Finisce sempre così, con la morte, prima però c’è stata lavita, nascosta sotto i bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto ilchiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e lapaura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squalloredisgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto nella coperta dell’imbarazzodello stare al mondo, bla bla bla bla. Altrove c’è l’altrove, io non mi occupodell’altrove, dunque che questo romanzo abbia inizio. In fondo è solo untrucco, si è solo un trucco.
La grande bellezza - monologo finale
"La grande bellezza” è un film di cui molto si è parlato contoni, in Italia, spesso poco lusinghieri. C’è chi l’ha trovato troppo felliniano,chi troppo barocco, chi troppo lento... chi vi ha visto un elogio dellebellezze artistiche di Roma in stridente contrasto con la decadenza di quell’altasocietà che la rappresenta. Chi ha sottolineato il feroce ritratto di ambientiintellettuali radical-chic e chi ha puntato il dito alle feste cafonal disapore berlusconiano.
Ma tutta questa è soltanto la superficie. Che lo si guardida sinistra o da destra, il senso verodel film – sta sotto. Sotto il chiacchiericcio, oltre la volgarità, ma anchedietro i meravigliosi paesaggi della Città Eterna. La "grandebellezza" non è infatti Roma, non è l’Italia, ma la ricerca del senso verodella vita. A cui tendiamo incessantemente e di cui ci sembra di intravvedere soltantodegli sprazzi. Alla fine, sembra dire il film, malgrado tutta la nostraagitazione e ricerca di eccitanti novità, ciò che realmente resta è l'origine.Sono le radici.
“Il vecchio è sempre meglio del nuovo”, dice la nana a JepGambardella. E Stenio Solinas sul Giornale ha scritto che “La grande bellezza èil film più malinconico, decadente e reazionario degli ultimi anni, epitaffio aciglio asciutto sulla modernità e i suoi disastri, ostinata quanto pateticadifesa della memoria e del ricordo, nostalgia del passato, lancinante proprioperché inutile, consapevolezza che il futuro è solo una morte a credito.” Un’analisiche oggi Marco Travaglio rilancia sul Fatto Quotidiano sbeffeggiando magistralmentequanti sono saltati all’ultimo momento sul carrozzone del vincitore una voltache l’Oscar ha messo ipocritamente d’accordo (quasi) tutti sotto l’ombrelloipocrita dell’orgoglio nazionale.
L’opera di Sorrentino è stata infatti a lungo osteggiata da unacerta “destra”, che lo ha accusato di lucrare su di un'immagine decadentedell'Italia facilmente esportabile quanto non veritiera, mente “certa” sinistral'ha trovato poco originale, fasullo e inutilmente citazionista. Io l'hotrovato sotto la patina cinica dell’immenso Toni Servillo, un film sentimentaletutto intento a rimpiangere quanto abbiamo dissipato o perduto.





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