Svizzera, un tetto all’immigrazione
Vittoria dei “sì” al voto sulle quote d’ingresso. La preoccupazione della Ue. Schulz: dà fiato ai populisti
tonia mastrobuoni
inviata a berlino
La Svizzera non ha l’euro, non fa parte dell’Ue, ma a pochi mesi dalle elezioni europee sarebbe meglio non sottovalutare il segnale arrivato ieri da un Paese nel cuore del continente, dove quasi tre milioni di cittadini hanno deciso di votare a favore di un tetto agli stranieri. E il risultato rimbalza subito fuori dai confini della Confederazione. Nel tardo pomeriggio il risultato scioccante del referendum anti-immigrati, col quorum al 56% e i «sì» al 50,3%, segna inevitabilmente, come ha ammesso la ministra della Giustizia, Simonetta Sommaruga, «una svolta fondamentale» nella politica migratoria, che avrà «ripercussioni di ampia portata» nei rapporti con Bruxelles. Sommaruga, che ha fatto autocritica per una campagna governativa per il «no» troppo fiacca, non ha citato ulteriori dettagli sulle intenzioni dell’esecutivo, anche perché la consultazione popolare non propone una quota precisa. Il presidente della Confederazione, Didier Burkhalter, ha tentato di mettere le mani avanti con Bruxelles, affrettandosi a sottolineare che l’accordo sulla libera circolazione delle persone del 2002 non è in discussione.
Al di là di regole e trattati a preoccupare sono le ripercussioni nell’immediato fuori dai confini della Confederazione. I timori li spiega bene Martin Schulz, socialista, presidente del Parlamento europeo che proietta il risultato referendario sul futuro e rilancia lo spettro dei populisti: Il «sì» alle quote - dice – «rischia di essere sfruttato» in vista del voto continentale di maggio. «Ora si aprirà –spiega - un nuovo dibattito sulla libera circolazione delle persone nella Ue».
Da oggi, il Paese di Guglielmo Tell sarà tuttavia più isolato dal resto d’Europa, o chiederà di diventarlo. Ed è, tra l’altro, un esito che ha colto molti di sorpresa. Fino a pochi giorni fa, la partecipazione al referendum prometteva di essere bassa. Anche perché l’intero establishment elvetico, il governo, il parlamento, i partiti tradizionali, l’industria, i sindacati, ma anche i principali mezzi di informazione si erano schierati contro il referendum promosso dal partito nazionalista Svp.
Svizzera: Kyenge, contraria a esito referendum. Non cedere a populismo
10 Febbraio 2014 - 108
(ASCA) - Roma, 10 feb 2014 - ''Mi trova assolutamente contraria l'esito del referendum in Svizzera. Ginevra ha siglato accordi con la Comunita' europea e mette ora a rischio un tema cruciale come quello della libera circolazione, con il centro del continente che potrebbe restare isolato''. Lo ha detto il ministro dell'Integrazione, Cecile Kyenge, commentando ai microfoni di SkyTg24 l'esito del referendum di ieri in Svizzera che chiude, di fatto, alla libera circolazione di lavoratori, anche Ue, nel suo territorio. Anche in vista delle elezioni europee di maggio ''non bisogna farci prendere dal populismo che tenta di aumentare la paura persone agendo sulle difficolta', proprio come fa la Svizzera quando parla del problema dei frontalieri raddoppiati negli ultimi cinque anni'', ha osservato il ministro. ''Il punto - ha aggiunto - non e' bloccare le persone, ma sbviluppare una politica di integrazione, riportando al centro i diritti'', ha concluso Kyenge, non prima di ribadire che l'eventuale chiusura delle frontiere elvetiche ''puo' portare danni all'economia dell'intero continente''. com-stt/cam/rob
Invece, hanno prevalso le parole d’ordine degli ultraconservatori, che ora chiedono che la volontà popolare si traduca rapidamente in limiti agli arrivi dei migranti e regole che prediligano lavoratori elvetici rispetto a quelli provenienti dall’Italia, dalla Bulgaria o dal Marocco. È chiaro infatti che il risultato dovrebbe spingere il governo a mettere in discussione nel giro dei prossimi tre anni importanti accordi con la Ue, a partire da quello che consente a chiunque che abbia un lavoro e risorse sufficienti per mantenersi, di trasferirsi nella Confederazione.
All’ondata di «sì» hanno resistito solo la parte francofona e le grandi città come Zurigo, Ginevra e Berna. I 17 cantoni oltre «la valle del Roesti», come viene chiamato il limite con le aree di lingua tedesca, hanno scelto di votare «sì». In Ticino i «favorevoli» sono arrivati al 68%.
Per capire l’umore che circola negli ultimi anni in Svizzera, bisogna sapere che è il Paese, assieme al Lussemburgo, con il più alto numero di stranieri in Europa: uno su quattro. E i flussi migratori provenienti dall’Ue si sono rivelati, da quando Berna ha sottoscritto oltre dieci anni fa l’accordo per la libera circolazione dei lavoratori, dieci volte quelli previsti dal governo, circa 80mila all’anno. A poco sono valse le argomentazioni degli esperti che hanno diffuso calcoli sulla scarsa convenienza di un limite all’immigrazione, in un Paese che ha bisogno di lavoratori stranieri. La paura dell’altro, ancora una volta, è stata più forte della ragione.




tonia mastrobuoni
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