggiata dall'deologia neoliberista, propagandata dalla cultura cosmopolita di sinistra e, quando ciò non bastasse, imposta a suon di bombe - è l'assetto mondiale più confacente al monocentrismo imperialistico statunitense, per il momento non sufficientemente intaccato dal risorgere di un policentrismo capitalistico e grande-imprenditoriale" (G. La Grassa). La fine dell'impero sovietico, dopo il primo momento di euforia per la vittoria assoluta, pone gli Stati Uniti nella necessità di sostenere con le proprie forze il ruolo di "poliziotto mondiale" per conto di quel Potere Mondialista Industrial-finanziario che una volta veniva definito Stato Imperialista delle Multinazionali (SIM). Multinazionali sempre più orientate alla creazione di grandi cartelli monopolistici, di concentrazioni oligarchiche che intervengono direttamente e massicciamente nella determinazione delle scelte economiche e politiche degli stati grandi e piccoli, sviluppati e non. Un fenomeno che si riflette, per esempio, nella liquidazione dei mediatori politici tra Capitale e cittadini e nell'assunzione diretta del potere politico da parte di economisti e finanzieri per conto delle lobbies internazionali d'affari. Come sempre il Capitale non conosce né patrie né confini. I grandi capitalisti e le loro corti mediatiche (la Razza Padrona) non sono né europee, né asiatiche e neanche americane, bensì "apolidi" (di lusso), cosmopolite, internazionaliste di fatto e di cultura. Definire un capitalista come italiano, inglese, francese, giapponese o anche americano è una contraddizione in termini. Come tali essi sono gli avversari "istituzionali" di tutti i popoli, di tutte le nazioni, a cominciare da quelle nelle quali casualmente ebbero i natali. E chi patria non l'ha avuta per millenni è favorito dalla sua condizione di "apolide mentale" originario! Un NUOVO POLICENTRISMO CAPITALISTA, ancora in nuce, rappresenta il futuro del XXI secolo.
    Scontro di Civiltà sulla Grande Scacchiera
    I più avvertiti politologi e studiosi di strategia mondiale americani come, per esempio, Samuel P. Huntington o l'ebreo americano di origine polacca Zbigniew Brzezinski hanno già disegnato il quadro generale dei futuri processi aggreganti e le relative conflittualità inter-continentali del futuro prossimo. E se quest'ultimo delinea senza tante perifrasi le linee di tendenza della politica estera USA in funzione ANTI-Eurasiatica, l'Huntington, studioso della morfologia delle grandi civiltà (sulla linea di pensiero dei vari Toynbee, Weber, Sorokin, Spengler, Durkheim, Braudel e via elencando) dipinge un mondo conflittuale concentrato attorno a pochi poli autarchici a dimensione geopolitica continentale nel suo magistrale "Lo scontro delle Civiltà e il Nuovo Ordine Mondiale"; senza peraltro neanche minimamente citare l'opera di Haushofer e la sua suddivisione mondiale in Eurafrica, Panrussia, Panamerica ecc… Un silenzio significativo… In ogni caso il vecchio modello statuale nazionalista ottocentesco ha fatto il suo tempo, specie da quando l'Europa è stata eliminata dallo scacchiere mondiale e le due "guerre civili europee" poi mondiali l'hanno a sua volta ridotta interamente al rango di colonia sotto la bandiera a stelle e strisce. Nessun stato europeo, Russia e Germania comprese, possono pensare di competere con la talassocrazia americana sui mercati mondiali e negli scacchieri politici internazionali. Al contrario, la tendenza attuale è verso la riscoperta delle "piccole patrie", le lingue e culture minoritarie all'interno degli stati nazionali. Una LOCALIZZAZIONE oramai così diffusa nella coscienza dei popoli da far coniare il neologismo politico di GLOCALIZZAZIONE, SINTESI DI Globalizzazione+Localizzazione appunto. Tutte forme aggregative che comunque non potrebbero mai competere con i grandi colossi politici mondiali. Al contrario, per tutto quanto si è detto finora circa gli interessi geopolitici prevalenti dell'imperialismo americano trionfante, gli attuali governi europei non sono che i fedeli esecutori della strategia mondialista. Dobbiamo considerare quasi TUTTI i partiti, i sindacati, gli imprenditori, gli uomini politici del continente come GOVERNANTI COLLABORAZIONISTI DELL'OCCUPANTE AMERICANO sul suolo d'Eurasia, dall'Atlantico al Pacifico: ed agire conseguenzialmente a questo imprescindibile assunto dettato sia dalla storia recente che dalla geografia di sempre. E siccome abbiamo visto che gli interessi del colosso americano sono sempre più in rotta di collisione con quelli dell'intera massa continentale eurasiatica e del resto del mondo ridotto alla fame, la logica conseguenza, almeno per chi non accetta l'idea stessa di Mondialismo politico e Globalizzazione economica e culturale, non può che essere una ridefinizione della divisione mondiale di ruoli, propedeutica ad una LOTTA DI LIBERAZIONE CONTINENTALE E MONDIALE.
    Il NUOVO BIPOLARISMO: EURASIA > AMERICA
    La Mondializzazione, fra tanti danni, errori ed orrori, ha prodotto almeno un fenomeno positivo: la fine del centralismo geopolitico americano-atlantico i cui germi erano partiti proprio dall'Europa sulle caravelle di Colombo. In un mondo globalizzato ed economicamente policentrico, gli Stati Uniti non rappresentano più il centro geografico ed il "preteso baluardo della libertà"; l'"Occidente libero" in competizione con le dittature europee ed asiatiche. Al contrario la natura aggressiva dell'imperialismo americano, quale supporto armato allo sfruttamento capitalista dei popoli e dei continenti è oramai sotto gli occhi di tutti. Almeno di quelli che vogliono vedere! In tale mutamento di prospettive l'Europa può tornare ad essere il CENTRO propulsore, l'Impero di Mezzo, l'Isola del Mondo con il suo mackinderiano Hearthland geopolitico a cavallo di due continenti. L'Europa di cui parliamo non è ovviamente il piccolo lembo occidentale della penisola eurasiatica che si protende tra Baltico, Mare del Nord, Atlantico e Mediterraneo. Tantomeno essa si riduce alla attuale U.E., l'Europa di Maastricht, dei banchieri e dei bottegai, l'Europa succube dell'occupante d'oltre Oceano, l'Europa del fragile euro fatto di vento, pronto ad integrarsi al dollaro in un nuovo "NAFTA atlantico." L'Europa Unita non potrà che essere a DIMENSIONE CONTINENTALE, comprendendo quindi l'attuale Federazione Russa, che è a tutti gli effetti europea, ma non solo. L'Europa del XXI secolo potrà avere un futuro nella prossima competizione planetaria solo se saprà essere autarchica, indipendente e armata. La nostra Europa va dall'Atlantico al Pacifico, da Reykjavik a Vladivostok, la "capitale d'oriente", dalla Groenlandia alla Kam?atka, da Thule allo stretto di Bering. La sua stessa esistenza rappresenterebbe la riproposizione nel Terzo Millennio cristiano dell'eterno scontro tra il Mare e la Terra, tra le talassocrazie atlantiche e l'Impero terrestre eurasiatico, tra "occidente" e mondo tradizionale, tra l'Ovest del tramonto e delle tenebre e l'Est della Luce che risorge; in una parola tra imperialismo moderno ed Impero eterno: due termini, due realtà, due scelte totalmente antitetici.

    "TEORIA DEI TRE MONDI" e QUADRICONTINENTALE: tra fede e politica
    Ma in termini di Unità Geopolitica l'Europa è partecipe anche di una UNITA' MEDITERRANEA, essendo questo mare da sempre, come abbiamo già sottolineato all'inizio, un tutt'uno con la storia europea. Del resto i geopolitici hanno da tempo notato che il vero confine tra mondo arabo-islamico e "Africa Nera" passa su un altro mare: quello di sabbia del Sahara, ben più ostile e impenetrabile dell'altro. Per l'Europa unita, la fusione con la sua parte orientale russa e la stretta collaborazione con il suo sud mediterraneo rappresenterebbe la soluzione di tutti i problemi economici e sociali: da quello delle materie prime ai problemi migratori, dalla questione dello SPAZIO VITALE a quella correlata della POTENZA, dallo spazio di difesa da aggressioni esterne fino alla soluzione della crisi demografica. Soprattutto, l'Europa Unita rappresenterebbe L'AVANGUARDIA RIVOLUZIONARIA, necessaria ed indispensabile nella LOTTA DI LIBERAZIONE dei popoli dall'imperialismo capitalista americano-sionista. Un ruolo che, a sua volta, è necessario all'Europa medesima per raggiungere la propria indipendenza e garantirla in avvenire. Il nuovo bipolarismo mondiale infatti presuppone l'esistenza di un Terzo Mondo, quello del SUD attuale, il mondo oggi "in via di sottosviluppo": il mondo degli sfruttati e degli espropriati, dove paesi possessori di immense ricchezze e varietà di colture (oltre che di culture) sono abitati da masse di disperati, affamati, "diseredati" della propria dignità umana prima ancora che della vita stessa. E' qui il nuovo serbatoio mondiale del sottoproletariato funzionale all'economia capitalista globalizzata, che manovra masse umane sradicate dalla propria terra e cultura per gettarle, anche come arma di ricatto sociale, sul mercato europeo del lavoro. Questo Terzo Mondo, ridefinito nelle future geostrategie globali, è a sua volta destinato ad integrarsi in varia forma attorno a nuovi centri aggreganti, veri e propri Stati-Guida, sulla base di nuove ideologie portanti, siano esse di carattere politico, economico, religioso o quant'altro, poco importa. Basti pensare al mondo sino-nipponico, con la sua tradizione millenaria di unità culturale, all'India, un subcontinente geopoliticamente ben definito e religiosamente identificato pur nella multiforme polifunzionalità del suo Panteon divino. Per non parlare dell'Islam, rinato a nuova vita e a dignità politica per merito della più grande rivoluzione della fine del secolo, la rivoluzione iraniana guidata dall'Imam Khomeini. A differenza di quanto supponeva il pensiero laico e materialista del XIX e XX secolo, l'anelito religioso è profondamente radicato nell'animo degli uomini e dei popoli tutti; esso si traduce per le masse in forme istituzionalizzate storiche che interagiscono con la politica degli stati e nello spazio geografico. La religione istituzionalizzata ha un ruolo decisivo nelle scelte politiche, pro e contro il mondialismo e la globalizzazione, pro o contro capitalismo ed imperialismo. Ma è una dicotomia di posizione che solo in parte passa tra religione e religione, e molto più spesso "taglia" all'interno ogni forma religiosa ed ogni istituzionalizzazione del sacro. Se anche Giudaismo e Cattolicesimo, Protestantesimo e persino Buddhismo tibetano o Islam waabita, hanno di recente favorito e pesantemente supportato l'azione dell'imperialismo materialista americanocentrico, pure all'interno delle varie manifestazioni religiose ci sono ancora uomini e Ordini che si riallacciano ai Valori Tradizionali anti-modernisti e respingono la globalizzazione ed il melting-poot delle fedi ridotte a prodotto omogeneizzato, uguale per tutti. Mentre Induismo, Islam shiita e in parte sunnita, Ortodossia cristiana d'Oriente, Shintoismo e religioni tradizionali autoctone sembrano offrire maggior resistenza alla globalizzazione. Alla fine tutte comunque dovranno schierarsi e scegliere nel momento del confronto decisivo sempre più prossimo. I veri "nemici della Fede", di tutte le fedi sono i sostenitori del Pensiero Unico Mondialista, anche e soprattutto quelli che lo nascondono sotto parvenze di religione "tollerante" e mondanizzata. La sincerità delle élites e delle loro teorie religiose si misurerà in futuro solo attraverso lo schierarsi, con le altre forme religiose tradizionali, dalla parte della Liberazione spirituale e materiale dei popoli o al servizio dell'ideologia materialista di oppressione capitalista. L'Europa Unita allora, anche in considerazione del suo passato coloniale come del suo presente da colonizzata, dovrà farsi carico della liberazione dei popoli dal NEO-COLONIALISMO americano, che le si sostituì in Africa ed Asia, dopo l'invasione ed occupazione dello stesso territorio europeo. LA LOTTA QUADRICONTINENTALE DI LIBERAZIONE, comprenderà l'Europa, l'Asia, l'Africa e l'America Latina. Questo sarà il nuovo inter-Nazionalismo dei popoli a dimensione pluricontinentale. Essa avrà contro il vero ed unico Nemico Oggettivo di tutti i popoli, di tutte le nazioni e stati su tutti i continenti: l'imperialismo talassocratico americano-sionista, profondamente intriso di razzismo biblico e messianismo apocalittico, quale supporto del Capitalismo globalista dello SIM, supportato dall'ideologia cosmopolita/internazionalista del Mondialismo
    LA DOTTRINA DELLE TRE LIBERAZIONI
    La conseguenza più che logica necessaria di quanto esposto sopra circa l'analisi geopolitica della situazione mondiale e del suo futuro è per l'Italia e l'Europa una ed una soltanto: la LOTTA DI LIBERAZIONE. Lotta di Liberazione a tre livelli: LIBERAZIONE NAZIONALE, LIBERAZIONE SOCIALE, LIBERAZIONE CULTURALE. Liberazione a dimensione continentale eurasiatica, che prenda coscienza della globalizzazione del problema. E' infatti impensabile, data la sproporzione di forze in campo, immaginare che i vecchi stati nazionali europei singolarmente presi, e sempre che ne avessero la volontà, siano in grado di liberarsi dall'occupazione straniera e contrastare la globalizzazione ed il Progetto Mondialista. L'autarchia polarizzata su alcuni soggetti politici unificanti prevista, dall'Huntington e molto prima da Haushofer, può esistere oggi solo a dimensione geopolitica e geoeconomica continentale. Come ci insegna la Geopolitica del resto, gli interessi strategici delle potenze egemoni(che) NON sono gli stessi dei popoli sottoposti a tale egemonia; sono interessi diversi che solo occasionalmente possono coincidere, ma nella stragrande maggioranza dei casi divergono e spesso si scontrano. Gli interessi dell' intera Europa, dall'Islanda al Pacifico settentrionale e sotto qualsiasi regime o ideologia, sono sempre più in rotta di collisione con quelli della potentissima ma fragile talassocrazia nord-americana, a sua volta contrapponentisi a quelli del resto del mondo, ad iniziare dall'America meridionale. Ma il problema sarà globale anche nel senso che non potrà esistere vera Liberazione la quale non abbracci contemporaneamente i tre aspetti, nazionale,sociale e culturale della COMUNITA' DI POPOLO ORGANICAMENTE INTESA, vivente in uno spazio geopolitico. UNA COMUNITA' DI DESTINO pienamente cosciente della sua Storia, della sua posizione geografica, della sua proiezione metapolitica. La Dottrina delle Tre Liberazioni è stata da noi ampiamente elaborata nell'omonimo documento, a cui rimandiamo per ulteriori approfondimenti. In questa sede ci limiteremo ad esporne le linee fondanti.

    UNITA' E "TRINITA'" DELLA LOTTA DI LIBERAZIONE
    La Liberazione Nazionale
    E' l'assunto fondamentale, fondante, primario e prioritario di ogni liberazione dell'uomo in quanto "animale sociale" e della comunità nel suo complesso. Non ci può essere libertà di alcun genere, a cominciare dai diritti personali, civili, patrimoniali, familiari ecc. in una qualsivoglia organizzazione societaria succube della volontà altrui, di un dominio straniero, imposto con l'occupazione militare prima e politico-culturale oltre che economica poi. Si noterà del resto che parliamo di Liberazione e non di LIBERTA' proprio perché quest'ultima sarebbe un dato acquisito, "la condizione di chi è già libero", mentre la nostra libertà è ancora tutta da conquistare. In tale logica vengono anche a dissolversi le differenziazioni politiche e sociali interne. "Destra" e "Sinistra", per quanto ancora possano valere certe terminologie settecentesche, si dovranno rapportare soltanto in relazione alla posizione che partiti e movimenti, sindacati e libere organizzazioni avranno rispetto alla lotta di liberazione. E', per esempio, un dato di fatto confermato anche da eventi recenti (come l'aggressione americana nei Balcani alla Yugoslavia) che quasi tutte le forze politiche parlamentari, i partiti ma anche i sindacati, sono oggettivamente COLLABORAZIONISTI DELL'OCCUPANTE AMERICANO; e come tali vanno considerati dalle forze di liberazione europee. Una Liberazione "DA", certo, ma anche una Liberazione "PER" qualcosa: una LIBERAZIONE CREATIVA, per realizzare nella Storia, cioè nel Tempo e nello Spazio geopolitico quell'Unità Continentale Eurasiatica (Europa intera attuale + Federazione Russa) che sola ci potrà permettere di mantenere un'Identità, sia come popolo che come singoli Uomini liberi. L'alternativa è l'ANNIENTAMENTO di entrambe condotto scientemente dal Progetto Mondialista che ci vuole schiavi, semplici unità indifferenziate di lavoratori-riproduttori-consumatori, macchine da fatica e tubi digerenti, fino all'eliminazione fisica in quanto non più funzionali al Grande Progetto millenario dei poche "Eletti". In pratica l'ETNOCIDIO europeo prima e il suo GENOCIDIO poi.
    La Liberazione Sociale
    La Seconda Liberazione, anche in una visione globale di GEOECONOMIA mondiale, è come ovvio strettamente correlata alla prima, anche perché nel mondo moderno il fattore economico ha prevalenza assoluta su tutto: non ci potrebbe essere speranza di Liberazione nazionale europea se non ci fosse una prospettiva possibile di LIBERAZIONE ECONOMICA e SOCIALE. Primo imperativo: rompere il rapporto di dipendenza del paese dall'economia globalizzata. Che vuol dire: la disintegrazione del Sistema Capitalista Mondialista , l'uscita dal FMI, dalla Banca Mondiale, dall'economia basata sul dollaro, l'azzeramento del debito internazionale, senza rimborso di interessi e di capitali, peraltro già abbondantemente strapagati dai popoli dissanguati dal Sistema Usurocratico della Finanza mondiale. Tutto ciò suonerebbe pura utopia idealistica, senza basi e senza speranza, se non fossimo assolutamente sicuri (anche in base alla Cultura Tradizionale di cui siamo umilmente portatori) della prossima, inevitabile IMPLOSIONE di un Sistema che si autodivora a velocità esponenziale. L'unico vero problema semmai è di non restare travolti dal crollo prossimo venturo. Pierre Thuillier ne ha magistralmente tracciato le linee nel suo famoso testo intitolato appunto: "La Grande Implosione: rapporto sul crollo dell'Occidente 1999-2002".
    La Nuova Autarchia in un Mondo multipolare
    L'unica soluzione per la sopravvivenza stessa dei popoli d'Europa e del mondo intero sarà allora, come dicevamo, l'AUTARCHIA CONTINENTALE GEOECONOMICA dell'Eurasia. La tecnologia, le menti, il capitale europeo uniti ai grandi spazi siberiani, ricchissimi di materie prime e possibilità d'insediamento, ci indicano la direzione di marcia verso la salvezza, il "ritorno alla Luce del Nord e dell'Est", alle Origini polari stesse dei popoli eurasiatici: il nostro "Far-Est"! Ma anche il Sud del mondo, con cui convivere in armonia e collaborazione, risolvendo per di più l'annoso problema migratorio con lo sviluppo reale di quei popoli così ricchi di spazio e materie prime eppur così diseredati di tutto dal Sistema Mondialista, da dover emigrare in Europa. Del resto l'Italia, come abbiamo sottolineato nelle pagine precedenti, è in particolare, per la sua posizione geografica, il perno stesso di quella unità geopolitica che è il Mediterraneo. La nostra penisola, se libera, rappresenterebbe anche la terra di collegamento tra Europa dell'ovest e dell'est, tra nord e Balcani e, soprattutto anello di congiunzione, ponte storico e geografico tra due realtà geopolitiche limitrofe: Eurasia e Africa, specie Magreb e Medio Oriente. Un ruolo geopolitico che attualmente, come occupati, ci riduce a "portaerei americana" nell'ex "Mare Nostrum", retroterra logistico per le aggressioni USA ai nostri fratelli europei e mediterranei. Un mare dominato da una marina ad esso estranea e con al suo estremo, all'incrocio di tre continenti, il bastione militare sionista integrato agli Stati Uniti.
    Il problema sociale
    Non ci potrà mai essere Liberazione Nazionale dall'occupante esterno, se non accompagnata all'interno dalla LIBERAZIONE SOCIALE del Popolo organicamente inteso. Il sistema capitalista dovrà essere liquidato all'interno dei singoli paesi come residuo di un passato folle e barbaro di dominazione del denaro sull'uomo. I grandi capitalisti non sono altro che dei "Corruttori di popoli", degli apolidi di lusso, sanguisughe e vampiri che si nutrono del sudore e del Lavoro Produttivo dei singoli e delle Nazioni nel loro insieme. Lo ribadiamo ancora una volta: non esistono capitalisti, finanzieri e banchieri italiani, francesi, tedeschi, inglesi, giapponesi o anche americani, e via elencando; bensì esistono solo grandi-capitalisti Mondialisti, cosmopoliti nell'animo e nella vita reale, nemici tutti dei rispettivi popoli, delle nazioni di cui hanno il passaporto (spesso più di uno). La mentalità capitalista, le cui origini furono così ben individuate negli studi di Sombart e Weber, deve essere considerata a tutti gli effetti un'aberrazione mentale, una patologia unicentrica ossessivo-compulsiva, una peste bubbonica che ha infettato il mondo intero, un cancro che uccide le risorse del pianeta, anzi la Terra medesima, divorandone l'habitat e le risorse, inquinandone irrimediabilmente aria, acqua, terra, flora, fauna e …6 miliardi di persone.
    Le Tre Proprietà
    Un serio piano anticapitalista contro la Crisi Globale Mondialista alle porte dovrà essere quanto mai radicale; e la prima esigenza di Liberazione Sociale deve passare per un cambiamento radicale di mentalità rispetto a Proprietà e Lavoro. Se sul piano dei rapporti con il SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali) si prevede la pura e semplice ESPROPRIAZIONE COMUNITARIA di beni, proprietà e servizi dell'occupante "economico-sociale", la Nazionalizzazione di Banche, Trust, Assicurazioni, Multinazionali, grandi concentrazioni industrial-finanziarie ecc.. la politica interna dovrà ricostruirsi sulla base di TRE TIPI DI PROPRIETA':
    LA PROPRIETA' NAZIONALIZZATA, LA PROPRIETA' SOCIALIZZATA, LA PROPRIETA' PRIVATA A FINE SOCIALE.
    1)- La proprietà nazionalizzata si riferisce a tutti quei beni e servizi che concernono la Comunità Nazionale nel suo insieme, quindi anche ma non solo tutti i cittadini che ne fanno parte. Oltre banche, assicurazioni, grandi industrie, tutto quel che riguarda le fonti energetiche, le materie prime, i servizi pubblici, i trasporti e le telecomunicazioni, l'informatica, l'industria bellica, il vettovagliamento essenziale, i materiali e prodotti strategici, la scuola, la salute, ecc…ecc… Insomma tutto ciò che rientra nel pubblico interesse e nella difesa della patria da ogni forma di influenza esterna.
    2)- La proprietà socializzata si applica ovunque nel mondo del lavoro siano in gioco gli interessi e l'opera dei lavoratori stessi, di quel determinato settore in cui sono impiegati. Esclusi i settori del primo punto. Con la partecipazione azionaria e la gestione diretta partecipativa, tutti i lavoratori diventeranno essi stessi proprietari in solido dell'impresa. Che assicuri a loro ed alle famiglie una vita ed una vecchiaia serene, dignitose e felici. Con particolare attenzione alla sicurezza e garanzia del lavoro stesso per tutti ed alla QUALITA' della vita in un habitat rigenerato.
    3)- La proprietà privata, a fine sociale. Il Comunitarismo garantisce ad ognuno la proprietà privata dei beni e, in parte, di alcuni mezzi di produzione, che completano la sfera della personalità umana. Tuttavia la proprietà privata non solo, ed è lapalissiano, non dovrà mai andare contro l'interesse generale della Comunità di appartenenza, ma anzi, al contrario, dovrà avere fine sociale, favorendo con l'interesse del singolo quello dell'insieme; es. la casa non lasciata sfitta o la piccola industria che non inquini. Pena l'immediato esproprio. Finché ci sarà anche una sola persona senza lavoro, senza casa, senza istruzione, senza assistenza sanitaria e sociale, senza alimentazione garantita e sana, non ci sarà ancora uno stato civile degno di questo nome. La Liberazione Sociale marcia di pari passo con la liberazione nazionale dei popoli. E con la loro LIBERAZIONE CULTURALE.
    La Liberazione Culturale
    Una delle forme più subdole, pericolose e durature di dominazione straniera su un popoli è quello della dominazione in campo culturale, nell'accezione più estesa del termine. Fino ad arrivare a quello che è stato definito l' ETNOCIDIO di un popolo; cioè la distruzione della sua cultura, della sua lingua e tradizione, della sua storia e della sua coscienza geografica, della Posizione e dello Spazio occupato nel consesso dei popoli del mondo. Distruzione che prepara spesso un genocidio reale. Anche l'aborto indiscriminato serve allo scopo. La criminalizzazione della Geopolitica è servita per quasi cinquant'anni come strumento di dominazione straniera, per far perdere agli europei la coscienza stessa della loro identità e posizione, oltre che storia, a tutto vantaggio della potenza imperialista occupante. Una delle forme per la dominazione geopolitica del mondo. Da 55 anni gli europei e gli italiani in particolare "pensano americano". Fin da piccoli siamo stati allevati a musica americana, cinema e tv americane, moda e cibi americani, dobbiamo conoscere il basic english della nuova koiné mondiale anche per comunicare tra noi e il mondo; l'America "fa tendenza" sempre e comunque. E quando non ci riesce usa le bombe. E soprattutto l'Americanismo ha fatto la storia e la geografia per tutti noi; in particolare quella del secolo oramai al tramonto. Storia di "eroici giovani americani che lasciano le loro case, i padri fieri e le mamme piangenti, per venire a liberarci da terribili tiranni, rossi, neri o verdi - fascisti, marxisti e marziani compresi - che volevano conquistare il mondo" (quello che, guarda caso, poi hanno conquistato proprio gli americani, novelli israeliti dal "Destino Manifesto")!
    "NOTRE EUROPE"
    E' GIUNTA L'ORA DI LIBERARCI DEI "LIBERATORI"! Di rimandarli a casa mammine, con le loro gambe o anche senza…come preferiscono. E' giunta, da subito, l'ora di ritrovare le nostre radici, latine e germaniche, celtiche e vichinghe, slave ed ugrofinniche, indoeuropee ed eurasiatiche; l'ora di recuperare la nostra MEMORIA STORICA assieme alla nostra COSCIENZA GEOGRAFICA, per ottenere la LIBERTA' POLITICA e la DIGNITA' SOCIALE. "L'Europa è un luogo geopolitico, ma anche un luogo dell'anima, un Mito capacitante che continua a suscitare, all'alba del nuovo millennio, una Volontà più forte delle contingenze storiche del momento e che si riaffaccia continuamente nei secoli come realtà positiva, da realizzare come NECESSITA' per tutti i popoli che la abitano" (da "La Dottrina delle Tre Liberazioni"). L'Europa è stata da sempre simbolo di Cultura e Civiltà, contrapponentesi alla spengleriana civilizzazione americana, di quell'America che è nata come "pattumiera dell'Europa". Europa Imperiale e quindi antimperialista. Europa oggi: angolo sud-orientale del "Nord" ricco del mondo, periferia esposta dell'impero americano, sempre pronto a sacrificarla, anzi…"liberarla" dei suoi stessi abitanti in nome di un sanguinario dio di vendetta, ridotto ad occhio minaccioso al centro di un triangolo: il Dio Dollaro e i suoi empi sacerdoti e leviti dalle mani e dalle vesti lorde di sangue innocente. Europa domani: Nuovo Asse del mondo, baricentro di Potenza, avanguardia quadricontinentale delle lotte di Liberazioni continentali che saranno il destino del XXI secolo.
    La Cultura come arma di lotta rivoluzionaria
    Il Grande Timoniere della Cina moderna, il Presidente Mao Tse-Tug è stato uno dei maestri di lotta e pensiero del secolo. Ed aveva ben compreso il ruolo rivoluzionario della cultura. Come l'Imam Komeini lo comprese per la religione. In ordine temporale la nostra RIVOLUZIONE CULTURALE di LIBERAZIONE è il primo impegno da intraprendere, per risvegliare i nostri popoli da un secolo di droga mentale e fisica, di incubi della Ragione e disperazione della Fede nel futuro. Ma sia chiaro che parliamo di Cultura etimologicamente intesa; noi vogliamo "coltivare" il nostro popolo, restaurare la vera Cultura Tradizionale. Non ci interessa la "cultura per la cultura", il vuoto nozionismo universitario. La nostra cultura, che è sangue e spirito, sta a quella accademica nello stesso rapporto antitetico con cui la Geopolitica sta alla geografia scolastica fatta di "cinque continenti". Non crediamo, non abbiamo mai creduto ai falsi profeti della rassegnazione, della sconfitta, della capitolazione, della resa a discrezione, del pentitismo, dell'inutilità della politica militante fra il popolo e sul territorio, per favorire sterili cenacoli intellettualistici; sempre in attesa di un distratto gesto di condiscendente riconoscimento da parte dei "Soloni" della pseudocultura dominante del Pensiero Unico mondialista, in tutte le sue forme e manifestazioni.
    Ripetiamoci fino alla noia: anche i più seri "imput" culturali, metapolitici non hanno valore se sono scissi dal Politico, non funzionali allo scopo finale : la Liberazione della Comunità Nazionale dalla colonizzazione culturale e politica. La nostra vera " Universita' ", d'estate, d'inverno, in ogni stagione, dev'essere in mezzo al popolo, ad insegnare ed imparare, a predicare la Liberazione Integrale e apprenderne le vie di realizzazione. Le Tre Liberazioni, alla luce della Dottrina Geopolitica di analisi dei rapporti internazionali ed interni dei popoli e continenti, non possono esistere separatamente l'una dall'altra. Esse sono strettamente correlate, interdipendenti ed interagenti. Rappresentano la scelta dell'avvenire di un'Europa libera che riscopre la trifunzionalità delle sue categorie tradizionali: il Sacerdote, il Guerriero, il Contadino, nelle moderne vesti di Sapiente, Militante, Produttore. Nel segno della prisca Roma di Juppiter/Mars/Quirinus; della seconda Roma: Costantinopoli-Bisanzio-Istanbul, pagana, cristiana, islamica. E alfine della Terza Roma: Mosca Europea, Asiatica, Universale.
    E' LA NUOVA TRINITA': DELLA RESTAURAZIONE DELL'UOMO INTEGRALE, DELLA RESURREZIONE DEI POPOLI, DELLA RISCOPERTA DEI CONTINENTI, ALL'ALBA DEL TERZO MILLENNIO.

  3. #3
    Nimmo
    Ospite

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    Limiti geopolitici del Continente Eurasia

    Dopo l’improvviso crollo dell’Unione Sovietica e la fine della divisione politica dell’Europa in due blocchi contrapposti, a risorgere dalle ceneri di Yalta non è stato solo il Vecchio Continente ma anche la Geopolitica. Possiamo anche dire l’una in conseguenza dell’altro, in naturale simbiosi.
    Dottrina ostracizzata e demonizzata nel dopoguerra come “pseudoscienza nazista”, oggi le analisi geopolitiche riempiono le pagine di giornali, periodici, rotocalchi, arrivando persino talvolta ad intrufolarsi, QUASI SEMPRE A SPROPOSITO, nei discorsi di politici e politologi.
    Un termine geopolitico che, seppur molto a fatica, si sta facendo strada nelle analisi degli esperti, o presunti tali, è quello di EURASIA.
    Forse uno dei più abusati nell’uso che se ne fa ora, quanto fumoso nei reali contorni storico-geografici.
    Anche per le evidenti implicazioni di politica internazionale che esso rappresenta e sempre più rappresenterà nel futuro prossimo.
    Eppure Eurasia, nella terminologia geopolitica, è un CONTINENTE che ha un ben preciso connotato geografico.
    Intanto bisogna sfatare un luogo comune giornalistico, facilmente veicolabile dalla parola stessa, chiaramente composta da “Europa” e “Asia”; e cioè che essa non sia altro che la somma dei due continenti dei quali, in effetti, geograficamente parlando, è innegabile l’unitarietà, essendo l’Europa nient’altro che un prolungamento ad ovest della massa terrestre asiatica, una penisola di grosse dimensioni dell’Asia stessa.
    Europa a sua volta suddivisa in penisole (la Scandinavia, l’Iberia, la penisola italica…e isole).
    Se a questa unità dovessimo aggiungere l’Africa, avremmo quello che si denomina il Vecchio Mondo (meglio “Mondo Antico”) contrapposto all’altra grande massa di terre emerse che è l’America (le Americhe): potremmo definirla EURASIAFRICA, con un neologismo ridondante.
    In verità le cose non stanno affatto così.
    Bisogna prima di tutto ricordare che la suddivisione dei continenti considerata dagli studiosi di geopolitica NON corrisponde a quella che ci hanno insegnato fin dalle elementari, cioè i 5 Continenti: Europa, Asia, Africa, America, Australia (i cinque cerchi colorati del vessillo olimpico).
    Per la geografia classica i continenti sono masse di terra emersa circondate da mari e oceani ed atte alla vita dell’uomo; la qual cosa spiega, per esempio, perché l’Antartide, vera isola-continente a se stante, terra perennemente ricoperta di altissimi ghiacciai, non sia mai considerata come tale e semmai posta in parallelo all’Artide, notoriamente fatta solo si ghiaccio.
    Già da questa definizione possiamo dedurre che l’Europa appunto NON è un “continente” neanche per la geografia cattedratica ufficiale, rispondendo solo su tre lati alla caratteristica dell’isolamento marino e oceanico.
    Ad est il confine con l’Asia corre lungo la catena degli Urali per oltre 2000 km., da Circolo Polare Artico, al fiume Ural e al Caspio.
    Montagne non particolarmente alte, 1000/1500 metri e che al centro e sud degradano verso la depressione caspica. Poco più che un sistema collinare esteso in verticale.
    Nei millenni gli Urali non hanno mai rappresentato un vero baluardo alle migrazioni di popoli, in un senso e nell’altro, come dimostrano tra le tante le invasioni mongoliche della Russia e la colonizzazione russa della Siberia.
    In Geopolitica i continenti sono quelle aree della Terra che, per le loro caratteristiche di OMEGENEITA’, CONTIGUITA’, INTERDIPENDENZA economica, politica, umana, rappresentano una UNITA’, geografica e [quindi] anche storica; favorendo migrazioni di popoli, interscambi, conquiste che passano per alcuni nodi geostrategici essenziali.
    E si badi bene: queste Aree Geopolitiche Omogenee NON sono nettamente confinanti l’una con l’altra, ma intersecantesi tra loro. Proprio come i cerchi olimpici rappresentati l’uno concatenato all’altro.
    Ecco perché le aree confinarie, sul modello non del confine moderno ma del limes romano, sono rappresentate da fascie, molto estese e non nettissimamente definibili.
    Così uno o più stati odierni possono appartenere ad almeno due unità geopolitiche confinanti, anzi intersecatesi.
    Esempio: le penisole meridionali della grande penisola Europa, Iberia, Italia, Grecia sono certamente eurasiatiche (nel senso che specifichiamo oltre), ma contemporaneamente e altrettanto certamente Mediterranee.
    Il Mediterraneo (in medium terrae) infatti, mare chiuso, con numerose isole e penisole e con stretti che lo collegano sia all’Atlantico, che al Mar Nero e al Mar Rosso/Oceano Indiano (specie dopo l’apertura del canale di Suez) è esso stesso un’unità geopolitica.
    Non separazione, ma passaggio e collegamento tra le sue coste a nord e a sud, in Medio Oriente e nord-Africa, fin dai tempi più remoti.
    La posizione privilegiata della penisola italica al centro, con la Sicilia come nodo strategico di controllo (si pensi al ruolo decisivo del suo possesso nello scontro mondiale tra Roma e Cartagine o durante l’avanzata islamica o anche nell’invasione USA del continente nel 1943), spiega, per esempio, come gli etruschi prima e i romani poi siano stati per secoli i dominatori dell’area e questi ultimi gli unificatori totali del bacino mediterraneo.
    A sua volta il nordafrica arabo-islamico rappresenta un’altra catena intersecantesi con l’Europa attorno a questo mare, fino alle propaggini mediorientali; mentre il vero baluardo tra Magreb e “Africa Nera” corre a sud, nel vasto mare non di acqua ma di sabbia che, dopo il Sahel arriva alle savane e alle boscaglie nel cuore dell’Africa.
    Sahel e savana sono la loro elissi di congiunzione.
    Avendo sempre ben presenti questi presupposti, torniamo alla nostra Eurasia.
    L’unità geopolitica dell’Eurasia è allora rappresentata dalla penisola Europa, ben oltre la non rilevante “strozzatura” tra Kalinigrad e Odessa, fino agli Urali E l’intera Siberia, fino al mare di Okhotsk/Mar del Giappone, con a sud Vladivostock, la “Porta d’Oriente” e a nord lo stretto di Boering. Uno stretto peraltro superato nei millenni passati dalle popolazioni siberiane che raggiunsero il continente poi americano, percorrendolo da nord a sud, nonché da esploratori russi che arrivarono fino a metà dell’attuale California !
    Il VERO confine dell’ Eurasia, come unità sia geografica che politica, è quindi dato a nord dal Mare Glaciale Artico fino al Polo, ad ovest dall’Atlantico (vero separatore storico-geografico di due masse continentali ben distinte), a sud dal Mediterraneo/Bosforo/Mar Nero, fino al Caspio, lungo la linea meridionale del Caucaso.
    In Asia poi, da sempre, sono i deserti centroasiatici e le grandi catene montuose ad aver rappresentato il più naturale ostacolo tra “bacini geopolitici omogenei”; certo non insuperabili, ma comunque tanto ben netti da creare diversi tipi di civiltà, almeno fino all’avvento della moderna tecnologia di movimento.
    Per esser più precisi, partendo dal nord-Caspio e fiume Ural, potremmo indicare nel 50° PARALLELO all’incirca la linea di separazione tra Eurasia “bianca” (termine che usiamo senza alcuna connotazione razziale”) e Asia Turcofona; una fascia quest’ultima a sua volta storicamente omogenea, che corre dalla costa mediterranea della repubblica turca fino ai bassopiani delle ex repubbliche sovietiche islamiche e al Sinkiang cinese; Tagikistan escluso, il quale, a sua volta fa parte di quell’Islam “ariano” che comprende Iran, Afghanistan e Pakistan, fino al tradizionale confine dell’Indo.
    Oltre inizia il “subcontinente indiano” che, protetto a nord dal bastione himalayano, ha sviluppato nei millenni una sua civiltà autonoma, che oggi conta ben oltre un miliardo di individui.
    Altra unità geopolitica l’Asia “gialla” con Cina - Mongolia - Corea - Giappone e poi Birmania - Indocina - Thailandia - Malesia fino agli arcipelaghi meridionali che, con l’Indonesia e la Guinea rappresentano il “ponte di isole” verso la grande isola-continente Australia.
    Tornando alla nostra Eurasia a nord del 50° parallelo del Kazakhistan, ancora abitato da forti minoranze russe post-sovietiche, possiamo considerare l’attuale confine russo-mongolo-manciuriano, dagli Altaj fino all’Amur-Ussuri come il confine tra i due mondi, le due “Asie”, o meglio l’Eurasia propriamente detta e le altre unità geopolitiche della più grande massa continentale mondiale.
    Notiamo per inciso che il baricentro di questa Eurasia, praticamente la Siberia nord-occidentale a ridosso degli Urali, fu indicato dal geopolitica inglese Sir Halford Mckinder, all’inizio del secolo scorso, come il famoso HEARTLAND, il “Cuore della Terra”, cioè il retroterra logistico della massa continentale più lontano e difendibile dall’attacco di una potenza marittima (ieri Impero Britannico, oggi Stati Uniti).
    Nel conflitto planetario tra il “Mare” e la “Terra”, intese come categorie geopolitiche in conflitto, il possesso dell’Heartland assicurerebbe il controllo dell’Eurasia, quindi dell’Isola Mondo, quindi del mondo intero.
    Le recenti invasioni americane di Afghanistan e Iraq, con minacce all’Iran e alla Corea del Nord e gli avamposti nel Caucaso (Georgia) e nelle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, possono essere letti (non solo, ma anche e diremmo principalmente) come il tentativo di penetrare quanto più possibile all’interno della massa continentale, verso l’Heartland appunto: mirando da una parte al “ventre molle” della Russia ancora non ripresasi dalla crisi post-sovietica dell’implosione dell’impero e dall’altra alle spalle “terrestri” della Cina, il cui baricentro politico e demografico è tutto spostato a oriente, verso il mare e le cui retrovie terrestri sono abitate in buona parte da popolazioni non-cinesi (Uiguri, Tibetani, Mongoli).
    La geostrategia della talassocrazia americana da due secoli a questa parte è di una tale linearità, a prescindere dal succedersi delle “amministrazioni” al potere a Washington, da non lasciare alcun dubbio sugli effettivi intenti anti-eurasiatici degli Stati Uniti d’America.
    I quali possono sempre contare sull’inviolabilità del proprio continente isola, almeno fino all’ 11 settembre 2001…
    A occidente dell’Eurasia le isole atlantiche e in particolare l’Islanda fanno parte sempre della storia e della geografia d’Europa, almeno dalle spedizioni vichinghe in poi.
    Notiamo infatti come la grande epopea scandinava sia arrivata da una parte alle coste americane (la Groenlandia e la Vinlandia) e dall’altra abbia attraversato per via fluviale l’intera Russia, dal Baltico al Mar Nero, per non parlare dei Normanni in Sicilia.
    L’unità eurasiatica da Reykjavik a Vladivostok, al di là dell’assonanza, è quindi una REALTA’ GEOPOLITICAMENTE (cioè geograficamente e storicamente) OMOGENEA.
    L’Islanda in questo senso, per la sua collocazione nord-Atlantica, non è solo parte integrante del mondo europeo scandinavo, ma eventualmente avamposto della difesa dell’Eurasia in quel settore, contro la minaccia marittima dell’altro lato dell’Atlantico. Non per nulla, cosa poco nota, fu occupata subito dalle truppe angloamericane che attaccavano la “Fortezza Europa” nella II Guerra Mondiale.
    La Groenlandia stessa, legata oggi alla Danimarca, pur se lontana geograficamente, è parte di questa storia europea.
    E’ la più grande isola del mondo, con i suoi 2.175.000 kmq.
    Thule (l’attuale Qaanaaq) tra lo Stretto di Nares e la Baia di Baffin è l’estremo avamposto proprio di fronte alla costa americana. Per esser precisi alle isole del nord Canada.
    L’Eurasia unita delineata dalla Geopolitica sarebbe indubbiamente il più esteso stato del mondo, con una popolazione etno-culturalmente omogenea, ma con una ricchezza di minoranze che rappresenterebbero i naturali punti di saldatura con le nazioni e i popoli delle altre “nicchie geopolitiche” confinanti: arabo-mediterranea, turche, iraniche, sino-mongoliche.
    E non dimentichiamo che lo stesso continente americano, sia quello “latino” ispano-lusitano a sud che, a nord, il Quebec francofono, hanno ancor oggi strettissimi rapporti di sangue, di lingua, di civiltà con il nostro mondo e l’Eurasia così delineata.
    L’Eurasia inoltre, per le sue dimensioni e la sua potenza, per la sua cultura e la sua pluralità creativa, rappresenterebbe un fattore di stabilità, di pace e di vero progresso nella Tradizione per tutti i popoli al di qua dell’Atlantico e del Pacifico.
    Una stabilità di equilibrio offerta soprattutto dal riconoscimento dei rispettivi limiti geopolitici di appartenenza, in sinergica collaborazione tra aree comunque autarchicamente autosufficienti.
    Ma, ovviamente, anche gli strateghi mondialisti della superpotenza oceanica USA conoscono la Geopolitica, le sue regole, i suoi confini.
    Essa è materia di studio nelle università americane e nei centri strategici militari.
    Del resto è già dai tempi dell’Ammiraglio Mahan che le FFAA U.S.A hanno tracciato le linee espansive della loro geostrategia planetaria.
    Il mito mobilitante del “Far West”!
    La marcia ad Ovest che prosegue idealmente il viaggio previsto da Colombo dall’Europa all’Asia, prosegue tutt’ora.
    Oggi in Afghanistan, in Iraq, in Medio Oriente, con la base fissa di Israele, domani ancor oltre contro Cina e Russia: QUINDI contro il nostro retroterra strategica, di noi europei.
    Già l’Europa occidentale fu sottomessa nella II Guerra Mondiale e incatenata nei trattati asimmetrici con al centro l’America, come la NATO, oramai superata, attorno all’asse oceanico atlantico.
    Una logica geopolitica “marittima” che ritroviamo nell’opera del trilateralista Huntngton.
    La nuova Europa che si tenta oggi di formare sarebbe solo un moncherino se fosse privata della sua naturale proiezione geopolitica siberiana, delle sue materie prime , ma soprattutto del suo SPAZIO vitale che in Geopolitica fa la potenza di uno stato, anzi E’ POTENZA.
    Lo scontro tra Eurasia e America, fra Terra e Mare, fra Civiltà tradizionale e Mondo Moderno, tra Imperium e globalizzazione è inevitabile alla lunga, perché iscritto nelle leggi immutabili della Storia e della Geografia.
    O sapremo riconoscere l’inevitabilità del nostro destino geopolitico ed agire di conseguenza o saremo destinati a scomparire in un pulviscolo di staterelli impotenti, assoggettati tutti dall’unico comune denominatore dell’american way of life, il vero nome della globalizzazione mondialista.

    Carlo Terracciano

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    2001: Palestina anno zero
    La Palestina nel Terzo Millennio tra geografia sacra e geopolitica


    di Carlo Terracciano

    Quello che segue è un saggio geopolitico di Carlo Terracciano sulla questione palestinese; non ostante siano passati quattro anni dalla sua composizione, rimane comunque un'interessante analisi e documento.


    “Ho stretto un’Alleanza con i miei eletti, ho giurato a Davide mio servo:
    -Sino all’eternità stabilirò il tuo seme, ed edificherò di generazione in generazione il tuo trono”.
    Salmo LXXXVIII, 4-5.


    “La nuova voce ebraica parla per bocca dei fucili. Questa è la nuova Torah della terra di Israele.
    Il mondo è stato incatenato alla follia della forza fisica”.
    Judas Magnes Presidente dell’Università ebraica di Gerusalemme dal 1926.



    UN’ABORTO ANNUNCIATO

    All’avvento del XXI secolo e Terzo Millennio dell’era cristiana la questione Palestina rimane uno dei nodi irrisolti della politica mondiale. A 53 anni dalla proclamazione di Medinat Israel, lo Stato di Israele, avvenuta il 14 maggio del 1948, il conflitto divampa più sanguinoso che mai e si è ancora ben lontani dalla nascita di uno Stato Palestinese più volte annunciato.
    Uno stato che, comunque, si prospetta fin d’ora come una vera assurdità in termini geopolitici; un’entità politica ed economica dissezionata e già morta prima ancora di nascere, con pezzi della Cisgiordania (la Giudea e Samaria per gli ebrei), la striscia di Gaza (e non tutta), e mezza capitale a Gerusalemme, il tutto da collegarsi con strade attraverso Israele, che manterrebbe in ogni caso il controllo agli accessi con il restante mondo arabo.
    I geopolitici definiscono uno STATO POLIMERICO quello formato da parti territoriali separate e non confinanti: esempio tipico il Pakistan Orientale staccatosi dal nucleo principale d’occidente nel 1971 con il nome di Bangladesh, dopo una guerra cruenta e semisconosciuta in occidente, che costò milioni di vite umane e di profughi.
    Altro precedente storico emblematico fu quello della Prussia Orientale, staccata dal corpo territoriale della Germania per dare ai polacchi un corridoio con sbocco al mare, dopo la I Guerra Mondiale: e fu il casus belli della II°!
    Nella situazione palestinese saremmo in presenza di un vero “aborto statuale”, una creazione ufficiale che non potrebbe materialmente sopravvivere senza “l’aiuto” esterno. Si pensi solo al grande problema di questo secolo in Medio Oriente: l’acqua. E con milioni di palestinesi dei campi profughi da far tornare!

    LA PALESTINA NELLA GEOSTRATEGIA CONTINENTALE

    Nel passato XX secolo abbiamo avuto le due più grandi conflagrazioni belliche mondiali della storia terrestre, l’avvento ed il crollo di movimenti rivoluzionari della portata del comunismo e del fascismo, la perdita della centralità politica internazionale dell’Europa e la decolonizzazione, l’implosione ed il crollo dell’Unione Sovietica, e prima la fine del Giappone, l’affacciarsi della Cina e dell’India come grandi potenze d’Asia, per non citare che gli esempi più importanti tra mille guerre, nascite di nuove nazioni e disintegrarsi di altre, come la frantumazione balcanica recente.
    Ma soprattutto il secolo ventesimo dell’era cristiana può a ragione definirsi il “secolo americano”.
    L’America ha imposto al mondo la propria egemonia e controllo, con due Guerre Mondiali, la seconda in particolare, e decine di interventi in ogni angolo del pianeta. Le navi, gli aerei, i satelliti col marchio USA dominano sui continenti, sugli oceani e nello spazio esterno; e la bandiera stellata è arrivata sulla Luna e su Marte. Ma soprattutto è la pseudo cultura americana ad essersi affermata ovunque, è il basic english statunitense a rappresentare la lingua di comunicazione planetaria, dagli aeroporti alla Borsa Mondiale, dai consessi internazionali a Internet.
    Gli Stati Uniti sono “i poliziotti mondiali”, giudici e arbitri, che dominano governi ed istituzioni globali.
    E gli Stati Uniti sono i grandi sostenitori, gli sponsor dello stato di Israele dalla sua nascita, che peraltro ebbe anche la “benedizione” dell’URSS staliniana e dei suoi satelliti all’inizio della guerra fredda, quando le monarchie arabe reazionarie dipendevano ancora dai mandatari coloniali anglo-francesi.
    Le motivazioni profonde del rapporto organico imprescindibile tra Israele ed USA (la “Seconda Israele” per i fondamentalisti biblici americani) sono molteplici e qui proposte nei molteplici aspetti; non ultima la ovvia solidarietà e comunione d’intenti tra le lobbies ebraiche del Vecchio Mondo e di quello Nuovo.
    E’ stato più volte notato che quello israeliano NON è uno “stato come tutti gli altri”, a parte ovviamente ogni pretesa degli interessati stessi di rappresentare IL popolo di Dio, al quale lo Stesso avrebbe offerto in dono quella terra in particolare (facendone quindi uno STATO TEOCRATICO de facto che si avvia a divenirlo anche de jure).
    Con la famigerata “Legge del Ritorno” ogni ebreo, (figlio di madre ebrea) in qualsiasi parte del mondo ha per ciò stesso il diritto di “ritornare” (?) in Israele, anche se non ne professa la religione, non ne parla la lingua, non ha mai avuto rapporti col sionismo e gli Israeliti storici ecc…
    Si pensi soltanto al caso estremo dei “falshià” etiopi, letteralmente prelevati dalla loro terra d’origine con un ponte aereo. E nel mondo arabo, proprio la nascita dell’entità israeliana costrinse gli ebrei che avevano convissuto per secoli con gli arabi e mussulmani a far le valigie in tutta fretta.
    Mentre ai palestinesi che vi abitavano prima della cacciata è proprio la possibilità del ritorno che si nega oggi.
    E’ poi noto che senza la Shoah, od Olocausto che dir si voglia, i sionisti non avrebbero avuto la spinta determinante dell’opinione pubblica e dei governi, USA in testa, a fondare il loro insediamento in Palestina: “Il genocidio è un elemento di giustificazione ideologica per la creazione dello Stato di Israele” (Tom Segev, cit. da Roger Garaudy ne “I miti fondatori della politica israeliana”).
    Solo un serio confronto e dibattito tra storici e non l’isterica criminalizzazione del “Revisionismo” potrà portare un domani a qualcosa che si avvicini alla “verità storica”. Ma è certo che i difensori aprioristici della “tesi sterminazionista” divengono per ciò stesso i migliori garanti ideologici del sionismo. NON si può credere nei “sei milioni”, nelle “camere a gas” e nel “piano di sterminio” e sostenere contem-poraneamente la causa palestinese!
    L’attuale tragedia della Palestina araba e islamica è il frutto avvelenato, diretto e conseguenziale del processo di Norimberga e di tutta l’annessa “mitologia”, rinnovata quotidianamente fino all’ossessione in libri, film, conferenze e via elencando. Unita all’altro “mito fondatore” del Sionismo: “dare una terra senza popolo ad un popolo senza terra”, cioè due menzogne in uno slogan, non essendo gli ebrei “senza terra” ma avendo anzi “tutta la Terra” a disposizione come cosmopoliti per vocazione (anche prima delle distruzioni del Tempio) e non essendo ovviamente la Palestina un deserto disabitato ma una fiorente terra di insediamento arabo, parte integrante dell’Umma Islamica.

    U.S.A. e ISRAELE: LE VERE RAGIONI GEOPOLITICHE

    La verità è che Israele rappresenta per gli Stati Uniti d’America un AVAMPOSTO GEOSTRATEGICO FONDAMENTALE, al centro delle masse continentali eurasiatiche e africane, nonché il punto centrale di controllo di Mediterraneo e Medio Oriente.
    Quinta potenza militare del mondo, unica potenza atomica non dichiarata, Israele è il BASTIONE DELL’IMPERIALISMO TALASSOCRATICO USA piantato nel baricentro della più estesa massa di terre emerse, l’Eurasia, e nel cuore della Nazione Araba e della Comunità Islamica, proprio nel punto di confluenza tra varie entità etno-storiche-culturali che la formano.
    L’alleanza fondamentale tra la grande potenza globale e la piccola entità sionista, cementata dalla comunanza etnica della parte trainante della popolazione statunitense, è indispensabile a entrambe.
    Lo è chiaramente per Israele che non sopravviverebbe senza i dollari e gli armamenti americani, ma anche senza la rete di alleanze della superpotenza mondiale, sia la NATO sia i patti bilaterali con i governi arabi collaborazionisti.
    Lo è in egual misura per gli USA, per i quali Israele è il pilastro fondamentale dell’ARCO DI FORZA con cui si congiungono le due masse continentali dell’Atlantico.
    La presenza sionista in Palestina è assolutamente indispensabile agli Stati Uniti d’America, cioè ai potentati economico-finanziario-militari dominanti, per avere il “SEA POWER” Mediterraneo, il contenimento della potenza egemone terrestre russa (ma anche il “ricatto” politico e finanziario sulla Germania riunificata, cioè sull’Europa) e contemporaneamente il controllo sul mondo arabo e sulle rotte petrolifere.
    Dal Golfo Persico partono le “rotte dell’energia”, vitali al Giappone ad est (l’altro potenziale rivale economico) e, attraverso Mar Rosso e Mediterraneo, all’Europa.
    Il possesso di questo nodo gordiano strategico su base continentale assicurerà per buona parte il dominio globale planetario nel XXI secolo ineunte.


    MANO ALLE CARTE

    Basta guardare una carta geografica per rendersene conto.
    La Terra è formata per il 71% di acqua e per il restante di terre emerse, sostanzialmente suddivise tra due grandi concentrazioni principali: i tre continenti della geografia classica, Europa-Asia ed Africa + la propaggine australiana, contrapposti alle Americhe.
    Un vasto sistema di mari interni, collegati da stretti facilmente controllabili penetra profondamente all’interno del cosiddetto “Vecchio Mondo”, consentendo una navigazione relativamente sicura e interscambi d’ogni tipo. Mediterraneo, Mar Rosso, Mar Nero sono stati la culla delle più antiche civiltà, spesso formatesi attorno a fiumi navigabili che rendevano ricche zone altrimenti desertiche.
    La Geopolitica per parte sua prende in considerazione Unità Geopolitiche Pluricontinentali intersecantesi e sovrapponentesi in alcune aree: l’Eurasia (cioè Europa + Russia), Mediterraneo (Europa Meridionale e Nordafrica + Vicino Oriente), Asia “gialla” sino-nipponica, subcontinente indiano ecc…
    La Palestina si trova dunque esattamente nel baricentro della nostra area geopolitica eurasiatico-mediterraneo-mediorientale! E’ il punto di convergenza dove si scaricano le forze contrapposte delle unità geopolitiche suddette.
    La sua posizione a cavallo tra i due mari interni (Mediterraneo-Mar Rosso) ad un passo dal canale di Suez e non lontana dal Golfo Persico, la rende inoltre strategicamente determinante per i collegamenti tra i due oceani Atlantico e Indiano, cioè sulla rotta dell’energia mondiale moderna.
    Già nell’antichità del resto la zona siro-palestinese rappresentava il terminale terrestre della “Via della Seta”, il punto d’imbarco di sete, oro, spezie, schiavi ecc… per l’Europa.
    Non solo.
    La Palestina si trova anche perfettamente al centro di quell’arco territoriale definito dai geopolitici “Mezzaluna Fertile” o “Inner Crescent”, cioè la striscia di terreno fertile e coltivabile dato dai sistemi fluviali Tigri-Eufrate, [che separa l’area desertica arabizzata dall’altopiano turcofono e da quello curdo-iranico, non distante dalle propaggini meridionali caucasiche], Giordano e delta nilotico.
    E’ proprio l’area di sviluppo delle grandi civiltà del passato: egizia, siro-babilonese, ellenistica. “Civiltà Potamiche Irrigue”, come appunto le definisce la Geografia Politica che hanno favorito produzione e scambi in prossimità di mari chiusi, navigabili a vista, ma anche il formarsi di concentrazioni statuali di tipo autocratico, prodromo dei grandi imperi della storia. L’importanza dell’acqua potabile in aree aride a forte concentrazione abitativa è proprio uno dei fattori di destabilizzazione per il presente e il futuro.
    Non a caso il piano sionista originario, la “Grande Israele”, andava proprio dall’Eufrate al Nilo!
    E comprendeva comunque entrambe le sponde del Giordano.
    C’è da aggiungere che lo stato sionista che è poi nato si colloca nel bel mezzo dell’Umma Islamica (la Mezzaluna è anche il simbolo internazionale dell’Islam), tagliandola nettamente in due con la sua propaggine nel deserto del Negev, fino allo sbocco a Eliat sul Mar Rosso.
    E ne occupa una delle tre città sante (Gerusalemme/Al Qods per gli islamici, cioè appunto “la Santa”), come diremo poi.
    Quindi Israele rappresenta anche per gli alleati americani l’anello di congiunzione tra l’Alleanza Occidentale, in sostanza la NATO e i governi arabi alleati nella penisola arabica, a cominciare dalle monarchie giordana e saudita, tanto funzionali alla strategia globale americana, essendo confinanti o prospicenti ai nemici giurati degli USA: Siria, Iraq e Iran.
    La politica estera israeliana di mezzo secolo è sempre consistita in alleanze con avversari dei suoi confinanti per tenerli divisi, deboli e sottomessi all’occidente; Libano, Giordania, Egitto via via allargandosi a cerchi concentrici in tutta l’area. L’attuale strettissima alleanza politico-militare con la Turchia, in funzione anti-araba (leggi Siria ed Iraq, ma anche contro l’Iran della Rivoluzione islamica komeinista) rappresenta per Tel Aviv il coronamento di questa strategia di annientamento graduale, ma per gli Stati Uniti la saldatura tra i suoi vari sistemi di alleanze, essendo infatti la Turchia nient’altro che lo stato più orientale (e tra i meglio armati) dell’Alleanza Atlantica.
    Con Turchia e Israele, la talassocrazia americana penetra stabilmente nel cuore mediterraneo dell’Eurasia, completando l’accerchiamento del suo retroterra logistico russo-siberiano.
    L’esperienza cecena e l’Afghanistan, con il pesante contributo saudita non sono che gli aspetti più eclatanti di questa strategia di penetrazione continentale, che vede ancora e sempre il “Mare” contrapporsi alla “Terra”, nell’accezione schmittiana dei termini.

    GEOGRAFIA SACRA E GEOPOLITICA

    E al centro di Israele Gerusalemme, Yerushalayim, Al-Qods; tre nomi, tre fedi religiose principali, molte identità, ma comunque un destino possibile solo come città unita.
    E al centro di Gerusalemme la Città Vecchia e la Spianata delle Moschee o, secondo la terminologia giudaica il Monte del Tempio.
    E lì la roccia sacra oggi coperta dalla cupola dorata, impropriamente definita “moschea di Omar”, che con Al-Aksa compone il sacro quadrilatero su cui si concentra l’interesse del mondo.
    Per inciso al tempo delle crociate è proprio da qui che i Templari assunsero quel nome poi celebre in tutta Europa.
    E’ lo spuntone di roccia che fin dalle più remote età del bronzo rappresentò un punto sacrale e sacrificale di riferimento: sacrifici anche umani, come è chiaramente evidenziato dal racconto biblico del “sacrificio di Isacco” al quale dio stesso offre in sostituzione un capro.
    Gerusalemme è anche la città messianica, dell’attesa di un Messia di redenzione che i cristiani identificarono nel rabbi ebraico crocifisso.
    Ma è anche il luogo dove Maometto viene portato nel famoso volo notturno dalla Mecca su Al Barak (il Lampo), il cavallo dalle bianche ali, testa umana e coda di pavone, per ascendere al cielo e ricevere gli insegnamenti del Corano.
    La Palestina fu colonizzata quattromila anni prima di Cristo dai Canaei, popolazione semitica proveniente dalla penisola arabica (terra di Canaan, mentre il nome Palestina deriva dai Filistei, indoeuropei probabilmente arrivati dalla Grecia e dall’Egeo e famosi nella Bibbia per i continui conflitti con gli ebrei). La stessa Gerusalemme non fu affatto una città ebraica bensì fu conquistata dal re Davide ai Jebusei, circa nel mille a.C. Il suo nome cananeo era Ursalim, la “Città della Pace”!
    Mai nome è stato meno appropriato per una città e una terra devastate da millenni di guerre e invasioni d’ogni tipo. La storia stessa di Israele, per quello che ce ne riferisce la Bibbia, è una continua storia di massacri perpetrati a danno delle varie tribù cananee e dei Filistei per appropriarsi della terra, delle città, ridurre i popoli in schiavitù (ma spesso massacrarli fino all’ultimo uomo e animale) ed imporre il proprio culto su tutti.
    Il destino di Gerusalemme, voluta da Davide come capitale del suo regno, è segnato dalla sua stessa geografia. Le colline di Gerusalemme infatti non sono che la parte centrale di una catena che dal monte Carmelo a nord, passando per l’Ebal e il Garizim (centro sacro ai Samaritani, che danno il nome alla regione) arriva fino alle colline di Giudea per degradare nella valla del sale, verso Dimona [il centro atomico israeliano] e il deserto del Negev fino allo sbocco nella striscia di Eliat.
    Da codesta posizione di centralità Gerusalemme domina da una parte la depressione del Giordano che dal Lago di Tiberiade (Mare di Galilea!), attraverso il Mar Morto arriva allo sbocco del golfo di Aqaba; dall’altra tutta la costa mediterranea.
    Sotto l’aspetto più “sacrale”, anche il trionfo del cristianesimo in occidente e poi dell’Islam in Asia e Africa e parte d’Europa, ha posto in rilevanza nel mondo il ruolo centrale di Gerusalemme, obiettivo mistico e strategico delle crociate, della riconquista islamica, dell’Impero Ottomano, del colonialismo europeo e infine del sionismo e della rinascita islamica.
    Basti pensare che nelle mappe approssimative del Medioevo e Rinascimento , almeno fino al XIV-XV secolo, Gerusalemme è rappresentata come il centro del mondo, il punto di confluenza dei tre continenti allora conosciuti e sommariamente divisi tra un’Europa e un’Africa di pari dimensioni e un’Asia grande quanto entrambe messe insieme. Il tutto circondato dal “grande fiume Oceano”.
    In Dante essa rappresenta l’esatto opposto fisico dell’Inferno più profondo. E comunque per tutte le religioni monoteiste dell’area mediorientale è la raffigurazione stessa in terra della città ideale e spirituale, la Gerusalemme Celeste.
    Spesso contrapposta a Roma imperiale (Nuova Babilonia) come esempio archetipico di civiltà contrapposte.
    A maggior dimostrazione dell’intrecciarsi storico tra motivazioni ideologiche, geopolitiche e di “geografia sacra”.
    Nelle profezie antiche, riprese dai moderni fondamentalisti giudeo-cristiani, lo scontro finale tra Bene e Male, Luce e tenebre avverrà “in Armagheddon”, nella pianura di Meghiddo, (valle di Izreel).
    Si tratta del nord di Israele, della depressione naturale che da Haifa scende trasversalmente fino al Giordano.
    A nord c’è la Galilea e poi il Golan occupato nel 1967 e il Lago di Tiberiade: da cui parte l’acquedotto Kinneret-Negev che convoglia le acque attraverso tutto l’Israele precedente la conquista della Cisgiordania. fino appunto al deserto meridionale ed alla striscia di Gaza anch’essa occupata durante la cosiddetta Guerra dei sei giorni.
    L’occupazione della parte occidentale del regno hashemita di Giordania fu allora giustificato dal governo di Tel Aviv come necessità strategica vitale data l’esiguità del territorio israeliano ridotto ad una striscia tra confine giordano e mare. Ma proprio la folgorante vittoria di allora e la sproporzione di mezzi militari e non ha dimostrato l’infondatezza di tale assunto strategico.
    L’unica volta che lo stato ebraico ha rischiato il tracollo fu nel ’73, “la guerra del Kippur” e l’attacco venne da nord e soprattutto dall’Egitto, cioè le parti in teoria più lontane dal centro vitale e meno attaccabili secondo gli strateghi. L’America risolse le sorti del conflitto a favore di Israele con un massiccio ponte aereo di forniture militari, con la sostanziale immobilità di Mosca.

    QUALCHE CIFRA

    Quando si parla di Palestina bisogna sempre tener presente che l’importanza di questa terra e dei suoi abitanti NON è data dalle dimensioni geografiche o demografiche, dallo SPAZIO, bensì dalla POSIZIONE; oltreché, come abbiamo detto, da una serie di riferimenti storici, culturali e cultuali non misurabili in metri o chilometri, come quel “bello spirito” di diplomatico americano che recentemente si meravigliava di tutto il trambusto per pochi mq. di terra della Spianata delle Moschee (“bastava dare in cambio agli arabi un po’ più di terra altrove!!” ed ecco risolto il problema).
    Lo stato di Israele si estende su 20325 kmq. La Cisgiordania occupata ha 5878 kmq. Gerusalemme compresa, Gaza solo 362 kmq con una popolazione di un milione di abitanti! Una delle più alte concentrazioni di popolazione mondiale. L’altopiano del Golan annesso unilateralmente da Israele nel 1981 è di 1150 kmq., ma la sua importanza è soprattutto strategico militare dominando la pianura sottostante e quindi tutto il sud siriano, Damasco compresa.
    Per avere un’idea delle proporzioni la Toscana ha quasi 23.000 kmq di territorio, la Sicilia si avvicina a 26.000. Israele misura quindi meno di una regione media italiana! I Territori Occupati raggiungono appena i 6.000 kmq. (l’Umbria ne fa 8456!).
    Su questo territorio non certo florido, almeno nelle condizioni in cui è stata ridotta la parte araba, e con limitato accesso alle fonti idriche, vivono da un milione e mezzo a due milioni di palestinesi contro i 4 milioni e mezzo di israeliani, cui vanno aggiunti i palestinesi con documento israeliano, cittadini di serie B a tutti gli effetti e 100.000 drusi, beduini ecc…
    La spartizione finora prevista assegnerebbe solo il 90% circa di questo territorio ai legittimi abitanti, in una distribuzione a pelle di leopardo che lascerebbe agli insediamenti israeliani (annessioni dirette a Israele a parte) non solo le posizioni migliori, come le alture strategiche, ma anche il controllo delle frontiere e quindi della linea del Giordano, unico approvvigionamento idrico per tutti.
    Ed è su questi brandelli di territorio, vere “riserve indiane” del XXI secolo che dovrebbe sorgere il futuro stato Palestinese! Siamo quasi nell’ordine di dimensioni di un qualsiasi micro-stato dell’Oceania!
    Ed è solo su questa minima parte di “terra senza popolo”, come la definiva il sionismo, che dovrebbe far ritorno il NON-popolo di almeno 5/6 milioni di profughi palestinesi, eredi delle “pulizie etniche” del 1948, 1967 e ’82 (Libano) attuate dal…”popolo senza terra”.
    Palestinesi che vivono da generazioni nei campi profughi, dispersi in tutto il medioriente, ma anche in Europa, America, ovunque nel mondo. Si pensi che rappresentano il 60% della popolazione dell’attuale Giordania.
    Israele si definisce da sempre l’unica vera democrazia del M.O. Una “democrazia” che però vale solo per gli ebrei, quelli israeliani e quelli che possono scegliere di diventarlo quando vogliono in base alla “legge del ritorno”, rimanendo quasi sempre in possesso del doppio passaporto.
    Se si permettesse, e a ben maggior diritto, alle vittime arabe della Nuova Diaspora moderna di tornare alle proprie case, da cui furono cacciati con le guerre, il terrore, le espropriazioni, i palestinesi rappresenterebbero la maggioranza della popolazione e potrebbero democraticamente stabilire il destino della terra dei loro avi: la Palestina.
    Né vale l’obiezione per cui gli ebrei non avrebbero più patria ancora una volta nella storia.
    Sia perché sono oggi stabilmente insediati in quasi tutti i paesi del globo, dove godono di tutti i diritti e anzi rappresentano spesso le élites economiche e mediatiche dei paesi di residenza.
    Sia perché potrebbero benissimo vivere da cittadini di uno stato palestinese, arabo ed islamico come fu per secoli in passato e com’è a tutt’oggi in tanti paesi islamici per le minoranze religiose ed etniche (si pensi all’Iran, alla Siria , al Libano ecc…)
    Del resto la grande maggioranza degli ebrei continua a vivere e prosperare fuori dai confini israeliani; ci sono quasi altrettanti ebrei nella sola New York (detta anche per questo Jew-York) che in tutta la Palestina sionistizzata.
    La verità è che per il mondo arabo l’occupazione sionista è stata giustamente considerata l’ultima invasione coloniale occidentale. Israele è l’ultima “colonia” rimasta nell’intero Vecchio Continente.

    LA SOLUZIONE: ANCORA E SEMPRE “GUERRA ALLA GUERRA IMPERIALISTA”

    Ed è una colonia non europea, ma americana, la punta di penetrazione dell’imperialismo capitalista made in USA in un’area strategica di così vitale importanza, come abbiamo più volte ripetuto.
    L’interesse americano, in particolare dell’amministrazione Clinton, supportata e/o ricattata dalla potente lobby ebraica statunitense (vedi “caso Levinsky”), ad una rapida conclusione della pace imposta ad Arafat è la riprova dei reali interessi geostrategici di dominio degli Stati Uniti nell’area.
    E’ infatti evidente che l’egemonismo americano in questo settore planetario può essere sicuro soltanto con una garanzia di intoccabilità per Israele ed una sottomissione dei palestinesi al ruolo che è loro destinato nello stato sionista: braccia da lavoro schiavistico a basso prezzo e a rischio zero per il mantenimento dei padroni occupanti.
    In questa prospettiva che va ben oltre i ristretti confini di un piccolo stato, coloro che puntano alla “pace a tutti i costi”, alla firma di un accordo comunque sia, sono ancora più deleteri e nemici della VERA PACE (che in quanto tale non può prescindere dalla giustizia), di quelli che almeno hanno l’onestà fanatica di dichiararsi “il vero popolo di dio, cui fu destinata tutta la terra tra il Giordano ed il mare”, ed oltre… Ed agiscono di conseguenza.
    Ma il gioco degli imperialisti è oramai così scoperto e il presunto “arbitro” degli accordi così apertamente schierato con una delle parti, che tutto il mondo, non solo arabo, ha ben compreso il trucco, il tranello. Dopo la Seconda Intifada, dopo che le pietre dei giovanissimi palestinesi hanno colpito più a fondo di tutti gli eserciti arabi in tutte le guerre di oltre mezzo secolo, la dirigenza palestinese e i governi arabi collaborazionisti devono e dovranno sempre più tenere conto della volontà popolare, oggi guidata dalle avanguardie islamiche rivoluzionarie.
    Del resto l’esempio di liberazione di Hezbollah libanese ha fatto scuola, dimostrando che Tsahal, l’esercito d’occupazione israeliano conosce solo il linguaggio della forza e si ritira solo di fronte ad una volontà più determinata della sua.
    Ragionando per iperboli, potremmo affermare che l’esistenza stessa dell’entità sionista d’occupazione in terra palestinese serve a smascherare il gioco dell’imperialismo americano-sionista nel Medio Oriente, in Eurasia, ovunque.
    E per inciso la Diaspora Palestinese ha creato, pur nella miseria e nella privazione, una classe dirigente giovane e determinata, colta e disperata ma forte perché non ha più niente da perdere e tutto da guadagnare nella lotta di Liberazione, nazionale, sociale e culturale.
    Una miscela esplosiva che preoccupa questa sì seriamente, non solo Israele e gli interessi americani dal Mediterraneo all’Oceano Indiano, dall’Europa all’Africa, ma anche tutti quei governi arabi rinnegati e collaborazionisti i cui popoli vedono nella odierna lotta dei giovani palestinesi un esempio, una guida, un modello da seguire per liberarsi da dirigenti corrotti e venduti che hanno ridotto in miseria paesi altrimenti ricchissimi di risorse e materie prime.
    In quanto all’Europa, anch’essa occupata da oltre mezzo secolo dalle truppe d’invasione americane, è evidente quale sarebbe il proprio interesse geopolitico ed economico.
    Schierarsi senza indugio al fianco del popolo palestinese in lotta contro i padroni del mondo, i “Nemici dell’Uomo” per antonomasia, di tutti gli uomini e i popoli della Terra: il Mondialismo americano-sionista, di cui Eretz Israel non è che la punta affiorante di un iceberg di terrore e di morte.

  5. #5
    Nimmo
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    L'"ASSE" E L'ANACONDA
    (L'IRAQ DI FRONTE ALLA CONQUISTA AMERICANA DELL'EURASIA)

    di Carlo Terracciano

    Il testo seguente è tratto dal volume Iraq, trincea d'Eurasia (Edizioni all'Insegna del Veltro, Parma 2002), libro-intervista di Tiberio Graziani a Padre Jean Marie Benjamin, dove è inserito quale postfazione.

    L’11 settembre 2001 ha rappresentato certamente una data fondamentale non soltanto per gli Stati Uniti d’America, ma per tutto il pianeta che, dalla fine della II Guerra Mondiale e poi dopo il crollo dell’Unione Sovietica, è completamente in balia dell’espansionismo egemonico statunitense. Mentre pian piano affiorano le responsabilità, la dabbenaggine o, meglio, la vera e propria connivenza delle autorità e dei servizi nell’attacco suicida alle Twin Towers, l’Amministrazione USA continua ad utilizzare il trauma psicologico di massa determinato dal verificarsi, per la prima volta nella storia, di un attacco sul suolo americano, nel cuore stesso economico e militare dell’impero, per portare a termine la sua politica capitalista-imperialista di dominazione planetaria. Un imperialismo distruttivo e di rapina camuffato ideologicamente dietro al falso concetto di “globalizzazione necessaria” e strategicamente come “lotta al terrorismo”, guerra senza frontiere agli stati canaglia.
    Dopo l’invasione dell’Afghanistan e la penetrazione nell’Asia centrale ex-sovietica, l’obiettivo della guerra ad oltranza di Washington e dei suoi satelliti è il cosiddetto “Asse del Male”, cioè Iraq, Iran, e Corea del Nord!
    L’apparente incongruenza dell’accostamento delle tre nazioni, diversissime tra loro per cultura, storia e collocazione geografica, è presto chiarito se si considera il vero obiettivo strategico finale: l’occupazione permanente dell’Eurasia, fomentando guerre tra le nazioni e interne alle nazioni stesse (come nel caso India-Pakistan per il Kashmir), l’accerchiamento delle grandi potenze terrestri, Russia e Cina, approfittando della crisi interna della prima ancora dominata dai mondialisti locali e dei tempi ancor lunghi che necessitano alla seconda per superare il divario tecnologico e militare con gli Stati Uniti per il dominio sull’Asia orientale e sull’ Oceano Pacifico.
    In particolare, fallito nel 1989 il tentativo di Piazza Tien An Men di spezzare la Cina dall’interno come era successo all’URSS e rientrata la crisi di Formosa con l’aggressione americana nel Mar Cinese Meridionale, Washington cerca di assicurarsi una salda testa di ponte su tutta la Corea; la qual cosa porterebbe le installazioni e le truppe USA a confinare direttamente sia con la Cina sia, per breve tratto, con la Federazione Russa e porrebbe sia Pechino sia Vladivostok (cioè la capitale cinese e quella dell’Oriente russo) alla diretta portata distruttiva della talassocrazia americana. Proprio lo stesso obiettivo perseguito nel conflitto coreano del 1950, quando l’eroica resistenza del popolo coreano e di quello cinese sventarono l’aggressione da sud, anche se a costo della divisione del paese, unico caso irrisolto anche dopo la fine della guerra fredda.
    Ma è nel caso dell’Iran e soprattutto dell’Iraq, che la politica aggressiva ed annessionista anglo-americana ha radici storiche ancor più lontane nel tempo. Essa risale ai tempi dell’Impero coloniale britannico tra la seconda metà dell’800 e tutto il XX secolo. Le ragioni sono nella storia e soprattutto nella geografia particolare di questa terra di confine e collegamento tra aree geopolitiche diverse. Anzi, tanto per l’Egitto quanto per l’attuale Iraq, geografia e idrografia sono essenziali per la loro stessa esistenza come grandi civiltà del passato e moderne nazioni nel presente.
    Il moderno Iraq, ovvero Al-Jumhuriya al-‘Irâqiya, si estende su una superficie di 438.317 kmq con una popolazione stimata nel 2000 a 23 milioni ed un tasso di crescita al 3%. L’ambiente è variegato e va dalle montagne del nord, a prevalenza curda, alle zone paludose del sud-est prossime all’esile sbocco marittimo sulla punta del Golfo Persico, al deserto siro-arabico ad ovest. Ma è soprattutto attorno all’asse centrale del paese, attraversato per tutta la sua lunghezza dal Tigri ad est e dall’Eufrate ad ovest, che si concentra la maggior parte della popolazione, con la capitale Baghdad al centro, nel punto in cui i due fiumi si avvicinano, per poi unirsi più a sud nell’unico corso d’acqua dello Shatt el ‘Arab (mentre nell’antichità restavano divisi, prima dell’arretramento della linea costiera dovuta all’apporto di sedimenti dei fiumi stessi).
    L’Iraq ha anche la particolarità di essere una terra araba di confine con popoli e culture non arabi, seppure islamici. Rappresenta l’angolo nord di un ideale rettangolo orientato da nord-ovest a sud-est, delimitato da Mediterraneo, Mar Rosso, Oceano Indiano e Golfo Persico. Confina infatti a nord con la Turchia nella zona abitata dai Curdi indoeuropei, divisi fra ben cinque stati; mentre tutto il confine orientale è quello iraniano. È l’angolo geografico in cui il grande deserto arabico incontra il sistema potamico principale del Vicino Oriente e gli altipiani montagnosi turco-iranici. Una divisione di zone geografiche che si riflette nella stessa popolazione composita e nella religione del paese, al 60% sciita, come quella del confinante Iran, ma anche con significative minoranze cristiane di varia confessione. Non è un caso che i confini iracheni comprendano le due città sante della Scia, Najaf e Karbala, dove si svolse lo scontro tra Husseyn, figlio di Alì e nipote del Profeta dell’Islam, e i suoi nemici per la guida dell’Umma islamica: in termini geopolitici lo scontro tra la civiltà del deserto e quella dell’altipiano, tra nomadismo e insediamento urbano per il controllo delle fonti idriche. Ed il problema dell’acqua ritorna quanto mai attuale nell’area ed in tutto il Vicino Oriente, specie dopo la costruzione di dighe in territorio turco. Le fonti del Tigri-Eufrate sono infatti in Turchia.
    Ma in termini più generali, geografici e storici, l’Iraq fu fin dall’antichità più remota la sede di una delle grandi civiltà potamiche irrigue, come l’Egitto, l’Impero cinese o l’India del sistema fluviale indogangetico. Inoltre esso rappresenta in termini geopolitici il corno orientale della Mezzaluna Fertile o Crescente Interno. Con tali termini la geopolitica indica un’area fertile avente forma di falce di luna: e la mezzaluna è anche il simbolo dell’Islam, il monoteismo dominante nell’area stessa, la quale però si trova attualmente spezzata in due tronconi dalla presenza sionista nel ristretto corridoio tra Mediterraneo e Giordano.
    La Mezzaluna Fertile parte dal Delta nilotico, passa per l’area palestinese del fiume Giordano-Mar Morto su fino al Libano e, seguendo il corso dell’Eufrate in Siria e in Iraq, arriva al Golfo Persico, lambendo il Kurdistan turco e iraniano. È la saldatura, come dicevamo, tra il Mashreq, il deserto occidentale del Nordafrica, e i rilievi montuosi dell’Anatolia fino alla piattaforma iranica dei monti Zagros. Una striscia di terra intensamente produttiva e quindi ad alta concentrazione stanziale, rispetto al vasto spazio “vuoto” dei deserti africano e arabico, fino a ieri regni incontrastati del nomadismo e della pastorizia di sussistenza. Una situazione che la scoperta del petrolio ha completamente rovesciata, incidendo profondamente sui destini di tutto il mondo arabo-islamico e, quindi, anche sul destino dell’Iraq moderno.
    Come accennato più sopra, la Mesopotamia, cioè la “terra tra i fiumi”, rappresentò proprio per la sua posizione e per il suo sistema fluviale, uno dei centri di formazione delle antiche civiltà sedentarie. Le civiltà di tipo potamico irriguo tendono infatti ad organizzarsi attorno a centri di potere autocratico e sacrale che organizzano le coltivazioni, la proprietà terriera e soprattutto la regolamentazione delle acque soggette a ricorrenti inondazioni, i cui ricordi si cristallizzano mitologicamente. Compaiono in origine nelle zone temperate e subtropicali dell’emisfero settentrionale, in bassopiani formati dal bacino di grandi fiumi in parte navigabili e sfocianti in mari chiusi con possibilità di navigazione a vista tra coste, isole e penisole; proprio come nel nostro caso.
    Nel Vicino Oriente la cosiddetta rivoluzione neolitica, con domesticazione di animali e coltivazione organizzata, risale almeno al nono millennio a.C. Nel terzo millennio a. C. le arti e la lavorazione dei metalli sono già molto sviluppate, mentre si impongono le città-stato: Mari, Uruk, Ur, Eridu ecc… Il primo tentativo di unificazione imperiale dell’area, con la dinastia degli Agadi di origine accadica, è di Sargon I e del figlio Naram-Sin e risale a 4370 anni or sono. Seguiranno poi le invasioni di Amorriti, Turriti, Mitanni, Aramei… Con gli Assiri e i Babilonesi siamo ormai nella storia più conosciuta. Tigri ed Eufrate saranno anche il confine conteso tra i due imperi dell’antichità classica, quello romano e quello persiano, fino all’invasione araba, che farà di Baghdad un centro politico e culturale nonché artistico, entrato nell’immaginario occidentale, anche tramite il cinema, come prototipo e stereotipo di un Islam raffinato e fastoso. Dal 1258 al 1400 è la volta dei Mongoli di Möngkä, di Tamerlano e dell’Impero Ilkhan, uno dei grandi regni in cui si frantuma l’unità eurasiatica di Genghiz Khan. Dopo aver fatto parte della Persia, con Sulayman il Magnifico la Mesopotamia diventa una regione dell’Impero Ottomano e tale rimarrà per quattrocento anni, fino all’epoca moderna e alla definitiva disintegrazione dell’Impero turco alla fine della I Guerra Mondiale.
    L’esito bellico portava tutto il Vicino Oriente sotto il controllo anglo-francese con il sistema dei mandati, una formula che sotto l’apparenza della preparazione all’indipendenza nascondeva l’ennesima spartizione coloniale dell’area. Al 1920 risalgono le prime rivolte antinglesi in Mesopotamia; ma è solo il 3 ottobre del 1932 che l’Iraq ottiene una formale indipendenza, entrando nella storia moderna come nazione a sé stante, sotto il regno di Ibn Hussayn, imposto dai colonizzatori. L’Iraq è privato della regione kuwaitiana, che i Britannici rendono autonoma già dal 1899 per dominare l’altro lato del Golfo Persico e la foce dello Shatt el-Arab.
    È noto poi che, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, tutto il mondo arabo-islamico e l’Iraq in primis (ma anche l’Iran) simpatizzarono per la Germania nazionalsocialista, vedendo in Hitler un liberatore dal dominio coloniale anglo-francese (1). Il 21 marzo del ’41 Rashîd ‘Alî al-Gailani, appoggiato anche dal Gran Muftì di Gerusalemme in esilio, proclamava la neutralità del paese. L’aggressione degli Alleati non si fece attendere. Tra aprile e maggio dello stesso anno gli inglesi rioccupavano la Mesopotamia costringendo i dirigenti indipendentisti alla fuga in Iran, a sua volta sottomesso in agosto con l’imposizione sul Trono del Pavone di un giovanissimo Reza Shah, rovesciato trentasette anni più tardi dalla Rivoluzione Islamica khomeinista.
    Nel dopoguerra l’Iraq è costretto dagli anglo-americani ad entrare nel Patto di Baghdad del 1955 (poi CENTO, nel ’59), assieme a Turchia, Iran, Pakistan, saldando così il fronte mediorientale filooccidentale con la NATO, per completare da occidente l’accerchiamento dell’Eurasia continentale e del blocco sino-sovietico. Un colpo di stato militare del luglio 1958 rovescia ed elimina la famiglia regnante imposta dai britannici. Qassem viene fatto fuori nel 1963, ma è solo nel 1968 che il Partito Baath (“Risorgimento”) arriva al potere a Baghdad; tuttavia i vari tentativi di R.A.U. (Repubblica Araba Unita, tra Egitto, Siria, Iraq, Yemen ecc…) abortiscono e i due partiti baathisti rivali al potere a Baghdad e Damasco impediranno una definitiva unità araba, con conseguenze nefaste rispetto alla penetrazione americana e all’occupazione sionista dal maggio 1948 in poi.
    Saddam Hussein diviene Presidente nel luglio del 1979, proprio a metà dell’anno che vede la Rivoluzione Islamica in Iran a febbraio e l’invasione sovietica dell’Afghanistan a fine dicembre. Seguiranno, l’anno dopo, l’invasione irachena dell’Iran ed una guerra micidiale protrattasi per otto anni, con un milione di morti da parte iraniana e un quarto di milione da parte irachena, senza considerare il popolo curdo.
    Il 2 agosto del 1990 l’Iraq rientra in possesso della sua diciannovesima provincia, il Kuwait; ma a gennaio del 1991 viene attaccato dalla coalizione occidentale ed araba guidata dagli USA e costretto al ritiro. Il paese da allora è sotto embargo economico e i suoi spazi aerei sono divisi in tre zone, con quella a nord ed a sud interdette al volo. Si arriva così alla situazione attuale, con la teoria dell’ “Asse del Male” formulata dall’Amministrazione Bush.
    Anche se si prescinde dai riferimenti storici, dal ruolo svolto all’interno della nazione araba e del mondo islamico (per non parlare della Palestina), dalla funzione antisionista ed antimperialista, paesi come l’Iraq e l’Iran sono DECISIVI per le sorti di tutta l’Eurasia, in rapporto alla penetrazione della talassocrazia americana verso l’Heartland, il cuore geostrategico, il retroterra logistico della massa continentale eurasiatico-africana. Se infatti estendiamo lo sguardo alla carta geografica generale dell’Asia, ci rendiamo conto che Baghdad e Teheran costituiscono gli ultimi due tasselli mancanti di un mosaico che, una volta completato, darebbe a Washington il controllo totale dell’Eurasia occidentale e meridionale, dall’Atlantico all’ Indo. Sarebbe un risultato che oltretutto eliminerebbe ogni potenziale contenimento del dominio sionista sulla Palestina, chiave strategica del neocolonialismo americano sul Mondo Antico e priverebbe le forze di resistenza arabe dei residui punti di riferimento politico e religioso. Avremmo insomma una riedizione del Patto di Baghdad in una delle zone del “cordone del Containment”, per usare l’espressione geopolitica del generale brasiliano Golbery do Couto e Silva, relativa all’epoca dei blocchi e alla Guerra Fredda. L’imposizione di governi collaborazionisti in Iraq e in Iran, dopo che per anni sono state sfruttate le loro rivalità confinarie, permetterebbe all’imperialismo di assicurarsi definitivamente le spalle nella marcia di penetrazione a nord, verso i giacimenti ancora intatti di petrolio e di gas del Caspio, nonché nei territori dell’ex-URSS fino al confine siberiano dell’attuale Federazione Russa. Una penetrazione, questa, che ha il suo pendant in Caucaso (Georgia) e, dall’altra parte del continente, nel Mare Cinese e in Corea, dove si preme sul regime di Pyongyang: ecco il terzo componente del suddetto “Asse del Male”, obiettivo della strategia imperialista dopo l’avvento di Bush e l’11 settembre.
    In questa strategia pluridecennale di accerchiamento e strangolamento degli avversari, la “politica dell’Anaconda”, che come l’enorme rettile soffoca e stritola le sue vittime prima di divorarle e digerirle lentamente, ha nella Turchia un alleato permanente ed un tassello essenziale. La Turchia confina sia con l’Iraq sia con l’Iran, per di più in una regione, quella curda, che si trova spartita fra i tre contendenti. E qui sta uno, non l’ultimo, dei motivi che convinsero gli americani ad arrestare l’avanzata verso Baghdad: il disfacimento dell’Iraq avrebbe favorito la creazione di uno stato curdo indipendente a Mossul, oltre ad agevolare l’avanzata sciita filoiraniana a sud e l’annessione del restante territorio arabo-sunnita alla Siria. La Turchia inoltre fa parte della NATO, ne è l’estrema propaggine orientale e rappresenta quindi il piede dell’Alleanza Atlantica in Asia; fino a pochi anni fa, era l’unico satellite degli USA a confinare direttamente con l’URSS.
    Ma, soprattutto, Ankara è oggi legata a Israele da un patto militare. Questa alleanza salda il fronte NATO con il più sicuro baluardo degli Stati Uniti nella regione, mentre si prospetta un ingresso della Turchia nell’Unione Europea e frange non marginali filoamericane e filosioniste premono affinché addirittura Israele venga accolto nell’Unione!
    Un editoriale della rivista geopolitica mondialista “Limes” intitolato Salomone e Atatürk ha riportato le seguenti espressioni dell’ex primo ministro israeliano Netanyahu, un “falco” più estremista di Sharon: “L’asse centrale tra Israele e Turchia è la base, anche se non esclusiva, per creare un insieme regionale in Medio Oriente”; frase che, tradotta dal politichese, non esprime niente altro che il vecchio sogno sionista della Grande Israele dal Nilo all’Eufrate, aggiornato nel quadro di una moderna strategia di penetrazione e dominio di tutto il Medio Oriente. “Più che un asse strategico, si tratta di una rivoluzione geopolitica”, già vagheggiata dal padre fondatore di Israele, David Ben Gurion.
    Le ambizioni panturaniche di Ankara nell’Asia centrale ex-sovietica, la tradizionale rivalità con la Russia e quella più recente con il mondo arabo, così come le preoccupazioni per la resistenza curda e la rinascita islamica in Anatolia (fenomeni ben visti a Teheran ma anche da Bagdad) si sposano con gli interessi di dominio regionale di Israele e con quelli americani di egemonia globale. Ed è sulla base di tali ambizioni, che la Turchia persegue una saldatura con l’Afghanistan e il Pakistan, oltre che con le repubbliche turcofone e non turcofone dell’ex URSS, alcune delle quali (Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan) si sono già aperte alla presenza di “consiglieri” militari americani.
    E’ tutto l’Anello Marginale Esterno del sudovest asiatico l’obiettivo a medio termine dell’offensiva occidentale. Gli USA intendono realizzare una base salda e duratura per accaparrarsi fonti strategiche e vie di comunicazione interne, basi militari e alleanze.
    La politica estera statunitense ha già messo in conto nei prossimi anni il confronto-scontro con l’astro nascente in Asia: la Cina. Anche la Russia rimane in ogni caso un colosso territoriale e militare che, il giorno in cui riuscisse a scrollarsi di dosso il dominio economico e politico del mondialismo, potrebbe tornare ad essere un serio ostacolo alle mire di egemonia planetaria. Penetrare sempre più a fondo nel “ventre molle” dell’Asia centrale, incuneandosi tra i due colossi terrestri e fagocitando uno dopo l’altro i deboli, instabili staterelli nati dalla disintegrazione dell’URSS: è questo l’obiettivo prioritario degli attuali governanti e degli strateghi militari della superpotenza mondiale.
    Ma, per arrivare a tale obiettivo e colpire più in alto nell’arco di 10-15 anni il colosso cinese, prima che divenga troppo invulnerabile e inarrivabile, l’Anaconda americana deve assicurarsi le spalle. Solo la liquidazione della già compromessa indipendenza irachena e l’annichilimento dell’Iran islamico in “odore di atomica” permetterebbero agli americani la sicurezza ed il controllo di tutto il mondo arabo, in subbuglio per i fatti palestinesi e insofferente dei regimi corrotti che l’Occidente ha imposto per garantirsi forniture di greggio a prezzi stracciati. Egitto e Arabia Saudita, con il codazzo dei vari emirati del Golfo, sono governati da regimi fantoccio corrotti e dispotici, che sono sostenuti dalla minaccia delle navi, degli aerei, dei missili anglo-americani.
    Spezzare il presunto “Asse del Male” Iran-Iraq sarebbe l’ideale per l’affermazione della politica massimale di Israele, sia nei confronti degli stati confinanti e vicini del Vicino Oriente, sia per annientare definitivamente le forze della resistenza palestinese e gli Hezbollah libanesi; in un colpo solo, verrebbe eliminata tutta la resistenza araba ed islamica che riceve solidarietà da Baghdad e da Teheran.
    Da queste brevi osservazioni possiamo comprendere quale sia l’importanza della Mesopotamia nell’attuale strategia imperialista-sionista di egemonia in Eurasia e quindi sulla Terra intera. Il controllo di questa regione determinò a suo tempo i destini degli scontri mondiali nel secolo scorso, ben più di quanto si sia soliti credere. Una sola considerazione: l’alleanza tra Imperi Centrali e Turchia, con la creazione di una grande flotta tedesca e la realizzazione di quell’asse ferroviario trasversale Berlino-Baghdad che, arrivando fino al Golfo Persico, avrebbe aperto alla Germania e all’Europa il Vicino Oriente e l’Oceano Indiano, fu la causa che spinse la Gran Bretagna e la Francia a scatenare la Prima Guerra Mondiale. In quanto alla Seconda, è ben noto che una vittoria di Rommel in Africa settentrionale, aprendo alle armate italo-tedesche le porte dell’Egitto e del Vicino Oriente, avrebbe probabilmente deciso l’esito bellico, sia per gli approvvigionamenti petroliferi, sia per l’accerchiamento da sud del Caucaso.
    I geopolitici anglosassoni della scuola di Mackinder hanno sempre avuto ben chiara l’importanza dell’obiettivo finale della penetrazione nella massa continentale eurasiatica.
    I loro discepoli odierni, usando la propaganda della “lotta al terrorismo”, dell’ “Asse del Male”, della “libertà duratura”, sono vicini a realizzare il sogno americano di sempre: il dominio del mondo. L’Iraq e l’Iran, come la Corea, non sono che le ultime chiavi per aprirne il cuore, l’Heartland, e stringerlo nelle spire mortali dell’Anaconda.

    Nota:
    (1) Particolarmente eloquenti, per quanto riguarda le aspettative diffuse nel mondo musulmano negli anni del secondo conflitto mondiale, sono queste parole di una canzone cabila: “O Hitler, ti sto per raccontare ciò che accade in questo paese… - Noi siamo nella miseria. Vieni presto, o Leone! – Noi musulmani ti desideriamo! – Accorri, o figlio della Leonessa!”. E Hitler, nel suo Testamento politico, avrebbe scritto: “I popoli d’Egitto, d’Iraq e di tutto il Vicino Oriente erano pronti all’insurrezione. Quanto avremmo potuto fare per aiutarli, per appoggiare il loro valore!”. Sull’argomento, si vedano in particolare i seguenti studi di Stefano Fabei, tutti pubblicati dalle Edizioni all’insegna del Veltro: La politica maghrebina del Terzo Reich (1987), Guerra santa nel Golfo (1990), Il Reich e l’Afghanistan (2002).

  6. #6
    Nimmo
    Ospite

    Predefinito

    JEAN THIRIART: PROFETA E MILITANTE
    di Carlo Terracciano

    J’écris pour une espèce d’hommes qui n’existe pas ancore,
    pour les Seigneurs de la Terre …
    “ Scrivo per una categoria di uomini che non esiste ancora,
    per i Signori della Terra…”
    (F. Nietzsche, La Volontè de puissance).
    L’improvvisa scomparsa di Jean Thiriart è stata per noi come un fulmine a ciel sereno; per noi, militanti europei che, nel corso di vari decenni, abbiamo imparato ad apprezzare questo pensatore dell’azione, soprattutto dopo il suo ritorno alla politica attiva, dopo svariati anni di “esilio interiore” nel quale ha potuto meditare e riformulare le sue precedenti posizioni. A maggior ragione, la sua morte ha sorpresi noi, suoi amici italiani che lo abbiamo conosciuto personalmente nel suo viaggio a Mosca nel 1992, nel quale formavamo insieme una delegazione europea-occidentale in visita alle personalità più rappresentative del Fronte di Salvezza Nazionale. Questo fronte, grazie al lavoro dell’infaticabile Alexandre Dugin, animatore mistico e geopolitico della rivista Dyenn (il Giorno), iniziò a conoscere e a stimare gran parte degli aspetti del pensiero di Thiriart e li ha diffusi nei paesi dell’ex-URSS e in Europa Orientale. Personalmente, ho l’intenzione, nelle pagine che seguono, di onorare la memoria di Jean Thiriart sottolineando l’importanza che il suo pensiero ha avuto e ha ancora oggigiorno nel nostro paese, dagli anni ‘60/’70 nel campo della geopolitica. In Italia la sua fama riposa essenzialmente nel suo libro, il solo che ha realmente dato una coerenza organica alle sue idee nel campo della politica internazionale: “Un Impero di 400 milioni di uomini, l’Europa” edito da Giovanni Volpe nel 1965, quasi trent'anni or sono. Erano passati solo tre anni dalla fine dell’esperienza francese in Algeria. Questo drammatico evento fu l’ultima grande mobilitazione politica della destra nazionalista, non solo in terra di Francia, ma anche negli altri paesi d’Europa, Italia compresa. Le ragioni profonde della tragedia algerina non furono comprese dai militanti anti-gollisti che lottavano per un’Algeria francese. Non avevano capito quali erano le implicazioni geopolitiche di tale avvenimento e non compresero che le potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale, in primo luogo gli Stati Uniti, intendevano ridistribuire le carte a loro vantaggio. Quanti di questi militanti dell’Algeria francese compresero allora qual’era il NEMICO PRINCIPALE della Francia e dell’Europa? Quanti di questi uomini capirono intuitivamente che, sul piano storico, la perdita dell’Algeria, preceduta dalla perdita dell’Indocina, erano le conseguenze dirette della disfatta europea del 1945? In effetti non fu solo una sconfitta della Germania e dell’Italia, ma dell’EUROPA INTERA, Gran Bretagna e Francia compresa. Non una sola colonia del vecchio sistema coloniale fu risparmiata dall’assoggettamento ad una nuova forma, più moderna e sottile, di imperialismo neo-coloniale. Meditando sugli avvenimenti di Suez (1956) e d’Algeria, i “nazional-rivoluzionari”, come si solevano chiamare loro stessi, finirono con il formulare diverse considerazioni ed analisi sulle conseguenze di questi due tragici avvenimenti: considerazioni ed analisi che li differenziavano sempre più dalla "destra classica” del nostro dopo guerra, animata da un anti-comunismo viscerale e dallo slogan della difesa dell’Occidente, bianco e cristiano, contro l’assalto congiunto del comunismo sovietico e dei movimenti di liberazione nazionali dei popoli di colore del Terzo Mondo. In un certo senso, lo choc culturale e politico dell’Algeria può essere comparato a ciò che fu, per la sinistra, l’insieme degli avvenimenti d’Indocina, prima e dopo il 1975. La vecchia visione della politica internazionale era perfettamente integrata alla strategia mondiale, economica e geopolitica della talassocrazia americana che, con la Guerra Fredda, era riuscita a riciclare le diverse destre europee, i fascisti come i post-fascisti, in funzione del suo progetto geostrategico di dominio mondiale. Il tutto per arrivare oggigiorno al “Nuovo Ordine Mondiale”, già parzialmente abortito e che sembra essere la caricatura capovolta e satanica dell’”Ordine Nuovo” eurocentrico di hitleriana memoria. La Nuova Destra francese, per fare un esempio, cominciò il suo cammino nel periodo della rivolta d’Algeria per intraprendere una lunga marcia di revisione politica ed ideologica, che ha portato al recente viaggio di Alain de Benoist a Mosca, tappa obbligata per tutti gli oppositori rivoluzionari d’Europa al Sistema Mondialista. L’apertura è quindi stata fatta da De Benoist, a dispetto delle sue ricadute e ulteriori rinnegamenti, appoggiati da qualcuno dei suoi più stretti collaboratori, i quali non hanno ancora evidentemente capito pienamente la portata reale di questi incontri tra Europei occidentali e Russi a livello planetario e preferiscono perdersi in sterili querelle di basso profilo, che non trovano altro che motivazioni personali, le quali rilevano piccoli odi e rancori idiosincratici. In questo campo come in altri, Thiriart aveva già dato l’esempio, opponendo alle differenze naturali esistenti tra gli uomini e le loro scuole di pensiero, l’interesse supremo della lotta contro l’imperialismo americano e sionista. Per tornare all’Italia, dobbiamo ricordarci la situazione che regnava in quel lontano 1965, quando prese forma l’opera di Thiriart: le forze nazional-rivoluzionarie, ancora integrate nel Movimento Sociale Italiano, erano allora vittime di un PROVINCIALISMO vetero-fascista cinicamente utilizzato dalle gerarchie politiche del MSI, completamente asservite alle strategie degli Stati Uniti e della NATO (linea politica che sarà seguita con fedeltà, anche nel corso della breve parentesi gestionale “rautiana”, che appoggiò l’intervento delle truppe italiane in Irak a fianco degli USA). I capi di questa destra collaborazionista utilizzarono i gruppi rivoluzionari di base, composti essenzialmente da giovani, per creare delle concentrazioni militanti destinate, in ultima istanza, a procacciare i voti necessari per mandare in parlamento dei deputati che avrebbero poi appoggiato esternamente governi reazionari di centro-destra. Tutto questo poi, non nell’interesse dell’Italia o dell’Europa, ma solamente di quello della potenza occupante, gli Stati Uniti. Una volta ancora siamo di fronte ad un piccolo nazionalismo centralizzatore e sciovinista, utilizzato con profitto per interessi stranieri e cosmopoliti! Era anche il periodo nel quale l’estrema destra era ancora in grado di mobilitare sulle piazze d’Italia migliaia di giovani per manifestare "l’Italianità eterna di Trento e Trieste" o per commemorare ogni anno i caduti d’Ungheria del 1956! Il Maggio ‘68 era ancora lontano, sembrava ancora distante anni luce! La destra italiana, nelle sue prospettive, non vedeva altro che questa “rivoluzione”. In un tal contesto umano e politico, vetero-nazionalista, provinciale ed, in pratica, filo-americano (che sboccherà in seguito nella farsa pseudo-golpista del 1970, che avrà per conseguenza, nel corso di tutto il decennio, i tristi “anni di piombo”, con il loro seguito di crimini), l’opera di Jean Thiriart fu per un grande numero di nazionalisti una vera e propria bomba; un elettro-choc salutare che mise l’estremismo nazionalista davanti a problematiche, che pur non essendo nuove, erano state dimenticate o erano cadute in disuso. Oggi, non possiamo non tenere conto degli effetti politici prodotti dal pensiero di Thiriart, anche se questi stessi effetti, in un primo tempo, furono alquanto modesti. Diciamo che a partire dalla pubblicazione del libro di Thiriart, la tematica europea è divenuta poco a poco il patrimonio ideale di tutta una sfera politica che, negli anni seguenti, svilupperà le tematiche antimondialiste attuali. Possiamo quindi affermare senza esagerazioni, che fu in quest’epoca che si svilupparono i temi dell’EUROPA-NAZIONE, di una lotta antimperialista che non fosse solo di “sinistra”, dell’alleanza geostrategica con i rivoluzionari del Terzo Mondo. L’adozione di queste tematiche è molto più sorprendente e significativa quando si pensi che l’avventura di JEUNE EUROPE cominciò dalla lotta contro il FLN algerino. Thiriart, su questo tema aveva cambiato completamente campo, senza per altro cambiare sostanzialmente la sua visione del mondo, lui che, qualche decennio prima, aveva lasciato i ranghi dell’estrema sinistra belga per aderire alla collaborazione col III° Reich, senza per altro perdere di vista il fattore URSS. Queste acrobazie politico-ideologiche gli valsero accuse di essere un “agente-doppio”, sempre al soldo di Mosca. In Italia, la sezione italiana di JEUNE EUROPE (Giovane Europa) fu rapidamente costituita. Malgrado l’origine politica della maggior parte dei militanti, Giovane Europa non aveva alcun punto di contatto con Giovane Italia, organizzazione studentesca del MSI (copiata a sua volta dalla ottocentesca Giovine Italia di Mazzini); al contrario Giovane Europa ne fu praticamente l’antitesi, l’alternativa. Anche se, una volta terminata l’esperienza militante di Giovane Europa la maggior parte dei suoi militanti si ritrovò dentro il Movimento Politico Ordine Nuovo (MPON), che si oppose alla linea politica tesa all'inserimento parlamentaristico, come sostenevano i partigiani di Rauti rientrati nei ranghi del MSI di Almirante. Se dobbiamo tenere conto del ruolo UNICO che ha giocato in Italia il pensiero di Julius Evola sul piano culturale ed ideologico, non si deve dimenticare che Jean Thiriart ha da parte sua, dato impulso, in quegli anni e per gli anni a venire, ad un tentativo originale di rinnovamento delle forze nazionali. Anche un Giorgio Freda riconobbe il valore e la portata del pensatore e militante belga. Altro aspetto particolare ed estremamente importante del libro Un impero di 400 milioni di uomini, l’Europa, è di aver anticipato di parecchi anni, una tematica fondamentale ritornata d’attualità in particolare in Russia, grazie alle iniziative di Alexandr Dugin e della rivista Dyen, ed in Italia grazie a riviste quali ORION e AURORA: la GEOPOLITICA. La prima frase del libro di Thiriart, nella versione italiana, è dedicata proprio a questa scienza essenziale che ha per oggetto i popoli e i loro governi, scienza che ha dovuto subire nel nostro dopoguerra un lungo ostracismo, sotto il pretesto di esser stata lo strumento dell’espansionismo nazista! Accusa per lo meno incoerente quando si sa che a Yalta i vincitori si sono spartiti le spoglie dell’Europa e del resto del mondo attraverso considerazioni prettamente geopolitiche e geostrategiche. Thiriart ne era perfettamente consapevole, e quando scrisse il primo capitolo del suo libro, lo intitolò significativamente “Da Brest a Bucarest. Cancelliamo Yalta!”. Così scrisse Thiriart : “Nel contesto geopolitico e di una comune civiltà, come sarà dimostrato in tempi a venire, l’Europa, unitaria e comunitarista si deve intendere da Brest a Bucarest”. Scrivendo questa frase, Thiriart pose dei limiti geografici e ideali alla sua Europa, ma presto, passerà questi limiti, per arrivare ad una concezione unitaria del grande spazio geopolitico che è l’EURASIA. Ancora una volta, Thiriart dimostrò di essere un anticipatore lucido dei temi politici che presso i suoi lettori maturavano molto lentamente. Congiuntamente al grande ideale dell’EUROPA-NAZIONE e alla riscoperta della Geopolitica, il lettore è obbligato a gettare uno sguardo nuovo sui grandi spazi del pianeta. Un altro merito di Thiriart fu di aver superato il trauma europeo dell’era della decolonizzazione e di aver cercato, per il nazionalismo europeo, un'alleanza strategica mondiale con i governi del Terzo Mondo, non asserviti quindi agli imperialismi, in particolare nella zona araba e islamica, in Africa Settentrionale e nel Medio Oriente. Vero è che chi scopre la Geopolitica non può vedere gli avvenimenti del mondo intiero sotto un’ottica globale. Ed è in questo contesto, per esempio, che bisogna interpretare i numerosi viaggi di Thiriart in Egitto, in Romania, oltre che i suoi incontri con Chu En Lai e Ceausescu o con i leaders palestinesi. Dove fosse possibile farlo, Thiriart cercò di tessere una rete d’informazioni e d’alleanze planetarie in una prospettiva anti-imperialista. Dobbiamo dire che la rivoluzione cubana, per la sua originalità, esercitò a sua volta una grande influenza. Con il suo stile sintetico, quasi telegrafico, Thiriart tracciò lui stesso le linee essenziali della politica estera della futura Europa unita: “Le linee direttive dell’Europa unita:
    insieme all’Africa: simbiosi con l’America Latina: alleanza col mondo arabo: amicizia con gli Stati Uniti: rapporti basati sull’uguaglianza”.
    A parte l’utopia della sua speranza di poter aver rapporti paritari con gli Stati Uniti, si noterà che la sua visione geopolitica era particolarmente chiara: Thiriart avrebbe voluto dei grandi blocchi continentali ed era estremamente lontano dalla visione di un piccola Europa “occidentale ed atlantica” che, come quella di oggi, non è che l’appendice orientale della talassocrazia yankee, avente per baricentro l’Oceano Atlantico, ridotto alla funzione di “lago interno” degli Stati Uniti. Certamente, oggi, dopo l’avventura politica di Thiriart, alcune di queste opzioni geopolitiche, negli ambienti nazionalisti, potrebbero apparire per alcuni scontate e quasi banali, semplicistiche ed integrabili per altri. Ma a parte il fatto che tutto questo non è molto chiaro per l’insieme dei “nazionalisti” (è sufficiente pensare a certe tesi razziste/biologiche e anti-islamiche di uno pseudo neo-nazismo, utilizzato strumentalmente per la propaganda americana e sionista in chiave anti-europea), non ci stancheremo di ripetere che, trent’anni fa, questa opzione puramente geopolitica di Thiriart, vergine da qualsiasi connotazione razzista, fu molto originale e coraggiosa in un mondo bipolare che opponeva in apparenza due blocchi ideologici e militari antagonisti, in una prospettiva di conflittualità “orizzontale” tra Est ed Ovest, sotto la continua minaccia di reciproco annientamento nucleare. Oggi possiamo quindi affermare che se un buon numero tra noi in Italia è giunto finalmente a superare progressivamente questa falsa visione dicotomica della conflittualità planetaria, e questo ben prima della caduta dell’URSS e del blocco sovietico, tutto ciò è dovuto al fascino che esercitarono le tesi di Thiriart ed alle sue geniali intuizioni. Effettivamente, possiamo parlare di genialità nella politica come in altri campi del sapere umano, quando si PREVEDONO e si EX-PONGONO (dal latino exponere, mettere in luce, mettere in evidenza) dei fatti o degli avvenimenti che sono ancora occulti, sconosciuti, poco chiari ai più e che si libereranno della loro oscurità solo gradualmente, per venire alla luce in un futuro più o meno lontano. Su questo punto, vogliamo solamente ricordare le asserzioni di Thiriart relative alla dimensione geopolitica del futuro Stato Europeo, espresse nel capitolo 10 intitolato “Le dimensioni dello Stato Europeo. L’Europa da Brest a Vladivostock” (da pag. 28 a 31 nell’edizione francese): “L’Europa giunta ad una grande maturità storica, ormai conosce la vanità delle crociate e delle guerre di conquista all’Est. Dopo Carlo XII, Bonaparte e Hitler, abbiamo potuto misurare i rischi di queste imprese ed il loro prezzo. Se l’URSS vuole conservare la Siberia, deve fare la pace con l’Europa, un’Europa, ripeto, da Brest a Bucarest! L’URSS non ha ed in futuro avrà ancora meno forza per conservare Varsavia e Budapest da una parte, Chita e Khabarovsk dall’altra. Dovrà scegliere o rischiare di perdere tutto”. E più avanti nel testo: “La nostra politica non è quella del generale De Gaulle perché egli ha commesso o commette tre errori: far finire la frontiera d’Europa a Marsiglia e non ad Algeri – far passare la frontiera del blocco URSS/Europa agli Urali anziché in Siberia – voler trattare con Mosca prima della liberazione di Bucarest” (pag. 31). Leggendo questi due brevi estratti dal testo, non si può più dire che Jean Thiriart mancasse di perspicacia e di preveggenza! Queste frasi furono scritte – ripetiamolo – in un’epoca in cui i militanti realmente europeisti, anche i più audaci, arrivavano appena a concepire un’unità europea da Brest a Bucarest, e cioè un’Europa limitata alla piattaforma peninsulare occidentale dell’Eurasia; per Thiriart, questo rappresentava solo una prima tappa, un trampolino di lancio, per un progetto più vasto, quello dell’unità imperiale continentale. Che non si parli più dunque delle destre nazionaliste, comprese quelle d’oggigiorno, che non fanno altro che ripetere all’infinito il loro provincialismo, sotto l’occhio vigile del loro padrone americano. Già trent’anni fa Thiriart andò molto oltre: denunciò l’assurdità geopolitica del progetto gollista (De Gaulle essendo stato un altro responsabile diretto della sconfitta d’Europa, nel nome dello sciovinismo vetero-nazionalista dell’Esagono) di un’Europa che si stendesse dall’Atlantico agli Urali, facendo sua, allo stesso tempo, quest’assurda visione continentale tipica dei professori di geografia che tracciano sulle carte una frontiera immaginaria sulle alture dei Monti Urali, che nella storia non hanno mai fermato nessuno, né gli Unni né i Mongoli e tantomeno i Russi. L’Europa si difende sui fiumi Amuri e Ussuri; l’Eurasia, e cioè l’Europa + la Russia, ha un destino chiaramente disegnato dalla Storia e dalla Geografia in Oriente, in Siberia, nel “Far East” della cultura europea, e questo destino la oppone quindi al “West”, all’Occidente della civilizzazione americana della Bibbia e del Business. Quanto alla storia degli incontri/scontri tra i popoli europei, tutto ciò non è nient’altro che GEOPOLITICA IN ATTO, come la Geopolitica non è altro che il destino storico dei popoli, delle nazioni, delle etnie, degli imperi, delle religioni IN POTENZA. Inoltre dobbiamo aggiungere che la concezione di Jean Thiriart era finalmente più imperiale che imperialista, per quanto ancora legata a modelli nazionalisti d'influenza francese rivoluzionaria. Egli ha sempre rifiutato, fino alla fine, l’egemonia definitiva di un popolo sugli altri. L’Eurasia di domani non sarà più russa di quanto non sia mongola, turca, francese o tedesca: poiché quando ognuno di questi popoli ha voluto cercare da solo l’egemonia sugli altri la storia ci insegna che è stato sempre sconfitto dagli altri: uno scacco che dovrebbe esserci servito da insegnamento. Chi avrebbe potuto, trent’anni fa, prevedere con tanta precisione la debolezza intrinseca al colosso militar-industriale che fu l’URSS, che sembrava all’epoca lanciato alla conquista di sempre nuovi spazi, su tutti i continenti, in aperta competizione con gli Stati Uniti che volevano superare? Col tempo, tutto ciò si è alla fine dimostrato un gigantesco bluff, un miraggio storico probabilmente fabbricato dalle forze mondialista dell’Occidente per assoggettare i popoli con un costante ricatto terroristico. Tutto questo per manipolare i popoli e le nazioni della Terra a beneficio del supremo interesse strategico, supremo, unico, imposto come sola “verità”: quello della superpotenza planetaria che sono oggi gli Stati Uniti, base territoriale armata del progetto mondialista. In fin dei conti, per dirla con il linguaggio della geopolitica, è la “politica dell’anaconda che ha prevalso”, come la definiva ieri il geopolitico tedesco Haushofer e come la definiscono oggi i geopolitici russi, alla testa dei quali si pone il colonnello Morozov; gli Americani ed i mondialisti cercano sempre di allontanare il centro territoriale d’Eurasia dai suoi sbocchi potenziali sui mari caldi, prima di grattare poco a poco il territorio della “tellurocrazia” russa. Punto di partenza di questa strategia di erosione: l’Afghanistan. Nel suo libro del 1965, Jean Thiriart aveva già messo in luce le ragioni nude e crude che animavano la politica internazionale. Non è un azzardo dire che uno dei suoi modelli ispiratori fu Machiavelli, autore de “Il Principe”. Certo, ci diranno i pessimisti, se il Thiriart analista di politica ha saputo anticipare e prevedere, il Thiriart militante, organizzatore e capo politico di un primo modello d’organizzazione transnazionale europea, ha fallito. Sia perché la situazione internazionale d’allora non era ancora sufficientemente matura, o marcia, come invece lo constatiamo oggi, sia perché non c’erano dei “santuari di partenza”, come Thiriart aveva considerato indispensabile. In effetti mancò a Jeune-Europe un territorio libero, uno stato completamente alieno ai condizionamenti imposti dalle superpotenze, che avrebbe potuto servire da base, da rifugio, da fonte d’approvvigionamento per i militanti europei del futuro. Un po’ come fu il Piemonte per l’Italia. Tutti gli incontri internazionali fatti da Thiriart a livello internazionale ricercavano questo obiettivo. Tutto è stato vano. Realista, Thiriart rinunciò allo scontro politico, per poter riprendere il suo discorso politico nell’attesa che si presentasse l’occasione, anche migliore di quella, di avere un grande paese a disposizione a cui poter proporre la sua visione strategica: la Russia. Il destino di questo cittadino belga di nascita ma europeo di vocazione fu alquanto strano: è stato sempre “fuori dal tempo”, superato dagli avvenimenti. Li ha sempre previsti ma è stato sempre sorpassato da questi ultimi. La sua concezione della geopolitica eurasiatica, la sua visione che designa GLOBALMENTE gli Stati Uniti come il Nemico OGGETTIVO assoluto, può essere vista come l’indice di un “visionario” illuminato, frenato solo da uno spirito razionale cartesiano. Il suo materialismo storico e biologico, il suo nazionalismo europeo centralizzatore e totalizzante, la sua chiusura sulle tematiche ecologiste e animaliste, le sue posizioni personali davanti alle specificità etno-culturali, la sua ostilità ai principi religiosi, la sua ignoranza di tutta una dimensione metapolitica, la sua ammirazione per il giacobinismo della Rivoluzione francese, pietre angolari per buona parte degli antimondialisti francofoni: tutte queste attitudini costituiscono dei limiti al suo pensiero e dei residui di concezioni vetero-materialiste, progressiste e darwiniane, che si allontanano sempre più dalle scelte culturali, religiose e politiche contemporanee degli uomini e dei popoli impegnati, in tutta l’Eurasia e nel mondo intero, nella lotta contro il Mondialismo. Le idee “razionaliste” che Thiriart fece sue, al contrario, sono state l’humus culturale e politico sul quale il Mondialismo è germinato nel corso del secolo passato. Questi aspetti del pensiero di Thiriart ci hanno rivelato i loro limiti, durante gli ultimi mesi della sua vita, in particolare durante i colloqui e le conversazioni di Mosca nell’agosto del 1992. Il suo sviluppo intellettuale sembrava essersi definitivamente fermato all’epoca dello storicismo lineare e progressista, con la mitologia di un “avvenire radioso per l’umanità”. Una tale visione razionalista non gli permise di comprendere dei fenomeni altrettanto importanti come il risveglio islamico e il rinnovato “misticismo” eurasista-russo, ed in particolare i loro progetti politici di un livello altamente rivoluzionario e anti-mondialista. Senza parlare dell’impatto delle visioni tradizionaliste di un Evola o di un Guenon. Thiriart veicolò quest’handicap “culturale”, cosa che non ci ha impedito di ritrovarci a Mosca nell’Agosto del 1992, dove abbiamo colto al volo queste sue incontestabili intuizioni politiche. Alcune di queste intuizioni hanno fatto sì che egli si ritrovasse al fianco dei giovani militanti europeisti per andare ad incontrare i protagonisti dell’avanguardia “eurasista” del Fronte di Salvezza Nazionale russo, raccolto attorno alla rivista Dyen e al movimento da cui prende il nome. Abbiamo così scoperto nell’ex-capitale dell’impero sovietico, che egli era considerato dai russi come un pensatore d’avanguardia. Gli insegnamenti geopolitici di Thiriart sono germinati in Russia quando, e questo è indubbio, in Occidente sono ai più ancora sconosciuti. Thiriart ha avuto quindi un impatto lontano, nell’immensità dei ghiacci della Russia/Siberia, nel cuore del Vecchio Mondo, vicino al centro della Tellurocrazia Eurasiatica. E’ un’ironia della storia delle dottrine politiche che si manifesta al momento della loro attuazione pratica, ma è ancora valido l’antico adagio secondo il quale “nessuno è profeta in patria”. Il lungo “esilio interiore” di Thiriart sembrava dunque terminato; si era ritirato dalla politica attiva per sempre e aveva superato questo ritiro che all’inizio era stato una grossa perdita. Ci inondò di documenti scritti e resoconti d’interventi orali. Il flusso sembrava non doversi mai fermare! Come se volesse recuperare il tempo perduto nel suo silenzio disdegnoso. Guidato da un entusiasmo giovanile, a volte eccessivo ed angosciante, Thiriart si rimise a dare lezioni di storia e di geopolitica, di diritto e di politologia e di tutte le discipline immaginabili, ai generali e ai giornalisti, ai parlamentari e ai segretari, ai politici dell’ex-URSS e ai militanti islamici del CEI, e anche, ovviamente, a noi, gli Italiani che avevano, assieme a lui, conosciuto dei cambiamenti d’opinione in apparenza inattesi. Tutto questo accade nella Russia d’oggi, dove tutto è oramai possibile e niente è certo; abbiamo quindi davanti una Russia sospesa tra un glorioso passato ed un futuro tenebroso, ma con potenzialità inimmaginabili. E’ qui che Jean Thiriart ha ritrovato una nuova giovinezza. In una città come Mosca che sopravvive giorno dopo giorno tra l’apatia e l'attesa febbrile, che sembra aspettare “qualcosa” di cui non si conosce ancora né il nome né il volto; una città dove succede di tutto o dove tutto può succedere sospeso in una dimensione speciale, tra cielo e terra. Dalla terra russa tutto ed il contrario di tutto può scaturire: la salute e l’estrema perdizione, la rinascita e la decadenza, una nuova potenza o la disintegrazione totale di un popolo che fu imperiale ed è diventato, oggi, miserabile. Infine, è là e solamente là che si gioca il destino di tutti i popoli europei e in definitiva di tutto il pianeta Terra. L’alternativa è chiara; o avremo un nuovo impero eurasiatico che ci guiderà nella lotta di liberazione di TUTTI i popoli del globo o assisteremo al trionfo del mondialismo, dell’egemonia americana per il prossimo millennio. E’ là che lo scrittore e uomo politico Jean Thiriart aveva ritrovato la SPERANZA di poter mettere in pratica le sue passate intuizioni, questa volta in una scala ben più vasta. In questa terra di Russia, da dove può sorgere il messia dei popoli d’Eurasia, novello Avatar di un ciclo di civilizzazione o Anticristo delle profezie giovannee, avremo spazio per tutte le alchimie e le esperienze politiche, inconcepibili se guardate con gli occhi di un Occidentale. La Russia attuale è un immenso laboratorio, una terra politicamente vergine che si potrà fecondare con idee venute da lontano, una terra vergine dove la LIBERTA’ e la POTENZA si cercano per unirsi nella ricerca di nuove sintesi: come sottolinea Jean Thiriart nel suo libro fondamentale “il cammino della libertà passa per quello della potenza: non si dovrà mai dimenticare, e si dovrà insegnare a coloro che lo ignorano. La libertà dei deboli è un mito vetusto, una ingenuità usata a scopi demagogici o elettoralistici. I deboli non sono mai stati liberi e mai lo saranno. Esiste solo la libertà dei forti. Colui che vuole essere libero deve aumentare la propria potenza. Colui che vuole essere libero deve esser capace di fermare altre libertà, poiché la libertà è invadente e ha la tendenza a sconfinare su quella dei vicini più deboli”. Ancora: “E’ criminale dal punto di vista dell’educazione politica tollerare che le masse possano essere intossicate da menzogne tendenti ad indebolire il tessuto sociale come quelle che consistono nel “dichiarare la pace” ai vicini immaginando così di poter conservare la libertà. Ogni nostra libertà è stata conquistata a seguito di ripetuti combattimenti sanguinosi e alcune di queste libertà potranno esser mantenute solo se faremo sfoggio di una forza tale da scoraggiare coloro che vorrebbero privarcene. Che siano a livello individuale o a livello di nazione, noi conosciamo l’essenza della libertà, la potenza. Se vogliamo conservare la prima, dobbiamo coltivare la seconda. Esse sono inseparabili” (pag. 301-302). Ecco una pagina che già da sola potrebbe assicurare al suo autore un posto in una qualsiasi facoltà di storia delle scienze politiche. Quando finalmente tutto sembrava di nuovo possibile e quando i giochi delle grandi strategie politiche ritornavano in primo piano, su una scacchiera grande come il mondo, quando Thiriart intravedeva la possibilità di dar vita alla sua grande idea di Unità, ecco realizzarsi l’ultimo scherzo del destino: la Morte. A dispetto della sua ineluttabilità, essa è un avvenimento che ci sorprende sempre, che ci lascia con un sentimento di dispiacere e di incompletezza. Nel caso di Thiriart, la morte fa vagabondare lo spirito e ci immaginiamo tutto quello che quest’uomo d’elite avrebbe ancora potuto apportare, tutto quello che avrebbe potuto insegnare a coloro che parteggiano per la nostra causa, fosse anche solo con semplici scambi di opinioni o formulando proposte su materie culturali e politiche. Infine, dobbiamo sottolineare quanto sia completa l’opera di Thiriart. Più di altri, egli aveva reso sistematico il suo pensiero politico, restando sempre pienamente coerente con le sue idee, rimanendo fedele allo stile di vita scelto. A lui, meno di chiunque altro, non si potrà far dire post mortem cose che non siano state realmente dette, né adattare i suoi testi e le sue tesi alle esigenze politiche del momento. Resta il fatto che senza Jean Thiriart noi non avremmo potuto essere quello che siamo diventati. Siamo in effetti suoi eredi sul piano delle idee, che lo si sia conosciuto personalmente o attraverso i suoi scritti. Siamo stati, in un momento o l’altro della nostra vita politica, debitori delle sue analisi politiche e delle sue intuizioni folgoranti. Oggi, ci sentiamo tutti un po’ orfani. Vogliamo in questo momento ricordarci di uno scrittore politico, di un uomo semplicemente passionale, impetuoso, di una vitalità debordante, il viso sempre illuminato da un sorriso giovane con l’anima agitata da una passione divorante, la stessa che brucia in noi, senza vacillare, senza la minima insicurezza o la minima debolezza. Il caso Jean Thiriart? E’ l’incarnazione vivente, vitale, di un uomo d’elite che porta lo sguardo oltre l’orizzonte, che vede dall’alto, al di là delle contingenze del presente dove le masse restano prigioniere. Ho voluto tracciare il profilo di un PROFETA MILITANTE

  7. #7
    Massimiliano71
    Ospite

    Predefinito

    Mi rivolgo ai moderatori: visto l'approssimarsi dell'anniversario non sarebbe possibile mettere possibile in rilievo i due 3d, quello mio e quello di Nimmo, almeno temporaneamente?
    Grazie!

  8. #8
    Nimmo
    Ospite

    Predefinito

    Conferenza stampa tenuta dal Prof. Carlo Terracciano, il 12 ottobre 2002, dopo che era stato di fatto "vietato il III congresso di Storia Revisionista", che avrebbe dovuto tenersi a Verona lo stesso giorno, nella sala di un Hotel cittadino, con la partecipazione di studiosi europei e del mondo islamico. (Dr. Ahmed Soroush-Direttore del "Neda Institute" Iran - Prof.Vincent Reynouord - Francia – Dr. Renè Louis Berlaz - Presidente dell’associazione "Veritè e Justice" - Svizzera - Cap. Ahmed Rani - Marocco)

    Ecco la dichiarazione rilasciata dallo studioso italiano.

    Se parliamo di coraggio lo facciamo a ragion veduta, specie dopo l’appello di vari rabbini del Centro Wiesenthal di Parigi, Los Angeles ecc.. rivolto al presidente del consiglio italiano Berlusconi, perché faccia arrestare e deportare i partecipanti a questo consesso di menti libere ed anticonformiste.
    Tra l’altro con il massimo disprezzo per l’indipendenza della magistratura, in questo caso Veronese, dal potere politico, interno ed internazionale, ai cui diktat dovrebbe sottostare.
    Conosco bene certi meccanismi visto che chi vi sta parlando ha subito a suo tempo anni di carcere, di persecuzioni e di censura proprio per aver scritto e parlato contro i poteri forti.
    Si vorrebbe forse intendere da parte di detto Centro straniero che i magistrati di Verona sono pronti ad obbedire a loro e al potere politico, contro l’espressione del libero pensiero pubblicamente espresso?
    Siamo certi che le nostre istituzioni giuridiche sapranno rispondere a dovere a tanta presunzione e arroganza…O NO?!?
    E qui oggi si sarebbe parlato soltanto (per modo dire) delle vittime delle “democrazie”, in specie ovviamente le vittime di almeno tre secoli di imperialismo americano.
    Sembra infatti che oramai non soltanto il Revisionismo olocaustico delle correnti storiche anti-“sterminazioniste” debba essere criminalizzato in Italia ed in tutta Europa, ma persino gli avvenimenti più recenti, come l’abbattimento delle Torri Gemelle di New York e l’attacco al Pentagono dell’11 settembre 2001, debbano restare immuni da dubbi sulla matrice e gli scopi, per non parlare dei mandanti.
    Ma anche in questo campo siamo in buona compagnia con autori italiani ed esteri che hanno oramai dimostrato e smascherato il ruolo avuto dall’Amministrazione Bush, dalla lobby americana del petrolio e delle armi, dai servizi segreti israeliani nell’attentato che comunque rappresenta una svolta epocale nella storia, come diremo tra poco.
    Siamo in compagnia di Gore Vidal e di Meyssan Thierry , di Larocque e di Mosaddeq Ahmed, l’autore del libro rivelazione “Guerra alla Libertà”, di Noam Chomsky (non certo accusabile di “antisemitismo”!) come dell’Ayatollah Khamenei, di De Benoist , Chossudovsky ecc..
    E in Italia del prof. Cardini e di Tarchi, di Bottarelli e Massimo Fini (anche lui non certo “antisemita”), alcuni autori di quel testo, “La paura e l’arroganza” che è la degna risposta alle farneticazioni, queste sì RAZZISTE, della Fallaci.
    Come mai, ci potremmo ingenuamente chiedere, tanta apprensione, tale paura, un vero terrore, quando si comincia a scavare sotto la sottile crosta delle verità ufficiali e della propaganda, alla ricerca della verità, di qualunque verità, sia quella di sessant’anni fa come quella di solo un anno fa, per non dire degli odierni preparativi di attacco all’Iraq?
    Cos’avranno mai da nascondere?
    Quali sono i piani del Mondialismo americanocentrico e del sionismo internazionale per il dominio globale del pianeta?
    Mi auguro che qualcosa su questa vastissima materia venga fuori da Convegni come questo che, proprio per le reazioni isteriche e sproporzionate che ha sollevato, evidentemente tocca un nervo scoperto del Sistema globale mondialista.
    E basterebbe solo questo a dimostrare ai pavidi l’importanza, direi la necessità ineludibile di iniziative come la presente.
    Da Verona vogliamo non soltanto levare una voce di Verità sulle menzogne storiche del passato, sui genocidi ed etnocidi del Mondialismo, dell’imperialismo, del capitalismo, delle lobby finanziarie che affamano e distruggono i popoli, che li sradicano dalle proprie radici riducendoli a profughi per fame e per guerra, nuovi schiavi a poco prezzo sul mercato del lavoro globalizzato e del consumismo pilotato;
    dobbiamo anche lanciare un grido di allarme per il futuro prossimo, anzi per il presente, a partire appunto dall’11 settembre americano.
    Smascherare la propaganda guerrafondaia della talassocrazia americana all’assalto del Mondo è attualmente il solo strumento che pochi uomini liberi di diversi paesi hanno a disposizione per avvertire le popolazioni e i governi non ancora asserviti sui pericoli che ci attendono.
    Non solo quindi “alla memoria dei milioni di vittime civili delle democrazie e delle loro menzogne”, ma anche all’attenzione dei miliardi di potenziali vittime future. Tutti i popoli e tutti i continenti rientrano nei piani mondialisti dell’imperialismo americanocentrico nella sua fase estrema e definitiva.
    La strategia economica, politica e bellica che sta mettendo in atto è sotto i nostri occhi, sotto gli occhi di tutti.
    Perché una cosa deve essere chiara a tutti quelli che ci potranno sentire, come lo è per noi qui, oggi, con studiosi provenienti dai più diversi paesi, dalle più disparate culture, da esperienze politiche e personali quanto mai differenziate: non si può più tergiversare, non possiamo tacere ai nostri popoli e a chiunque voglia ascoltarci la verità pura e semplice:
    SIAMO IN GUERRA!
    SIAMO IN GUERRA!
    SIAMO IN GUERRA!
    Gli Stati Uniti del nord America, approfittando degli avvenimenti dell’11 settembre,
    anzi DETERMINANDOLI, all’inizio del 3° millennio dell’era cristiana, XV secolo dell’Islam, hanno scatenato la guerra finale per la conquista dell’intero pianeta.
    E l’obiettivo primario e necessario di questa egemonia planetaria dell’imperialismo americano-sionista è attualmente la penetrazione e la conquista dell’Eurasia.
    Un obiettivo quello dell’ assoggettamento di tutti i popoli e i continenti che non è certo di ieri o di oggi, ma è insito nella natura stessa originaria di questa entità mostruosa che rappresenta un cancro mortale per tutti : il Superstato Imperialista delle Multinazionali.
    Chiunque abbia anche una vaga infarinatura di Storia e di Geografia, di Geopolitica, questa scienza criminalizzata per decenni dai vincitori della II Guerra Mondiale mentre preparavano la III, non può non rendersi conto dell’unicità del progetto secolare se non addirittura millenario.
    Dalla loro fondazione, dalle 13 repubbliche originarie, gli Usa stanno marciando verso il loro “Far West”, passando come un rullo compressore su popoli, nazioni, continenti.
    Una lunga scia di sangue che parte dallo sterminio delle popolazione amerinde precolombiane ed arriva, per ora, alla morte per fame dei bambini iracheni e per piombo di quelli palestinesi.
    L’espansione coloniale dell’800 verso l’America Latina e il Pacifico, la guerra al Messico, la stessa guerra civile d’aggressione contro i Confederati, gli attacchi alla Cina e al Giappone, due guerre Mondiali all’Europa e all’Impero Nipponico, la bomba atomica, il neocolonialismo in Africa ed Asia, la Guerra fredda all’URSS, l’aggressione alla Corea e al Vietnam, Cuba, Cile, Panama, Nicaragua, Guatemala, Argentina , la guerra per commissione all’Iran e poi direttamente all’Iraq, come alla Libia o al Sudan, fino alla criminalizzazione dell’Islam ed a Enduring Freedom non rappresentano che alcuni incompleti riferimenti di questa avanzata planetaria dell’imperialismo americano.
    Ovviamente con il corollario ideologico-propagandistico del suo fondamentalismo biblico di matrice protestante, del Destino Manifesto, della Nuova Frontiera, della nazione garante delle libertà e della Democrazia e via blaterando.
    Ecco perché tutti quelli che in un momento o nell’altro si sono opposti a questa aggressione senza confini e limiti di spazio e di tempo sono stati criminalizzati:
    i selvaggi pellerossa come i “terroristi islamici”, i fascisti e i nazisti “sterminatori” come i comunisti russi, cinesi, cubani o vietnamiti.
    Se guardiamo gli avvenimenti mondiali di tre/quattrocento anni dall’ottica geopolitica americana, possiamo illuminare di nuova inattesa luce gli avvenimenti di questi secoli, in particolare del XX che è terminato in verità l’11settembre 2002.
    Ora, gettata la maschera del Diritto Internazionale e del rispetto dei trattati, gli USA si stanno lanciando alla conquista finale.
    Secondo la propaganda americano-sionista, cioè Mondialista c’è sempre un dittatore folle che vorrebbe conquistare il mondo: Guglielmo II o Hitler , Stalin o Mussolini, Mao o Fidel, Castro o Peron, Nasser o Khomeyni. Oggi, grattato il fondo del barile, siamo ai Saddam Hussein ed ai Bin Laden.
    Ma alla fine possiamo vedere ora come siano stati gli Stati Uniti a CONQUISTARE IL MONDO!
    L’invasione dell’Afghanistan, quella dell’Iraq a cui seguirà subito l’aggressione all’Iran, senza dimenticare la Corea del Nord (il famoso “Asse del Male” che, anche nel nome rievoca l’Asse tra Europa ed Asia della Guerra Mondiale), non sono che le tappe di avvicinamento all’Heartland, il Cuore della Terra indicato dal geopolitico inglese MacKinder all’inizio del secolo scorso come l’obiettivo strategico finale per il dominio dell’Eurasia e quindi del mondo da parte di una potenza marittima contro le potenze terrestri del nostro continente.
    E domani sono in gioco anche il possesso e lo sfruttamento degli immensi depositi di petrolio e gas naturale dell’Asia centrale, del Caspio, il cui controllo permetterà agli Usa ed ai suoi alleati-vassalli di decidere sulle economie concorrenti.
    La guerra di oggi a quegli stati è dunque in primis la guerra di domani all’Europa, prima ancora che questa possa nascere come stato libero, indipendente e unito.
    Penetrando nel cuore dell’Asia l’Armata a stelle e strisce si assicura gli avanposti da cui domani potrà minacciare ed aggredire sia la Russia nel suo retroterra logistico siberiano, sia la Cina, la potenza emergente del prossimo decennio.
    E intanto in Medio Oriente il macellaio di Sabra e Chatila ha mano libera nel genocidio del popolo palestinese, essendo Israele, a parte ogni altra considerazione, l’asse portante di tutta la strategia d’aggressione imperialista nel baricentro geopolitico del Mondo Antico, fra tre continenti e i mari interni della massa eurasiatica.
    Da pochi giorni il governo di Washington ha riconosciuto Gerusalemme, la Santa Al-Qods di tutti i mussulmani, come capitale ufficiale dello stato ebraico, alla faccia delle altre fedi e di tutte le risoluzioni dell’ONU, ridotto oramai a zerbino degli stivali del militarismo guerrafondaio di Bush e soci.
    Chi sono allora i veri “terroristi” allora?
    Chi i veri “patrioti” che difendono la Libertà? Questione di punti di vista, ma questione essenziale e imprescindibile anche per noi.
    La prima battaglia che dovremmo quindi condurre è anche quella terminologica.
    Il grande scrittore di fantascienza Philip K. Dirck, dalle cui opere sono stati tratti tanti film anche oggi nelle nostre sale, scrisse:
    “Lo strumento a base della manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se potete controllare il significato delle parole, potete controllare il popolo che deve usarle”.
    Lo sappiamo bene noi che per decenni in Europa siamo stati vittime di fiumi e fiumi di parole ingannevoli, di falsi storici, di una MEMORIA NEGATA E RINNEGATA sulla base della più grande menzogna propagandistica della Storia; una menzogna che partita dall’Europa sconfitta e sottomessa si è scaricata come una catastrofe sul popolo palestinese e arabo in generale. Eurasia e Islam hanno sempre avuto lo stesso Nemico. Ricordiamocene sempre!
    E noi oggi siamo praticamente ancora nudi, inermi di fronte alle armi dell’avversario, del Nemico dell’Uomo, il Nemico di TUTTI gli uomini e tutti i popoli.
    Solo la Verità storica e geopolitica è la nostra corazza.
    Potranno perseguitare, incarcerare, persino uccidere noi come persone, ma non potranno mai uccidere le nostre Idee, uccidere la Verità ed estinguere la sete di Giustizia che è insita in ogni essere umano; che E’ l’essenza stessa dell’essere umani.
    Contro mostri che di umano hanno solo l’apparenza.
    Siamo in guerra.
    Una guerra senza fronti definiti, senza trincee apparenti, senza leggi e regole:
    una guerra assoluta, totale, definitiva che spacca dall’interno i continenti, i popoli, le nazioni, le famiglie e le stesse coscienze.
    E come in ogni guerra bisogna fare una scelta di campo: Una scelta che vada al di là delle contingenze, delle ideologie politiche o delle fedi religiose, delle nazioni e delle razze. Bisogna prima di tutto mettere da parte ogni contrasto particolare, ogni rivalità ideologica, ogni rivendicazione tra popoli vicini, che il Nemico utilizza per affermarsi su tutti in base al famoso monito “divide et imper”!
    Perché il NEMICO MONDIALISTA è contro tutte le nazioni, tutte le fedi, tutti popoli, le culture, le razze. Perché Esso è il vero razzista.
    Personalmente sono un uomo pacifico, non un “pacifista”.
    Non mi riconosco, pur approvandole, nelle manifestazioni pacifiste che percorrono le strade d’Europa di fronte all’orrore verso tanta bestiale arroganza americana.
    E non mi ci riconosco perché i pacifisti anche più motivati negano l’evidenza: l’evidenza della guerra d’aggressione imperialista americano-sionista al mondo intero.
    E anche quelli che la riconoscono, e non da oggi soltanto, non ne traggono le dovute conseguenze sia in termini intellettuali e storici che in termini politici pratici.
    Perché dovrebbero allora sconfessare se stessi e i loro padri nel riconoscere come le menzogne della propaganda di oggi sono le stesse di quelle di ieri: hanno la stessa matrice, gli stessi scopi, gli stessi attori.
    La vera pace non può che essere “Guerra alla guerra imperialista”. Ed al sionismo che è parte essenziale ed esiziale di questo sanguinario progetto di dominazione globale.

    Ho abusato del vostro tempo e della vostra attenzione.
    Me ne scuso e concludo con un augurio:
    che da Verona, città così carica di storia e di simboli per quegli italiani che seppero scegliere la trincea dell’Onore d’Europa e del riscatto dei popoli, riparta nel I° Anno del Grande Conflitto del Terzo Millennio la marcia verso quelle che amo definire le Tre Liberazioni: la Liberazione Nazionale, la Liberazione Sociale, la Liberazione Culturale.
    E non solo per il mio paese e il mio continente ma per tutti gli uomini ed i popoli.
    Mai come oggi vale per tutto il mondo la parola d’ordine: LA VERITA’ CI RENDERA’ LIBERI.
    Grazie.
    C.T.
    03.11.2002

  9. #9
    Nimmo
    Ospite

    Predefinito

    La generazione che non si arrese
    Trent'anni senza Adriano Romualdi


    Invictis Victi Victuri

    Gli Dei amano chi muore giovane, diceva l’antica saggezza. Gli Dei amarono Adriano Romualdi, recidendone il filo rosso della vita terrena nel fiore degli anni, della virilità, dell’impegno intellettuale e politico. Così agendo lo consegnarono alla Storia e alla memoria di noi posteri, condannati a vivere o, forse, sopravvivere fino a questa livida alba di sangue del Terzo Millennio cristiano.

    Sono passati già più di trenta anni da quel giorno e siamo usciti dal clima delle pur doverose commemorazioni; che del resto si sono ridotte a qualche articolo ed a un paio di conferenze fatte da chi ebbe la fortuna di conoscerlo personalmente e da chi, come il sottoscritto, conobbe il figlio di Pino Romualdi soltanto dai suoi scritti. Articoli e libri però che, come quelli di Evola e pochi altri, seppero aprire alle menti e ai cuori di noi allor giovani lettori scenari inediti e visioni evocatorie.

    Ci colpiva certo la sua cultura enciclopedica che spaziava dalla Storia al Mito, dagli studi sul retaggio indoeuropeo alle fredde, lucide eppur partecipi analisi dei grandi pensatori del passato e nostri contemporanei: Nietzsche, Evola, Günther. Una cultura che comunque nulla aveva a che spartire con quella “intellettualistica” di evolomani o nietzchiani che hanno continuato a pontificare ex cathedra, senza mai tradurre lo spessore culturale in prassi politica e/o esistenziale. Semplici chiosatori di opere di cui comprendevano tutto escluso lo Spirito che le animava. Ci colpivano e un poco ci infastidivano le lunghe citazioni in tedesco non tradotte, perché allora non capivamo l’importanza di darsi una rinnovata forma mentis, anche attraverso la lingua, che contrastasse la pseudo-cultura impostaci dagli occupanti; prima di tutto proprio con l’inglese americanizzato e che oggi è materia obbligatoria di studio scolastico. Adottare la lingua dei padroni per pensare come loro, leggere le loro produzioni, scrivere alla loro maniera. Anche una battaglia in difesa della propria identità linguistica ha valenza non solo culturale ma politica, per la resistenza e il riscatto del popolo europeo, sottomesso e imbelle.

    Ma quello che più entusiasmava in questo giovane così colto, eppure (o proprio per questo) così vicino alla sensibilità di noi giovani militanti politici assetati di conoscenza, era la passione che traspariva da ogni pagina, da ogni parola accuratamente scelta per puntare sì alla mente ma anche al cuore. Sulla pagina bianca, sotto le nere linee della stampa, come le vene sulla candida carne di un giovane sano e vigoroso, era il sangue vivo che vedevamo scorrere: la vita pulsava, la passione trattenuta dalle briglie in una mano sicura indirizzava l’adolescenziale furore a grandi mete ideali e pratiche, ben oltre i limitati e marci steccati di un ritualismo nostalgico, sterile, ingannatore. E proprio oggi, proprio in questi giorni ci rendiamo amaramente conto di quanto la sua lezione di vita e di opere sarebbe stata utile alle scelte politiche ed esistenziali di una Destra che allora si scriveva rigorosamente con la maiuscola, per distinguerla e differenziarla da quella destra borghese che ne ha sempre rappresentato l’antitesi più totale, la contrapposizione più netta e radicale, ma anche il grande equivoco che ha dilapidato il patrimonio della prima e favorito l’affermarsi al potere dell’altra, la degenere bastarda.

    Oggi che il panorama politico di quella che ancor si definisce genericamente “Area”, ed è solo “aria fritta”, è egemonizzato dall’abiura e dal rinnegamento di tutti i valori da una parte e dal dal più trito e ottuso nostalgismo nazionalitario dall’altra: ed entrambe, ovviamente, al solo fine elettoralistico di assicurare seggi parlamentari, prebende, soldi, sia a chi rinnega il proprio e l’altrui passato, sia a chi lo esalta strumentalmente, rinnegandolo ancor più spudoratamente nei fatti e nei comportamenti.

    “Che cosa dovrebbe propriamente significare ‘essere di Destra’?– si chiedeva quasi quarant’anni or sono Adriano Romualdi, l’allievo prediletto di Evola, e rispondeva: “Essere di Destra significa, in primo luogo, riconoscere il carattere sovvertitore dei movimenti scaturiti dalla rivoluzione francese, siano essi il liberalismo, o la democrazia o il socialismo. Essere di Destra significa, in secondo luogo, vedere la natura decadente dei miti razionalistici, progressistici, materialistici che preparano l’avvento della civiltà plebea, il regno della quantità, la tirannia delle masse anonime e mostruose. Essere di Destra significa in terzo luogo concepire lo Stato come una totalità organica dove i valori politici predominano sulle strutture economiche e dove il detto ‘a ciascuno il suo’ non significa uguaglianza, ma equa disuguaglianza qualitativa. Infine, essere di Destra significa accettare come propria quella spiritualità aristocratica, religiosa e guerriera che ha improntato di sé la civiltà europea, e – in nome di questa spiritualità e dei suoi valori – accettare la lotta contro la decadenza dell’Europa”.

    A prescindere da ogni altra considerazione di carattere prettamente politico, è sul piano umano, dello Stile e del Carattere (per non parlare della Cultura in senso lato) che tutta l’”area” della destra politica ha fallito.

    Totalmente, irreparabilmente e senza scusante alcuna.

    Provate soltanto per un momento a rileggere le parole di Adriano e poi cercate di riferirle ad uno qualsiasi dei personaggi politici del nostro presente; fategliele “indossare” come un vestito e poi immaginatevi i risultati! Se non vivessimo in tempi tanto tragici e decisivi per le sorti non solo d’Italia e d’Europa ma dell’intero pianeta, ci sarebbe solo da sghignazzare senza ritegno al solo accostare una così nobile descrizione della politica vissuta e sofferta alle figure farsesche della cronaca di questo XXI° secolo ineunte. Dopo l’epoca dei Giganti, l’epopea degli Uomini d’acciaio dei quali Romualdi fu il cantore e il mentore, eccoci ai tempi dei nani, degli omuncoli (donnicciole comprese) della politica politicante, dei ducetti in sedicesimo che ce ne vuol quattro per farne uno intero, dei quacquaraquà; per arrivare poi fino alla genia degli invertebrati, striscianti e sbavanti ai piedi dei Padroni del Mondo. Tra i pochi che hanno commemorato o meglio, come qualcuno scrisse quasi vent’anni fa “ri-evocato” Adriano Romualdi nel trentennale della sua partenza per il lungo Viaggio, tutti indistintamente si sono chiesti: “Cosa direbbe, cosa farebbe, cosa scriverebbe oggi Adriano Romualdi, a fronte di un simile sfacelo umano prima ancor che politico ?” Si tratta ovviamente solo di supposizioni, di interrogativi che già solo per il fatto di esser formulati ci danno la misura dell’importanza del personaggio e del vuoto che ha lasciato. Ma anche se lui è fisicamente muto per sempre, il suo spirito e la sua vitalità sono rimasti intatti nelle pagine, nei documenti che ci ha lasciato. Ed in base a quelli qualche risposta possiamo darcela, seppur al negativo: non avrebbe fatto questo e quello! Non si sarebbe venduto al miglior offerente, non avrebbe sfruttato il nostalgismo ed il nome di suo padre per restare a galleggiare nelle acque melmose della politica politicante, non avrebbe mai perso di vista l’obiettivo principale, il Nemico assoluto dell’Europa, specie ora che l’URSS non esiste più e il comunismo marxista è un pallido ricordo che sbiadisce nelle brume del passato. Non avrebbe provato odio o risentimento per le povere vittime dell’ingiustizia capitalista, dell’usurocrazia mondialista; sapendo sempre identificare e scindere, come ci dimostrava allora, le cause dagli effetti, i perseguitati dai persecutori, i “diseredati” della Terra dai succiasangue dell’intero genere umano.

    Ricordate?

    “Non eguaglianza, ma equa disuguaglianza qualitativa”!

    Ricordate?

    “Spiritualità aristocratica, religiosa e guerriera … per la lotta contro la decadenza dell’Europa”.

    Troppo? Troppo tardi? Troppo oltre le nostre misere possibilità di oggi quando anche l’ultima ridotta di chi avrebbe dovuto opporsi alla decadenza di questa benedetta/maledetta Europa si è disarticolata, dissolta, disintegrata in mille rivoli, in cento battaglie di retroguardia, in un reazionarismo veramente disgustoso che vorrebbe salvare solo l’apparenza e non la sostanza, tirar fuori i cadaveri dalle tombe, solleticando per giunta gli istinti più animaleschi di un popolo cloroformizzato, imbelle, vile e geneticamente traditore? Crediamo di no. E lo crediamo, ne siamo convinti, perché abbiamo assimilato la lezione di un maestro della Tradizione come Julius Evola, mediataci dallo spirito Rivoluzionario del suo discepolo più caro. La Tradizione (che è Una in molteplici forme di manifestazione) ed il Mondo Moderno non appartengono alla sfera temporale, di un prima ed un poi, di un ieri e di un oggi. Sono Categorie aprioristiche dello Spirito e della Storia. Potremmo dire che ogni Civiltà ha avuto il suo periodo “tradizionale”, la sua Età dell’Oro e poi la sua decadenza fino alla sua fine, al suo “mondo moderno”; piccoli cicli all’interno del Grande Ciclo. Nella sociologia di Sorokin parleremmo di fluttuazioni socioculturali di tipo Ideazionale e Sensistico, con una fase di passaggio “Idealistica”. Tradizione Rivoluzionaria quindi: due termini che esprimono uno stesso concetto, ma che è necessario ribadire continuamente, ad ogni occasione, perché oggi “la confusione sotto il Cielo è grande” e non è più istintivamente intuibile ciò che ieri era evidente ad ognuno senza tante spiegazioni.

    Tradizione e Rivoluzione.

    Tradizione è Rivoluzione.

    Tradizione e Rivoluzione > Conservazione/Sovversione, due facce queste apparentemente opposte ma sostanzialmente convergenti nel “Mondo Moderno” come categoria. Convergenza evidente, per esempio nella politica interna come internazionale, dove destra e sinistra, al di là delle sfumature, convergono e concordano nel tenere incatenati uomini e popoli a ideologie ottocentesche, divisioni assurde e superate, a tutto profitto dell’imperialismo, del capitalismo, del materialismo consumista, della massificazione mondialista mediatica delle menti e dei corpi. Ricordate?

    “I miti… che preparano l’avvento della civiltà plebea, il regno della quantità, la tirannia delle masse anonime e mostruose”. Tradizione invece è Tradere, trasmettere, “passare il testimone”, attuare insomma una specie di Rivoluzione Permanente che resti ben salda sui Valori eterni ed essenziali della propria Civiltà, facendo invece piazza pulita di tutte le incrostazioni del passato: che non erano altro che la “sovversione” dell’altro ieri e la conservazione di ieri (gli/i “[im]mortali principi della Rivoluzione Francese ” il nazionalismo ottocentesco, il razzismo positivista-darwinista-biologico, il classismo come motore della Storia, le fedi religiose istituzionalizzate e oramai svuotate dello Spirito di qualsiasi dio,ridotte a potentati economico-politici complici del Mundialismo, e via elencando). E l’elenco potrebbe continuare all’infinito. La Rivoluzione a sua volta non può che essere Tradizionale, Re-Volvere, tornando alle origini, alle radici, al punto d’inizio del cerchio di Civiltà; un punto iniziale che quindi non va ricercato in un passato più o meno lontano (vizio endemico di tutti i nostalgici, di tutti i tipi di nostalgismo), bensì, al contrario, proprio nel futuro che ci sta innanzi, verso la parte più breve di quel segmento ideale che, volenti o nolenti, ci sta precipitando all’Anno Zero, al traumatico, distruttivo e “per-[attraverso]-ciò” creativo passaggio ad un nuovo ciclo minore di Civiltà.

    La Nuova Civiltà dell’Eurasia unita, l’Imperium antimperialista, dell’Europa “aristocratica, religiosa e guerriera”. Scrivendo di Romualdi abbiamo citato Evola, e non poteva esser altrimenti. Ricordando Romualdi infatti, è di noi stessi che parliamo, della nostra generazione di ventenni nel fatidico ’68, quando ancor il rosso e il nero si affrontavano in scontri sanguinosi ed esaltanti, ma anche si incontravano in ardite sintesi, sul cui fallimento non possiamo che rammaricarci per “quello che avrebbe potuto essere e non fu…”. Adriano Romualdi dunque, in quella temperie, fu il “fratello maggiore” di una generazione politica di orfani. Ancora prigionieri di un passato che cercava di perpetuarsi tra doppiopetto perbenisti e pagliacciate nostalgiche, tra la scheda e il manganello (presto sconfitti dall’uno e dall’altro!), i giovani militanti desiderosi di creare un qualcosa di nuovo, di combattere “la decadenza dell’Europa”, non avevano riferimenti culturali di sorta, “Miti capacitanti” di mobilitazione totale, visioni generali del Mondo e della Storia che spiegassero il perché di passati gloriosi e creativi di fronte al vuoto presente. Il massimo che si poteva trovare allora nelle sezioni missine era qualche volume dell’”Opera Omnia” di Mussolini, o qualche biografia dei gerarchi del Ventennio. L’impatto dirompente del pensiero evoliano, peraltro malvisto e boicottato dai tromboni politici di turno, fu molto, forse troppo per giovani menti acerbe e assolutamente impreparate. Quanti si persero in fumisterie da piccolo maghetto! Quanti si bruciarono le ali e l’anima, credendo di essere capaci di cavalcare tigri che subito li disarcionarono e divorarono (per altri l’animale più nobile che incontrarono fu il maiale!). Quanti invece, molto più prosaicamente, sono finiti nella stanza dei bottoni, nelle piccole porcherie della politichetta borghese, nello squallore del carrierismo a tutti i costi, fino a rinnegare il Padre e la Madre. Per quelli di loro in particolare che avevano conosciuto le opere di Evola e di Romualdi, senza introitarle veramente nel proprio animo e nella propria esistenza, la condanna non può essere che totale e senza appello, la sentenza rinviata ma già scritta. E però proprio la mediazione di Romualdi tra il pensiero evoliano e la base militante, tra la visione tradizionale del mondo e la sua traduzione pratica nella lotta politica e sociale rivoluzionaria, rappresentò un “valore aggiunto”, un’opzione per il futuro, quando si fossero presentate le condizioni.

    Tradizione e traduzione per la trasmissione.

    Romualdi insomma fu il trait d’union, il ponte vivente di passaggio, il traghettatore di una giovane generazione militante alle dure prove che l’attendevano nel loro futuro, il nostro presente. Molti si son persi per via, alcuni, spesso i migliori come Adriano stesso, non sono più. Abbiamo commesso, sia singolarmente che come generazione, errori incredibili di valutazione, sia delle situazioni che degli uomini cui ci siamo indirizzati volta a volta. E l’abbiamo pagata a caro prezzo.

    Eppure siamo qui. Ci siamo ancora e testimoniamo alla disincantata generazione dei ventenni nostri contemporanei, nell’epoca della “morte delle ideologie”; testimoniamo nel tempo del riflusso al privato, dell’egoismo individualista e dell’isterismo sciovinista. Continuiamo a testimoniare anche quando quel che rimane della politica si ritrova sulle curve degli stadi, tra braccia a molla e cori bovini. Testimoniamo verità eterne ed esperienze personali, testimoniamo la possibilità reale di fare ancora la Politica, quella dei grandi ideali, dei grandi sacrifici anonimi e senza ricompensa, fuori e contro le anticamere dei politicanti e le sagrestie dei baciapile. Testimoniamo la validità, ancor oggi, oggi più che mai, degli insegnamenti ricevuti dal Maestro e dall’Allievo prediletto.

    Certo lo facciamo con la sensibilità del tempo presente, consci che siamo entrati nel XXI° secolo dell’Era Volgare, consapevoli che le battaglie interne ed internazionali del 2003 e seguenti non sono certo le stesse di trent’anni orsono, con Romualdi ed Evola vivi. Se non ragionassimo così saremmo semplicemente i “nuovi nostalgici”, seppur di un tempo a noi più prossimo. Proprio l’esatto contrario di quel che furono e rappresentarono Evola e Romualdi, sempre e comunque vigili osservatori e solerti anticipatori dello spirito e delle scelte del loro tempo, che fu anche il nostro.

    Cosa avrebbero scritto A.R. o Evola sulla globalizzazione, sul Mondialismo, sull’imperialismo americano-sionista, sull’Eurasia unita, sulla Geopolitica, sullo scontro delle Civiltà e così via? Direi che le risposte, talvolta esplicite altre meno, sono già presenti nei loro libri e articoli. Basta andarseli a leggere, interpretarli secondo una giusta dottrina e, innanzi tutto, metterle in pratica nella vita quotidiana, personale e politica. Senza cedimenti, senza compromessi, senza doppi fini. Il compromesso uccide l’anima. Chi pensasse di salire al volo sull’ennesimo treno in corsa verso… il passato, non ha capito niente né di Evola, né di Adriano Romualdi, e nemmeno del passato glorioso e tragico dell’Europa che vorrebbe andare a raggiungere. Ci sono sensibilità intuitive che nessun ragionamento razionale può spiegare. Anche se in certi casi l’opportunismo e la stoltezza vanno a braccetto.

    La sensibilità diremmo “poetica” di Adriano Romualdi andava anche oltre la sua lucidità intellettuale. E’ un aspetto inedito di questo giovane “soldato politico della classe ‘40”. Rovistando tra le vecchie carte abbiamo ritrovato una pagina di giornale, infilata nel libro “Ricordo di Adriano”, scritto a più mani poco dopo la sua scomparsa. Una pagina ingiallita del…”Secolo d’Italia”! Il sabato 14 marzo del 1964, la terza pagina del quotidiano missista, quella della cultura, pubblicava un breve racconto di Adriano dal titolo “Il frassino del mondo”. E chi ha qualche vaga cognizione di mitologia nordica, sa a cosa ci si riferiva. E’ notte. In una città ideale e fantastica, illuminata dalla luce fredda della Luna, si aggira Crizia, un giovane appartenente alla Casta dei Guardiani. Si parla dell’Ordine, del Sacro recinto dove sono custoditi i bianchi cavalli del Sole, e di Crizia che cammina solitario nella notte, sul lucido asfalto di una città vuota che ci ricorda certe immagini nitide, essenziali nei chiaroscuri taglienti come lame, del cinema espressionista tedesco. E al centro della città si erge il Frassino, presso il Mausoleo della figlia di Costantino “la sposa dell’ultimo,del grande, che aveva fatto argine contro barbari e cristiani… Ma le braccia del frassino nudo emergenti dallo steccato come una marea misuravano quel tempo e i suoi ritorni in fiumi ed anni di respiro, indicavano la città sconosciuta sorta quella notte avanti ai suoi occhi, oltre i confini della distruzione dei mondi”.

    Chi pensava ad un Romualdi soltanto saggista lucido e storico puntiglioso, dovrà ricredersi. Adriano Romualdi era un poeta, il poeta tragico e ricolmo di passione della Fine e della Rinascita, della Resurrezione dell’Europa. Dimenticavo... Il resto della pagina del “Secolo...” era dedicato al corso di orientamento culturale all’I.N.S.P.E (la scuola di partito di allora) con questo annuncio: “Hanno parlato Raffaele Valensise, Augusto De Marsanich …ecc… Appassionato dibattito fra i giovani allievi, guidato da Nino Tripodi”! Senza commento, ovvero “dalle stelle alle stalle”!

    Da tutto questo e soprattutto dalla rilettura dell’opera di Romualdi, la prima considerazione che ci si impone è la seguente: Romualdi (come Evola) è attualissimo oggi come ieri. E questa attualità non è data tanto dalle questioni trattate o dal linguaggio usato, che anzi andrebbe attualizzato nel contesto della realtà politica e sociale in cui viviamo (a cominciare dal bistrattato e abusato termine di destra, oggi improponibile dopo lo scempio mediatico che ne hanno fatto coloro che se ne riempiono la bocca, moderati o radicali che siano). E’ attuale perché la Tradizione Rivoluzionaria, la Rivoluzione Tradizionale sono termini e pratiche sempre valide, ben oltre le contingenze politiche di un dato periodo. Ricordare e ricordarsi di Adriano Romualdi non è e non dev’essere dunque soltanto un doveroso atto di riconoscimento all’unicità del personaggio, ad ogni scadenza decennale dalla nascita e/o dalla morte terrena. E avviandoci alla fine di questa “rievocazione” lasciamo la parola ad altri… che in tempi oramai passati e lontani (un paio di decenni in fondo, eppur è già trascorso un secolo, un millennio, e tant’acqua sotto i ponti…) seppero interpretare il giusto spirito evocatorio di tali scadenze della memoria [lasciamo ai lettori più attenti e curiosi indovinare il dove, il chi, il quando]:

    “…E’ soprattutto nei momenti di bisogno che una ‘società d’uomini’- come Roma nelle fasi critiche delle sue guerre totali, i veterani per mobilitarli – deve rievocare le proprie guide passate, per richiamarle di nuovo al servizio del bene della comunità, a rinfrancarne lo spirito di milizia…’celebrando’ un ricordo appassionato e reverente dedicato alla figura di Adriano Romualdi – e traducendolo in un ‘memento’ che, destinato a noi, si rivela radicalmente franco e spietatamente schietto. Specie là dove assume i toni aspri dell’invettiva senza accordare alcuna indulgenza: né per le infamie altrui, né per le inadeguatezze nostre – e senza risparmiare davvero alcuno (nemmeno chi scrive, naturalmente…). Parole sante! Oh, sì…parole sante!… Ma crediamo doveroso, concludere evocatio e mementum, lasciando come ultima la parola a Romualdi stesso, il nostro “fratello maggiore” (“ognuno ha i suoi”, come direbbe il papa):

    “Risorgerà la luce”

    “In linguaggio astronomico il solstizio d’inverno è il giorno in cui il sole tocca il punto più basso dell’ellittica, quasi come se si allontanasse e sprofondasse nella notte.

    All’epoca delle grandi glaciazioni, l’umanità di razza bianca rimasta sul continente europeo, celebrava in questo giorno la morte e la resurrezione del sole.

    All’alba, dopo la notte più lunga dell’anno, fuochi a forma di ruota salutavano il sole invitto risorgente dall’abisso.

    Oggi, sull’orizzonte dell’Europa, è solstizio d’inverno, un interminabile inverno di servitù e di vergogna.

    MA NOI CREDIAMO, NOI VOGLIAMO CREDERE ALL’IMMINENTE RESURREZIONE DELLA LUCE”

    Adriano Romualdi non ci ha dato solo la sua vasta Cultura ed il suo esempio unico, immortalati nell’eternità da uno schianto nella notte. Il più prezioso dei suoi doni fu la speranza, la certezza di un nuovo sorgere del sole sull’Europa delle macerie. Attendiamo, in suo nome, il ritorno di un nuovo Avatara nelle terre degli Arya.


    Carlo Terracciano

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    Sangue e acciaio
    Carlo Terracciano :: 24 04 06 :: 20:10 T.U.
    Stalin e la Russia del XX secolo - Introduzione a "Sangue e acciaio"

    “Brindo al popolo russo innanzi tutto perché è quello che più si è distinto fra tutte le nazioni che compongono l’Unione Sovietica. Gli dedico questo brindisi perché esso ha meritato, fra tutti i popoli del nostro paese, di essere riconosciuto da tutti come la forza dirigente di questa guerra. Dedico questo brindisi al popolo russo non solo perché è un popolo dirigente, ma perché ha lo spirito chiaro, il carattere stoico e molta pazienza”.

    [Al popolo russo , 24 maggio 1945]

    Stalingrado è la famosa città industriale della Russia meridionale sull’ansa del Volga dove dall’agosto 1942 al gennaio ‘43 fu combattuta fra tedeschi e russi una delle più importanti battagli terrestri della IIª Guerra Mondiale. Forse la più decisiva in assoluto, dopo tre anni di trionfi delle armate del III Reich.

    “Stalingrado” dichiarò Stalin “segnò l’inizio del tramonto dell’esercito fascista-tedesco”.

    Con Leningrado, oggi ritornata all’antico nome di San Pietroburgo, e Mosca, la roccaforte del Volga rappresenta da sempre l’estrema linea di difesa russa dalle invasioni occidentali, proprio per la sua posizione strategica nel fronte sud.

    Una linea retta trasversale quasi perfetta dal Baltico al Caspio.

    Essa è situata infatti a ridosso dell’ampia ansa della maggiore via fluviale della pianura sarmatica, dove Volga appunto e Don sembrano quasi destinati ad unirsi, per poi piegare l’uno a sud-est fino al Caspio, l’altro verso sud-ovest al Mar d’Azov, a sua volta collegato al Mar Nero.

    Il Volga insomma, attraverso una serie di laghi interni e canali scavati dall’uomo rappresenta la vena vitale della Russia europea e collega tra loro i mari del sud russo con il Golfo di Finlandia e il Mar Baltico a settentrione. In termini storici potremmo dire il mondo nordico vichingo con quello caucasico a sud-est e balcanico-anatolico a sud ovest (l’antico impero di Bisanzio, la Seconda Roma e poi quello Ottomano che ne raccolse l’eredità).

    Se ci siamo soffermati su questi aspetti storici e geografici per introdurre il lettore alla figura di Joseph Vissariovich Djugashvili, passato alla storia con l’appellativo di STALIN (Acciaio) è perché consideriamo altamente simbolico l’accostamento del suo nome a quello della città che tale ruolo ha svolto nella storia moderna dell’impero russo.

    Se la città fondata da Pietro il Grande esattamente 300 anni or sono sul Golfo di Finlandia per aprire alla Russia le vie del mare e del mondo ed essere la nuova capitale, fu dedicata al capo politico, ideologo e fondatore della Russia bolscevica, è altrettanto significante il fatto che la “capitale del sud” abbia assunto per decenni il nome del vero fondatore della Russia moderna, già seconda potenza mondiale.

    Il nome precedente Czaritzyn, oggi reintrodotto dopo la parentesi Volgograd, evoca chiaramente il passato zarista. E Stalin fu a tutti gli effetti il nuovo Zar, il nuovo Ivan il Terribile e il nuovo Pietro del restaurato impero, l’URSS.

    Il Capo assoluto cui dedicare la città dell’acciaio.

    Un uomo “d’acciaio” che, ironia molto nota nella storia, non apparteneva per le sue origini al popolo che seppe condurre alla vittoria ed alla potenza.

    Alessandro Magno, il vincitore dell’Oriente, dell’Egitto e della Persia nel nome dei greci fu un macedone, praticamente un “barbaro” di confine per l’écumene ellenistico.

    Carlo Magno, a sua volta restauratore dell’Impero Romano in Occidente un Franco, Saladino ri-conquistatore per l’Islam di Gerusalemme un curdo; il corso Napoleone fece la grandezza della Francia entrando nel mito.

    Un secolo dopo l’austriaco Hitler fondava il III Impero Germanico che affrontò l’impero “rosso” creato dal mezzo ebreo Lenin e difeso dal georgiano Stalin in una guerra di Titani.

    A dirla tutta anzi sembra che egli avesse, per parte materna, discendenza dagli Osseti, una piccola stirpe caucasica mantenutasi tra le più pure della grande famiglia indo-europea.

    Il velenoso libro di Louis Rapoport “La guerra di Stalin contro gli ebrei- L’antisemitismo sovietico e le sue vittime” ( riedito a dodici anni di distanza da Rizzoli),

    attribuisce proprio a questa origine etnica il suo carattere sanguigno e violento nonché il presunto “antisemitismo”.

    Le tre città simbolo della Russia ressero all’urto della blitzkreig germanica che lambì le periferie di Leningrado e Mosca mentre rimase intrappolata nel cuore di Stalingrado.

    Ed è qui, nel luogo dedicato al “generale supremo” che si infranse il sogno del Reich Millenario, quando l’inetto e poi traditore Feld Maresciallo von Paulus si arrese con 80mila uomini ancora armati e ben 18 generali!

    Era il 31 gennaio 1943.

    10 anni esatti dall’ascesa di Hitler al potere.

    Altri due anni e tre mesi di guerra, con uno spargimento di sangue imparagonabile nella storia non avrebbero mutato più le sorti del conflitto mondiale.

    L’uomo che sarebbe stato definito per le sue vittorie il “sole della Russia”, come Aleksandr Nevskij, era nato a Gori il 21 dicembre 1879, quindi nel giorno del Solstizio d’Inverno, quando secondo la tradizione più remota il sole, che sembrava destinato a scomparire preda della tenebra, inizia la sua lenta ascesa celeste di sei mesi, fino al prossimo solstizio, quello d’Estate.

    E quanto Stalin, già padrone assoluto della Russia, si identificasse con la storia dei grandi che lo avevano preceduto restano a dimostrarlo proprio i film di Sergej Eisenstein, sia quello del ’38 sulla vittoria del principe Nevskij sui Teutonici al Peipus, sia il successivo Ivan il Terribile-La Congiura dei Boiardi, almeno i primi due appoggiati dal dittatore giorgiano .

    Un’ascesa lenta, faticosa, piena di insidie, di persecuzioni, di carcere e di esilio, quella del georgiano-osseta, che ne forgerà il carattere e le idee più attraverso l’azione che non nella vuota astrazione intellettuale di retori e ideologi.

    Già a vent’anni, con l’espulsione dal seminario teologico di Tblisi il suo destino è segnato.

    In altra parte del presente scritto è ampiamente trattata la biografia di Stalin, per cui prenderemo in considerazione la sua opera di rivoluzionario e capo di stato a prescindere, per quanto possibile, dalla sua impostazione marxista-leninista, il suo substrato dottrinario e ideologico che, nonostante le critiche dei suoi oppositori in particolare Trotzky e i trotzkisti, si dimostrò alla prova dei fatti ben più vicino al pragmatismo rivoluzionario di Lenin di quello dei suoi detrattori.

    Ma prima di tutto bisognerà sgombrare il campo da alcune questioni che hanno distorto il giudizio sul vero fondatore dell’URSS moderna.

    Intanto l’idea che il regime staliniano, il “terrore rosso”, il sistema concentrazionario dei gulag o la dittatura del e nel PC abbiano rappresentato delle “variabili impazzite” rispetto alla originaria, idealistica purezza del marxismo, pur nella sua versione leninista e/o trotskista.

    Niente di più falso ed antistorico.

    Il “compagno Koba (Indomabile !) poi Stalin, da quando fu Segretario Generale del CC fino alla morte, non fece che applicare l’insegnamento leninista adattandolo alle situazioni contingenti.

    Un comunismo democratico, sensibile alle istanze dal basso, rispettoso degli oppositori veri o presunti, acerrimo nemico delle dittature e destinato ad una pacifica convivenza ed equilibrio a livello internazionale E’ PURA INVENZIONE POSTUMA di un’agiografia pseudostorica che vorrebbe come sempre rileggere gli accadimenti e le idee del passato con l’ottica del presente; cioè quanto di più antistorico possa esistere.

    E non si tratta solo di storiografia marxista.

    Quella demo-borghese antifascista non fu da meno, dovendo giustificare ai posteri l’innaturale alleanza contro Germania e Italia assieme ad un “dittatore così sanguinario” (almeno dopo il famoso “Rapporto segreto Kruscev” al XX Congresso del febbraio ’56).

    Anche sui famigerati processi del Terrore staliniano, le “grandi purghe” degli anni Trenta e Quaranta, fino al processo ai medici ebrei che precede di poco la sua morte (e qualcuno sospettò che la determinasse), resterebbe ancora da svolgere una seria opera di ricostruzione degli atti e dei fatti.

    Trotzky e Bukharin, Kamenev e Zinoviev, giù giù fino a Slansky ed Anna Pauker, furono tutti capi comunisti che utilizzarono gli stessi metodi oggi attribuiti al solo Stalin, e che ne furono a loro volta stritolati.

    Nella lotta di potere all’interno del Movimento Comunista Internazionale Stalin seppe sempre anticipare le mosse dei suoi avversari interni ed esterni.

    In caso contrario costoro avrebbero applicato nei suoi confronti gli stessi, medesimi metodi; che sono del resto in auge almeno da oltre due secoli di movimenti rivoluzionari, dalla Rivoluzione Francese in poi.

    E se pure le confessioni venivano estorte prima del processo, non per questo esse devono considerarsi semplicemente false. Stalin era circondato da nemici ideologici e politici, ma seppe dimostrarsi più avveduto di loro e seppe stroncare sul nascere ogni tradimento; almeno fino al marzo del '’53 data della sua morte, in pieno “processo dei medici”, per la maggior parte ebrei.

    Per non parlare ovviamente e banalmente di cifre di morti a sette zeri, di deportazioni, guerre, stragi, omicidi singoli e collettivi attribuiti al “despota rosso”, specialmente dopo il crollo dell’URSS e l’avvento al potere di governi sempre più reazionari e filo-americani.

    Con tali considerazioni infatti nessun regime, nessun governo e nessun popolo della storia si salverebbe dalla condanna.

    Basti pensare alla scia di sangue che la storia americana, dai primi insediamenti nel Nuovo Mondo ad oggi, ha lasciato su tutto il globo: certamente il più grande olocausto, pagato da quasi tutti i popoli che ebbero la sventura di incrociare l’imperialismo USA.

    La grandezza di Stalin va invece, a nostro modesto parere, misurata proprio sul suo impegno interno nella trasformazione della Russia semi-feudale in un paese moderno, autosufficiente per quanto riguarda le materie strategiche, seconda potenza mondiale del dopoguerra. E’ la stessa politica nazionale e rivoluzionaria che fu propria ai regimi di mobilitazione di massa nell’Europa degli anni Venti e Trenta o nell’Era Meji del Giappone della seconda metà dell’800 fino al 1945.

    La campagna contro i kulaki e le carestie nella Russia meridionale servirono anche a lanciare il paese a tappe forzate verso l’industrializzazione moderna, saltando a piè pari la fase borghese di concentrazione capitalista. La burocrazia sovietica sostituì nei fatti quel passaggio storico preconizzato da Marx.

    In Russia la rivoluzione comunistica e dall’alto, successiva al colpo di stato dell’élite di partito armata, anticipò e non seguì la fase borghese dello schema teorico marxiano.

    Ne rappresentò l’attuazione pratica nella contraddizione dottrinaria.

    Non solo: ne fu il paradigma futuro di riferimento per tutte le altre rivoluzioni del Terzo Mondo, dove il comunismo, strumento della Liberazione Nazionale anticolonialista, si affermò sempre in contesti sociali pre-industriali e agricoli, dove l’unica borghesia esistente era quella commerciale e mercantilistica legata agli interessi coloniali delle potenze occupanti. Così in Cina, a Cuba, nel Vietnamo in Corea del nord; fino al caso eclatante della Cambogia dei “kmer rossi” che nella loro breve esperienza di governo invertirono il processo, riportando alle campagne la popolazione recentemente inurbata e cercarono di attuare un comunismo agricolo originale ed originario, addirittura pre-feudale nel marxismo.

    In Europa invece il regime sociale e politico fu imposto dall’esterno con l’occupazione militare dopo la II Guerra Mondiale, e come tale fu avvertito come una forma di neo-imperialismo, con le conseguenze che tutti conosciamo.

    Ma dove il pragmatismo staliniano rifulse fu nella comprensione dei reali rapporti internazionali dopo la morte di Lenin e l’evidente fallimento dei tentativi insurrezionali in Europa occidentale, Italia e Germania in primis. Tentativi abortiti che avevano anzi favorito l’avvento di regimi rivoluzionari di segno ideologico opposto.

    La teorizzazione del “Socialismo in un solo paese” rappresenta certamente una rottura notevole con tutta la tradizione marxista precedente che trovò invece ne “La rivoluzione permanente” di Lev Bronštein-“Trotzky” il teorico più consequenziale e nella fondazione della Terza Internazionale nel marzo 1919 il suo apice.

    Eppure il fallimento della campagna di Polonia, con la sconfitta della battaglia di Varsavia (15 agosto 1920), e ancor più i fallimenti nel tentativo di instaurare repubbliche “sovietiche” in Baviera, Germania, Ungheria, Italia ecc…dimostrava come il caso russo fosse stato praticamente unico e non esportabile.

    Non dimentichiamo infatti che quello di Lenin a San Pietroburgo fu un vero e proprio colpo di stato condotto da una ristretta cerchia di militanti rivoluzionari professionisti, a fronte di una popolazione ancora al 90% contadina completamente estranea.

    I bolscevichi approfittarono del momentaneo vuoto di potere conseguente alla rivoluzione borghese di marzo e al disfacimento del fronte russo della I Guerra Mondiale.

    Proprio per favorire il quale Lenin era stato riportato in Russia col permesso del Quartier Generale prussiano, nel celeberrimo treno blindato fino alla stazione Finlandia della capitale russa.

    Il colpo di stato e la successiva guerra civile con i Bianchi aveva consegnato ai rivoluzionari bolscevichi un paese che nella logica stessa della dottrina marxista era il più lontano possibile dalla prospettiva rivoluzionaria propria in una società a capitalismo avanzato e con una borghesia industriale in crisi.

    Fu Stalin che seppe fare di necessità virtù, fino a rovesciare i termini stessi del rapporto tra Russia e rivoluzione comunista.

    Per i trotzkisti non solo era inconcepibile con tutta la dottrina di Marx ed Engels l’idea del “socialismo in un solo paese”, per quando immenso come la Russia, ma anche che esso potesse sopravvivere senza la rivoluzione internazionale cioè in Europa.

    L’arretratezza dell’ex impero degli Zar ne avrebbe fatto oggetto delle mire degli stati capitalistici e delle forze reazionarie interne.

    Il bolscevismo aveva mantenuto il potere contro la reazione “bianca” sia per le divisioni del fronte avversario, mai saldatosi in una strategia unica, sia perché era riuscito a tenere quell’asse geopolitico San Pitroburgo-Mosca-Volgograd che, come già detto, rappresenta da sempre la spina dorsale di ogni resistenza russa alle invasioni.

    Stalin, pur rimanendo sempre idealmente fedele al comunismo, dovette prendere tuttavia atto della realtà elaborando la nuova strategia: rafforzare e modernizzare a tutti i costi la Russia o meglio, dal 1923 al 1991, la Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS, o CCCP se si usano i caratteri cirillici corrispondenti alle 3 S e R).

    In questo nuovo contesto strategico mondiale il ruolo dei vari partiti comunisti aderenti alla IIIª Internazionale sarà d’ora in avanti solo quello di uniformarsi in toto alla politica interna ed estera dell’unico “stato comunista” in attesa che la sua potenza militare “liberi” i rispettivi paesi dal dominio capitalista.

    L’URSS insomma come “Terra promessa” del proletariato, santuario inviolabile e futuro trampolino di ri-lancio della Rivoluzione mondiale al seguito dell’Armata Rossa.

    Con l’era staliniana il rovesciamento delle posizioni è totale: la Russia e i popoli federati da STRUMENTO del comunismo internazionalista si trasformano in FINE, ed il comunismo stesso diviene lo strumento per la politica neo-imperiale russa.

    Uno strumento formidabile perché il suo internazionalismo e una dialettica marxista impregnata di messianismo salvifico ne permettono l’applicazione in ogni contesto geografico, in ogni fase storica e politica.

    Stalin può così adattare la teoria rivoluzionaria con svolte radicali a 180°, passando dall’isolazionismo e dalla teorizzazione del Socialfascismo ai Fronti Popolari in funzione antinazista, dal Patto Molotov-Ribbentropp con la Germania Nazionalsocialista per la spartizione della Polonia e dell’Europa Orientale fino alla Triplice Alleanza con gli stati capitalisti Gran Bretagna e Stati Uniti in funzione antitedesca e poi, dopo Yalta alla creazione del Patto di Varsavia per contrastare l’occupazione dell’Europa occidentale da parte dell’America con il suo strumento, la NATO.

    Per inciso la Guerra Fredda ripropone per l’ennesima volta nella storia la contrapposizione tra Terra e Mare, tra potenza terrestre e talassocrazia, come già era stato nel secolo precedente tra Impero zarista e Impero britannico.

    E’ infatti evidente che il rovesciamento storico, per quanto solo strategicamente determinato, riposiziona la Russia in un ruolo centrale ed “imperiale” se non imperialista e tende negli anni a riannodare il tessuto storico della nazione, dopo lo strappo rivoluzionario di un bolscevismo i cui leader, Stalin compreso, erano in massima parte non russi.

    E a questo punto necessita una puntualizzazione.

    Accusare Stalin di antisemitismo, come hanno fatto molti storici ebrei quali il Fisher o Rapoport è pura propaganda di parte sionista.

    Stalin non fu antiebraico più di quanto sia stato anticeceno o antiucraino.

    Come Marx, figlio del rabbino di Treviri, come Lenin in parte ebreo, il georgiano Stalin si rifiutò semplicemente di riconoscere gli ebrei come nazionalità a se stante, in considerazione della loro identità religiosa e specificità culturale.

    Del resto, se tutta la vecchia guardia bolscevica eliminata da Stalin era composta da ebrei, gli esecutori delle purghe staliniane da Jagoda a Beria passando per Ežov avevano la medesima origine.

    Non dimentichiamo poi che la Russia, nel 1948, fu la prima a riconoscere il neonato stato di Israele, per inserirsi nel gioco mediorientale allora dominato da inglesi e francesi, “mandatari” nei territori arabi dell’ex Impero turco e sostenitori delle corrotte monarchie arabe. Le rivoluzioni panarabe e socialiste degli anni successivi ribalteranno le posizioni ed indurranno Stalin ad orientarsi verso il progetto del Birobidžan, la versione russa del “progetto Madagascar”.

    Detto questo è indubitabile che la lotta tra Stalin e Trotski, tra socialismo russo e internazionalismo, sia stata letta ed avvertita proprio in Russia anche come uno scontro, sempre rinnovantesi, tra la Patria Russia ed il cosmopolitismo apolide.

    Non solo la classe dirigente della rivoluzione russa era composta di ebrei, ma lo erano anche tutti i capi dei partiti comunisti che in Germania, Ungheria, Baviera avevano condotto le fallite insurrezioni.

    Stalin, volente o nolente, a ragione o a torto, è “sentito” in Russia ancora oggi, nonostante le origini caucasiche, come il difensore della specificità russa, della storia della Russia eterna rispetto all’elemento estraneo, in particolare ebraico.

    Specie con la II Guerra Mondiale, che per i russi è la Grande Guerra Patriottica, Stalin recupera, seppure solo strumentalmente, valori e simboli della Russia

    pre-rivoluzionaria, compresa la religione ortodossa, e i grandi Zar che avevano creato l’impero, Ivan IV e Pietro il Grande.

    All’interno stesso dello stato sovietico le due anime, per così dire, quella “populista russa” e quella “cosmopolita internazionalista” trovarono nell’Armata Rossa e nei Servizi Segreti i due poli istituzionali rispettivi di riferimento.

    Fino alla sconfitta afghana e all’avvento di Gorbaciov che portò alla fine del regime e alla dissoluzione stessa dell’Urss.

    Semplificando al massimo Stalin è dunque visto in un contesto unitario della storia della Russia, superata la cesura rivoluzionario bolscevica di matrice non russa, come il Grande Padre dei russi e dei popoli federati, l’Ultimo Zar”:

    lo Zar Rosso che ha rifondato l’impero e la grandezza di Mosca, sulla base di una ideologia messianica di salvezza mondiale che, a sua volta, si riallaccia alla missione ortodossa di Mosca “Terza Roma”, erede sia dell’Impero di Roma che di quello di Bisanzio.

    La destalinizzazione krusceviana, la condanna del “culto della personalità”, altro elemento certamente estraneo al centralismo democratico leninista, ha rimosso per decenni la figura di Josiph Dugashvilij dalla storia della Russia e del movimento comunista.

    Paradossalmente l’ha rovesciato nel suo contrario: “l’anticulto della personalità di Stalin”, attribuendogli tutte le nefandezze, le deviazioni, gli errori e gli orrori del passato.

    E con un triplice scopo: nascondere le responsabilità dei nuovi dirigenti che erano stati suoi fedeli esecutori, legittimare il nuovo potere di fronte ad una personalità così preponderante e, non ultimo, assolvere il comunismo davanti ai popoli ed alla storia rovesciando sulla figura del dittatore tutti gli aspetti negativi, come deviazioni personalistiche dalla purezza originaria.

    Un destino che , mutatis mutandis, ha accomunato i più grandi condottieri rivoluzionari del XX secolo: Stalin e Hitler, Mussolini e Mao Tse Tung, per non citare che i più famosi.

    Il tentativo di rimozione è durato quanto è durata l’URSS stessa.

    Di fronte all’implosione dell’Unione Sovietica e al dissolvimento del suo impero europeo e mondiale, il popolo russo disorientato ha cercato e cerca nel suo passato, anche il più recente un punto fermo di riferimento.

    E torna una certa vena nostalgica del Grande Padre perduto.

    Depurato nel ricordo delle vecchie generazioni di tutti gli aspetti più sanguinari e dittatoriali, Stalin torna ad identificarsi nell’immaginario russo semplicemente come l’uomo che aveva ricreato la potenza, la dignità, la speranza salvifica della Russia nel mondo. L’uomo d’acciaio che aveva forgiato la Russia moderna rendendola padrona di metà del globo, superarmata e rispettata, la seconda potenza mondiale dopo gli Stati Uniti.

    Questa linea di pensiero inusitatamente sviluppatasi dal filone della rivoluzione bolscevica del secolo scorso, è attualmente riscontrabile nel nuovo comunismo russo, nel PKFR, il Partito Comunista della Federazione Russa di Gennadij A. Zjuganov.

    Zjuganov, già tra i dirigenti del Fonte di Salvezza Nazionale anti-Eltzin, è anche l’autore di un’opera fondamentale del nuovo pensiero nazionalcomunista di Russia:

    “Deržava” [il simbolo del potere imperiale zarista, il globo sormontato dalla croce] pubblicato anche in Italia dalle Edizioni all’Insegna del Veltro, con il titolo

    “Stato e Potenza”.

    L’autore e capo politico, senza citare direttamente Stalin, si riallaccia direttamente alle tesi leniniane espresse nel 1917 in “Stato e Rivoluzione”, alla vigilia della rivoluzione d’Ottobre. Per contestarle.

    In particolare l’internazionalismo, la lotta di classe , l’ateismo; insomma il fondamento stesso del marxismo-leninismo.

    Anche il recupero della GEOPOLITICA, scienza tabù nella Russia comunista, la lotta al Mondialismo, l’identità della Russia eterna sono tutti temi che pongono il nuovo comunismo russo in una linea di pensiero ben distante dalle origini, ma certo più prossima alle realizzazioni pratiche del periodo staliniano, se non alla dottrina del dittatore georgiano.

    Non dovremmo dimenticare, per inciso, che Stalin fu uno studioso del problema delle nazionalità (“Il marxismo e la questione nazionale” è del 1913, ben precedente alla rivoluzione e all’ascesa al potere) e riuscì con pugno di ferro e al costo di molte vittime a tenere salda l’Unione, integrando e russificando le élites dei vari popoli.

    Un’unione certo non definitiva, sempre precaria.

    La disintegrazione dell’URSS si produrrà proprio seguendo le faglie della divisione nazionale dei vari popoli disseminati dal Baltico e dal Mar Nero fino al Pacifico, dal Polo ai deserti del centro Asia.

    Le conseguenze sono oggi sotto gli occhi del mondo, con in primo piano la guerra per l’indipendenza della piccola Cecenia, proprio il popolo che Stalin fece deportare in massa nel centro Asia per prevenire ogni tentativo di secessione favorito dalla guerra mondiale e dall’avanzata delle armate del Reich verso il centro e il sud russo.

    E su queste fratture si inserisce il nuovo piano egemonico planetario della superpotenza americana, all’offensiva sia nel Caucaso che nel centro Asia.

    Potremmo affermare, con il senno del poi, che la politica di Stalin, PROPRIO nel divaricarsi nella prassi dalla teoria marxista-leninista-trotzkista, sia stata quanto mai lungimirante di fronte alle sfide a lui contemporanee e agli sviluppi della politica mondiale posteriore.

    Ancora una volta nella Storia la realtà dei rapporti sociali e delle necessità geografiche ha saputo piegare ideologie, fedi, propositi alla dura prassi politica.

    Se il marxismo doveva essere nelle intenzioni dello stesso Marx e dei suoi esegeti rivoluzionari una prassi politico-sociale autorealizzantesi nella Storia, è evidente che il suo fallimento teorico e pratico ne condanna anche la pretesa scientificità e razionalità.

    E l’affermazione dei marxisti moderni che né l’URSS, né la Cina né alcun altro paese ha mai realizzato il marxismo e il comunismo ci sembra non smentire ma ulteriormente confermare l’assunto.

    Stalin non fu un condottiero e retore come Lenin, né uno stratega militare o un ideologo come Trotsky; non ebbe neanche una personalità carismatica come Adolf Hitler che fu fondatore, ideologo, capo e stratega contemporaneamente del Nazionalsocialismo.

    Ma certamente bisogna riconoscergli il “merito” di aver saputo condurre con mano ferma, da “Grande timoniere”, sia la Rivoluzione che la Russia attraverso i frangenti di un periodo così denso di avvenimenti come quello della prima metà del XX secolo. Tanto da identificarsi con la Rivoluzione Comunista ben più del suo teorico e del rivoluzionario, almeno per trenta anni, e con la storia della Russia per sempre.

    Ed è come ultimo degli “zar” russi e come fondatore della Russia moderna che il suo nome verrà ricordato e, forse in un domani non lontano, venerato;

    quando la polvere del tempo si sarà depositata sulle contingenze umane, sulle ideologie morte, sulle speranze frustrate e sola resterà la memoria dei grandi condottieri che hanno FATTO la Storia.

 

 
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