All’indomani del primo passaggio parlamentare della riforma federalista, alla vigilia dello sbarco di Alleanza nazionale nel Partito popolare europeo, il Secolo d’Italia pubblica un articolo “teorico” di acida critica alla concezione
politica di Luigi Sturzo, fondatore in Italia del Partito popolare e propugnatore
del ruolo primario delle autonomie locali e regionali.
Gli argomenti dell’attacco sono piuttosto elementari, basati sulla critica a “tutte le ideologie” e sull’accusa al sacerdote siciliano di non essere riuscito a “cogliere la dialettica tra stato e società”.

Probabilmente l’intenzione del giornale era quella di rivendicare orgogliosamente una certa autonomia culturale, di sottrarsi all’omologazione ai modelli spesso evocati da Silvio Berlusconi, a cominciare appunto da Sturzo.

Sostenere che gli scritti di Sturzo sono insufficienti a “individuare una filosofia
autenticamente politica né, tantomeno, la base di un partito del XXI secolo”
è quasi ovvio, se si considera la differenza che intercorre tra i problemi sociali e politici di un secolo fa e quelli odierni, ma rappresenta anche l’incapacità di comprendere il senso profondo di una concezione della politica che proprio dal rifiuto dell’ideologismo (a cominciare da quello clericale) trae la sua permanente attualità.
Già nel 1905 Sturzo rifiutava agli aderenti al suo partito il ruolo di “unici depositari della religione” rivendicando invece quello di “rappresentanti di una tendenza popolare-nazionale”.
Un’intuizione che ha caratterizzato poi tutta la vita politica italiana e che non
sembra così inattuale.

G.F. www.ilfoglio.it 24 1 09

saluti