Segregata otto anni nel cuore della Napoli borghese | Fanpage
elle vie della Napoli bene una donna è stata tenuta segregata per otto anni. Nessuno sospettava, nessuno si faceva domande su quell'appartamento con le finestre serrate. Tutti viviamo tranquilli a pochi metri dall'orrore.
Una donna tenuta segregata per otto anni è stata liberata oggi dalla polizia”. Ero affaccendata a piegare il bucato quando questa informazione, emessa da quel juke box di notizie che è il Tg di Sky, colpisce immediatamente la mia attenzione. La cattura subito per la natura della mostruosità descritta, ma anche perché la speaker completa con: “A Napoli, Via Caldieri, nel quartiere Vomero”. Praticamente, nella mia città, in un quartiere che frequento, in una strada in cui passo abitualmente. L’ultima volta quattro giorni fa. Subito cerco la notizia su Google per avere più informazioni, ma niente, i tag non danno risultati. Dieci minuti e la rete esplode con l’Ansa di tre righe cui le maggiori testate nazionali non hanno ancora potuto aggiungere nulla. “Il tipico caso dell’orco che sequestra una donna e la costringe a sevizie e abusi”, è il mio primo pensiero, ma questo caso è atipico e lo scopro subito. La donna, trentasei anni, era tenuta segregata da sua madre in un appartamento di proprietà di quest’ultima, in cui viveva la vittima “viveva” – se si può usare questo crudele eufemismo – sola. Più tardi arriva qualche nuovo aggiornamento e agghiaccianti, terribili, le prime immagini. Gli agenti che hanno eseguito il blitz raccontano come, prevedibilmente, la donna, spaventata e confusa, si rifiutasse di lasciare la sua prigione. Descrivono l’abitazione come un lager, dove escrementi, cibo e probabilmente animali morti si ammucchiavano sul pavimento, le persiane abbassate, nel buio fisico ed esistenziale di una vita che non esiste più. La donna, C.G, appare scarna, magrissima, incurvata dallo choc e dalla paura, praticamente un fantasma che si staglia su uno scenario di abbandono, degrado, abissale solitudine.
Ho sempre immaginato che dietro la normalità, i sorrisi della gente, il camminare frettoloso per la strada, tra mille pensieri, si nascondessero private angosce, drammi, segreti. Ho sempre saputo che le folle che si agitano per le strade e che animano i negozi, le piazze, le case, sono piccoli microcosmi che racchiudono inconfessabili verità, orrore, perversioni e delitti – mostruosi – come questo.
Fa effetto, però, scoprire che ignara, sono passata chi sa quante volte davanti all’abitazione in cui si consumava giorno per giorno un delitto continuato ed efferato. Se avessi sentito un grido, avrei pensato a una lite tra coniugi, una mamma esasperata dai capricci dei figli, ma mai, dico mai, avrei immaginato che dietro le mura di facciata di un palazzo ci fosse un essere umano ridotto allo stato di larva, annientato dalla volontà di un aguzzino che, ironia del caso, non è un estraneo aggressore, ma colei che a questa creatura ha dato la vita.
Non voglio giudicare, non voglio neanche pensare a cosa spinga una madre che ha la capacità fisica ed economica di occuparsi di una persona probabilmente insana di mente, a farle violenza in questo modo. Ma non posso fare a meno di domandarmi cosa pensassero i vicini di quell’appartamento con le finestre serrate, chiuso dall’esterno; come si spiegassero i lamenti, i rumori e perché nessuno si domandasse che fine aveva fatto quella donna che ora ci tormenta dalle foto vacua, spettrale, quasi il fantasma dell’orrore dell’umanità. Torneremo ad agitarci per le strade frettolosi, incuranti, ignari e ciechi dell’orrore che ci circonda.




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