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    Thumbs down I "sacerdoti" del non si può...

    I SACERDOTI DEL NON SI PUO'


    Ancora una volta il Partito democratico
    è chiamato a scegliere. D’altra parte, se ci si pensa, è proprio questo il significato più generale dell’arrivo sulla scena di una figura come quella di Matteo Renzi: mettere il Pd con le spalle al muro, obbligare la cultura postcomunista a fare apertamente e fino in fondo una scelta a favore di una politica realmente riformatrice.

    Politica riformatrice progressista, naturalmente, considerando la natura e la storia dei democratici. Ma che in Italia - a causa della latitanza storica di una vera destra liberale: vedasi il fallimento di Berlusconi e di tutti quelli per vent’anni intorno a lui - non può non avere, necessariamente, anche caratteri e contenuti diciamo così non specificamente progressisti, non specificamente di sinistra, bensì dettati dalla necessità di dare spazio a efficienza, merito, razionalità, economicità: dunque, in un senso molto lato, anche caratteri e contenuti liberali.

    Insomma, così come nella prima Repubblica la Democrazia cristiana svolse un ruolo di supplenza verso la destra, accogliendone molte istanze e punti di vista, e così costruì la propria egemonia, la stessa occasione e lo stesso compito sembrerebbero oggi toccare al Pd.


    Ma per ragioni ben note la storia ha dato al Pd un interlocutore particolare che la Dc non aveva: il ceto degli intellettuali.

    I quali, inclini in genere a un certo radicalismo, non impazziscono certo per la categoria delle riforme in quanto tale, specie poi quando queste non sono in armonia con il loro punto di vista o ancor di più quando contrastano con i loro feticci ideologici.

    Ed ecco infatti un nutrito e autorevolissimo gruppo di essi (da Gustavo Zagrebelsky a Stefano Rodotà, da Roberta De Monticelli a Salvatore Settis) scendere in campo venerdì scorso con un vibrante appello pubblicato sul Fatto Quotidiano contro le riforme costituzionali proposte dal Pd di Renzi.

    Altro che riforme: si tratterebbe nei fatti, scrivono i nostri, di «un progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato (...) per creare un sistema autoritario che dà al presidente del Consiglio poteri padronali».

    Con il monocameralismo, ma in realtà «grazie all’attuazione del piano che era di Berlusconi», nascerebbe «l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi», «una democrazia plebiscitaria (...) che nessun cittadino che ha rispetto per la sua libertà politica e civile può desiderare».

    Questo il tono e questi gli argomenti.



    Che per la loro qualità non meritano commenti ma solo un’osservazione:

    che razza di Paese è quello in cui le migliori energie intellettuali non esitano a tradurre la loro legittima passione politica in pura faziosità, ignorando decenni (decenni!) di studi, di discussioni, di lavori di commissioni parlamentari, che hanno messo a fuoco in maniera approfonditissima i limiti del nostro impianto costituzionale di governo?

    E dunque la necessità di modificarlo spesso proprio nel senso che oggi si discute?

    È ammissibile che tuttora si possa sostenere che avere anche in Italia un capo dell’esecutivo dotato dei poteri che hanno tanti suoi omologhi in Europa, o una sola Camera rappresenti l’anticamera del fascismo?

    In verità la scelta a cui l’appello degli intellettuali radicali chiama il Partito democratico è una scelta cruciale per la sua identità di partito riformista, ma fin qui sempre rimandata: e cioè tracciare sulla propria sinistra una netta linea di confine e di deciso contrasto ideologico-culturale.

    Per decenni il Partito comunista unì a una pratica in larga misura socialdemocratica una benevola tolleranza nei confronti del più multiforme estremismo teorico, verso rivoluzionarismi di varia foggia e conio, verso le critiche radicaleggianti di ogni tipo all’ordine borghese.

    Si poteva essere iscritti al Pci e insieme essere luxemburghiani, filomaoisti, marcusiani, stalinisti.

    Fino a un certo punto si potè perfino guardare con qualche simpatia alla lotta armata:

    fino a quando cioè il Partito comunista stesso - resosi conto del pericolo mortale che ne veniva a lui e alla Repubblica - decise di reagire con brutale fermezza.

    Ma fu l’unica volta. Per il resto questa benevola tolleranza non solo appariva politicamente innocua (tanto a governare erano sempre gli altri) dando per giunta l’idea di un partito aperto che sapeva rendersi amici gli strati intellettuali ma, cosa più importante, consentiva pure di fare regolarmente il pieno dei voti a sinistra.


    Il Partito democratico dovrebbe capireche per lui però le cose stanno in modo affatto diverso.

    Oggi specialmente, quando è al governo in una situazione di crisi grave del Paese e con una responsabilità mai così preponderante e diretta. È questa una responsabilità che dovrebbe implicare alcune ovvie incompatibilità. Tra le quali, per l’appunto, l’incompatibilità tra una linea riformatrice di governo e il sinistrismo radicaleggiante caro a non pochi intellettuali, sempre pronto, peraltro, all’agitazione piazzaiola o a divenire carburante per qualche formazione goscista.

    Un sinistrismo che dovrebbe obbligare il Pd, se non vuole alla fine restarne vittima, come altre volte gli è capitato, a fare muro esplicitamente, a uscire allo scoperto senza mezzi termini, e magari a contrattaccare; non già a tacere.

    Come invece tace singolarmente, ad esempio, l’Unità di ieri, la quale, invece che spendersi in qualche difesa delle riforme costituzionali del governo preferisce occuparsi di riservare una gelida accoglienza alle ragionevolissime critiche mosse dal governatore Visco ai vari corporativismi italiani (inclusi quelli dei sindacati),lasciandone il commento ai sarcasmi caricaturali di Staino.


    Ma non è così, non è con questa mancanza di chiarezza, mi pare, che ci si può inoltrare in quel cammino sul quale tanta parte dell’opinione pubblica oggi aspetta di vedere avanzare il partito di maggioranza.



    ….

    ...COSI FATTI COSI'...





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    Impossibilia nemo tenetur

  2. #2
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    Thumbs up Re: I "sacerdoti" del non si può...

    Ultimo rifugio delle canaglie, Cost.



    Il solito appello contro la svolta autoritaria e incostituzionale, firmato dai soliti noti dell’azionismo malmostoso: contro Craxi, contro il Cav. e adesso contro Renzi. Addebiti identici. Fissazione e malattia


    Perfino il giornale di Travaglio ha incorniciato il testo dell’appello con una punta di imbarazzo, isolandolo in fondo alla prima pagina, senza commenti e fanfare.

    E’ la solita pappa costituzionalizia, il solito birignao tà-tà, il solito allarme, il solito resistere resistere resistere abbrancati alle cattedre e alle guarentigie varie dell’alta società dei colti e intoccabili, dei puri incorrotti, dei testimonial dell’immobilismo conservatore come strategia di salvezza. Penoso ripercorrere le fissazioni, notoriamente peggiori di qualsiasi malattia, di cui è farcito il manifesto dei nuovi Buoni. Si assiste impotenti al tentativo di stravolgere la Costituzione più bella del mondo, tuonano. Agisce maligno un Parlamento che non ha diritto di decidere alcunché perché delegittimato da una sentenza (parruccona) sulla legge elettorale (n. 1 del 2014).

    Lo scopo è creare un sistema autoritario che dà al premier poteri padronali. Monocameralismo e abrogazione delle province aggravano golpisticamente lo status dell’Italia, letterale, “di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi”.

    La responsabilità del Pd è enorme, perché Matteo fa quel che voleva Silvio, il quale (ma su questo tacciono) voleva fare quello che piaceva a Bettino, e tutti insieme (lo diranno al prossimo appello) si battono per applicare il famoso piano di Licio Gelli (P2).

    L’opposizione è catafratta.

    Bisogna fermarli con determinazione analoga a quella impiegata in passato contro i predecessori di Renzi.

    Democrazia plebiscitaria intollerabile al cittadino democratico onesto: al lavoro e alla lotta dura.

    Abbiamo ospitato nel Foglio, e molto volentieri, la polemica in punta di politica di un Formica, leader socialista e braccio destro di Bettino, sulla disinvoltura che egli giudica eccessiva, e pericolosa, della procedura di abrogazione sostanziale del Senato.

    Ma non potevamo prevedere, o forse sì, che sulla sua scia, rispettabile, si sarebbe messo, senza fantasia e con un di più di retorica giureconsulta, il carrozzone intellettuale e moralista che i Formica li ha perseguitati, al grido galera! galera!, per un paio di decenni almeno.

    Tra i firmatari una professoressa di Repubblica, forse candidata da qualche parte con i greci,il professore-conferenziere con il nome polacco, la celebrante del club dei miliardari per libertà&giustizia, ovviamente il candidato-presidente tà-tà, e poi giuristi della coterie o setta purista, la filosofa degli strambi emozionali, e altri accademici della casta dei sapientoni.

    Mamma che congrega, e chissà che la nuova, bella Repubblica di carta non trovi un posto, superato l’imbarazzo, per il solito assalto delle firme riottose nella sua nuova grafica.

    Niente come un nuovo inizio per celebrare la fine del pudore politico. Ma se ne dubita, qualcosa è cambiato, e all’elenco manca la Spinelli.

    Qualcosa è cambiato, ma non la pervicacia di questa piccola, influente, rispettabile ma morbosa folla castale nel ripetere vecchi argomenti usati abusati per decenni nel nuovo contesto italiano.

    Può revocare i ministri? Il premier diventa un tiranno. L’amministrazione centralizza le funzioni delle province? E’ un attentato alla democrazia politica. Si vara il monocameralismo? La nuova architettura parlamentare si mette sotto i piedi la Costituzione.

    Chi acconsente è complice. Chi è condiscendente è pavido e opportunista.

    Il luogo della coscienza libera dal servaggio è uno, e come sempre torinese della vecchia foggia decorosa ma polverosa: casa Zagrebelsky.

    Riflettiamo su questa nuova resistenza vocalizzante.

    Progetti ambiziosi come la Repubblica presidenziale (Craxi) o riforme costituzionali nate in Cadore (Berlusconi) sono equiparati nella censura al riformismo d’annuncio renziano d’oggidì, e l’accusa di tradimento contro la sinistra è sempre pronta (risuona dai tempi della Resistenza tradita e altre follie di Guido Quazza e Giorgio Bocca).

    Si riproduce sempre lo stesso schemino ideologico, ieri Asor Rosa invocava i carabinieri per sloggiare Berlusconi, oggi i firmatari aggrediscono quella che è per loro “la svolta autoritaria” in vista dell’introduzione della semplificazione amministrativa o di principi della premiership già sperimentati nel famoso paese reazionario e autoritario che si chiama Gran Bretagna, modello Westminster.

    E’ un processo parallelo a quello intentato alla deconcertazione:

    se vuoi ridare al legislativo il suo potere di fare le leggi, nella libertà sindacale e associativa di opporsi per Confindustria e Confederazioni, sei animato da pulsioni dispotiche. Non importa che questo sia un modello liberamente scelto dalla grande maggioranza delle democrazie occidentali.

    Torneranno i fantasmi dei poteri forti, una volta Gelli e un’altra volta il governatore Visco, e la demagogia dispiegata dei galantuomini si allineerà, con i medesimi effetti esilaranti, a quella dei comici populisteggianti.

    Lo chiamano patriottismo costituzionale: l’ultimo rifugio delle canaglie, diceva il dottor Johnson nel galante Settecento.



    ….

    .SPLENDIDO COME SEMPRE...




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  3. #3
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    Predefinito Re: I "sacerdoti" del non si può...

    Citazione Originariamente Scritto da salvo.gerli Visualizza Messaggio
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    .SPLENDIDO COME SEMPRE...





    Però ammetterai che nudo è ancora più bello.

  4. #4
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    Thumbs down Re: I "sacerdoti" del non si può...

    I nuovi SACERDOTI...

    Primi firmatari:

    Nadia Urbinati
    Gustavo Zagrebelsky
    Sandra Bonsanti
    Stefano Rodotà
    Lorenza Carlassare
    Alessandro Pace
    Roberta De Monticelli
    Salvatore Settis
    Rosetta Loy
    Corrado Stajano
    Giovanna Borgese
    Alberto Vannucci
    Elisabetta Rubini
    Gaetano Azzariti
    Costanza Firrao
    Alessandro Bruni
    Simona Peverelli
    Nando dalla Chiesa
    Adriano Prosperi
    Fabio Evangelisti
    Barbara Spinelli
    Paul Ginsborg
    Maurizio Landini
    Marco Revelli
    Beppe Grillo
    Gianroberto Casaleggio
    Gino Strada
    Paola Patuelli
    Tomaso Montanari
    Antonio Caputo
    Ugo Mattei
    Francesco Baicchi
    Riccardo Lenzi
    Pancho Pardi
    Ubaldo Nannucci
    Maso Notarianni
    Ferdinando Imposimato
    Cristina Scaletti
    Laura Barile
    Raniero La Valle
    Luciano Gallino
    Ida Dominijanni
    Domenico Gallo
    Dario Fo
    Fiorella
    Mannoia




    Ultima modifica di salvo.gerli; 03-04-14 alle 16:52
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    Impossibilia nemo tenetur

  5. #5
    ascpe' mo' vengo!
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    Predefinito Re: I "sacerdoti" del non si può...

    A proposito, com'è andata la visita da napolitano? L'ha avuta poi la grazia...? (naturalmente senza chiederla, eh?)

  6. #6
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    Predefinito Re: I "sacerdoti" del non si può...

    Citazione Originariamente Scritto da Roberto il Guiscardo Visualizza Messaggio
    A proposito, com'è andata la visita da napolitano? L'ha avuta poi la grazia...? (naturalmente senza chiederla, eh?)
    gli ha fatto un'offerta che non si può rifiutare.. anche se napolitano non ha cavalli.
    staremo a vedere questa offerta....
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  7. #7
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    Predefinito I sacerdoti del non si può

    I sacerdoti del non si può

    di Ernesto Galli della Loggia


    Ancora una volta il Partito democratico è chiamato a scegliere. D’altra parte, se ci si pensa, è proprio questo il significato più generale dell’arrivo sulla scena di una figura come quella di Matteo Renzi: mettere il Pd con le spalle al muro, obbligare la cultura postcomunista a fare apertamente e fino in fondo una scelta a favore di una politica realmente riformatrice. Politica riformatrice progressista, naturalmente, considerando la natura e la storia dei democratici. Ma che in Italia - a causa della latitanza storica di una vera destra liberale: vedasi il fallimento di Berlusconi e di tutti quelli per vent’anni intorno a lui - non può non avere, necessariamente, anche caratteri e contenuti diciamo così non specificamente progressisti, non specificamente di sinistra, bensì dettati dalla necessità di dare spazio a efficienza, merito, razionalità, economicità: dunque, in un senso molto lato, anche caratteri e contenuti liberali. Insomma, così come nella prima Repubblica la Democrazia cristiana svolse un ruolo di supplenza verso la destra, accogliendone molte istanze e punti di vista, e così costruì la propria egemonia, la stessa occasione e lo stesso compito sembrerebbero oggi toccare al Pd.

    Ma per ragioni ben note la storia ha dato al Pd
    un interlocutore particolare che la Dc non aveva: il ceto degli intellettuali. I quali, inclini in genere a un certo radicalismo, non impazziscono certo per la categoria delle riforme in quanto tale, specie poi quando queste non sono in armonia con il loro punto di vista o ancor di più quando contrastano con i loro feticci ideologici. Ed ecco infatti un nutrito e autorevolissimo gruppo di essi (da Gustavo Zagrebelsky a Stefano Rodotà, da Roberta De Monticelli a Salvatore Settis) scendere in campo venerdì scorso con un vibrante appello pubblicato sul Fatto Quotidiano contro le riforme costituzionali proposte dal Pd di Renzi. Altro che riforme: si tratterebbe nei fatti, scrivono i nostri, di «un progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato (...) per creare un sistema autoritario che dà al presidente del Consiglio poteri padronali». Con il monocameralismo, ma in realtà «grazie all’attuazione del piano che era di Berlusconi», nascerebbe «l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi», «una democrazia plebiscitaria (...) che nessun cittadino che ha rispetto per la sua libertà politica e civile può desiderare». Questo il tono e questi gli argomenti.


    Che per la loro qualità non meritano commenti ma solo un’osservazione: che razza di Paese è quello in cui le migliori energie intellettuali non esitano a tradurre la loro legittima passione politica in pura faziosità, ignorando decenni (decenni!) di studi, di discussioni, di lavori di commissioni parlamentari, che hanno messo a fuoco in maniera approfonditissima i limiti del nostro impianto costituzionale di governo? E dunque la necessità di modificarlo spesso proprio nel senso che oggi si discute? È ammissibile che tuttora si possa sostenere che avere anche in Italia un capo dell’esecutivo dotato dei poteri che hanno tanti suoi omologhi in Europa, o una sola Camera rappresenti l’anticamera del fascismo? In verità la scelta a cui l’appello degli intellettuali radicali chiama il Partito democratico è una scelta cruciale per la sua identità di partito riformista, ma fin qui sempre rimandata: e cioè tracciare sulla propria sinistra una netta linea di confine e di deciso contrasto ideologico-culturale. Per decenni il Partito comunista unì a una pratica in larga misura socialdemocratica una benevola tolleranza nei confronti del più multiforme estremismo teorico, verso rivoluzionarismi di varia foggia e conio, verso le critiche radicaleggianti di ogni tipo all’ordine borghese. Si poteva essere iscritti al Pci e insieme essere luxemburghiani, filomaoisti, marcusiani, stalinisti. Fino a un certo punto si potè perfino guardare con qualche simpatia alla lotta armata: fino a quando cioè il Partito comunista stesso - resosi conto del pericolo mortale che ne veniva a lui e alla Repubblica - decise di reagire con brutale fermezza. Ma fu l’unica volta. Per il resto questa benevola tolleranza non solo appariva politicamente innocua (tanto a governare erano sempre gli altri) dando per giunta l’idea di un partito aperto che sapeva rendersi amici gli strati intellettuali ma, cosa più importante, consentiva pure di fare regolarmente il pieno dei voti a sinistra.

    Il Partito democratico dovrebbe capire che per lui però le cose stanno in modo affatto diverso. Oggi specialmente, quando è al governo in una situazione di crisi grave del Paese e con una responsabilità mai così preponderante e diretta. È questa una responsabilità che dovrebbe implicare alcune ovvie incompatibilità. Tra le quali, per l’appunto, l’incompatibilità tra una linea riformatrice di governo e il sinistrismo radicaleggiante caro a non pochi intellettuali, sempre pronto, peraltro, all’agitazione piazzaiola o a divenire carburante per qualche formazione goscista. Un sinistrismo che dovrebbe obbligare il Pd, se non vuole alla fine restarne vittima, come altre volte gli è capitato, a fare muro esplicitamente, a uscire allo scoperto senza mezzi termini, e magari a contrattaccare; non già a tacere. Come invece tace singolarmente, ad esempio, l’Unità di ieri, la quale, invece che spendersi in qualche difesa delle riforme costituzionali del governo preferisce occuparsi di riservare una gelida accoglienza alle ragionevolissime critiche mosse dal governatore Visco ai vari corporativismi italiani (inclusi quelli dei sindacati), lasciandone il commento ai sarcasmi caricaturali di Staino.


    Ma non è così, non è con questa mancanza di chiarezza, mi pare, che ci si può inoltrare in quel cammino sul quale tanta parte dell’opinione pubblica oggi aspetta di vedere avanzare il partito di maggioranza.


    I sacerdoti del non si può - Corriere.it
    Ultima modifica di Florian; 17-04-14 alle 07:49

  8. #8
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    Predefinito Re: I sacerdoti del non si può

    I professoroni della sinistra piangono perché Renzi ha tolto loro il partito...

  9. #9
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    Predefinito Re: I "sacerdoti" del non si può...

    alle europee del 2019 le candidate dovranno averla bionica per legge
    https://it.notizie.yahoo.com/video/u...135904093.html

  10. #10
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    Predefinito Re: I "sacerdoti" del non si può...

    Finora da renzi ho sentito soltanto parole; non so se vedrò queste tramutate in fatti.
    Mi direte: letta neppure le parole ( era afono) vedremo fra 8 mesi come saremo messi.

 

 

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