Penso che i 'selvaggi' che intende Blondet siano altri, cioè tipo quei plebei che modellano le proprie esistenze su calciatori, veline e altre scempiaggini mediatico-televisive.
I truzzi, diciamo.


Penso che i 'selvaggi' che intende Blondet siano altri, cioè tipo quei plebei che modellano le proprie esistenze su calciatori, veline e altre scempiaggini mediatico-televisive.
I truzzi, diciamo.


Il senso delle parole di Blondet è meglio spiegato in questo articolo:
(E' di quelli che ha lasciato fuori Copyrighy)
Elogio ai giovani soldati
Sono stato invitato a parlare agli studenti della scuola militare «Teuliè», ed è stata una bella esperienza.
Circa duecento soldati-studenti tra i 15 e i 19 anni, in divisa, che mi hanno accolto con l'attenti e il saluto militare (a me, borghese che non ho mai imparato a riconoscere i gradi sulle spalline).
La «Teluiè» è un liceo, ma un liceo d'elite, dove si studia più della media, dove ci sono laboratori di fisica e chimica e di lingue.
Ho espresso la speranza che questi ragazzi, ufficiali di domani, formino il nucleo della classe dirigente di cui l'Italia ha disperatamente bisogno.
Le domande che mi hanno posto sono state interessanti e rivelatrici, forse più di quanto loro stessi supponessero.
La prima, pronunciata sull'attenti: «Lei crede, professor Blondet, che i militari siano conformisti?».
Conformisti?
Ma posso indovinare da dove nasce questa domanda: dai coetanei che non portano la divisa.
Magari da qualche ragazza in discoteca: «Ma come siete conformisti, voi militari!».
Ecco come le ragazze, le donne, che nella storia hanno sempre svolto il compito di elevare l'uomo, di renderlo sensibile ad esigenze più alte, possono invece abbassarlo - come fanno nel mondo d'oggi, preferendo cialtroni con l'orecchino e i jeans cascanti a dignitosi giovani soldati.
Io non sono mai stato militare, ho solo visto i nostri e gli altri - la Legione francese, i piloti tedeschi - in qualche luogo d'operazione, ho interrogato e fatto raccontare vecchi combattenti.
E ho capito al volo che tutto ciò che viene ordinato e insegnato ai militari in caserma, e che sembra sciocco, insensato, o conformista e sorpassato, sui campi di battaglia diventa «utile» e funzionale.
Tutto: dall'ordine di disfare la branda e sistemare le lenzuola a cubo, alla noiosa marcia cadenzata con le ginocchia ben alzate (provate a camminare in un campo fangoso come se foste in via Montenapoleone…), l'obbedienza immediata senza discutere e senza capire, fino alla ripetizione di esercizi fisici e di montaggio-pulizia dell'arma finchè diventi istintiva, tutto, tutto serve a una cosa: aumentare la sopravvivenza del soldato.
Prendiamo la «rapatura», ad esempio.
La pratica, credo, vissuta come la più umiliante e de-personalizzante per giovani adolescenti, per cui la chioma ha tanta importanza narcisistica.
Ma sappiamo - o dovremmo sapere - che non è un'inutile crudeltà.
Per secoli gli eserciti in marcia hanno avuto compagne tremende, peste, colera, tifo: pestilenze da scarsa igiene, inevitabile negli accampamenti e nella guerra.
I pidocchi portano il tifo: tagliare a zero è la più economica prevenzione.
Ma alla rapatura si può dare un significato più alto e simbolico.
I giovani buddhisti che si fanno monaci vengono rapati; e così i frati, e anche le suore novizie.
La rasatura della testa è il primo rito iniziatico, rito di passaggio: segna l'entrata del rapato in un Ordine.
Non c'è niente di strano.
Accade spesso che le più umili necessità assumano un senso esoterico e sacramentale.
I musulmani si lavano prima di pregare: simbolo della purificazione del cuore.
Gesù lavò i piedi ai suoi apostoli, e i vescovi li lavano ai sacerdoti appena ordinati.
La rapatura ha lo stesso significato.
Chi viene rapato dal barbiere militare entra nell'Ordine.
Diventare militare, e ancor più ufficiale, non è infatti entrare in una «categoria», in un mestiere o in un sindacato, ma qualcosa del tutto diverso.
Con la rasatura, il soldato depone - lo sappia o no - il suo «io» privato, ed entra nel corpo che accetta, per amore della patria, fatiche, obbedienza, e fame, possibilità di prigionia e di morte. (1) Quello militare è un ordine stoico.
Ed è molto vicino allo stoicismo del frate, del monaco buddhista e della suora.
Il cui motto è quello di san Paolo: «Non sono più 'io' che vivo, ma Dio che vive in me».
Il militare, che lo sappia o no, è un passo più vicino a Dio del borghese, perché la morte è fra le possibilità concrete del suo «mestiere».
Si dice: sul campo di battaglia non ci sono atei.
E nemmeno scettici.
Sotto l'artiglieria nemica e presi di mira dalle mitragliatrici, fra i caduti, si riceve con gratitudine l'Eucarestia dal cappellano.
Non c'è da vergognarsi, anzi è segno dell'estremo coraggio: se sarò ucciso, con il mio Dio nel cuore a cui m'affido, io sono «pronto».
Ecco come si sbagliano le ragazze che danno dei «conformisti» agli studenti-soldati.
Loro hanno fatto la scelta più anticonformista che ci sia, quella a cui le masse edoniste d'oggi si sottraggono volentieri.
Il «conformismo» del soldato ha un nome più nobile: disciplina.
L'obbedienza immediata al colonnello, che sa di più della situazione, è ovviamente un aiuto alla sopravvivenza - oltre che eventualmente alla vittoria.
Persino i borghesi devono avere sperimentato talora questa utilità: anche nel divertimento.
Quando si va in barca a vela, da inesperti, sotto il comando di un esperto velista, si impara che bisogna eseguire subito gli ordini che quello dà, nel gergo tecnico della vela (un gergo studiato apposta per scongiurare incertezze: negli ordini gridati, una vela non è solo una vela, ma precisamente una randa, una scocca, un fiocco, una tormentina); ogni esitazione porta a qualche mezzo disastro, oltre che agli improperi del comandante.
La disciplina è a volte, nell'ordine militare, molto formale, rigida, e allo stesso tempo elementare.
Questo ha un motivo storico profondo: quando la massa dei soldati semplici era composta da analfabeti e ignoranti di cose tecniche - nella prima guerra mondiale, i nostri pastori e contadini videro per la prima volta macchine, artiglierie, automezzi - bisognava che gli ordini fossero secchi, semplici e rafforzati dalla paura di punizioni severe.
L'ordine militare è conservatore: adotta marce e discipline che servivano ai tempi di Napoleone, e forse non servono più tanto (ma in Afghanistan sì, gli americani hanno persino recuperato l'uso dei muli militari).
Ciò perché quando si tratta della morte, si esita a cambiare comportamenti e procedure che hanno funzionato per secoli.
Ma più la truppa è istruita, più la disciplina diventa informale e anche «naturale».
Nella grande guerra, i soldati tedeschi non erano, come i nostri, contadini fermi alla «tecnologia» del carro agricolo; erano operai, spesso specializzati, della Krupp o della IG Farben.
Sapevano da sé che non si deve stare davanti ai cannoni, avendo esperienza di presse e macchinari idraulici, nozioni pratiche di chimica e di fisica.
A questi soldati si potevano dare ordini più complessi, fare con la loro forza manovre più mobili, rapide e avvolgenti.
L'obbedienza al colonnello veniva da una fiducia sviluppata in fabbrica: il colonnello era spesso l'ingegnere-capo, a cui lo Stato aveva messo la divisa.
Da qui la fama, che nacque allora, della superiore qualità bellica del soldato tedesco.
Era la qualità di esperti operai, capaci di comprendere il «perché» di ordini complessi e svolgere operazioni complesse.
L'esercito israeliano ha la stessa qualità.
Gli ufficiali non sono fiscali sulla tenuta del soldato, sulla sua chioma e sulla lucidità delle sue scarpe; ma il soldato è un diplomato o un laureato, e può assumersi responsabilità impensabili.
Un soldato semplice può chiedere via radio l'appoggio aereo: sulla sua parola si alzano due caccia che costano centinaia di milioni di dollari, una cui ora di volo ne costa decine di migliaia, perché si è sicuri che ha dato le coordinate giuste.
Nell'ultima guerra in Libano questa qualità non si è vista.
Come mai?
Se lo sta chiedendo, angosciata, l'intera nazione israeliana.
Uno dei motivi è che i soldati sionisti sono abituati da almeno vent'anni a fare «azioni belliche» contro palestinesi praticamente disarmati, senza disciplina e senza comando; abbattono case o vi irrompono, passano coi carri armati sulle auto in sosta, arrestano, ammazzano, sparano ai ragazzini che tirano pietre.
Così, da soldati, sono diventati aguzzini, che è tutt'altro mestiere.
Un mestiere che può essere anche necessario, quando si fa un'occupazione di terra altrui, ma che è meglio lasciare a corpi specializzati.
La Wehrmacht, l'esercito tedesco, non fece mai - salvo sbavature occasionali - il mestiere degli aguzzini.
A quello provvedevano le SS - la milizia del partito nazionalsocialista, un corpo politico-ideologico - e la Gestapo, la polizia politica.
Da parte sovietica, la stessa funzione era svolta dai «commissari del popolo» e dal KGB.
E naturalmente ciò non vale del tutto per le SS combattenti, che non gestivano i lager ma stavano all'attacco sui fronti.
L'esercito non va impiegato in questi compiti sporchi perché si «demoralizza», nel senso letterale: perde moralità.
Il torturatore, l'omicida e il sadico non sono buoni combattenti.
Non appartengono all'Ordine cui allude la rasatura della testa.
L'esercito israeliano è andato alla guerra con Hezbollah «demoralizzato» da decenni di operazioni di aguzzino contro una popolazione inerme.
Per di più, ha commesso l'errore che ogni colonnello sa di dover evitare: ha disprezzato il nemico. Rendere onore al nemico è tipico dell'onore militare, ed è anche la tattica giusta.
Gli israeliani, a forza di ripetersi che Hezbollah erano «terroristi», sono stati colti di sorpresa quando si sono trovati di fronte combattenti perfettamente disciplinati, ben armati e benissimo comandati, per di più eccezionalmente determinati e capaci di stoico sacrificio.
Il terzo motivo è che l'esercito israeliano si è «americanizzato», adottando i vizi mentali e la false visioni della dottrina bellica USA.
Ora, gli USA hanno la migliore aviazione e la migliore marina del mondo, ma il peggior esercito di terra.
Lasciatevelo dire da uno che li ha visti arrivare a Sarajevo.
Dico meglio: i nostri soldati italiani, i francesi e i tedeschi arrivarono per primi, presero posizione, adattarono subito ad alloggiamento edifici abbandonati, li riscaldarono e li resero abitabili in poche ore, li fortificarono e li misero in sicurezza con trincee e sacchetti di sabbia… e gli americani non arrivavano.
Arrivarono due giorni dopo.
Si seppe poi che i loro immensi automezzi s'erano impantanati a causa di un fiumiciattolo in piena incontrato sulla cattiva strada tra Spalato e Sarajevo.
Se i serbi avessero avuto un solo generale abile, avrebbe colpito il gigante americano in difficoltà in quel guado - un classico nell'arte della guerra - e avrebbero impartito una lezione dolorosissima. Fortuna che quelli serbi non erano ufficiali, ma aguzzini abituati a cecchinare i passanti dalle colline a Sarajevo, che tenevano d'assedio da tre anni senza osare prenderla.
Poi, una volta arrivati, i soldati americani si comportarono come fanno loro: robotici.
Come ciechi e sordi, appartati da una popolazione civile di cui non capivano nulla e che ritenevano palesemente sub-umana.
I nostri soldati avevano caramelle in tasca per i bambini, invitarono i vicini (serbi) alla prima pastasciuttata da campo; e tuttavia colpirono i comandi USA per la determinazione, in alcuni piccoli episodi che non vale la pena di raccontare.
Ma ci riempirono di lodi.
L'esercito americano è cattivo perché è trascurato.
Le industrie belliche USA hanno interesse a vendere al Pentagono alta tecnologia costosa, aerei, avionica, elettronica, non scarponi e giberne.
Da cui si ricava poco profitto.
Questa tendenza del resto coincide con la «dottrina» militare americana, che consiste nella speranza di far fare alla tecnologia il lavoro dei soldati.
E si ostinano in questa speranza, nonostante tutte le prove contrarie della storia: l'inutilità (studiata e comprovata da loro stessi) dei bombardamenti aerei, la lezione del Vietnam ossia la disfatta contro una guerriglia da Terzo Mondo ma determinata, e asiaticamente stoica, irriducibile.
Vanno con armamenti adatti alla guerra atomica - o a resistere a un'invasione da altri pianeti - e affastellano i loro soldati in modo atroce e ridicolo, contro combattenti afghani che non hanno nemmeno uno zainetto.
Perché vivono di focacce, thè e uva secca, i più temibili resistenti della storia planetaria, i più stoici, i più ostinati e astuti.
Donald Rumsfeld (che mai è stato su un campo di battaglia) ha aggravato il problema con la sua «revolution in military affaire», che è consistita nella «aziendalizzazione» della guerra: le forze armate gestite come un'impresa, secondo i criteri di «efficienza» dettati dalle scuole di management.
Per esempio, ha ampiamente privatizzato ed «esternalizzato» i servizi logistici, appaltandoli a privati.
Solo che un cuoco militare o un camionista militare addetto al trasporto di carburanti sono anzitutto militari: non uno chef o un padroncino di TIR, ma gente che sa di dover nutrire i soldati e far arrivare il gasolio anche al costo dell'«estremo sacrificio sotto le più avverse condizioni», e sa difendere al bisogno le sue cucine e la sua autobotte.
I servizi di catering in appalto, di fronte alla prospettiva dell'«estremo sacrificio», giustamente, non si fanno vedere.
E i soldati USA, in luogo d'operazione, rischiano sempre di mancare di cibo, acqua, munizioni, carburante.
Altro errore: Rumsfeld ha mandato troppo pochi soldati in Iraq, rinforzandoli con 35 mila combattenti privati a contratto (leggi: mercenari) assunti da compagnie private.
Il motto di Rumsfeld: sì, costano di più, ma li assumi solo quando ne hai bisogno.
Come tutti i guerrieri da tavolino, Rumsfeld credeva nell'esistenza di «guerre-lampo», pulite, nette e brevi.
Le ha credute un lavoro a termine, fattibile assumendo precari con contratti trimestrali.
Ma le guerre-lampo tendono sempre ad allungarsi parecchio.
Il «lampo» dura, in Afghanistan da sei anni, in Iraq da quattro.
E il costo di ogni mercenario, a 11 mila dollari al mese, è diventato stratosferico.
Peggio: la loro stessa presenza arrogante, indisciplinata, demoralizza i Marines, che guadagnano se va bene 17 mila dollari in un anno.
I migliori Marines o truppe speciali si dimettono appena possono e passano al privato, facendosi «assumere» a 11 mila al mese.
I soldati americani ammazzano i civili ai posti di blocco, perché non capiscono la lingua nè il linguaggio del corpo iracheno, perché hanno paura e vedono in ogni passante un terrorista. Esagerano nella reazione, consumano tonnellate di proiettili e bombe, perché credono che per tutti i problemi di un'occupazione, la soluzione è il superiore volume di fuoco.
Invece un'occupazione è la prova più moralmente delicata e difficile che si imponga a veri soldati. La prima cosa da fare è il «rastrellamento» delle armi, esplosivi e munizioni lasciati sul terreno o nascosti; anche con la sgradevole operazione di perquisire case e nascondigli: gli americani non l'hanno fatto, ed hanno lasciato così interi arsenali nelle mani della guerriglia.
E' necessario studiare e capire la società occupata.
Gli inglesi, a forza di guerre coloniali, crearono una scienza nuova, l'etnologia.
Gli americani credevano che l'Iraq fosse un Paese selvaggio, invece era pieno di autostrade e infrastrutture, tutti avevano l'elettricità e l'acqua in casa, i servizi pubblici funzionavano meglio della media orientale.
Il primo risultato della «liberazione» americana è stato l'interruzione dell'elettricità e dei servizi. Degli stipendi pubblici e delle forniture.
Una vergognosa incompetenza ed un errore strategico irreversibile.
Perché nella funzione di occupazione, un buon comando occupante sa che il 99 % della popolazione vuole solo campare: e cerca di fornire i servizi cui era abituata, facendoli gestire dagli stessi addetti di prima, a cui assicura il salario e di cui mantiene l'organizzazione.
In questo modo, avrà da occuparsi militarmente solo di quell' 1 % deciso a resistere e battersi.
Gli americani hanno smobilitato l'intero esercito iracheno, la polizia, il partito Baath che (si voglia o no) era la spina dorsale tecnica del Paese: centinaia di migliaia di ufficiali e funzionari si sono trovati senza salario e senza occupazione; gente per cui la decisione di resistere bellicamente è diventata quasi ineluttabile.
Hanno offeso la dignità dell'uomo, irrompendo nelle case e legando i capifamiglia davanti a figli e mogli: la vendetta, per un iracheno maschio, così offeso, diventa un dovere.
Insomma si sono comportati da israeliani: tutto bastone e mai una carota, tutto disprezzo e mai un riconoscimento della dignità del nemico.
L'effetto è il caos: milizie armatissime che pescano in inesauribili arsenali, e all'inizio non hanno fatto che difendere il loro vicinato sunnita o sciita, la loro tribù, contro il disordine creato dall'occupante.
Gente pacifica spinta ad integrare la guerriglia, perché distrutta la sicurezza garantita dalla società tecnicizzata instaurata da Saddam, le solidarietà che reggono e danno la sicurezza collettiva sono ridiventate le tribù, le kabile, le vaste (e per un occidentale inestricabili) parentele di sangue e di fede.
La pretesa di instaurare una «democrazia americana» che si è subito trasformata in clientele tribali, com'era logico nel disordine e nel crollo di ogni istituzione.
L'errore fondamentale si può sunteggiare in un solo concetto: gli americani sono magari militaristi, ma non sono militari.
La loro sconfitta deriva da questo: che vogliono fare la guerra come si gestisce una ditta, in termini di «efficienza» e di «mercato».
Ma una ditta ha come scopo il profitto.
Un esercito, la vittoria.
In nessuna azienda il direttore dà ordini del tipo: «Resistere fino all'annientamento, non siamo in grado di inviarvi rinforzi».
In un esercito, può accadere.
Per questo un esercito dà medaglie, non gratifiche commisurate ai profitti contabili.
Il «mercato» e la mentalità del liberismo sono il contrario dell'ordine militare.
La guerra comporta in genere la sospensione del mercato: viene introdotto il razionamento, la produzione industriale viene guidata centralisticamente sì da rispondere alle esigenze belliche. Anche gli americani lo sapevano un tempo.
Nella prima e nella seconda guerra mondiale, le imprese private USA furono assoggettate ad un organo supremo di pianificazione, il War Industry Board.
Le imprese non producevano scarpe o cannoni o automezzi per «il mercato», ma su ordine superiore e pre-determinato.
Era la pianificazione socialista applicata al meglio.
Allora gli USA producevano tutto, anche per i loro alleati.
Oggi, i Marines marciano con anfibi made in China e mimetiche made in Thailand.
La guerra richiede autarchia.
Non funziona nel «mercato», tanto più globale, che crea dipendenza da forniture estere.
La guerra richiede la mobilitazione totale delle energie della nazione, fisiche e spirituali, scientifiche e ideologiche.
Nelle due guerre mondiali, tale necessità «totale» era evidente. Roosevelt disse agli americani, nel 1942: «La guerra costa. Ciò significa tasse ed emissione di Buoni del Tesoro, esazione di prestiti nazionali, e ancora tasse. Significa tagliare i lussi e tutto ciò che non è essenziale alla vittoria. Significa che ogni individuo e ogni famiglia è mobilitato totalmente, nello sforzo di una nazione unita».
Bush ha fatto le sue guerre senza chiedere questi sacrifici alla popolazione.
Il perché è comprensibile: perché le motivazioni delle sue guerre erano inconfessabili ad una popolazione che gli avrebbe chiesto conto, se toccata dai sacrifici.
Perché siamo in Afghanistan?
Perché siamo in Iraq?
Sperava in guerre limitate, in guerre-lampo.
Guerre semi-coloniali intraprese come affari sporchi, affidate a mercenari, a volontari e a servizi privati scelti sul «mercato».
Ma anche una guerra «limitata» richiede la mobilitazione totale.
Come ha scritto un giornalista, «l'America non è in guerra, è l'esercito ad esserci; il resto di noi sta a guardare» in TV, quando non cambia canale.
Così, la nazione non è alle spalle dei soldati.
Questi non ricevono (ancora dopo quattro anni) i materiali di cui hanno bisogno per affrontare i rischi inediti della guerriglia, come gli ordigni a lato strada fatti esplodere con telecomando: i superbi Humvee, le super-jeep, saltano come automobiline di latta e i militari a bordo perdono le gambe.
Nell'indifferenza della nazione, perché per lo più sono sudamericani arruolatisi per avere la cittadinanza USA, e non figli della nazione.
Per di più, tornati a casa i reduci, feriti o no (ma nessuno è privo di qualche ferita, la guerra non lascia nessuno sano) non trovano assistenza sociale, e ricevono cure inadeguate.
Sono abbandonati al «mercato»: si cerchino un lavoro da sé, anche se hanno dato alla patria un braccio o una gamba.
Si paghino la casa, anche se restano disoccupati e con problemi psichici.
Il liberismo diventa crudele per i reduci.
Non ci si può azzardare a fare una guerra, se la nazione non è al corrente dei costi sociali che comporta, e non è preparata a pagarli solidalmente, come nazione.
Qualunque nazione sa onorare i mutilati, per questi appronta «quote» di posti, le aziende sono obbligate ad assumere un certo numero di feriti, anche se meno «efficienti» secondo i criteri del «mercato».
Così, la guerra coniugata all'ideologia liberista si rivela una barbarie ignobile, volgare, peggiore della guerra stessa.
Queste ultime guerre hanno manifestato al mondo la specifica barbarie americana: tecnologia e degradazione sociale, egoismo e ingratitudine.
Se il mercato è l'istanza suprema, non c'è più una patria che possa chiederti di morire.
Tutto questo gli americani lo sperimenteranno a loro spese, alla fine del disastro.
Lo pagheranno in una crisi morale inaudita, nello svuotamento di senso che segue ad una guerra persa.
Lo hanno già provato dopo il Vietnam: ma i capitalisti al comando non imparano mai niente. Quando gli americani subentrarono ai francesi nella guerra d'Indocina, e i francesi gli suggerirono di studiare la storia del Vietnam, un generale americano rispose: «Noi non abbiamo bisogno di studiare la storia; la facciamo».
Si sa com'è finita.
Ecco perché i soldati-studenti del Teuliè spero siano ben coscienti di essere entrati in un «Ordine», non in un sindacato.
Essere ufficiali, comandare uomini e vite, è una responsabilità unica, non paragonabile a nessun'altra nella vita civile.
E' bene saper fare questa distinzione: perché dopo mezzo secolo di pace, la guerra è tornata tra noi, ed ha apparentemente un bel futuro.
Occuperà molti giovani.
Personalmente spero di no, ma questa è l'aria che tira.
E allora serviranno ufficiali coscienti di appartenere non ad un mestiere, ma all'Ordine.
Bush, Rumsfeld, Wolfowitz, Cheney sono, in termini da caserma, tutti imboscati di lusso: per questo sono ricorsi con facilità alla guerra.
Gli ufficiali, persino in America, sono i più esitanti a fare la guerra: al contrario degli strateghi da tavolino, sanno cos'è.
Conoscono la natura orrenda, a due tagli, dello strumento che hanno in mano.
Sanno che un esercito non è il coltello netto e tagliente che credono i guerrieri da tavolino, ma una punta friabile nel fuoco atroce dell'attrizione, che si consuma mentre avanza, che si deforma orribilmente, e che - se usato sventatamente - deforma l'intera società.
A quegli studenti con la testa rasata e la divisa, volevo dire grazie per una cosa che già fanno: studiare.
La guerra richiede studio e cultura, non culturismo alla Schwarzenegger.
Quanti vecchi reduci ho interrogato, tornati dai campi di concentramento, da anni di prigionia in Russia!
E sapete cosa raccontavano?
Che nelle durissime condizioni del Gulag, nella fame e nel lavoro forzato, i primi a morire erano i soldati semplici, gli ufficiali sopravvivevano.
Robusti pecorai sardi deperivano, intristivano, ossessionati dalla fame, si lasciavano andare.
Gli ufficiali resistevano interiormente.
Si lavavano.
Si radevano ogni giorno.
Mantenevano la disciplina interna ed esterna.
E soprattutto, si recitavano a memoria, l'un l'altro, la Divina commedia, e chi se la ricordava, l'Odissea, l'Eneide, le tragedie greche.
Ripassavano tutto quello che avevano imparato al liceo o all'università.
Si davano a vicenda lezioni di greco e di latino.
L'ufficiale colto vive di più.
La cultura, specie classica, «non serve» molto; non è molto valutata sul «mercato».
Ma nell'Ordine militare, è uno dei mezzi di sopravvivenza più efficaci.
E' una risorsa spirituale in più, negata purtroppo agli ignoranti robusti.
Da motivazione.
Da dignità nell'umiliazione della prigionia.
Impedisce la trasformazione del prigioniero in una povera creatura servile, disposta a tutto per una buccia di patata.
Come scrisse Nietzsche, «Chi sa il 'perché', può sopportare quasi ogni 'come'».
Altro che conformismo, giovane allievo della «Teuliè».
Non permettere ad una ragazza di dirtelo.
Non sa quel che dice.
Maurizio Blondet
Note
1) Ho ricordato ai soldati della «Teuliè» che Gandhi, il pacifista, viveva da militare. «Della vita militare accetto tutto, il sacrificio, la prigione, la disposizione a morire, l'obbedienza. Solo, non sono disposto ad uccidere».




Ho letto Tutto l'articolo di Blondet....è un bell'articolo.




Ogni adolescente sente e crede di poter fare qualunque cosa, diventare qualunque uomo, di avere di fronte infinite possibilità.
Crescendo però, un uomo sente che questa vertigine del possibile è illusoria.
Sente che ci sono cose che «deve» fare, e queste sono poche o anche una sola: che «deve» fare perché nessun altro le farà, o le farà come lui può farle.
Provo a dare un esempio: chi «può» fare il fisico nucleare, il matematico o il cardiochirurgo, «deve» farlo.
Se si mette a fare l'animatore al Club Mediterranée, magari si diverte di più (per un po' almeno), ma tradisce se stesso nel profondo.
Sceglie il facile anziché l'arduo, la vacanza anziché l'autenticità.
E tra l'altro si prepara, per perseguire «liberamente» un «piacere», a vera infelicità: perché la sola felicità che un uomo può ottenere su questa terra è fare quel che «deve»; non «esprimere se stesso»», ma dimenticare se stesso in quell'opera unica e necessaria.
Riconoscerlo è il segno delle maturità, dell'essere diventato adulto.
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Facile parlare quando si è vecchi, e non si hanno più i genitori che ti fanno pressione perchè tu faccia quello che vogliono loro...


Gli animali, fortunati, non hanno compiti.
Una leonessa non deve sforzarsi per essere femmina, un toro per essere maschio.
Per loro, esistere è essere quello che sono, semplicemente.
Ma essere «uomo» è diverso che essere «maschio», essere «donna» non è la stessa cosa che essere «femmina».
L'essere umano ha questo destino: che deve imparare ad essere «uomo» e «donna», che deve imparare a diventare anche essere umano.
La gloria e il dolore dell'uomo è in questo suo destino, dover imparare, dover diventare sempre più uomo.
Chi «scopre» di essere omo, scende di livello, rinuncia allo sforzo.
E addita la strada del ritorno allo stato selvaggio.
Perché fa quel che «vuole» anziché quel che «deve».
E' singolare e indicativo che i grandi riformatori religiosi, da Buddha a Gesù, abbiano tanto insistito sulla castità, abbiano posto questa esigenza estrema ad uomini e donne (al punto che il buddismo è, essenzialmente, un monachesimo).
E che la civiltà occidentale abbia avuto il suo ultimo grande impulso con la Cavalleria, l'amor cortese, la distanza dell'amata dall'amante: la donna del cavaliere, proprio perché non si concedeva, lo incitava ad azioni magnanime.
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Già avrei preferito di gran lunga essere un animale, per non farmi troppe pippe mentali, non essere obbligato a lavorare, e soprattutto vivere lealmente senza fingere moralismi, già bello uniformato alla ''religio naturalis'', ma purtroppo sono solo un uomo...
Se in Italia, oggi, vengono pronunciate queste parole in una scuola militare di giovani allievi, parole dette da un Maurizio Blondet che giustamente è lo spauracchio di tutti gli zoggoni dei media, ebbene io penso che allora in questo paese non è ancora tutto perduto.
Significa che in quella scuola tira un'altra aria...E ciò mi rende felice, perchè spero che un giorno questi uomini diano il contributo a spazzare via l'italietta dei servi.
Vi ricordo alcune parole dette da Hitler in un discorso del 1920:
"Questo popolo odiava due stati prima di tutto, che fino al 1914 ancora li impedivano di raggiungere la sua meta di dominio mondiale: Germania e Russia. Là ancora non era arrivato in forma totale quello che possedevano le democrazie occiedentali. Là essi non erano ancora gli unici sovrani nella vita spirituale così come nell'economia. E così i parlamenti non erano esclusivamente strumenti del capitale e della volontà ebraica.
Parole ancora valide, per un motivo, la Russia dopo aver passato quasi tutto il XX secolo sotto il bolscevismo è ancora la Santa Russia, non sono riusciti a debellare quello che per loro è il cancro, cioè l'assennatezza dei popoli.
Come allora ci tentarono con Lenin ci riproveranno di nuovo o colpendo dall'interno o dall'esterno la Russia, ma allora sarà la resa dei conti: i Russi sono e saranno sempre un popolo pronto a pregare e combattere. Non li hanno piegati i Tedeschi a Leningrado, quando una popolazione di qualche milione di abitanti isolata completamente moriva a migliaia dalla fame e dal freddo, sotto costante fuoco tedesco, potevano arrendersi, ma i Russi han la cervice più dura di qualcun altro...Non li hanno piegati i Tedeschi non li piegheranno neppure gli Ebrei. E non dimentichiamoci di tutto il fronte arabo, e della resistenza nazionalsocialista che oggi compie il popolo palestinese, la loro lotta ha lo stesso significato, e se vogliamo ancora più palese, della lotta per la liberazione della germania intrapresa dal 18 al 33 e della battaglia di Berlino. Io dico che questo è l'inizio della fine del sionismo mondiale.


Questa tesi è per lo meno molto discutibile (per non dire una sciocchezza), come tutto quello che blondet scrive quando s'improvvisa antropologo.
Probabilmente nel periodo di passaggio tra paleolitico e neolitico i diversi gruppi umani di cacciatori-raccoglitori adorarono entità cosmiche che rappresentavano l'universo (il loro) nella sua interezza, sorta di uomini cosmici che rappresentavano il tutto organico il cui eco si potrebbe ritorvare perfino in alcuni miti indoeuropei, comunque niente a che vedere con un Dio padre. Questi culti erano anche legati alla non specializzazione degl'individui e al rapporto di stretta simbiosi che i nuclei umani avevano con la natura in tutti i suoi aspetti.
Con il neolitico e poi con l'avvento dell'agricoltura la situazione mutò profondamente, si crearono le prime comunità articolate e stanziali e si affermarono culti nuovi legati alla nuova articolazione sociale, qui appaiono gli Dei del cielo, gli Dei padri, le Dee madri, ecc...
Le divinità cosmiche non vengono del tutto dimenticate ma entrano a far parte del nucleo può arcaico della mitologia dei vari popoli, salvo nel caso di quei popoli che non costituirono comunità agricole, come ad esempio i nomadi.
Per questo motivo ad esempio la tendenza monoteista che si può vedere come evoluzione di queste antiche divinità cosmiche si afferma presso i popoli semiti che rimasero nomadi fino ad epoche recenti o presso le comunità primitive non agricole di altre parti dle mondo.
Il monoteismo quindi è esso un sengo di primitività, fa parte di una cultura profondamente ostile alla civiltà urbana (com'è dimostrato dalla Bibbia) e a tutto quello che è nello spirito europeo.
Paragonare poi Cristo, Zaratustra e Buddh denota poi una semplificazione (o una malfede) disarmanti e non vale neanche la pena di commentare


Per quanto riguarda il tema della discussione, più che segno di un "inselvatichimento" della società, gli elementi portati da Blondet rappresentano un'ulteriore prova della sua esplosione e del progressivo isolamento dei singoli.
Abbigliamento, acconciature, decorazioni corporali sono simboli di appartenenza: nel venir meno dei legami e delle istanze donatrici di identità e nell progressiva trasformazione di ogni cosa in bene di consumo, alcuni individui si rifugiano in sottoculture settarie, ma fortemente connotate e quindi in grado di fornire un'identità forte e facilmente identificabile anche esteticamente e portatrici di "valori" stabili e apparentemente non consumistici.
In altri casi invece lo stesso motore porta a cercare l'identificazione con modelli di rifeirmento imposti dalle mode (pensiamo ai generi musicali che hanno dato il via anche a mode o viceversa) chiaramente connotati esteticamente.
Più che a nuovi selvaggi ci troviamo di fronte ai prodotti dell'ipermodernità, agl'individui standardizzati, plasmabili e controlabili ipotizzati da alcune utopie