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Discussione: La grande bellezza

  1. #1
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    Predefinito La grande bellezza

    Finisce sempre così, con la morte, prima però c’è stata lavita, nascosta sotto i bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto ilchiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e lapaura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squalloredisgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto nella coperta dell’imbarazzodello stare al mondo, bla bla bla bla. Altrove c’è l’altrove, io non mi occupodell’altrove, dunque che questo romanzo abbia inizio. In fondo è solo untrucco, si è solo un trucco.
    La grande bellezza - monologo finale

    "La grande bellezza” è un film di cui molto si è parlato contoni, in Italia, spesso poco lusinghieri. C’è chi l’ha trovato troppo felliniano,chi troppo barocco, chi troppo lento... chi vi ha visto un elogio dellebellezze artistiche di Roma in stridente contrasto con la decadenza di quell’altasocietà che la rappresenta. Chi ha sottolineato il feroce ritratto di ambientiintellettuali radical-chic e chi ha puntato il dito alle feste cafonal disapore berlusconiano.
    Ma tutta questa è soltanto la superficie. Che lo si guardida sinistra o da destra, il senso verodel film – sta sotto. Sotto il chiacchiericcio, oltre la volgarità, ma anchedietro i meravigliosi paesaggi della Città Eterna. La "grandebellezza" non è infatti Roma, non è l’Italia, ma la ricerca del senso verodella vita. A cui tendiamo incessantemente e di cui ci sembra di intravvedere soltantodegli sprazzi. Alla fine, sembra dire il film, malgrado tutta la nostraagitazione e ricerca di eccitanti novità, ciò che realmente resta è l'origine.Sono le radici.

    “Il vecchio è sempre meglio del nuovo”, dice la nana a JepGambardella. E Stenio Solinas sul Giornale ha scritto che “La grande bellezza èil film più malinconico, decadente e reazionario degli ultimi anni, epitaffio aciglio asciutto sulla modernità e i suoi disastri, ostinata quanto pateticadifesa della memoria e del ricordo, nostalgia del passato, lancinante proprioperché inutile, consapevolezza che il futuro è solo una morte a credito.” Un’analisiche oggi Marco Travaglio rilancia sul Fatto Quotidiano sbeffeggiando magistralmentequanti sono saltati all’ultimo momento sul carrozzone del vincitore una voltache l’Oscar ha messo ipocritamente d’accordo (quasi) tutti sotto l’ombrelloipocrita dell’orgoglio nazionale.

    L’opera di Sorrentino è stata infatti a lungo osteggiata da unacerta “destra”, che lo ha accusato di lucrare su di un'immagine decadentedell'Italia facilmente esportabile quanto non veritiera, mente “certa” sinistral'ha trovato poco originale, fasullo e inutilmente citazionista. Io l'hotrovato sotto la patina cinica dell’immenso Toni Servillo, un film sentimentaletutto intento a rimpiangere quanto abbiamo dissipato o perduto.



    SADNESS IS REBELLION

  2. #2
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    Predefinito Re: La grande bellezza

    L'articolo di Solinas e pure quello di Travaglio sono da leggere!
    ...verrebbe voglia di dire a Paolo Sorrentino, che il premio Oscar se l'è più che meritato, di guardarsi dagli abbracci della cosiddetta «classe dei colti»: nel migliore dei casi fingono, nel peggiore non hanno capito nulla.
    (Solinas)
    Tutti gli impiegati del mondo hanno immaginato queste cose e le hanno sconfessate e adesso sono gli impiegati.
    Pavese

  3. #3
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    Predefinito Re: La grande bellezza

    A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: "La fessa". Io, invece, rispondevo: "L'odore delle case dei vecchi". La domanda era: "Che cosa ti piace di più veramente nella vita?" Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella. (Jep Gambardella)


    In questa citazione da "La grande bellezza" c'è tutto il disincanto verso la pretesa artistica. Ovviamente non può essere "la fessa" la risposta, ma "l'odore delle case dei vecchi" ha un che di artificioso che la rende se possibile ancora più insopportabile dell'altra. Fino a stimolare l'idea, sgradevole?, che ciò che è diretto e naturale è intrinsecamente volgare, mentre la sensibilità è destinata a portarsi dietro sempre un bel po' di supponenza e di insincerità. E allora, in quale punto si situerà mai l'uomo tra l'animale e l'artista?

    Sorrentino per bocca di Servillo ci dice alla fine che lui non si occupa dell'Altrove. Ma nel film la dimensione spirituale esiste. Forse quel punto è il punto in cui l'uomo si riconosce tale in quanto incontra Dio. Perché solo Dio riduce l'Io. Solo Dio riduce ogni pretesa a vanità. Conoscere Dio è fare esperienza del limite. E sorridere.

 

 

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