Ragionando per ucronia, se Guccini si trovasse a scrivere il testo di “Bisanzio” oggi, manterrebbe questo verso, per innumerevoli motivazioni, tra cui la decisione della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati di non reintegrare le materie artistiche nelle scuole italiane in quanto il Paese - così dicono - non è in grado di sostenerne la spesa.
Ora, a parte la reazione, per così dire “di pancia”, è opportuno dare uno sguardo al passato: “historia magistra vitae”, diceva Cicerone. Ebbene, si arriva fino al 1923, anno della Riforma (quella sì, degna di questo nome) Gentile, classificata come “la seconda grande riforma della scuola italiana” dall’Enciclopedia Treccani.
Il più grande filosofo idealista e dunque seguace di Hegel fu incaricato dal Duce al Ministero dell’Istruzione e introdusse per primo l’insegnamento della storia dell’arte nel nostro Paese, come dimostrato dall’art. 42, capo III (Dell’istruzione classica): “Il liceo è di tre anni. Vi si insegnano: lettere italiane, latine e greche; filosofia, storia ed economia politica; matematica e fisica; scienze naturali, chimica e geografia; storia dell'arte”. Segue analoga prova nell’art. 67, capo VII (dei licei femminili): “Nel liceo femminile si insegnano: lingua e letteratura italiana e latina, storia e geografia, filosofia, diritto ed economia politica: due lingue straniere, delle quali una obbligatoria e l'altra facoltativa; storia dell'arte; disegno; lavori femminili ed economia domestica; musica e canto; uno strumento musicale; danza”.
E, come di consueto, si vedrà sul suolo italico la solita levata di scudi dei radical chic, dall’Alpe alla Sicilia, che accuseranno anche questo governo (esattamente come i precedenti) di voler distruggere la scuola per creare una generazione di ignoranti, esattamente come nel...Ventennio.
Ma come, non è stato il “brutto e cattivo” Mussolini a scegliere il filosofo italiano più importante di quel periodo per fare una riforma dell’istruzione come detto prima?
Dalla pletora radical chic, sempre pronta a starnazzare senza un minimo di conoscenza storica (o, se c’è, è falsata) quando si tratta di affrontare il tema “Fascismo”, così scottante dopo più di 70 anni dalla sua caduta istituzionale e quasi 100 dalla fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento, si odono eguali strilli quando viene vandalizzato un qualsiasi monumento degli innumerevoli che stanno in Italia, sia ad opera di individui non classificabili nemmeno come persone (non ultima la turista che ha disegnato una faccina a Firenze), sia ad opera della burocrazia o di agenti esterni (clima). Uno su tutti: il sito archeologico di Pompei.
Secondo Luciana Iacobelli, gli studi sull’analisi del classicismo in epoca fascista restano quelli di Mariella Cagnetta (“Antichità classiche nell’Enciclopedia Italiana”, “Antichisti e impero fascista”), di Manacorda e di F. Scriba (“Il mito di Roma, l’estetica e gli intellettuali negli anni del consenso:la mostra augustea della Romanità 1937/38”, in “Quaderni di Storia”, 21, 1995, pp. 67-84). Sono comunque passati quasi vent’anni da questi lavori (l’unico recente e obiettivo è “Gli spettri di Mussolini. La storia del fascismo italiano attraverso i sui simboli”, dello studioso goriziano Ivan Buttignon), e la stessa Iacobelli spiega come mai ci si è “dimenticati” di affrontare il percorso storico di Pompei nelle due guerre (dunque anche nel Ventennio): la ragione è la difficoltà di affrontare obiettivamente un dato periodo storico. Ci sono stati molti archeologi e più in generale studiosi (Giacomo Boni, Goffredo Coppola, Giacomo Caputo...) che hanno fatto fare ai propri argomenti di ricerca passi da gigante, andando oltre la mera strumentazione propagandistica e politica; dunque studi “genuini”, e non fatti apposta per avere “i 15 minuti di celebrità” alla Warhol, cosa invece sostenuta da molti detrattori dei medesimi. Piacerebbe sapere cosa hanno fatto invece lor signori. Citando sempre il Sommo Guccini: “E poi se c'è una cosa e un'altra che non posso sopportare sono i criticoni: fattelo te l' Universo se sei capace!” (da “La Genesi”).
Già all’inizio del Novecento la città vesuviana brulicava di lavori, che ebbero un periodo di stallo ovviamente a causa del primo conflitto mondiale, ma fu grazie al tanto vituperato Ventennio che ripresero. L’interesse dello Stato Italiano per Pompei si può vedere anche da alcune documentazioni di varia natura, a cominciare dal periodico ufficiale del Touring Club Italiano “Le vie d’Italia” -che già nel 1923 aveva il seguente titolo: “Pompei che rinasce”- e dall’articolo della Sarfatti sulla rivista “Dedalo” (“Pompei risorta”, 1923-24), oppure la locandina di Riccobaldi che pubblicizzava le visite guidate a Pompei di notte nel 1939, o ancora la foto che ritrae il Duce -guidato dal direttore degli scavi Maiuri- in visita nella medesima città nel 1927. Persino il teatro fu utilizzato, ad esempio per rappresentare l’ “Alcesti” sempre nel 1927.
Il lavoro di Maiuri iniziò nel 1924 e terminò nel 1941, ma agli scavi si devono aggiungere anche le 400 opere scritte di divulgazione. Importante fu anche il film “Gli ultimi giorni di Pompei” realizzato da Carmine Gallone nel 1926 e dalla Società Anonima Grandifilms, costituita dai registi Amleto Palermi e Carmine Gallone con il produttore torinese Arturo Ambrosio ed i costumi di Duilio Cambellotti.
A ciò si deve aggiungere l’autostrada Napoli-Pompei e nel 1934 l’inaugurazione del tronco Torre Annunziata-Castellammare della Circumvesuviana, con una nuova fermata presso gli scavi, denominata ‘Villa dei Misteri’. Anche Ercolano non fu immune da ciò: gli scavi iniziarono nel 1927.
L’avventura mussoliniana in quel di Pompei conobbe una battuta d’arresto (dalla quale non si è mai più ripresa...) a causa della seconda guerra mondiale: catastrofico fu il bombardamento americano sul sito archeologico in questione nel 1943, ironia della sorte proprio il 24 agosto, stessa data dell’eruzione del 79 d.C..
Ma ecco che - notizia di gennaio - una società privata made in USA vuole finanziare la riqualificazione dei suddetti progetti archeologici, in ispecie quelli di Ercolano; tutto ciò fa capo a Packard (ebbene sì, quello dei computer...) e i soliti tromboni dell’informazione subito pronti ad osannarlo come “mecenate”.
Come dire, un’erosione del patrimonio culturale italiano mascherata da scusa per i danni subiti nel ’43 (scuse che, per dovere di storici, non si dovrebbe mai accettare) da chi storia non ha.
Ma chissà se l’italiota medio, famoso per la memoria corta (radical chic compresi), ci farà caso...


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