Il 2014 sarà ancora un anno di euro forte.
Ecco perché l'Italia non può permetterselo
S'infiamma la tematica valutaria nell'Eurozona. Secondo un modello di Deutsche Bank, ai livelli attuali di domanda mondiale la zona della moneta unica può sostenere un cambio a 1,37 sul dollaro, grossomodo quello attuale. Ma mentre la Germania può restare competitiva fino a 1,79, per l'Italia la situazione è già sfavorevole: avremmo bisogno di un cambio a 1,17
di MAURIZIO RICCI
ROMA - Per l'Eurozona, il 2012 è stato l'anno dell'austerità. Il 2013 l'anno della (mancata) crescita. Il 2014 sarà, probabilmente, l'anno dell'euro, cioè del cambio. La materia è già esplosiva: il progressivo allentamento della politica di moneta ultrafacile, da parte della Fed, avrà ripercussioni negative sulla quotazione del dollaro, ma non in misura sufficiente a contrastare il rafforzamento dell'euro che ha, sinora, superato tutte le tempeste. Tuttavia, l'euro forte - su cui la Bce non ha, direttamente, competenza - inceppa il volano del rilancio delle esportazioni che, nelle condizioni poste dall'Europa secondo la ricetta tedesca, è l'unica strada per avviare una ripresa dell'economia. Non è solo questo, però, che rende la materia esplosiva. Il problema è che l'euro forte colpisce in modo assai diverso i diversi paesi. Se i calcoli della Deutsche Bank sono esatti, ad esempio, l'Italia, al cambio attuale (1,36 dollari) è largamente al di là di quella che la banca tedesca, qualche mese fa, definiva "la soglia del dolore": ovvero, la soglia oltre la quale il cambio mutila la competitività del paese.
La storia di successo del 2013, secondo la versione ufficiale di Bruxelles e Berlino, è il recupero delle bilance dei pagamenti dei paesi più deboli della periferia, a cominciare da Spagna e Portogallo, che, negli anni scorsi, erano in profondo rosso. L'aggiustamento, in realtà, è avvenuto soprattutto per il drammatico
crollo della domanda interna (e delle importazioni) dovuto all'austerità, ma questo, insieme al taglio del costo del lavoro che ha ridato un po' di fiato alle esportazioni, era un risultato intenzionale. Purtroppo, non c'è stato, come molti economisti invocavano, un aggiustamento in senso opposto da parte dei paesi in attivo, come la Germania. I conti correnti tedeschi hanno, anzi, segnato un nuovo record in novembre, con un surplus di 21,6 miliardi di euro, contro i 19,1 miliardi di ottobre.
Il risultato complessivo è che l'intera Eurozona è in surplus. Un'assurdità, secondo molti economisti, perché rende più difficile ai paesi deboli esportare, ad esempio verso la Germania. Ma la situazione è anche peggiore. Il surplus è ormai arrivato ad una cifra equivalente al 2,5 per cento del Pil dell'Eurozona. Un livello che gli analisti di Crédit Suisse definiscono "insostenibile". Perché? Perché il surplus universale (all'interno dell'Eurozona) nei conti con il resto del mondo si traduce in una domanda crescente di euro e, dunque, in un rafforzamento del cambio. Con due effetti devastanti. Il primo è una spinta ulteriore verso la deflazione, dato che i prezzi delle importazioni scendono. Il secondo è limitare la competitività, dato che i prezzi delle esportazioni (in dollari, ad esempio) salgono.
Ma non vale per tutti allo stesso modo. Qualche mese fa, la Deutsche Bank ha costruito un modellino econometrico, da cui risultava il livello ottimale del cambio, a seconda dell'andamento della domanda mondiale. Se la domanda mondiale aumenta, come è avvenuto nell'ultimo trimestre del 2013, ad un ritmo annuo del 4,2 per cento, il cambio che consente di mantenere la competitività complessiva dell'eurozona è di 1,37 sul dollaro. Più o meno al livello di questi giorni. Tuttavia, il cambio sostenibile è diverso da paese a paese. Secondo il modellino di Deutsche Bank, a questo ritmo di sviluppo della domanda mondiale, l'economia tedesca sarebbe in grado di restare competitiva anche con un cambio di 1,79 dollari per 1 euro. Ancor più questo vale per la Spagna che reggerebbe anche un cambio a 1,87. Ma non vale per la Francia, la cui economia - secondo il modello - entra in sofferenza con un cambio sopra 1,24. E, soprattutto, non vale per l'Italia che, quale che sia il ritmo di sviluppo della domanda mondiale, avrebbe bisogno di un cambio di 1,17 dollari per euro, oggi lontanissimo.
Sarà questo il sottofondo di molte delle battaglie che si condurranno, quest'anno, nei vertici europei. Ma Italia e Francia hanno di fronte un compito durissimo per superare le resistenze tedesche ad un indebolimento della valuta. L'euro forte appare, al pubblico tedesco, la migliore garanzia contro il fantasma - improbabile, ma acutamente avvertito - dell'inflazione, che resta la grande ossessione nazionale. E, come mostrano i calcoli di Deutsche Bank, i tedeschi se la possono egoisticamente permettere.




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