Alberi e balle
20 Gennaio, 2009
Siamo rimasti soli a difendere un piano di forestazione serio. I benpensanti panciapiena oggi parlano d’ambiente in giro per la Sardegna. Però dimenticano: 1) che se non abbiamo una legge urbanistica lo dobbiamo alle dimissioni di Soru; 2) che il famoso Piano per un milione di alberi, si traduce in un pianerottolo di 1000 ettari di rimboschimento per tutta l’isola: un francobollo alberato. Per la memoria di chi vuole essere informato, riporto un post del marzo 2007 dell’ex assessore dell’ambiente Tonino Dessì.
“Riporto dal testo del Documento Strategico Regionale 2007-2013, paragrafo 4.1.3. “Difesa del Suolo e prevenzione dei rischi naturali”, sezione “Tutela del Territorio (FEASR), pagina 100, terzo capoverso: “Per quanto riguarda i boschi, una gestione compatibile col paesaggio va adeguata alle caratteristiche locali dei paesaggi naturali. Se in alcune zone l’imboschimento può essere una operazione necessaria o compatibile con il paesaggio, in molte aree, la conservazione integrale del bosco o il favorire l’estensione di superfici boscate può non esserlo. L’estensione del bosco può infatti andare ulteriormente ad aggravare la riduzione dei pascoli e delle colture tradizionali nelle aree abbandonate o contribuire alla perdita della ricchezza in termini di diversità, struttura e composizione specifica del paesaggio, che nel passato si articolava in una grande varietà di strutture spaziali”. Vorrei solo ricordare che la Sardegna, fino alla “fusione perfetta” era una regione ampiamente selvaggia e boscosa. Ma lo fu per un recupero avvenuto, causa guerre, carestie e abbandoni, nel medioevo, poiché in precedenza i Romani, i quali utilizzavano il Campidano come granaio, comminarono la pena di morte a chi, in luogo delle colture cerealicole, impiantasse alberi. “Marmilla”, non a caso, significa “Mammella” e segna un paesaggio collinare flessuoso e lineare, adibito senza soluzioni di continuità a quella che fu definita “la strada del grano”. Ma fu il risultato di una colossale opera di deforestazione strategica, finalizzata, oltre che alle esigenze di approvvigionamento metropolitano, a quelle dell’armamento della flotta. Cionondimeno il tabù permane ancora oggi, nell’era delle macchine, che non sopportano, arando o trebbiando, ostacoli naturali. E, peggio ancora, nell’era del miraggio dei campi da golf, alla faccia di un Piano Paesaggistico bucato come un colabrodo.
Io non sono in grado, per l’indignazione che provo, di commentare ulteriormente certi concetti. Ricordo anche, con permanente sgomento, che a maggio del 2006, durante un convegno svoltosi a Palau sull’erosione costiera, un eminente studioso sollecitò un mio intervento contro un gruppo di consulenza, pagato da una delle tante inutili strutture della Commissione Europea, il quale gruppo andava sostenendo che la forestazione arrestava il trasporto di terra e sabbie al mare, in tal modo ostacolando la ricostituzione delle spiagge. Un sindaco gallurese ebbe modo di dire che i boschi, anche a causa del “rischio incendi” ad essi connaturato, ostacolano il turismo (non scherzo: leggere la stampa del periodo). Fu, per fortuna, fischiato. A me, ormai intristito e quasi impotente, non resta che registrare le follie, analoghe a quella dell’estensore della delibera su Tuvixeddu, nella quale si sostiene che bisogna preservarne ”l’inquietante aspetto spoglio e doloroso”, non tenendo conto che il mondo pagano concepiva le ricchissime e colorate necropoli come luoghi di contatto tra vivente attuale e mondo degli inferi, non casualmente arredando le singole tombe e le intere necropoli con ricchezze che i posteri hanno depredato. Tuttavia non posso accettare che in documenti ufficiali della Regione si scrivano, magari a seguito di consulenze pagate, fesserie di tal genere. Non posso tacere, anche se vorrei far dimenticare che sono stato componente di una Giunta regionale e che molto me ne vergogno. ” Tonino Dessì.
http://www.sardegnaeliberta.it/?p=1407




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Come è noto io e l’onorevole Giuseppe Pirisi siamo e siamo stati duri avversari politici. Oggi lui non è stato candidato alle elezioni regionali, col pretesto delle due legislature. Che si tratti di un pretesto è confermato dalla ricandidatura di Gian Valerio Sanna nella lista Pd di Oristano. In genere, quando un avversario forte viene eliminato dalla concorrenza interna, si ringrazia. Io da giorni covo, invece, un senso di rabbia. Non tanto perché, come don Camillo con Peppone, mi ero abituato alla compagnia dell’avversario, ma quanto perché non mi piacciono le carognate. Pirisi non è stato candidato perché ha difeso una buona legge urbanistica, perché, a differenza di Soru, ha difeso l’urgenza di dotare la Sardegna di una legge urbanistica. Invece, oggi nessuno parla più del fatto che colui che ha accusato tutti di essere dei cementificatori e che si è comprato un giornale per ripeterlo meglio, ha impedito con le sue dimissioni che la Sardegna avesse questa legge importante. Pirisi è stato punito dal commissario ai licenziamenti del Pd per la cosa migliore che ha fatto: cercare di dare alla Sardegna regole certe. E dunque il caso Pirisi ripropone la questione di questa campagna elettorale: la sinistra sta proponendo all’elettorato la formula dell’uomo solo al comando e con inaudita disinvoltura esibisce anche le spoglie degli avversari che, per essere sconfitti, sono stati prima disarmati. Infatti al Pd sono state impedite le primarie, non gli è stato permesso di fare un congresso, i consiglieri dell’assemblea regionale non sono stati convocati per votare le liste. La paura del consenso altrui ha provocato la necessità di impedire ogni forma di espressione. Un regime personale, aiutato da Roma, sempre più debole, sempre più corifea, incipriato dai giornali dei consiglieri amici. Qualche giorno fa a Nuoro un alto dirigente Pd, incontrandomi in un bar, si è avvicinato per salutarmi e dirmi, sottovoce, che mi avrebbe votato. Gli ho chiesto, sottovoce, perché? Perché, mi ha detto, prima di tutto bisogna battere i sovrani vicini, per poi battere quelli lontani e meno pericolosi. E poi ha aggiunto: “In fin dei conti lo sappiamo tutti: perché la sinistra rinasca, bisogna che questa volta perda”. Non so se questi ragionamenti alambiccati funzionino davvero, però è vero che molti sindacalisti, molti operai, stanno vedendo nel Psd’az la possibilità di dare un voto per cambiare, per riaprire una fase di riforme senza l’oppressione di una volontà altalenante, vendicativa e punitiva.



