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    the dark knight's return
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    Predefinito Del principio federativo di Pierre Joseph Proudhon

    Pierre-Joseph Proudhon
    DEL
    PRINCIPIO
    FEDERATIVO
    Introduzione e traduzione a cura di
    Paolo Bonacchi
    1
    Premessa
    Prima di cominciare questo libro desidero chiarire due cose: la
    prima si riferisce al modo di porsi davanti al problema del cambiamento
    dello Stato in senso federale; la seconda riguarda il significato della
    parola Federalismo che cercherò subito di definire in estrema sintesi.
    In questo modo, poste le condizioni della riflessione e sgombrata la
    mente dalle contraddizioni, ciò che è oggetto del libro funzionerà per il
    lettore come una bussola e non lascerà scampo a fraintendimenti.
    1°) Non si può trovare la soluzione al cambiamento
    dello Stato in senso federale usando la stessa logica
    che ha creato quello attuale.
    2°) Il federalismo è una concezione dell'ordine
    politico dello Stato basata sull'Autogoverno e
    Partecipazione al governo della gente.
    Detto questo, penso, ognuno dovrà armonizzare e rendere coerenti i
    suoi pensieri con le due osservazioni e la comprensione e la
    condivisione dell'opera di Proudhon sarà più facile per tutti gli spiriti
    sinceri.
    Ho tradotto dal francese questo libro per far conoscere il Federalismo
    nella purezza dei suoi principi secondo il pensiero del più grande dei
    federalisti moderni: Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865).
    Forse nessuno come lui ha saputo descriverlo in modo tanto efficace e
    comprensibile anche per i non addetti ai lavori.
    2
    Forze oscure agiscono contro gli uomini come contro la società. Queste
    forze si riassumono nell'ignoranza e nel potere che per dominare
    impediscono con la loro azione la crescita delle coscienze.
    Molti cittadini, anche colti, si pongono davanti al tema della politica con
    grande superficialità e sviluppano una concezione dello Stato altrettanto
    arbitraria di quella che dell'universo avevano gli uomini del Medioevo.
    Alcuni, poi, si prestano al gioco della politica, più per soddisfare le
    proprie ambizioni narcisistiche o per i vantaggi economici che sperano
    di ottenere, che per un reale sentimento di servizio nei confronti della
    collettività.
    Non è facile al tempo d'oggi, per un cittadino comune come per un
    politico, avere la pazienza e la buona volontà necessarie per leggere un
    libro di politica scritto più di un secolo fa.
    Lo scempio che viene quotidianamente perpetrato contro lo spirito della
    società da chi detiene il potere delle informazioni, ha allontanato gli
    italiani dalla passione della politica e dalla partecipazione alla vita
    collettiva.
    Tuttavia quelli che si vorranno cimentare nell'impresa di leggere "Del
    principio federativo" e si sforzeranno di capire quanto in esso
    contenuto, si renderanno conto di quali siano le ragioni ed i principi del
    federalismo, di cui molti oggi parlano senza conoscerlo.
    La gente in genere crede che per ottenere uno Stato federale sia
    sufficiente portare le Istituzioni "un po' più vicine ai cittadini".
    Ma non è affatto così, perché la prima condizione del federalismo è che
    lo Stato sia un effetto delle loro scelte sui fatti e pertanto deve essere
    messo nelle loro mani.
    Le Istituzioni poste più vicine ai cittadini, sono una conseguenza del
    federalismo, non certamente la sua causa.
    La grande difficoltà nell'essere dei veri federalisti consiste nel fatto di
    conoscere le sue origini, i suoi principi e le ragioni sulle quali poggia.
    Chi si dichiara contrario al federalismo, poi, dovrebbe almeno avere il
    pudore di giustificare l'avversione con argomentazioni che dimostrino la
    conoscenza di ciò che avversa.
    Del resto non si può neppure continuare ad avere la pretesa di cambiare
    lo Stato in senso federale, presentando ai cittadini un'immagine assurda,
    3
    falsa, incompleta o di comodo di ciò che esso è, come in genere fanno
    moltissimi politici.
    La trasformazione dello Stato in senso federale che essi propongono
    non è che una truffa, un inganno.
    Salvo alcune lodevoli eccezioni nelle loro intenzioni di federalismo non
    c'è assolutamente niente.
    Sebbene siano sconosciute al grande pubblico, le opere di Proudhon
    sono state studiate da sociologi, filosofi ed economisti ed il suo pensiero
    è stato condiviso sia da conservatori sia da progressisti, da sindacalisti
    riformisti o rivoluzionari, da circoli di estrema destra e da circoli di
    estrema sinistra, da liberali e da comunisti ed anche da reazionari.
    I più attribuiscono ciò alle contraddizioni del suo pensiero in cui ognuno
    può vedere quello che gli torna comodo.
    La verità non ha definizioni, non ha partiti né correnti, né indirizzi
    particolari.
    Per trovarla, è però necessario cercare con attenzione, guardare in
    profondità, e non limitarsi a leggere superficialmente o isolatamente
    solo le parti che corrispondono al nostro punto di vista.
    Forse è per questo che nelle opere di Proudhon destra e di sinistra
    possono ritrovare le proprie ragioni ed avere un'idea errata della
    frammentarietà e del disordine delle sue analisi.
    Leggendo tutte le sue opere e riflettendo sul loro contenuto, è facile
    trovare la radice unitaria, e quindi senza contraddizioni, del suo
    pensiero.
    Alla traduzione del testo non ho aggiunto alcun commento personale,
    né ho riportato giudizi o osservazioni di scienziati della politica, o di
    filosofi, sociologi ed economisti.
    Mi è capitato di conoscere le opere di Proudhon per caso, da semplice
    cittadino che ad un certo punto della vita, alcuni anni orsono, ha voluto
    occuparsi della politica.
    Ho cercato di capire il federalismo al di fuori degli schemi, dei partiti,
    delle fazioni, degli indirizzi, e mi sono convinto che ognuno deve farsi
    una sua idea personale di cosa esso sia e spero che l'opera che qui
    presento tradotta in italiano possa aiutare il lettore a capire su quali
    principi inviolabili esso si regga.
    4
    Le note, le classificazioni, gli accostamenti, le divergenze, le esaltazioni
    e le condanne, oppure i tagli suggeriti dalla convenienza ideologica di
    chi ha voluto interpretare questo autore con spirito di parte, avrebbero
    potuto influire negativamente sulla libertà di giudizio del lettore.
    Che ognuno giudichi da sé, secondo la propria capacità, esperienza e
    spirito di osservazione: penso che questo sia il modo migliore per
    apprezzare la sua opera ed entrare in sintonia col federalismo.
    Il lavoro, a parte il rigore della traduzione, non ha alcuna pretesa
    scientifica.
    E' bene lasciare agli scienziati il compito di analizzare ed approfondire
    le singole parti dell'opera.
    In Del principio federativo Proudhon si rivolgeva direttamente ai suoi
    lettori, che erano più che altro semplici operai, artigiani, piccoli
    commercianti e imprenditori: gente comune che aveva poca o nessuna
    dimestichezza con le scienze sociali.
    Mi sono limitato a riproporre il suo pensiero con le sue stesse parole.
    Ognuno potrà poi valutare quanto grandi fossero le sue intuizioni
    politiche con ciò che l'esperienza di questo secolo ci ha dimostrato.
    Via via che il libro scorrerà davanti ai vostri occhi vi renderete conto
    delle enormi forze che in ogni tempo agiscono nella società; della natura
    e dell'origine del potere; delle sue degenerazioni attraverso i partiti; di
    come la debolezza e l'eterna variabilità degli uomini influiscano sulla
    politica; ed ancora del perché si formi uno Stato unitario accentrato, che
    con le sue infinite leggi permette lo sviluppo e la crescita della
    corruzione e dello spreco e come esso generi naturalmente l'elefantiasi
    della burocrazia; conoscerete le ragioni per cui il capitale si allea
    volentieri con i partiti e come il popolo, in una democrazia, possa finire
    col non contare quasi niente; comprenderete le ragioni per le quali le
    elezioni, in un regime democratico, possano essere solo una finzione,
    una maschera del potere, e perché le leggi dello Stato riflettano non
    tanto la volontà del popolo, quanto quella dei gruppi economici che
    attraverso i partiti ed i sindacati lo dominano.
    Vi sembrerà che il libro sia stato scritto ieri e non quasi un secolo e
    mezzo fa.
    In poche parole: chi avrà la pazienza di leggere tutto il libro e di
    5
    meditarlo capirà come col federalismo, che Proudhon presenta nella sua
    vera natura, ogni società possa progredire tranquillamente nella
    sicurezza e nel maggiore benessere, perché ognuno sa che lo Stato,
    costruito dal popolo per il popolo, gli è amico e gli rende più libera,
    facile, serena, dignitosa e sicura la vita di ogni giorno.
    Ancora una cosa chiedo ai lettori: non abbiate pregiudizi su Proudhon,
    senza aver letto le sue opere.
    Egli ha sempre avuto contro il potere economico, il potere politico ed il
    potere della Chiesa; ma il modo in cui essi, nel suo secolo ed in quello
    in cui viviamo, abbiano rappresentato un'economia, un potere, ed uno
    Spirito al servizio dell'uomo, è storia che tutti conoscono.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  2. #2
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    Predefinito Rif: Del principio federativo di Pierre Joseph Proudhon

    Introduzione
    Come ho detto, le opere di Proudhon sono oggi pressoché sconosciute
    in Italia.
    L'anatema di Marx contro di lui in Miseria della filosofia, che scrisse in
    risposta al libro di Proudhon Il sistema delle contraddizioni economiche
    o Filosofia della miseria, è valido ancora oggi.
    A nulla serve osservare che prima di aver letto il libro sopracitato, ben
    diverso era il giudizio di Marx su Proudhon: lo aveva definito "Il
    Rousseau-Voltaire di Luigi Bonaparte".
    Esclusi coloro che lo conoscono per motivi di studio, per molti altri
    Proudhon è ricordato per la risposta che lui stesso diede ad una
    domanda che era anche il titolo di un suo libro: "Che cosa è la
    proprietà?", "La proprietà è un furto" affermò.
    In realtà Proudhon non intendeva affatto la proprietà in sé come un
    furto, anzi sosteneva che "La proprietà è la libertà ", tuttavia essa
    diventa "furto" quando è "la somma degli abusi odiosi della ricchezza"
    che genera povertà e miseria per i più deboli e per i fanciulli che senza
    colpa devono subirla.
    6
    Ho voluto fare questa breve premessa, per rendere un poco di giustizia a
    questo straordinario pensatore condannato ingiustamente ad essere
    dimenticato o mal interpretato.
    Il socialista, l'ateo e l'anarchico.
    Torniamo, dunque, al Proudhon che viene presentato come socialista,
    anarchico ed ateo.
    Togliamoci il paraocchi dei pregiudizi e delle false informazioni e
    giudichiamolo, se ciò è opportuno, dalle sue stesse opere.
    Per lui essere socialista, significava probabilmente isolare, definire e
    conoscere le forze che agiscono nella società per effetto della natura e
    del comportamento degli uomini.
    Egli dimostra in ogni suo scritto di rifiutare e di non identificarsi sia
    nelle tendenze comuniste che hanno preceduto Marx, come nella teoria
    politica ed economica da questo elaborata.
    Le sue origini modestissime gli fecero presto comprendere quanto
    ingiusta fosse la miseria soprattutto per i fanciulli innocenti che come
    lui, senza colpa dovevano subirla e si chiese, allora ancora ragazzo,
    dove dovesse ricercarsi la causa che genera la povertà.
    Già in una delle sue prime opere, De la célébration du Dimanche, si
    propose di: "trovare uno stato di eguaglianza che non sia né
    comunismo, né dispotismo, né dispersione, né anarchia, ma libertà
    nell'ordine ed indipendenza nell'unità".
    Pur dichiarandosi socialista, non nascose mai a se stesso l'impotenza,
    nella pratica, di questa concezione politica a causa soprattutto del suo
    altalenante velleitarismo riformista e della sua incoerenza; in una parola,
    delle sue debolezze eterne.
    Egli forse si definiva socialista perché aveva una concezione spirituale
    della società in cui, in contrasto col suo ateismo, cercava "un'ipotesi
    d'un Dio" senza la quale gli era "impossibile andare innanzi ed essere
    capito. (....) Se io seguo, attraverso le sue trasformazioni successive
    l'idea di Dio, trovo che quest'idea è innanzitutto sociale; intendo dire
    che essa è piuttosto un atto di fede nel pensiero collettivo che un
    7
    concetto individuale".
    E' probabile che nel suo pensiero dalla società emergesse un principio
    superiore, dotato di forza e di una ragione segreta, quasi un Essere che
    lui non riusciva ad identificare nel Dio delle religioni e della storia.
    Gli uomini, affermava, non possono ingabbiare il destino di quell'Essere
    in un dogma, in un assoluto, poiché si riassume nell'imprevedibilità del
    divenire, nell'imperscrutabilità dei disegni della natura, che si realizzano
    nella società umana con la continua ricerca di equilibrio fra le forze che
    in essa devono operare e che, scontrandosi continuamente, generano
    conflitti, contrasti, lotte, ribellioni e rivoluzioni di ogni genere.
    Nel federalismo, trovò il punto di equilibrio fra queste forze, e vide che
    dal loro equilibrio deriva l'eliminazione della finzione, della ragion di
    Stato e del potere illegittimo che la determina.
    Il potere dello Stato, infatti, per le Chiese discende dall'assoluto di un
    Dio, per il comunismo dalla proprietà, per gli Stati sovrani dal bisogno
    di un qualsiasi ordine sociale riferito ad un'ideologia e per il
    federalismo, finalmente, non più dalle finzioni, ma dalla somma delle
    volontà concrete e reali (Contratto politico), degli individui sui fatti che
    li riguardano.
    Egli vide, con enorme anticipo sugli eventi, come il comunismo,
    eliminando semplicemente la proprietà e sostituendola col piano,
    disegna una società in cui tutto è semplice e previsto; il suo Dio è il
    dogma, guai ad allontanarsene, guai a tradirlo, guai a contraddirlo.
    In esso tutto é facile da capire e da condividere; le sue soluzioni ai
    problemi che emergono nella vita della società, sono incredibilmente
    semplici e comprensibili per tutti: soddisfano il bisogno di giustizia e di
    uguaglianza, aboliscono tutti mali dell'uomo attraverso la dittatura del
    piano e la dittatura di una classe.
    La semplicità del comunismo, fu certamente la causa dei suoi successi e
    dei grandi entusiasmi che suscitò nelle masse.
    Ma i suoi princìpi rispondevano più al bisogno di dare una risposta
    razionale alla tendenza violenta dell'anima collettiva di emergere dalla
    barbarie della disuguaglianza e della povertà, che ad un'osservazione
    esauriente della realtà sociale e dei fenomeni che nella società
    8
    continuamente si generano.
    La sua attuazione pratica, se da un lato portò nel tempo al disastro
    economico, alla tirannia ed al fallimento dei regimi comunisti, dall'altro
    generò un insperato indebolimento della fede nelle ideologie, la cui
    affermazione negli Stati determina tirannia e violenza, servitù e
    regresso, oppure corruzione e degrado dell'ordine sociale.
    I risultati del fallimento comunista sono sotto gli occhi di tutti:
    determinato dalle cause che Proudhon aveva enunciato molti decenni
    prima che esso apparisse nella storia come realtà sociale.
    Da parte loro i socialisti, incapaci di valutare con chiarezza il pensiero
    politico del socialista Proudhon, si sono sempre vestiti con abiti
    comunisteggianti che egli non avrebbe mai accettato né condiviso.
    Sosteneva, infatti, che "Per lui (per il socialismo, n.d.t) l'economia
    politica, considerata da molti come la fisiologia della ricchezza, non è
    altro che la pratica organizzata del furto e della miseria; come la
    giurisprudenza, decorata dai legisti del nome di ragione scritta, non è
    altro ai suoi occhi (per il socialismo), che la compilazione delle
    rubriche del brigantinaggio legale e ufficiale,- e per dirlo in una sola
    parola, della proprietà.- Considerate nei loro rapporti queste due
    pretese scienze, l'economia politica ed il diritto formano, a detta del
    socialismo, la teoria completa della iniquità e della discordia.
    Passando poi dalla negazione all'affermazione, il socialismo oppone al
    principio di proprietà quello di associazione e si vanta di restaurare da
    cima a fondo l'economia sociale, ossia di costruire un nuovo diritto,
    una novella politica, istituzioni e costituzioni diametralmente opposte
    alle forme antiche. Come si vede, la linea di separazione fra il
    socialismo e l'economia politica è netta e l'ostilità flagrante.
    L'economia politica inclina alla consacrazione dell'egoismo, il
    socialismo pencola verso l'apoteosi e la comunanza."
    Per lungo tempo i socialisti hanno quasi completamente dimenticato
    Proudhon. Di qui, forse, la ragione dell'incoerenza che li ha portati all'
    insuccesso politico irreversibile.
    Se solo lo avessero preferito a Marx ed alle sue teorie, se avessero
    diffuso le sue opere ed il suo pensiero, il socialismo sarebbe sempre
    9
    apparso in tutta la sua profonda diversità dal comunismo.
    Dopo più di cinquanta anni di compromessi catto-social-comunisti,
    provate a chiedere nelle librerie qualche opera di Proudhon; la risposta
    sarà quasi sempre negativa.
    Andate per le biblioteche a chiedere i suoi libri; forse troverete qualche
    sua opera in francese, in edizioni vecchie di decine e decine di anni.
    Quelle che sono state tradotte in italiano a volte sono indisponibili, altre
    sono scomparse, altre ancora mai restituite.
    Non parliamo poi dell'università dove fino a poco tempo fa le sue opere
    erano quasi all'indice e guai a presentare una tesi su Proudhon o sul
    federalismo, mentre infinite erano quelle presentate anche sugli aspetti
    più marginali del marxismo.
    Per cambiare, bisogna essere disposti ad osare, a rischiare, a volere con
    tutte le forze. Escludere Proudhon dal dibattito sul federalismo, sarebbe
    come escludere Gesù da un dibattito sul cristianesimo, oppure
    Maometto da uno sull'islamismo.
    A cosa è servito che pochi socialisti zelanti lo presentassero talvolta solo
    come avversario della libertà di mercato e della proprietà? Proudhon era
    un uomo Libero: non tanto un socialista nel senso che noi oggi
    attribuiamo a questa parola, ma un uomo che poneva la libertà
    personale e collettiva, anche di mercato, alla base del progresso e della
    civiltà. Il resto è ciarlataneria politico culturale.
    Proprio a causa del suo grande senso della libertà, non poteva
    appartenere ad una religione: ma il dubbio di un Dio, di un Essere, di
    uno Spirito, rimane incessante in lui.
    I suoi scritti affermano il suo rifiuto, ma traspare sempre evidente che il
    suo cuore ha ragioni che la ragione non conosce.
    Nelle Contraddizioni afferma ad un certo punto: "Si ricorda anche,
    qualche volta, che se il sentimento della Divinità affievolisce fra gli
    uomini; se l'ispirazione dall'alto si ritira progressivamente per far posto
    alle deduzioni dell'esperienza, se vi è scissione sempre più flagrante fra
    l'uomo e Dio; se questo progresso, forma e condizione della nostra vita,
    sfugge alle percezioni di un'intelligenza infinita, e per conseguenza
    antistorica; se, per dir tutto, il richiamo alla Provvidenza per parte di
    un governo è nello stesso una codarda ipocrisia ed una minaccia alla
    10
    libertà; nulladimeno il consenso universale dei popoli, manifestato con
    lo stabilimento di tanti diversi culti, e la contraddizione per sempre
    insolubile che tocca l'umanità nelle sue idee, le sue manifestazioni e le
    sue tendenze, indicano un rapporto segreto della nostra anima, e per
    essa dell'intera natura, con l'infinito, rapporto la cui determinazione
    esprimerebbe nello stesso tempo il senso dell'universo e la ragione della
    nostra esistenza".
    Probabilmente, nel segreto della sua coscienza, egli covava una segreta
    fede nello Spirito di Dio, che vedeva emergere dalla società degli
    uomini come un Essere fantastico, denso di motivi di stupore e di
    misteri.
    Forse per nessuno come per lui, la spiritualità non era sinonimo di
    religiosità.
    Egli fu quindi un credente dello Spirito, mai un uomo religioso
    Sempre alla ricerca delle ragioni e delle vie del progresso per favorire il
    benessere e l'evoluzione dello Spirito, che vedeva come proiezione della
    società, dedicò la sua vita e la sua opera geniale alla ricerca delle
    contraddizioni umane, sociali e politiche, ed economiche, la cui ordinata
    composizione considerava come condizioni essenziali dell'equilibrio
    universale.
    Nel silenzio del suo cuore, egli cercava di capire "....se l'umanità tende a
    Dio secondo l'antico dogma, oppure se essa stessa diventa Dio".
    Come molti, Proudhon aveva cercato, ma non aveva trovato; ma il suo
    cercare lo libera dall'ateismo, che forse la maschera di una potente
    ragione gli imponeva.
    Il suo spirito libero e la profondità della sua coscienza, lo condussero a
    definirsi anarchico.
    Ma cosa intendeva egli per anarchia?
    Vale la pena, per chiarezza, ripetere la sua concezione della società
    formulata ad appena trenta anni in Célébration du Dinamiche: "Trovare
    uno stato d'eguaglianza sociale che non sia né comunismo, né
    dispotismo, né frazionamento, né anarchia, ma libertà nell'ordine ed
    indipendenza nell'unità".
    11
    Dice ancora molti anni più tardi in Del principio federativo: "Come
    variante del regime liberale, ho indicato l'ANARCHIA o governo di
    ognuno da parte di se stesso, in inglese self-government. L'espressione
    di governo anarchico implica una sorta di contraddizione, la cosa
    sembra impossibile e l'idea assurda. Non c'è qui che da rivedere il
    termine; la nozione di anarchia, in politica è razionale e positiva come
    nessun'altra. Essa consiste nel fatto che, una volta ricondotte le funzioni
    politiche alle funzioni della produzione, l'ordine sociale risulterebbe
    solo dal fatto delle transazioni e degli scambi. Ognuno allora potrebbe
    dirsi autocrate di se stesso. Il che è l'estremo opposto dell'assolutismo
    monarchico. (......). Malgrado il richiamo potente della libertà, né la
    democrazia né l'anarchia nella pienezza ed integrità della loro idea, si
    sono realizzate in nessun luogo".
    Volendo combattere un principio oppure un'idea, non esiste metodo
    migliore che denigrare il suo sostenitore, di condannarlo ieri al rogo
    della carne, oggi a quello delle opere.
    Così le due grandi Chiese dell'umanità degli ultimi due secoli, quella
    cattolica e quella marxista, applicando alle sue opere una collaudata
    esperienza di mistificazione e di condanna, hanno confinato Proudhon
    nell'oscurità.
    Il loro giudizio non è altro che la condanna di se stesse: all'intolleranza,
    alla discriminazione, alla falsità, all'incomprensione.
    Accusato di ateismo dalla Chiesa, di liberalismo e di essere un borghese
    dai comunisti, di comunista dai liberali, Proudhon è passato alla storia
    come uno dei pensatori più contraddittori della sua epoca.
    Proprio la storia ha poi mostrato che la contraddizione non era nel suo
    pensiero, ma nella natura stessa delle cose e degli uomini e niente più
    del comunismo, del socialismo, dello stesso liberalismo oggi tanto di
    moda, lo hanno dimostrato e lo dimostreranno.
    La contraddizione vera è nelle ideologie, nelle religioni, e nelle
    costruzioni logiche della mente umana, che partendo da un'analisi
    sempre incompleta e personale della realtà, pur contenendo una parte di
    verità, hanno la pretesa di possedere la ricetta della felicità universale e
    12
    della verità eterna; le prime per ciò che è materiale, le seconde per ciò
    che è spirituale.
    Per Proudhon questa ricetta non esiste, come non esisterà per lungo
    tempo la mente che in un lampo di genio concepirà la struttura di una
    società in perfetta armonia con le leggi materiali della vita e con le
    misteriose attese dello Spirito.
    Egli era un osservatore, un profondo analizzatore della società e degli
    uomini e per di più dotato di un'eccezionale intuizione.
    Comprese che i rapporti sociali ed individuali sono soggetti a continue
    contraddizioni e possono essere composti nel modo migliore lasciando i
    cittadini liberi di darsi gli ordinamenti che sembrano loro i più adatti, in
    relazione al variare dei tempi e degli interessi.
    Ciò avrebbe permesso ad ognuno di impegnarsi per perseguire gli scopi
    materiali e spirituali in cui crede e che vuole affermare nella propria
    esistenza e nella società alla quale appartiene.
    Capì che questo avrebbe comportato inevitabilmente una forte
    restrizione dell'azione dello Stato nella società, ed avrebbe determinato
    l'avvento del regime della giusta autorità, della giusta libertà e della vera
    democrazia.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  3. #3
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    Predefinito Rif: Del principio federativo di Pierre Joseph Proudhon

    Genesi dell'opera
    Del principio federativo è comunemente considerato il testamento
    politico di Proudhon.
    L'origine del libro si deve ad un articolo pubblicato il 7 settembre 1862
    sul giornale Office de pubblicitè a Bruxelles, dal titolo Garibaldi et
    l'unité italienne, che seguiva di poco un altro articolo su Mazzini (
    Mazzini et l'unité italienne, 13 luglio 1862).
    Entrambi ebbero vasta risonanza sia sulla stampa che nell'opinione
    pubblica del tempo.
    L'interesse di Proudhon verso l'Italia era dovuto al fatto che da noi gli
    spiriti democratici propugnavano una repubblica unitaria in nome di
    un'ancora inesistente nazionalità, che doveva essere ottenuta con ogni
    mezzo e ad ogni costo.
    Aveva affermato a più riprese la sua idea della democrazia "che si
    13
    spaccia continuamente per liberale, repubblicana, socialista, mentre il
    suo vero scopo è solo "l'unità". La democrazia tiene ben poco conto
    delle libertà individuali e del rispetto delle leggi, poiché è incapace di
    governare a condizioni diverse da quelle dell'unità, che non è altro che
    il dispotismo. (......) La democrazia è innanzitutto centralizzatrice e
    unitaria, ha orrore del federalismo (.....) essa considera l'indivisione del
    potere come la grande molla, l'ancora di salvezza del governo...la
    democrazia inclina fortemente al comunismo: ed è solo attraverso il
    comunismo che concepisce l'uguaglianza. La democrazia ha come
    principio l'unità; il suo obiettivo è l'unità; il suo mezzo, l'unità; la sua
    legge, sempre l'unità. L'unità è per essa l'alfa e l'omega, la sua formula
    suprema, la sua estrema ratio".
    Proudhon sapeva bene che le origini della democrazia erano da
    ricercarsi in una concezione unitaria dell'uguaglianza e della giustizia
    che sfocia nella comunanza, finalizzata all'interesse preminente della
    collettività e non del singolo; l'idea del "comunismo" non era ancora
    istituzionalizzata.
    L'impossibilità di realizzare nella pratica della vita della società i
    principi determinatori della democrazia fu una, se non la principale,
    causa del suo lento fallimento e della sua scomparsa come sistema di
    governo presso i popoli della Grecia antica.
    La storia dell'Italia, dal tempo della sua unificazione, ha mostrato che
    alla lunga il principio di unità attraverso l'uniformità porta o alla
    corruzione ed all'ingiustizia o all'idea di potenza e di violenza.
    A differenza di Mazzini, che sosteneva "l'indipendenza solo nell'unità",
    Proudhon chiedeva "l'indipendenza nella diversità", attraverso la
    federazione degli Stati che allora componevano l'Italia.
    Era naturale che la stampa unitaria ed i fanatici del principio romantico
    delle nazionalità lo attaccassero violentemente, per le sue ferme e decise
    prese di posizione federaliste e perciò naturalmente antiunitarie e
    contrarie all'accentramento, alla gerarchia ed all'indivisibilità dello Stato.
    Deciso a chiarire gli equivoci determinati dall'apparire dei due articoli
    su Mazzini e su Garibaldi, in cui la stampa belga aveva ravvisato un
    invito a Napoleone III ad annettere il Belgio alla Francia, il 1 ottobre
    14
    1862, in una nota all'articolo La stampa belga e l'unità italiana,
    scriveva: "Ho sostenuto nel modo più chiaro possibile sia nel mio
    articolo su Mazzini sia in quello su Garibaldi, che il principio di unità è
    per sua natura illiberale e sfavorevole al progresso, alla sovranità delle
    nazioni, ed anche al principio della separazione dei poteri; di
    conseguenza, non lo vorrei per nessuno; che, se in questo momento ci
    sono delle esagerazioni di unità in Francia, questa è una ragione in più
    per opporre loro un contrappeso in Italia; che mi dispiace che la
    democrazia italiana non abbia approfittato del trattato di Villafranca e
    delle disposizioni dell'Imperatore, per inaugurare in Europa una
    politica di federazione, che l'unità italiana, lungi dall'abbattere il
    Papato, gli prepara un trionfo; che l'effetto da temere maggiormente da
    questo allettamento verso l'idea unitaria, che tormenta gli spiriti in
    Italia ed in Germania, sarà di abbandonare alla Francia la riva sinistra
    del Reno e di sacrificare il Belgio, cosa che evidentemente sono lontano
    dal desiderare, poiché mi servo di questa previsione come di un
    argomento contro l'unità".
    La reazione di Proudhon ebbe un effetto contrario a quanto egli si
    aspettava.
    In pratica, faceva balenare davanti agli occhi dell'opinione pubblica
    belga l'idea di una possibile annessione del Belgio alla Francia.
    Le reazioni della stampa e dell'opinione pubblica furono violentissime.
    I giornalisti belgi non capirono la sua posizione antiunitaria e la sua
    intenzione di metterli in guardia contro le tendenze annessionistiche.
    Le critiche feroci e le violente reazioni popolari, lo costrinsero ad un
    rapido rientro in Francia dove parimenti dovette difendersi dagli
    attacchi della stampa unitaria.
    Decise perciò di chiarire il suo pensiero sviluppando l'idea della teoria
    federativa.
    Nascita e sviluppo dell'idea di federazione
    Prima di spiegare cosa intenda per federazione, Proudhon dedica
    alcune pagine del libro a ricordare l'origine e la filiazione dell'idea, che
    15
    subito pone come conclusione necessaria della teoria generale dei
    governi.
    Analizzando gli elementi sui cui si fonda l'Ordine politico della società
    considera due princìpi eterni, connessi opposti ed irriducibili su cui esso
    riposa: l'Autorità che precede e la Libertà che segue.
    Tali principi, afferma, sono in perpetua concorrenza ed opposizione fra
    loro, per cui al crescere dell'uno all'interno della società, corrisponde la
    diminuzione dell'altro, fino a quando si inverte il ciclo ed il minore
    prevale attraverso una nuova rivoluzione.
    Di rivoluzione in rivoluzione, sostiene, si affermano nei secoli i regimi
    di autorità e di libertà.
    Osserva che la stabilità dell'Ordine politico, e di conseguenza il
    progresso materiale e spirituale della società, si ottiene quando Autorità
    e Libertà sono in equilibrio e si chiede che cosa sia in grado di
    generarlo.
    Trova la soluzione nella Legge che considera come "statuto arbitrale
    della volontà umana" (Della giustizia nella Rivoluzione e nella Chiesa
    vol. 8), espressa mediante un "contratto" fra gli individui che
    compongono la società; contratto che definisce "di federazione".
    Solo attraverso il contratto sui fatti, realizzato attraverso il procedimento
    democratico, la legge gli appare come l'elemento in grado mantenere la
    stabilità dell'Ordine politico e di realizzare nella società la giusta autorità
    e la giusta libertà.
    A ciò si deve -sostiene- lo stabilimento di condizioni permanenti di
    progresso della comunità.
    Si rende cioè conto come questa concezione contrattuale dello Stato sia
    in grado di eliminare le finzioni ed i segreti (ragion di Stato), e di
    controllare i poteri forti rendendoli sottomessi alla volontà della
    maggioranza degli individui responsabili.
    Egli comprende come il comunismo, eliminando la proprietà personale
    e sostituendola con la collettivizzazione e col piano, disegna una società
    in cui tutto è semplice per la massa, che in esso scorge l'assoluta
    eguaglianza delle condizioni, eterna panacea di ogni rivoluzione, anche
    se imprevedibile foriera di regimi assolutisti e tirannici basati
    16
    sull'autorità, sulla gerarchia e sulla burocrazia improduttiva ed
    inefficiente.
    Il Dio del comunismo- afferma- è il dogma, guai ad allontanarsene, guai
    a tradirlo, guai a contraddirlo.
    In esso tutto é facile da capire e da condividere, le soluzioni ai problemi
    che emergono nella vita della società risultano incredibilmente semplici
    e comprensibili alla massa; soddisfano l'innato bisogno di uguaglianza e
    di giustizia ed aboliscono i mali dell'uomo attraverso la dittatura del
    piano e la dittatura di una classe.
    La semplicità del comunismo è certamente all'origine dei suoi successi
    e dei grandi entusiasmi che ha saputo suscitare; ma i suoi princìpi
    rispondono piuttosto al bisogno violento dell'anima collettiva di
    emergere dalla barbarie della grande disuguaglianza e della povertà,
    piuttosto che da una osservazione esauriente degli infiniti e complessi
    fenomeni che si generano continuamente nella società per effetto della
    diversità.
    Il tentativo di instaurare una società comunista, come tutti sappiamo, ha
    portato nel tempo al fallimento dell'ideologia marxista, ma ha anche
    prodotto un insperato e sostanziale indebolimento della fede nei dogmi
    sociali e nelle ideologie.
    Come il comunismo, ogni dogma ideologico presuppone uno Stato
    ordinato su principi e valori spesso condivisibili, come l'eguaglianza
    delle condizioni, l'idea della libertà, il rispetto della dignità di ogni uomo
    cioè la giustizia, la solidarietà, ecc..
    Ebbene- sostiene Proudhon- instaurato il dogma ideologico nella
    società, tali principi e valori si trasformano presto in maschere e finzioni
    al servizio dei poteri forti che immancabilmente, in assenza della
    struttura contrattuale, s'impadroniscono dello Stato.
    Proudhon comprende come gli Stati ideologici, per affermare l'ordine
    sociale ipotizzato, abbiano sempre bisogno dell'accentramento e
    dell'indivisibilità del potere, e come sempre questo genera una smisurata
    burocrazia tirannica, violentatrice e falsificatrice della libertà ed alla
    lunga distruttrice del benessere materiale e morale dei cittadini.
    Da ciò -sostiene- può derivare per il popolo schiavitù o regresso morale,
    corruzione o degrado dell'ordine sociale, conflittualità o guerra.
    17
    Osserva, infatti, che l'Ordine politico della società può riposare solo su
    due principi: l'Autorità e la Libertà.
    Da questi derivano due regimi contrari: il regime assolutista o
    autoritario, ed il regime liberale.
    Per sostenere il perno della sua concezione di federazione gli è
    indispensabile questa premessa: che tutti i sistemi di governo, compresa
    la federazione, si basano "sull'Equilibrio dell'Autorità per mezzo della
    Libertà e viceversa".
    Passa poi alla descrizione delle forme di governo che aveva
    precedentemente classificato in base all'indivisione ed alla divisione dei
    poteri.
    Nella prima categoria, come regime autoritario ed assolutista pone la
    Monarchia ed il Comunismo.
    E' interessante notare come Proudhon accosti queste due forme estreme
    di governo, accomunandole nell'indivisione del potere.
    Nella seconda, regime liberale, pone la Democrazia e l'Anarchia.
    Questa analisi sulle diverse forme di governo lo conduce a concludere
    che "Tutti i governi di fatto, qualunque siano le loro ragioni o riserve, si
    riconducono così all'una o all'altra di queste due formule: subordinazione
    dell'Autorità alla Libertà; oppure subordinazione della Libertà
    all'Autorità".
    Nessun governo- sostiene- può sfuggire alla logica fondamentale della
    politica, in cui la fedeltà ai principi esiste solo in teoria, essendo ogni
    governo, nella pratica, costretto ad accettare compromessi di ogni
    genere.
    Per effetto dei compromessi "l'arbitrario entra fatalmente nella politica,
    la corruzione diventa presto l'anima del potere, e la società è trascinata
    senza riposo né misericordia sulla china senza fine delle rivoluzioni.
    (......) Sempre la bandiera della libertà è servita a mascherare il
    dispotismo, sempre le classi privilegiate, per proteggere i loro privilegi,
    si sono circondate di istituzioni liberali ed egualitarie; sempre i partiti
    hanno mentito sui loro programmi; e sempre l'indifferenza è succeduta
    alla fiducia, la corruzione allo spirito civico, gli Stati si sono disgregati
    per lo sviluppo dei concetti sui quali si erano fondati. (......) Si tratta di
    18
    sapere se la società può arrivare a qualcosa di regolare, di giusto e di
    stabile, che soddisfi la ragione e la coscienza, oppure se siamo
    condannati per l'eternità a questa ruota di Issione".
    Proudhon parte da queste considerazioni, per sviluppare la sua idea di
    federazione.
    Rileva come il regime liberale o contrattuale tenda a prevalere ogni
    giorno sul regime autoritario ed afferma che è all'idea di contratto che
    dobbiamo richiamarci, come dominante della politica.
    A questo punto, nel Capitolo VII, introduce una nota (a) in cui, con
    straordinaria lucidità, raffronta il sistema federativo da lui proposto col
    Contratto sociale di Rousseau:
    "Nella teoria di J.J. Rousseau, che è quella di Robespierre e dei Giacobini, il
    Contratto sociale è una finzione di legista (così chiama Proudhon il legislatore,
    n.d.t.), immaginata per rendere conto, senza ricorrere al diritto divino,
    all'autorità paterna o alla necessità sociale, della formazione dello Stato e dei
    rapporti fra il governo e gli individui. Questa teoria, mutuata dai Calvinisti,
    costituiva nel 1764 un progresso, poiché aveva per scopo di ricondurre ad una
    legge razionale ciò che fino allora era stato considerato come un appannaggio
    della legge di natura e della religione. Nel sistema federativo il contratto
    sociale è più che una finzione, è un patto positivo, effettivo, che è stato
    realmente proposto, discusso, votato, adottato, e che si modifica regolarmente
    secondo la volontà dei contraenti. Fra il contratto federativo e quello di
    Rousseau e del 93, c'è tutta la differenza che passa fra la realtà e l'ipotesi".
    Definiti questi concetti scaturisce la sua idea di Contratto politico (non
    "Contratto sociale", si badi bene) o di federazione che esprime in questi
    termini:
    "Affinché il contratto politico rispetti la condizione sinallagmatica e
    commutativa suggerita dall'idea di democrazia (perché in parole
    povere sia vantaggioso ed utile per tutti), bisogna che il cittadino,
    entrando nell'associazione: 1°- abbia tanto da ricevere dallo Stato
    quanto ad esso sacrifica; 2°- che conservi tutta la propria libertà
    sovranità, ed iniziativa, meno ciò che è la parte relativa all'oggetto
    19
    speciale per il quale il contratto è stipulato e per il quale chiede la
    garanzia allo Stato. Così regolato ed inteso il contratto politico è ciò
    che io chiamo una federazione".
    Chiarisce ancora che il federalismo è:
    "Un contratto sinallagmatico e commutativo, stipulato per uno o più
    oggetti determinati, ma la cui condizione essenziale è che i contraenti si
    riservino sempre una parte di sovranità e di azione superiore a quella a
    cui rinunciano".
    Ed ancora:
    "Ciò che costituisce l'essenza ed il carattere del contratto federale, su
    cui desideravo richiamare l'attenzione del lettore, è che in questo
    sistema i contraenti, capifamiglia, comuni, cantoni, province o Stati,
    non solo si obbligano bilateralmente e commutativamente gli uni verso
    gli altri, ma si riservano individualmente, nel dar vita al patto, più
    diritti, libertà e proprietà, di quanta ne cedono".
    Questi tre concetti sembrano oggi dimenticate da tutti.
    Proprio quelli che per dovere istituzionale dovrebbero conoscerli più di
    ogni altro, li ignorano vuoi per malafede o per tornaconto, vuoi
    semplicemente perché non li hanno meditati o addirittura mai letti.
    Lo scopo è evidente: salvaguardare lo Statu quo, cioè il potere delle
    banche, della grande industria e delle chiese da ciò che potrebbe
    metterlo in discussione: le scelte dei cittadini sui fatti e non solo sui
    rappresentanti a cui delegare tutta la sovranità oppure ai sacerdoti dei
    poteri forti a cui affidare l'esistenza.
    Enunciata l'idea di un contratto politico o sociale come dominante
    dell'azione politica, e riconosciuto che questo tipo di contratto è per
    20
    eccellenza quello di federazione, Proudhon ricerca un principio
    superiore che sia in grado di GARANTIRE l'equilibrio degli elementi sui
    quali si regge.
    Attento osservatore e profondo analizzatore e sintetizzatore dei
    problemi della società e degli uomini, e per di più dotato di
    un'eccezionale intuizione, comprende che i rapporti sociali ed
    individuali sono soggetti a continue contraddizioni, e possono essere
    composti nel modo migliore lasciando i cittadini liberi di darsi gli
    ordinamenti che sembrano loro i più adatti in relazione al variare dei
    tempi e degli interessi.
    In questo consiste la sua idea di una Costituzione Progressiva.
    Apre così la strada per una concezione innovativa delle forze che
    agiscono all'interno della società.
    "Per fondare una società, -afferma- non è sufficiente formulare
    semplicemente un'idea, ma un atto giuridico, formare un vero contratto.
    (.....) Tutti gli articoli di una Costituzione possono essere ricondotti ad
    un articolo unico, quello che concerne il ruolo e la competenza di quel
    gran funzionario che è lo Stato. (.....) la definizione del ruolo dello Stato
    è una questione di vita o di morte, per la libertà collettiva ed
    individuale.
    Per perseguire gli scopi materiali e morali in cui credono, e se sono
    liberi di scegliere le loro leggi (questo è il significato più profondo del
    federalismo), le persone determinano spontaneamente una forte
    restrizione dell'azione dello Stato e cercano di stabilire, attraverso una
    Costituzione Progressiva, la garanzia che permette loro di esercitare
    un reale controllo dei poteri forti, in relazione agli effetti negativi ed
    antisociali che possono generare.
    Dalla storia Proudhon prende così il termine di "contratto sociale" e lo
    sviluppa secondo la sua intelligenza trasformandolo in Contratto
    politico o di federazione.
    Lo scopo è, evidentemente, quello di rendere più comprensibili i
    princìpi su cui deve riposare l'Ordine politico per essere stabile,
    condiviso e realmente utile al progresso materiale e spirituale della
    collettività.
    21
    Mi fermerò qui con le citazioni di Proudhon, per fare alcune brevi
    considerazioni.
    La prima è che, chiunque volesse affrontare il tema del federalismo,
    farebbe bene a leggersi Del principio federativo.
    Il giovamento culturale e politico che ne trarrà gli sarà di grande aiuto
    per le sue scelte, se sarà un semplice cittadino; ad un politico, in genere,
    eviterà di fare brutte figure.
    La seconda considerazione che voglio fare è che nessuno si è accorto
    che, quasi cento quaranta anni fa, Proudhon aveva annunciato il
    fallimento di tutte le ideologie politiche e dei regimi frutto di
    compromessi ideologici come ad esempio è il regime partitico
    instaurato oggi in Italia.
    Egli considerava le ideologie, quella comunista, socialista, liberale, ed
    anche la stessa democrazia, come costruzioni logiche della mente,
    paradisi sociali immaginari, sogni di felicità universale, a cui non può
    corrispondere la realtà della vita sociale, perché è impossibile per
    chiunque immaginare la sua complessità e la sua variabilità.
    Proudhon sosteneva che l'ideologia politica, per sua natura unitaria ed
    accentratrice, avrebbe sempre e dovunque generato una smisurata
    burocrazia, un permanente stato di conflitto all'interno della società, uno
    spreco di risorse, una gerarchia inutile ed asfissiante, una miriade di
    leggi, oltre a corruzione e privilegi.
    Si era accorto che per realizzarsi ogni ideologia o compromesso
    ideologico tende a realizzare lo Stato come "una potenza di concentrazione"
    del potere.
    Una volta avviato, questo procedimento sottomette gli individui ai
    poteri forti che da dietro le quinte determinano l'azione dello Stato,
    facendo progressivamente scomparire ogni individualità politica ed
    ogni libertà, in una sorta di collettivizzazione truffaldina al servizio del
    potere comunque costituito.
    Per questa ragione lo Stato ideologico e non contrattuale è sempre
    soggetto a non può sfuggire alla richiesta di unità.
    Sebbene la storia abbia mostrato decine di volte questo evento, gli
    uomini stentano a comprenderlo e continuano a rifugiarsi nei miti
    fideistici e nelle ideologie egualitarie e libertarie: quella comunista e
    22
    socialista ieri, quella liberale oggi.
    La vera profezia di Proudhon è il fallimento inevitabile di tutti gli Stati
    sorti dalle ideologie.
    Egli aveva trovato nello Stato Contrattuale o Federale la formula per la
    Libertà e la Pace dell'umanità futura, ma aveva anche intuito che il
    percorso verso la federazione sarebbe stato lungo e difficile.
    Sapeva che il potere, comunque costituito, avrebbe cercato di
    contrastare con tutti i mezzi l'idea di federazione, perché questa pone
    effettivamente nella responsabilità e nella libertà di scelta di ogni
    cittadino il destino di tutta la società.
    L'indivisione dello Stato, affermava, è la maggior garanzia di durata di
    ogni potere comunque costituito.
    Per tale ragione gli appariva necessario frazionare il potere restituendolo
    in primo luogo ai legittimi titolari dello Stato, i cittadini; in secondo
    luogo separando e delimitando le competenze e le funzioni dei suoi
    organi.
    La terza considerazione che voglio fare, è che pochi si sono accorti del
    rapporto fra federalismo e libertà.
    Secondo Proudhon, lo Stato federale o contrattuale è per sua stessa
    natura lo Stato della libertà politica, dalla cui realizzazione deriva una
    giusta e condivisa libertà economica.
    Questa concezione dello Stato federale o contrattuale è la grande
    scoperta politica di Proudhon.
    Per mezzo di essa la Costituzione, come Legge fondamentale dello
    Stato, diventa Progressiva e sempre aderente alle attese, ai bisogni ed
    alla coscienza dei cittadini.
    Finalmente il popolo è Stato, e possiamo cominciare ad avere un'idea
    dell'Italia "Una nella diversità dei suoi popoli", libera, democratica e
    repubblicana, perché federale.
    Proudhon lo aveva capito e splendidamente descritto in questo libro
    quasi un secolo e mezza fa.
    Da lui abbiamo appreso che il federalismo presentato dalla assoluta
    maggioranza dei politici è solo vaniloquio.
    Probabilmente per secoli ancora l'uomo cercherà la soluzione che saprà
    conciliare il bisogno di eguaglianza col bisogno della libertà.
    23
    Le società moderne ripongono oggi fede assoluta nel primato
    dell'economico sull'umano e restano in genere indifferenti dinanzi alle
    sofferenze di milioni di creature.
    Tuttavia, costrette dalle loro stesse contraddizioni derivanti
    dall'indefinito confine della libertà con l'arbitrio, l'abuso, il capriccio,
    esse saranno costrette a ricercare ordinamenti diversi, in cui il furto
    derivante dagli eccessi della proprietà, dalla soddisfazione dei capricci,
    dall'arbitraria interpretazione delle leggi della vita, sia sempre più
    limitato dall'avvento di una nuova e più vasta coscienza individuale e
    collettiva.
    A questo mirava Proudhon con tutte le sue forze.
    Tale tempo è forse lontano da noi, ma le enormi disuguaglianze fra i
    popoli, la violenza, la povertà, le guerre, l'ignoranza, il sottile e sempre
    più evidente asservimento degli Stati al grande capitale,
    costringeranno gli uomini ed i popoli a questa ricerca, oppure per gran
    parte del genere umano perdurerà lo stato di miseria e di sofferenza, per
    continuare a permettere quello che Proudhon definiva come l'ingiusto
    furto di pochi a danno di molti.
    A questo egli cercava una soluzione fin da giovane.
    La trovò molti anni più tardi, ormai ammalato, nei principi del
    Federalismo che egli intendeva come patto, contratto fra uomini basato
    su un rapporto di cooperazione e di comprensione reciproca per
    perseguire la giustizia ed il bene comune attraverso la Legge intesa
    come stato arbitrale della volontà umana: principio di equilibrio fra
    l'Autorità e la Libertà.
    Paolo Bonacchi
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  4. #4
    the dark knight's return
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    Predefinito Rif: Del principio federativo di Pierre Joseph Proudhon

    Cenni sulla vita e sulle opere
    1809
    24
    Pierre Joseph Proudhon nacque a Besancon, il 15 gennaio, da Claude-
    Francois Proudhon, bottaio e birraio, e da Catherine Simonin,
    contadina; fu il quinto di cinque fratelli. La moralità e la lealtà del padre
    ed il carattere fiero ed energico della madre, assieme alla singolare
    figura del nonno paterno, detto Tournesì, sempre in lotta contro la
    prepotenza e l'arroganza dei potenti, ebbero un'influenza determinante
    sulla sua formazione. Senza questa scuola di vita e la povertà in cui
    trascorse tutta la sua giovinezza, probabilmente non sarebbe stato in
    grado di affrontare le dure prove a cui in seguito l'avrebbe sottoposto
    l'esistenza.
    1820
    Trascorsa l'infanzia a servire in birreria e ad custodire mucche nei
    campi, grazie all'aiuto di un amico di famiglia ottiene una borsa di
    studio ed entra come esterno nel collegio reale di Besancon, dove,
    nonostante la modestia delle sue condizioni economiche, ottiene
    brillanti risultati. Povero in mezzo ai ricchi, non ha neppure i libri di
    studio e deve per questo affidarsi alla sua memoria soprattutto per le
    traduzioni dal latino. Dice spesso di aver dimenticato i libri a casa, per
    nascondere il fatto che non li possiede e, per questo, prese oltre di un
    centinaio di punizioni; calza zoccoli e per non disturbare col rumore, li
    lascia fuori dalla scuola. Trascorre il tempo libero a lavorare nei campi,
    oppure a far provviste di legno nel bosco, per rifornire l'attività del padre
    bottaio. Nonostante tutto, è uno dei migliori allievi del collegio.
    Racconta che un giorno, tornato a casa dopo aver ricevuto un
    lusinghiero riconoscimento, non trovò da mangiare. E' attraverso queste
    dure esperienze che Proudhon si imprime nella mente e non dimentica
    mai l'ingiustizia dell'inferiorità sociale, che lo separa dai compagni di
    studio e di gioco e che lo spinge a chiedersi, ancora giovanissimo, che
    cosa fosse mai la povertà, questo male oscuro di cui si sente innocente.
    1824
    Frequenta assiduamente la biblioteca, divorando libri su libri. Legge il
    Traitè de l'existence de Dieu di Fénelon. La lettura del libro mette in
    crisi la sua fede religiosa: "...d'improvviso ha aperto la mia intelligenza
    25
    ed illuminato il mio pensiero". Gli rimarrà sempre nel ricordo il giorno
    della premiazione d'exellence, come egli stesso dice: mentre i genitori
    dei suoi compagni premiati li applaudivano per i loro trionfi, la sua
    famiglia attendeva l'esito di un processo in tribunale. Tornato a casa,
    trova "...la madre in lacrime perché il processo era stato perduto.
    Quella sera cenammo tutti a pane ed acqua".
    1827
    Per aiutare la famiglia, è costretto ad interrompere gli studi. Trova
    lavoro presso la tipografia Bellevaux e Battant di Besancon. Ha diciotto
    anni.
    1828
    Lavora come correttore di bozze nella tipografia dei fratelli Gauthier.
    Per il suo lavoro legge molti libri, soprattutto di carattere religioso.
    1829
    Conosce Gustave Fallot, che diventa il suo tutore spirituale. La sua
    amicizia ha grande e benefica influenza sul giovane Proudhon. Fallot è
    povero come lui e, sebbene sia solo di due anni più anziano, si pone
    come suo fratello maggiore e consigliere. Morirà di colera nel 1836 e la
    sua morte sarà un durissimo colpo per Proudhon.
    1830
    Lavora nella tipografia Deis.
    1831
    Lavora come maestro al collegio Gray. Lascia Besancon e viaggia per
    la Francia in cerca di lavoro. L'amico Fallot, gli predice un avvenire
    eccezionale, "Voi sarete, Proudhon, malgrado voi stesso, inevitabilmente,
    per il fatto del vostro destino, uno scrittore, un autore; voi sarete
    un filosofo; sarete una delle luci del secolo, ed il vostro nome avrà il suo
    posto nei fasti del XIX secolo. Questa sarà la vostra sorte. Il vostro
    posto é segnato sulla terra e non potrà restare vuoto".
    26
    1832
    Si reca a Parigi, dove già era l'amico Fallot. Non trova lavoro e gira per
    la Francia e la Svizzera in cerca di un'occupazione come stampatore.
    Lavora come tipografo a Neuchatel, in Svizzera, a Marsiglia, a
    Draguignan. Alla fine raggiunge Tolone; in tasca ha solo tre franchi.
    1833
    Gli muore un fratello durante il servizio militare. La sua famiglia non è
    informata della morte. Lavora in una tipografia di Besancon come capo
    operaio responsabile della direzione e della esecuzione dei lavori.
    Rifiuta l'offerta del fourierista Just Muiron di entrare nella redazione del
    giornale L'Impartial, dicendo di non voler entrare nelle dispute
    politiche.
    1836
    Acquista con due soci, Lambert e Maurice, una tipografia che chiuderà
    nel '43. Muore di colera l'amico carissimo Gustave Fallot. Uno dei due
    soci, Lambert, si uccide. Proudhon sprofonda nella più cupa
    disperazione. Una lunga malattia gli impedisce di continuare a lavorare.
    Riprende a studiare.
    1837
    Scrive e pubblica la sua prima opera Essai de grammaire général, e la
    aggiunge come appendice ad una edizione degli Eléments primitifs des
    langues di Bergier. La scarsa accoglienza che riceve lo delude.
    1838
    La cattiva gestione della tipografia lo mette in gravi difficoltà
    finanziarie. Si trasferisce a Parigi. Concorre per l'assegnazione di una
    borsa di studio triennale (Pension Suard) dell'Accademia di Besancon
    sul tema "Dell'utilità della celebrazione della domenica sotto i rapporti
    dell'igiene e della morale, delle relazioni familiari e civiche." Per
    partecipare, Proudhon presenta una memoria nella quale afferma: "Nato
    ed allevato nella classe operaia, alla quale appartengo ancora per il
    cuore e per gli affetti, la mia più grande gioia, se otterrò i vostri
    27
    suffragi, sarà, non dubitatene, quella di lavorare senza posa, per mezzo
    della scienza e della filosofia, con tutta la forza del mio spirito, al fine
    del miglioramento morale ed intellettuale di coloro che amo chiamare i
    miei fratelli e compagni; di poter diffondere tra loro i semi di una
    dottrina che considero come la legge del mondo morale; e, nell'attesa
    del successo dei miei sforzi, diretti dalla vostra prudenza, di trovarmi
    già, in qualche modo, come il loro rappresentante presso di voi".
    Ottenuta la borsa di studio, si reca a Parigi, dove non segue alcun corso
    regolare di studi e frequenta assiduamente le biblioteche.
    1839
    Pubblica De la Célébration du Dimanche e la invia all'Accademia di
    Besancon.
    1840
    Pubblica la prima delle tre Mémoire sur la propriété, dal titolo Qu'est-ce
    que la Proprieté?, che dedica all' Accademia di Besancon. E' il
    successo, ma anche lo scandalo, come lui stesso aveva previsto.
    L'economista Adolphe Blanqui interviene in suo favore e riesce a
    sottrarlo al processo.
    1841
    L'Accademia di Besancon discute il libro di Proudhon per la conferma
    della pensione. La proposta di sospensione non viene accolta, perché
    non é raggiunta la maggioranza di due terzi (16 voti per la sospensione,
    contro 14 ed 1 astenuto). Pubblica la seconda Mémoire sotto forma di
    Lettre a M. Blanqui sur la proprieté, che in un rapporto all'Accademia
    delle Scienze morali aveva apprezzato il suo rigore scientifico e lo
    aveva difeso davanti alle autorità. .
    1842
    Pubblica la terza Memoire col titolo Avertissement aux Propriétaires, ou
    lettre a M.Considerant. Il volume viene subito sequestrato.
    L'Accademia di Besancon gli toglie la borsa di studio. Proudhon viene
    denunciato per oltraggio alla religione, alla proprietà e per aver incitato i
    cittadini all'odio di classe e contro il governo. Il processo, tenuto a
    28
    Besancon il 3 febbraio 1842, si conclude con la sua assoluzione per tre
    capi d'accusa, ma viene condannato per attacco alla proprietà.
    1843
    Indebitato fino al collo, vende la tipografia ed accetta un impiego presso
    una ditta di trasporti fluviali a Lione. Inizia a scrivere i Carnets, che
    continuerà fino al '64. Pubblica De la Creation de l'Ordre dans
    l'Humanité ou Principes d'organisation politique, che viene stampata
    prima a Besancon poi a Parigi.
    1844
    A Parigi s'incontra col gruppo di economisti tedeschi lì rifugiati, fra i
    quali A.Grun studioso di filosofia e del socialismo, C. Marx e Bakunin.
    1846
    Gli muore il padre. Accetta con alcune riserve la proposta di Marx di
    tenere con lui una regolare corrispondenza. Pubblica il Systéme des
    contradictions economiques, ou Philosophie de la misére, a cui Marx
    risponderà, criticandolo violentemente con il libro Miseria della
    filosofia nel 47.
    1847
    Muore sua madre. Lascia il lavoro a Lione e fa ritorno a Parigi. Si
    dedica al giornalismo e dirige Le représentant du Peuple. Nel suo
    Carnet Proudhon scriverà: " Non ho più famiglia, né domicilio né Stato,
    né impiego dopo che ho lasciato Lione." E' il tempo dello scontro con
    Marx.
    1848
    Partecipa, senza condividerne troppo i propositi, alle barricate dei
    rivoluzionari durante le giornate di febbraio. Nelle elezioni
    supplementari del 4 giugno viene eletto all'Assemblea Costituente, dove
    illustra un suo progetto di legge per realizzare il credito gratuito. Il
    progetto viene respinto. Dopo tre sequestri, cessa le pubblicazioni di "
    Le Représentant du Peuple". Subito dopo riapre un nuovo giornale: " Le
    29
    Peuple". Incontra Luigi Bonaparte, di cui annota sul Carnet, di non
    fidarsi. Vota contro la Costituzione.
    1849
    Costituisce la Banca del Popolo. Su Le Peuple attacca più volte Luigi
    Napoleone. Accusato di delitto di stampa, l'Assemblea nazionale, di cui
    fa parte, autorizza a procedere contro di lui e viene condannato a tre
    anni di reclusione dalla Corte di Assise della Senna. Considerando la
    condanna probabile, Proudhon liquida la Banca del Popolo e parte per il
    Belgio. Ai primi di giugno torna a Parigi e viene arrestato e messo in
    prigione. Vi resterà fino al 1852. Ottiene il materiale per lavorare e, dalla
    prigione, riprende gli attacchi contro Luigi Napoleone su un nuovo
    giornale: La voix du Peuple. A causa di ciò, viene posto in isolamento.
    In ottobre pubblica Les confessionons d'un Revolutionnaire.
    1850
    Il 31 dicembre dell'anno prima, sposa in carcere Eufrasia Piegard, una
    giovane operaia di Parigi, che due anni prima aveva incontrato
    casualmente per strada. Gli darà quattro figlie. Proudhon ha un vero
    culto della famiglia. In una lettera a Tissot scritta nel '51 spiega con
    queste parole questo suo atteg- giamento: "Ho fatto questo matrimonio,
    senza passione e con premeditazione, per essere a mia volta padre di
    famiglia, vivere la mia vita compiutamente, e conservare presso di me,
    nel vortice in cui mi trovo gettato, un'immagine della semplicità e della
    modestia di mia madre". Sostiene l'indissolubilità del matrimonio in
    coerenza con i suoi principi di reciprocità e di scambio su cui deve
    fondarsi ogni rapporto umano che deve realizzarsi nel rispetto dei diritti
    dell'altra parte verso la quale ci siamo impegnati. Considera la famiglia
    ed il matrimonio, "La vera religione del genere umano". Nasce la figlia
    Catherine che morirà nel 1947.
    1851
    Pubblica l' Idée générale e la Revolution au XIX siécle e lavora a
    Philosophie du Progrés.
    30
    1852
    Pubblica La Révolution sociale démontrée par le Coup d'Etat du Deux
    Décembre, in cui auspica la riconciliazione fra delle classi ed elogia la
    borghesia. Il suo proposito è quello di alleare il proletariato con le classi
    medie, escludendo da quest'alleanza la grande borghesia capitalista. Il 4
    giugno esce di prigione. A settembre gli é proposta la candidatura
    elettorale, ma la rifiuta, come rifiuta un impiego governativo. In
    prigione, aveva mantenuto la famiglia con i ricavi della vendita dell'
    Idée ma resta povero ed indebitato, tuttavia deciso a tirare avanti con i
    guadagni derivanti dalla sua attività di pubblicista. Gli nasce la seconda
    figlia Marcelle.
    1853
    Pubblica Philosophie du progres e Manuel du speculateur a la Bourse,
    commissionatogli dall'editore Garnier. Lo considera un lavoro
    "ripugnante e penoso" e non lo firmerà. Gli nasce la terza figlia
    Stéphanie
    1854
    Medita sui problemi della guerra delle nazionalità e dell'ordine europeo.
    Con tutta la famiglia, è colpito da un'epidemia di colera. Gli muore una
    delle figlie, Marcelle
    1855
    Tenta di nuovo inutilmente di realizzare il credito gratuito. Ripubblica, e
    questa volta lo firma, il Manuel du speculateur a la bourse.
    1856
    Comincia una grande opera: De la Justice dans la Révolutione et dans
    l'Eglise. Oltre che con la povertà, deve ora lottare anche con la salute e
    con delle crisi che lo tormenteranno fino alla morte. Gli nasce la quarta
    figlia, Charlotte, che morirà dopo alcuni mesi.
    1857
    Decide di non presentare la propria candidatura alle elezioni legislative
    31
    di primavera a Lione, Parigi, Saint-Etienne e si pronuncia a favore
    dell'astensionismo elettorale. .
    1858
    Pubblica il libro cominciato nel 56 De la Justice dans la Revolution et
    dans l'Eglise, che dedica al vescovo di Besancon. Pochi giorni dopo la
    sua pubblicazione, l'opera è sequestrata. Proudhon è arrestato e
    rilasciato. Viene successivamente condannato a tre anni di carcere ed a
    4.000 franchi di ammenda per oltraggio alla morale pubblica e religiosa.
    Ricorre in appello. Scrive in sua difesa "La Justice poursuivie par
    l'Eglise", che viene pubblicato a Bruxelles dove, in attesa della sentenza,
    si è rifugiato. La famiglia lo raggiunge dopo alcuni mesi.
    1859
    Riprende gli studi di politica internazionale e cerca di elaborare una
    teoria della pace e della guerra. Scrive a Giuseppe Ferrari, suo buon
    amico, che "...non vuole lasciare passare la mistificazione atroce di una
    indipendenza italiana per mezzo dell'esercito bonapartista". Contrario
    agli Stati unitari ed accentrati ed al principio di nazionalità, sostiene per
    l'Italia una federazione. Con incredibile intuizione, si rende conto che i
    maggiori pericoli di guerra sarebbero venuti dall'Europa centrale ed
    orientale, a causa dell'incertezza della frontiere, dove " non si può creare
    alcuno Stato che comprenda una popolazione di una sola nazionalità."
    1860
    Un decreto imperiale di amnistia gli condona la pena, ma Proudhon la
    rifiuta e preferisce restare in esilio. Conosce Tolstoj. Gli editori Garnier
    si rifiutano di pubblicare il suo libro La guerre et la paix.
    1861
    Pubblica La Guerre et la Paix presso gli editori Lévy. Partecipa ad un
    concorso bandito dal Cantone svizzero di Vaud, sul sistema fiscale.
    Vince il concorso. La votazione unanime della giuria, gli assegna il
    primo premio consistente in 1.000 franchi. Il saggio presentato al
    concorso viene pubblicato con il titolo Théorie de l'impot.
    32
    1862
    A Bruxelles pubblica sull' Office de publicité due saggi sull'unificazione
    italiana, intitolati uno a Mazzini, Mazzini et l'unité italienne, l'altro a
    Garibaldi, Garibaldi et l'unitè italienne. Gli articoli hanno larga
    risonanza e fanno scandalo. A differenza di Mazzini e di tutti coloro che
    concepiscono l'indipendenza dell'Italia solo nell'unità politica, Proudhon
    chiede la stessa indipendenza degli Stati italiani attraverso la
    federazione. Per chiarire gli equivoci generatesi per effetto della sua
    presa di posizione, in una nota dell'articolo La presse belge et l'unité
    italienne, scrive: "Ho sostenuto ... in termini più chiari possibili, sia nel
    mio articolo su Mazzini che in quello su Garibaldi, che il principio di
    unità è per sua natura illiberale, sfavorevole al progresso, alla
    sovranità delle nazioni, come al principio di separazione dei poteri; che
    se, in quel momento, c'erano delle esagerazioni unitarie in Francia ,
    era una ragione di più per opporgli un contrappeso in Italia, e mi
    dispiaceva che la democrazia italiana non avesse approfittato del
    trattato di Villafranca e delle disposizioni dell'Imperatore per
    inaugurare in Europa una politica di federazione, che l'unità italiana,
    lungi da abbattere il Papato, gli preparava un trionfo; che l'effetto
    ancora più temibile di questo allettamento verso l'idea di unità che
    tormenta gli spiriti in Italia ed in Germania, sarà di abbandonare alla
    Francia la riva sinistra del Reno e di sacrificare il Belgio, cosa che
    evidentemente io sono lontano da volere, poichè mi servo di questa
    previsione come di un argomento contro l'unità". Nelle sue parole si
    crede di ravvisare un invito a Napoleone III ad annettere il Belgio
    alla Francia. Seguono reazioni violentissime e manifestazioni di
    ostilità nei suoi confronti, per cui è costretto a tornare in patria. Da
    questo episodio trae origine il desiderio di esporre con chiarezza i
    termini della teoria federativa concretizzata in Du principe fédératif.
    1863
    Pubblica Les démocrates assermentés et le réfractaires, in cui sostiene
    che la democrazia è un corollario del principio federativo o non é nulla.
    Sostiene con successo l'astensionismo elettorale. Pubblica anche Du
    33
    principe fédératife et de la nécessitè de reconstituer le parti de la
    revolution e Si les Traités del 1815 ont cessé d'exister. Actes du futur
    Congrès
    1864
    Il suo stato di salute si aggrava. Scrive Lettre aux ouvrières e inizia la
    De la Capacité politique des classes ouvrières come risposta ad un
    gruppo di operai che aveva deciso di presentare propri candidati alle
    elezioni supplementari del 64. Non la terminerà.
    1865
    Torna a Besancon, sperando in una ripresa delle sue condizioni di
    salute, Proudhon si aggrava sempre più e muore il 19 gennaio, alle due
    di notte, quattro giorni dopo il suo 56° compleanno. Il giorno dopo
    migliaia di popolani gli rendono l'estremo omaggio.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  5. #5
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    Predefinito Rif: Del principio federativo di Pierre Joseph Proudhon

    Pierre Joseph Proudhon
    DEL PRINCIPIO
    FEDERATIVO
    34
    PREFAZIONE
    Quando qualche mese orsono, a proposito di un articolo sull'Italia nel
    quale io difendevo la federazione contro il sistema unitario, i giornali
    belgi mi accusarono di propagandare l'annessione del loro paese alla
    Francia, la mia sorpresa fu grande. Non sapevo cosa credere: se ad una
    allucinazione del pubblico oppure ad un tranello della polizia, e la mia
    prima reazione fu allora di domandare ai miei accusatori se mi avessero
    letto: in questo caso se fosse serio che mi facessero una simile accusa. Si
    sa come finì per me questa incredibile disputa. Certo non mi ero
    affrettato, dopo un esilio di più di quattro anni, ad approfittare
    dell'amnistia che mi autorizzava a rientrare in Francia; traslocai
    rapidamente.
    Ma quando, ritornato in patria, ho visto con lo stesso pretesto, la
    stampa democratica accusarmi di abbandonare la causa della
    rivoluzione, inveire contro di me, non più come se io fossi un
    annessionista ma come apostata, confesso che la mia sorpresa è arrivata
    al colmo. Mi sono chiesto se fossi un Epinemide uscito dalla sua
    caverna dopo un secolo di sonno o se per caso non fosse la stessa
    democrazia francese, prendendo esempio dal liberalismo belga, ad aver
    subito un processo involutivo. Mi appariva chiaro che federazione e
    contro rivoluzione o annessione fossero termini incompatibili; ma mi
    ripugnava credere alla defezione in massa del partito al quale fino allora
    ero stato vicino, e che, non contento di rinnegare i suoi principi,
    arrivava, nella sua febbre di unificazione, perfino a tradire il suo paese.
    Ero impazzito, oppure il mondo si era messo a mia insaputa a girare in
    senso contrario? Come il topo di la Fontaine,
    sospettando che sotto ci fosse qualche macchinazione
    pensai che la scelta più saggia fosse di aggiornare la mia risposta e di
    osservare per qualche tempo, gli stati d'animo. Sentivo che avrei dovuto
    35
    prendere una risoluzione energica ed avevo bisogno, prima di agire, di
    orientarmi su un terreno che, da quando ero uscito dalla Francia, mi
    sembrava che fosse stato sconvolto, ed in cui gli uomini che avevo
    conosciuto mi apparivano come figure estranee.
    Dov'è oggi il popolo francese, mi chiedevo? Cosa accade nelle
    differenti classi della società? Quale idea è germogliata nell'opinione
    pubblica e quali sono le aspirazioni della massa? Dove va la nazione?
    Dov'è l'avvenire? Chi seguiremo ed in che cosa crediamo?
    Andavo avanti così, interrogando uomini e cose, cercando
    nell'angoscia e raccogliendo solo risposte desolate. Il lettore mi permetta
    di esprimergli alcune mie considerazioni: serviranno come
    giustificazione per una pubblicazione il cui tema, lo confesso, è essere
    molto al di sopra delle mie forze.
    Per prima cosa ho preso in esame la classe media, un tempo anche
    chiamata borghesia, e che ormai non può più portare questo nome. L'ho
    trovata fedele alle sue tradizioni alle sue tendenze ai suoi principi
    benché avanzi con passo celere verso il proletariato. Se la classe media
    dovesse ritornare padrona di se stessa e del Potere; se dovesse essere
    chiamata a rifarsi una costituzione secondo le sue idee ed una politica
    secondo il suo cuore, si potrebbe senza dubbio prevedere cosa
    accadrebbe. Astraendo da ogni preferenza dinastica, la classe media
    ritornerà al sistema del 1814 e del 1830, forse con una lieve modifica
    concernente la prerogativa regia, analoga all'emendamento apportato
    all'art. 14 della Carta, dopo la rivoluzione di luglio. La monarchia
    costituzionale, in una parola, ecco qual è ancora la fede politica e la
    segreta speranza della maggioranza borghese. Ecco la misura della
    fiducia che essa ha in se stessa; né il suo pensiero, né la sua
    determinazione vanno oltre. Ma, proprio a causa di questa predilezione
    per la monarchia, la classe media, nonostante abbia numerose e forti
    radici nel presente e benché, per l'intelligenza, la ricchezza, il numero,
    essa costituisca la parte più considerevole della nazione, non può essere
    considerata come l'espressione dell'avvenire; si rivela come il partito per
    eccellenza dello statu quo, è lo statu quo personificato.
    Ho portato in seguito la mia attenzione sul governo, sul partito di cui
    è più propriamente l'organo e, devo dire, li ho trovati in fondo sempre
    36
    gli stessi, fedeli all'idea napoleonica, malgrado le concessioni che
    strappano loro lo spirito del secolo da un lato e dall'altro l'influenza di
    quella classe media senza la quale e contro la quale non è possibile
    alcun governo. Che l'Impero sia reso a tutta la sincerità della sua
    tradizione, che la sua potenza sia pari alla sua volontà, e domani avremo
    con gli splendori del 1804 e del 1809 le frontiere del 1812; rivedremo il
    terzo Impero d'Occidente con le sue tendenze all'universalità e la sua
    autocrazia inflessibile. Ora, è precisamente a causa di questa fedeltà alla
    sua idea che l'impero, pur essendo l'attualità stessa, non può dirsi
    l'espressione dell'avvenire, poiché, affermandosi come conquistatore ed
    autocratico, negherebbe la libertà, poiché esso stesso, promettendo un
    coronamento dell'opera, si è posto come governo di transizione.
    L'impero è la pace, ha detto Napoleone III. Sia; ma allora l'impero non
    essendo più la guerra non potrebbe essere lo statu quo?
    Ho osservato la Chiesa e le rendo volentieri giustizia; è immutabile.
    Fedele al sua dogma, alla sua morale, alla sua disciplina, come al suo
    Dio, non fa concessioni al secolo se non nella forma; non fa suo lo
    spirito del tempo e non cammina con lui. La Chiesa sarà l'eternità, se
    volete, la più alta espressione di statu quo: non è il progresso; né
    potrebbe essere l'espressione dell'avvenire.
    Come la classe media ed i partiti dinastici, come l'Impero e la Chiesa,
    anche la Democrazia è frutto del presente; lo sarà finché esisteranno
    delle classi superiori ad essa: una monarchia e delle aspirazioni di
    nobiltà, una Chiesa ed un sacerdozio; fintantoché non sarà compiuto un
    livellamento politico, economico e sociale.
    Dopo la Rivoluzione francese, la democrazia ha scelto il motto:
    Libertà, Uguaglianza. Poiché per sua natura e funzione, essa, è il
    movimento, la vita, la sua parola d'ordine è: Avanti! La democrazia
    poteva dunque dirsi e sola può essere l'espressione dell'avvenire; questo
    è in effetti ciò che il mondo ha creduto dopo la caduta del primo impero
    e al tempo dell'avvento della classe media. Ma per esprimere l'avvenire,
    per mantenere le promesse, sono necessari dei principi, un diritto, una
    scienza, una politica, tutte cose di cui la Rivoluzione sembrava aver
    posto le basi. Ora, ecco che, cosa inaudita, la Democrazia si mostra
    infedele a se stessa; ha rotto con le sue origini, mostra la schiena ai suoi
    37
    destini. Da tre anni la sua condotta è stata un'abdicazione, un suicidio.
    Senza dubbio fa ancora parte del presente, ma come partito
    dell'avvenire non esiste più. La coscienza democratica è vuota: un
    pallone sgonfiato, che qualche consorteria, qualche intrigante politico si
    lancia, ma che nessuno ha il segreto per farla gonfiare di nuovo. Ormai
    non ci sono più idee: al loro posto fantasie romantiche, miti, idoli. L' '89
    è stato accantonato, il '48 messo alla berlina. Quello che resta non ha più
    senso politico, né senso morale, né senso comune; è l'ignoranza
    completa, l'ispirazione dei grandi giorni totalmente perduta. La posterità
    non potrà credere che fra la moltitudine di lettori che una stampa
    privilegiata mantiene ce n'è appena uno su mille che sospetti cosa
    significhi la parola federazione. Senza dubbio, gli annali della
    Rivoluzione non ci hanno fatto capire grandi cose al riguardo; ma
    insomma non si può essere il partito dell'avvenire fossilizzandosi nelle
    passioni di un'altra epoca; il vero compito della Democrazia è di
    produrre le sue idee, di modificare per conseguenza la propria parola
    d'ordine. La Federazione è la parola nuova sotto la quale la Libertà,
    l'Uguaglianza, la Rivoluzione, con tutte le sue conseguenze, sono
    apparse nell'anno 1859 alla Democrazia. I liberali ed i democratici, non
    vi hanno visto altro che un complotto reazionario!
    Dopo l'istituzione del suffragio universale, la Democrazia,
    considerando che era venuto il suo regno, che il proprio governo aveva
    superato le prove, che non c'era altro da discutere che la scelta degli
    uomini, e che essa si riteneva la forma suprema dell'ordine, ha voluto
    infine costituirsi a sua volta come partito dello statu quo. Lungi
    dall'essere padrona degli affari, già si accomoda per l'immobilismo. Che
    fare dunque quando ci si considera Democrazia, si rappresenta la
    Rivoluzione e si è arrivati all'immobilismo? La Democrazia ha ritenuto
    che la sua missione fosse quella di riparare le antiche ingiustizie, di
    risollevare le nazioni oppresse, in una parola, di rifare la storia! E' ciò
    che essa esprime col termine Nazionalità, scritto come intestazione del
    suo nuovo programma. Non contenta di farsi partito dello statu quo, si è
    fatta partito reazionario. E siccome la Nazionalità, nel senso in cui la
    comprende e l'interpreta la Democrazia, ha per corollario l'Unità, essa
    ha messo il sigillo alla sua abiura, dichiarandosi definitivamente potere
    38
    assoluto, indivisibile ed immutabile.
    La Nazionalità e l'Unità, ecco cos'è al giorno d'oggi la fede, la legge,
    la ragion di Stato, ecco quali sono gli Dei della Democrazia. Ma la
    Nazionalità per essa non è che una parola, perché nel pensiero dei
    democratici essa non rappresenta che un'utopia. Quanto all'Unità,
    vedremo nel corso di questo scritto ciò che bisogna pensare del regime
    unitario. Ma posso dire nel frattempo, a proposito dell'Italia e dei
    rimaneggiamenti a cui è soggetta la carta politica di questo Paese, che
    questa unità che ha suscitato un così vivo entusiasmo dei cosiddetti
    amici del popolo e del progresso, nel pensiero dei furbi è soltanto un
    affare, un grosso affare, mezzo dinastico e mezzo bancocratico,
    verniciato di liberalismo, ammantato di cospirazione ed al quale onesti
    repubblicani male informati o ingannati, servono da chaperon.
    Tale Democrazia, tale giornalismo. Dall'epoca in cui condannavo, nel
    Manuale dello speculatore di borsa, il ruolo mercenario della stampa,
    nulla è cambiato; essa non ha fatto che allargare il giro dei suoi affari.
    Tutto ciò che un tempo essa possedeva di ragione, di spirito, di critica,
    di conoscenza, di eloquenza, si è ridotto, salvo rare eccezioni, a queste
    due parole che ho preso in prestito dal gergo del mestiere:
    DIFFAMAZIONE e Pubblicità. Essendo stata affidata ai giornali la
    questione italiana, proprio come se si trattasse di una società in
    accomandita, questi stimati pezzi di carta, come una claque che
    obbedisce al segnale del capo, hanno cominciato a trattarmi da
    mistificatore, da giullare, da borbonico, da papalino, da Erostrato da
    rinnegato, da venduto: abbrevio la litania. Dopo, assumendo un tono
    più calmo, si sono messi a ricordare che io ero stato l'irriducibile nemico
    dell'Impero e di ogni governo, della Chiesa e di ogni religione, come di
    tutta la morale: un materialista, un anarchico, un ateo, una sorta di
    Catilina letterario che sacrifica tutto, pudore e buonsenso, alla smania di
    far parlare di se, e la cui tattica ormai scoperta consisteva nell'associare
    subdolamente la causa dell'Imperatore a quella del Papa, spingendoli
    entrambi contro la democrazia, al fine di screditare gli uni mediante gli
    altri, tutti i partiti e tutte le opinioni, e di elevare un monumento al mio
    orgoglio sulle rovine dell'ordine sociale. Tale è stato il senso delle
    critiche di fondo del Siècle, dell'Opinion nationale, di La presse, di
    39
    l'Echo de la Presse, di la Patrie, del Pays, dei Débats: alcuni li ometto,
    perchè non li ho letti tutti. Si è ricordato, in questa occasione, che io ero
    stato la principale causa della caduta della repubblica; e si sono trovati
    dei democratici assai rammolliti di cervello per dirmi all'orecchio che un
    simile scandalo non si sarebbe ripetuto, che la democrazia era reduce
    dalle follie del 1848, e che il primo a cui essa destinava le sue balle
    conservatrici ero io.
    Non vorrei affatto attribuire a certe violenze ridicole, degne dei fogli
    che le ispirano, più importanza di quanta ne meritino; le cito come
    esempio dell'influenza del giornalismo contempo- raneo e come
    testimonianza dello stato degli animi. Ma se il mio amor proprio
    d'individuo se la mia coscienza di cittadino sono al di sopra di simili
    attacchi, la stessa cosa non è per la mia dignità di scrittore interprete
    della Rivoluzione. Ne ho abbastanza degli oltraggi di una democrazia
    decrepita e dei soprusi dei suoi giornali. Dopo il 10 dicembre 1848,
    vedendo la maggior parte del Paese e tutta la potenza dello Stato rivolti
    contro ciò che mi sembrava essere la Rivoluzione, tentai di avvicinarmi
    ad un partito che, sebbene sprovvisto di idee valeva ancora per il
    numero. Questo fu uno sbaglio, che ho amaramente rimpianto, ma a cui
    posso ancora rimediare. Dobbiamo essere noi stessi, se vogliamo essere
    qualcosa: formiamo, se è il caso, con i nostri avversari ed i nostri rivali
    delle federazioni, mai delle fusioni. Quel che mi sta accadendo da tre
    mesi, mi ha fatto decidere, irreversibilmente. Fra un partito caduto nel
    romanticismo, che in una filosofia del diritto ha saputo scoprire un
    sistema di tirannia e nelle manovre della speculazione una forma di
    progresso; per il quale i sistemi dell'assolutismo sono virtù repubblicana
    e le prerogative della libertà sinonimo di rivolta; fra quel partito, io dico,
    e l'uomo che cerca la verità della Rivoluzione e la sua giustizia, non vi
    può essere niente in comune. La separazione è necessaria e, senza
    risentimento né timore, io la compio.
    Durante la prima rivoluzione, i giacobini, avvertendo di volta in volta
    il bisogno di ritemprare la società, effettuavano su loro stessi quello che
    allora si chiamava epurazione. E' ad una prova di questo genere che io
    invito quello che resta degli amici sinceri ed illuminati dalle idee dell'
    '89. Sicuro dell'appoggio di una élite, potendo contare sul buonsenso
    40
    delle masse, io rompo, da parte mia, con una fazione che non
    rappresenta più niente. Dovessimo essere non più di un centinaio,
    questo è abbastanza per ciò che oso incominciare. In ogni tempo la
    verità ha servito i propri persecutori; ma anche se dovessi cadere vittima
    di quelli che sono deciso a combattere, avrei almeno la consolazione di
    pensare che, una volta spenta la mia voce, il mio pensiero otterrà
    giustizia e che prima o poi i miei nemici saranno i miei apologeti.
    Ma che cosa dico? non ci sarà né processo né esecuzione: il giudizio
    del pubblico mi ha già scagionato. Non era forse corsa la voce, riportata
    da molti giornali, che la risposta che pubblico in questo momento
    avrebbe avuto per titolo: gli Iscarioti? .... Niente è valido quanto la
    giustizia della pubblica opinione. Ahimè! A torto darei al mio opuscolo
    questo titolo cruento, anche se troppo meritato per qualcuno. Dopo due
    mesi che esamino gli stati d'animo, mi sono reso conto che, se la
    democrazia brulica di Giuda, vi si trovano ancor più San Pietro ed io
    scrivo per questi almeno quanto per quelli. Ho dunque rinunciato alla
    gioia d'una vendetta; mi riterrò molto fortunato se, come il gallo della
    Passione, potrò far rientrare in sé tanti deboli di coraggio, e restituir loro
    con la coscienza l'intelligenza.
    Poiché in una pubblicazione, la cui forma era piuttosto letteraria che
    didattica, si è cercato di non cogliere il pensiero che ne costituiva lo
    spirito, sono costretto a ritornare ai procedimenti della scuola e ad
    argomentare secondo le regole. Divido dunque questo lavoro, molto più
    lungo di quanto avessi voluto, in tre parti: la prima, la più importante per
    i miei ex correligionari politici, la cui ragione sta soffrendo, avrà per
    scopo quello di enunciare i principi della materia; - nella seconda
    applicherò questi principi alla questione italiana ed allo stato generale
    degli affari, dimostrando la follia e l'immoralità della politica unitaria;
    nella terza, risponderò alle obbiezioni di quei Signori giornalisti,
    benevoli o ostili, che hanno creduto di doversi occupare del mio ultimo
    lavoro, e farò vedere, per mezzo del loro esempio, il rischio che corre la
    ragione delle masse, sotto l'influenza di una teoria distruttrice di ogni
    individualità.
    Prego quelle persone, di qualsiasi opinione esse siano, che, senza
    condividere la sostanza delle mie idee, hanno accolto le mie prime
    41
    osservazioni sull'Italia con qualche attenzione, di accordarmi ancora la
    loro simpatia. Non spetterà a me, nel caos intellettuale e morale nel
    quale siamo sprofondati, in quest'ora in cui i partiti si distinguono, come
    i cavalieri che combattono nei tornei, solo per il colore dei loro nastri,
    che gli uomini di buona volontà, giunti da ogni punto dell'orizzonte,
    trovare finalmente una terra consacrata sulla quale possano almeno
    tendersi una mano leale e parlare un linguaggio comune. Questa terra è
    quella del diritto, della morale, della libertà e del rispetto per l'umanità in
    tutte le sue manifestazioni: individuo famiglia, associazione, Stato;
    questa è la terra della giustizia pura e franca in cui fraternizzano, senza
    distinzione di partiti, di scuole, di culti, di rimpianti, di speranze, tutte le
    anime generose. Quanto a quella frazione malandata della democrazia,
    che ha creduto di diffamarmi con ciò che essa definisce gli applausi
    della stampa legittimista, clericale e imperiale, non le dirò per il
    momento che una parola: che l'infamia, se infamia c'è, fosse tutta sua.
    Stava ad essa applaudirmi; il più grande servizio che potrò renderle sarà
    di averglielo dimostrato.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  6. #6
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    Predefinito Rif: Del principio federativo di Pierre Joseph Proudhon

    CAPITOLO I
    DUALISMO POLITICO. - AUTORITA' E LIBERTA':
    OPPOSIZIONE E
    CONNESSIONE DI QUESTE DUE NOZIONI
    Prima di dire cosa s'intende per federazione conviene ricordare, nello
    spazio di poche pagine, l'origine e la filiazione dell'idea. La teoria del
    sistema federativo è del tutto nuova: credo di poter dire che non è
    ancora stata formulata da nessuno. Ma essa è intimamente legata alla
    teoria generale dei governi; diciamo, più precisamente, che ne è la
    42
    conclusione necessaria.
    Fra tante costituzioni che la filosofia propone e che la storia mette alla
    prova, una sola riunisce le condizioni di giustizia, di ordine, di libertà e
    di durata, senza le quali la società e l'individuo non possono vivere. La
    verità è una come la natura: sarebbe strano che fosse diversamente per
    lo spirito e per la sua opera più grandiosa, la società. Tutti i pubblicisti
    hanno ammesso questa unità della legislazione umana e, senza negare
    la varietà delle applicazione che la differenza dei tempi e dei luoghi e lo
    spirito proprio che ogni nazione reclamano; senza disconoscere il ruolo
    che spetta alla libertà in tutti i sistemi politici, tutti si sono sforzati di
    conformarvi le loro dottrine. Io cerco di dimostrare che questo tipo di
    costituzione unica, che alla fine sarà riconosciuta come la più grande
    conquista della ragione dei popoli, non è altro che il sistema federativo.
    Ogni forma di governo che si allontana da essa, deve essere considerata
    come una creazione empirica, un abbozzo provvisorio, più o meno
    comodo, sotto la quale la società trova riparo un istante e che, come la
    tenda dell'Arabo, si leva la mattina dopo averla montata la sera. E'
    dunque qui indis- pensabile un'analisi severa, e la prima verità
    importante che il lettore deve conquistare da questa lettura, è la
    convinzione che la politica, variabile all'infinito come arte di
    applicazione, è, quanto ai principi che la reggono, una scienza
    dimostrativa esatta né più né meno che la geometria e l'algebra.
    L'ordine politico riposa fondamentalmente su due principi contrari,
    l'AUTORITA', e la libertà: il primo iniziatore, il secondo determinatore;
    avente questo per corollario la ragione libera, quello la fede che induce
    all'obbedienza.
    Penso che contro questa prima proposta, non possa alzarsi alcuna
    voce. L'Autorità e la Libertà sono tanto antiche nel mondo quanto la
    razza umana: esse nascono con noi, e si perpetuano in ciascuno di noi.
    Osserviamo solamente una cosa, alla quale pochi lettori presterebbero
    essi stessi attenzione: questi due principi formano, per così dire una
    coppia di cui i due termini, indissolubilmente legati l'uno all'altro, sono
    nondimeno irriducibili l'uno contro l'altro e restano, qualunque cosa noi
    facciamo, in lotta perpetua. L'Autorità suppone inconfutabilmente una
    libertà che la riconosca o che la neghi; la Libertà a sua volta, nel senso
    43
    politico della parola, suppone un'autorità che tratti con essa, frenandola
    o tollerandola. Sopprimetene l'una, l'altra non avrà più senso: l'autorità
    senza una libertà che discuta, resista o si sottometta è una parola vana; la
    libertà senza una autorità che gli faccia da contrappeso è un non-senso.
    Il principio di autorità, principio familiare, patriarcale, magistrale,
    monarchico, teocratico, tendente alla gerarchia, alla centralizzazione,
    all'assorbimento, è dato dalla natura, dunque essenzialmente fatale o
    divino, come si preferisce. La sua azione, combattuta, impedita dal
    principio contrario, può estendersi indefinitamente, ma senza mai poter
    scomparire.
    Il principio di libertà, personale, individualista, critico; fattore di
    divisione, di elezione, di transazione, è dato dallo spirito. Principio
    essenzialmente arbitrale di conseguenza superiore alla natura di cui si
    serve, alla fatalità che domina; illimitato nelle sue aspirazioni;
    suscettibile come il suo contrario, di estensione e di riduzione, ma
    incapace quanto esso di esaurirsi per il suo sviluppo, come di estinguersi
    per costrizione.
    Ne consegue che in ogni società, anche la più autoritaria, una parte è
    necessariamente riservata alla libertà; parimenti in ogni società, anche la
    più liberale, una parte è destinata all'autorità. Questa condizione è
    assoluta; nessun sistema politico può sottrarsi ad essa. A dispetto della
    ragione il cui sforzo tende incessantemente a risolvere la diversità
    nell'unità, i due principi rimangono a confronto e sempre in
    opposizione. Dalla loro tendenza contraria ed inevitabile e dalle loro
    reciproche reazioni, risulta la dinamica della politica.
    Tutto questo, lo confesso, non è forse molto nuovo, e più di un lettore
    si chiederà se questo è tutto ciò che io ho da fargli capire. Nessuno nega
    i concetti di natura e di spirito per quanto oscuri possano apparire;
    nessun pubblicista si sogna di smentire, contro l'autorità o la libertà,
    benché la loro conciliazione o la loro eliminazione, sembrino
    ugualmente impossibili. Dove dunque mi propongo di arrivare
    ripetendo questo luogo comune?
    Lo dirò subito: che tutte le costituzioni politiche, tutti i sistemi di
    governo, compresa la federazione, possono ricondursi a questa formula,
    l'Equilibrio dell'Autorità per mezzo della Libertà e viceversa; è in
    44
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  7. #7
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    Predefinito Rif: Del principio federativo di Pierre Joseph Proudhon

    CAPITOLO II
    CONCETTI A PRIORI SUGLI ORDINAMENTI
    POLITICI: REGIME DI AUTORITA'
    REGIME DI LIBERTA'
    Conosciamo i due principi fondamentali ed antitetici di ogni
    governo: autorità , libertà.
    In virtù della tendenza propria dello spirito umano a ricondurre tutte
    le idee ad un unico principio, e per conseguenza ad eliminare quelle che
    gli sembrano inconciliabili con questo principio, si possono dedurre, a
    priori, due regimi differenti da queste due nozioni primordiali, secondo
    la preferenza o la priorità accordata all'una o all'altra: il regime di
    Autorità ed il regime di Libertà.
    Inoltre, poiché la società è composta da individui, si può concepire il
    rapporto dell'individuo col gruppo, dal punto di vista politico, in quattro
    modi differenti, ne risultano quattro forme di governo, due per ogni
    regime:
    I. Regime di Autorità.
    A) Governo di tutti da parte di uno: MONARCHIA O PATRIARCATO
    a) Governo di tutti da parte di tutti: Comunismo o Panarchia.
    Carattere essenziale di questo regime nelle sue due specie è L' INDIVISIONE
    del potere.
    II. Regime di Libertà.
    B) Governo di tutti da parte di ognuno: DEMOCRAZIA;
    b) Governo di ognuno da parte di ognuno: Anarchia o Autogoverno.
    Carattere essenziale di questo regime, nelle due specie, è la DIVISIONE DEL
    POTERE.
    Niente di più, niente di meno. Questa classificazione data a priori
    46
    dalla natura delle cose e razionalmente deducibile, è matematica. Finché
    la politica sarà considerata come il risultato di una costruzione
    sillogistica, come naturalmente la ritengono i vecchi legislatori, non può
    restare di qua, né andare di là. Questo semplicismo è degno di nota; ci
    mostra fin dalle origini e sotto tutti i regimi, come il potere dello Stato si
    sia sforzato di dedurre le sue costituzioni da un solo elemento. La logica
    e la buona fede sono primordiali in politica; qui sta precisamente la
    trappola.
    Osservazioni.
    - I° Noi sappiamo come si configura il governo monarchico,
    espressione primitiva del principio di autorità. De Bonald ce l'ha detto: è
    a causa dell'autorità paterna. La famiglia è l'embrione della monarchia. I
    primi Stati furono generalmente costituiti da famiglie o tribù governate
    dal loro capo naturale, marito, padre, patriarca, ed alla fine, re.
    Sotto questo regime lo sviluppo dello Stato si realizza in due modi:
    1°) con la generazione o la moltiplicazione naturale della famiglia, tribù
    o razza; 2°) con l'adozione, cioè con l'incorporazione volontaria o
    forzata, delle famiglie e tribù vicine, ma in modo tale che le tribù riunite
    facciano con la tribù madre, una sola famiglia, una stessa casata. Questo
    sviluppo dello Stato monarchico può raggiungere dimensioni immense,
    che vanno fino a centinaia di milioni di uomini, sparsi per centinaia di
    miglia quadrate.
    La panarchia, pantocrazia o comunismo, sorge naturalmente con la
    morte del monarca o capo della famiglia, con la dichiarazione dei
    sudditi, fratelli, figli, o associati, di voler rimanere indivisi, senza
    eleggere un nuovo capo. Questa forma politica è rara, tanto che non ci
    sono esempi, essendo in essa l'autorità più pesante e l'individualità più
    oppressa che sotto qualsiasi altra. Essa è stata adottata quasi
    esclusivamente da associazioni religiose, che in tutti i paesi e sotto tutti i
    culti hanno teso all'annientamento della libertà. Ciò non di meno l'idea è
    posta a priori, come l'idea della monarchia; essa potrà trovare la sua
    applicazione nei governi di fatto ed è per questo che noi dobbiamo
    menzionarla almeno per memoria.
    Così la monarchia, sorta dalla natura, giustificata per conseguenza
    nella sua idea, ha una sua legittimità ed una sua moralità: e lo stesso
    47
    accade per il comunismo. Ma vedremo presto come queste due varietà
    dello stesso regime non possano, malgrado si fondino su dati concreti e
    deduzioni ragionevoli, mantenersi nel rigore dei loro principi e nella
    purezza della loro essenza, e come esse siano condannate a rimanere
    sempre nello stato di ipotesi. Infatti, malgrado la loro origine patriarcale,
    il loro temperamento pacifico, l'attrattiva di assolutismo e di diritto
    divino, la monarchia ed il comunismo, conservando nel loro sviluppo la
    sincerità della loro origine, non si sono realizzati in nessun luogo.
    - II°. Come si pone a sua volta il governo democratico, espressione
    spontanea del principio di libertà? Jean-Jacques Rousseau e la
    Rivoluzione ce l'hanno insegnato in base alla convenzione. Qui la
    fisiologia non c'entra niente; lo Stato appare come il prodotto, non più
    della natura organica, della carne, ma della natura intelligibile che è lo
    spirito.
    Sotto quest'altro regime lo sviluppo dello Stato ha luogo per accesso o
    per libera adesione. Nello stesso modo in cui si considera che tutti i
    cittadini abbiano aderito al contratto, anche lo straniero che accede alla
    cittadinanza è considerato aderente a sua volta; è a questa condizione
    che ottiene i diritti e le prerogative di cittadino. Se lo Stato deve
    sostenere una guerra e diventa conquistatore, il suo principio lo porterà
    ad accordare alle popolazioni conquistate gli stessi diritti di cui godono i
    propri concittadini: è ciò che si chiama isonomia. Tale era, presso i
    Romani, la concessione del diritto di cittadinanza. I giovani stessi, una
    volta maggiorenni, sono tenuti a giurare il patto; in realtà, non è perché
    sono figli di cittadini che divengono cittadini a loro volta, come avviene
    nella monarchia in cui i figli dei sudditi sono sudditi per nascita, o come
    avveniva nelle comunità di Licurgo e di Platone, in cui appartenevano
    allo Stato: per essere membro di una democrazia, bisogna,
    indipendentemente dalla qualità di ingenuus, aver scelto il sistema
    liberale.
    La stessa cosa avrà luogo per l'adesione di una famiglia, di una città,
    di una provincia: è sempre la libertà che ne è il principio e ne fornisce le
    ragioni.
    Così, allo sviluppo dello stato autoritario, patriarcale monarchico o
    comunista, si contrappone lo sviluppo dello stato liberale, contrattuale e
    48
    democratico. E siccome non ci sono limiti naturali all'estensione della
    monarchia, cosa che in tutti i tempi e presso tutti i popoli ha suggerito
    l'idea di una monarchia universale o messianica, non esistono neanche
    dei limiti naturali all'estensione dello stato democratico, e questo
    suggerisce ugualmente l'idea di una democrazia o repubblica universale.
    Come variante del regime liberale, ho indicato l'ANARCHIA o
    governo di ognuno da parte di se stesso; in inglese, self-government.
    Poiché l'espressione di governo anarchico implica una sorta di
    contraddizione, la cosa sembra impossibile e l'idea assurda. c'è soltanto
    da rivedere il termine; la nozione di anarchia, in politica, è razionale e
    positiva come nessun'altra. Essa consiste nel fatto che, una volta
    ricondotte le funzioni politiche alle funzioni della produzione, l'ordine
    sociale risulterebbe solo dal fatto delle transazioni e degli scambi.
    Ognuno allora potrebbe dirsi autocrate di se stesso, il che è l'estremo
    opposto dell'assolutismo monarchico.
    Nello stesso modo, del resto, la monarchia ed il comunismo, giusti
    secondo la natura e la ragione, hanno la loro legittimità e la loro etica
    senza che mai essi possano realizzarsi nel rigore e nella purezza della
    loro idea; nello stesso modo la democrazia e l'anarchia fondate sulla
    libertà e sul diritto, perseguendo un ideale coerente col loro principio,
    hanno la loro legittimità e la loro moralità. Ma noi vedremo anche che, a
    dispetto della loro origine giuridica e razionale, esse non possono, a
    causa della crescita e dello sviluppo della popolazione e del territorio,
    mantenersi nella severità e nella purezza dei loro principi e che sono
    condannate a rimanere nello stato dei perpetui desiderata. Malgrado il
    richiamo potente della libertà, né la democrazia né l'anarchia, nella
    pienezza ed integrità della loro idea, si sono realizzate in alcun luogo.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  8. #8
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    Predefinito Rif: Del principio federativo di Pierre Joseph Proudhon

    CAPITOLO III
    FORME DI GOVERNO
    49
    E' tuttavia con l'aiuto di questi giochetti metafisici che si sono
    stabiliti fin dall'inizio del mondo tutti i governi della terra, ed è con
    questi che giungeremo a chiarire l'enigma politico, per poco che noi
    vogliamo darcene pena. Che mi si perdoni dunque l'insistenza, come si
    fa con i ragazzi a cui si insegnino gli elementi della grammatica.
    In quel che precede non si troverà una parola che non sia la più
    perfetta possibile. Non si procede diversamente nella matematica pura.
    Il nostro errore principale non è nell'uso delle nozioni, bensì nelle
    esclusioni che, sulla base di pretesti della logica, ci permettiamo di fare
    nella loro applicazione.
    a) Autorità-Libertà; ecco dunque i due poli della politica. La loro
    posizione, diametralmente opposta, contraddittoria, è per noi una
    garanzia sicura che un terzo termine è impossibile, che non esiste. Fra il
    si ed il no, come fra l'essere ed il non essere, la logica non ammette
    niente (a).
    b) La connessione di queste stesse nozioni, la loro irriducibilità, la
    loro dinamica sono ugualmente dimostrate. Esse non procedono l'una
    senza l'altra; non si può né sopprimere questa o quella, né risolverle in
    una espressione comune. Quanto alla loro dinamica, basta metterle a
    confronto affinché, tendendo scambievolmente ad assorbirsi, a
    svilupparsi l'una a spese dell'altra, entrino subito in azione.
    c) Da queste due nozioni risultano per la società due diversi regimi,
    che noi abbiamo chiamato regime di autorità e regime di libertà;
    ciascuno dei quali può rivestire in seguito due forme diverse, né più né
    meno. L'autorità appare in tutta la sua magnificenza solo nella
    collettività sociale; per conseguenza essa non può esprimersi, agire,
    soltanto attraverso la collettività stessa, o attraverso un soggetto che
    l'impersonifichi; similmente la libertà non è perfetta fino a che non è
    garantita a tutti, sia che tutti partecipino al governo, sia che l'incarico
    non sia stato delegato a nessuno. Impossibile sfuggire a queste
    alternative: Governo di tutti da parte di tutti, oppure governo di tutti da
    parte di uno solo: ecco il regime di autorità; governo con la
    partecipazione di tutti da parte di ognuno oppure governo di ognuno da
    parte di se stesso: ecco il regime di libertà. Tutto questo è inevitabile
    come l'unità e la pluralità, il caldo ed il freddo, la luce e le tenebre. Ma,
    50
    mi dirà qualcuno, non si è forse visto il governo essere appannaggio di
    una parte più o meno considerevole della nazione, con l'esclusione del
    resto: aristocrazia (governo delle classi elevate); oclocrazia, (governo
    della plebe), oligarchia (governo di una fazione)? ....L'osservazione è
    giusta, questo si è visto; ma questi governi sono governi di fatto, frutto
    di usurpazione, di violenza, di reazione, di transizione, d'empirismo, in
    cui tutti i principi sono simultaneamente adottati, e poi ugualmente
    violati, misconosciuti e confusi; e noi stiamo ora considerando i governi
    a priori, concepiti secondo la logica e su un solo principio.
    Nella politica razionale, ancora una volta, niente di arbitrario, che
    prima o poi non si debba distinguere dalla politica pratica. L'arbitrario in
    realtà non è un prodotto né della natura né dello spirito: non è né la
    necessità delle cose né la dialettica infallibile delle idee che lo generano.
    Sapete di chi è figlio l'arbitrario? Il suo nome ve lo dice: del libero
    ARBITRIO, della Libertà. Cosa meravigliosa! Il solo nemico contro il
    quale la Libertà deve stare in guardia, non è in fondo l'Autorità, che tutti
    gli uomini adorano come se fosse la Giustizia, ma è la Libertà stessa, la
    libertà del principe, la libertà dei grandi, la libertà delle moltitudini,
    mascherata d'Autorità.
    Dalla definizione a priori delle diverse specie di governo, passiamo
    ora alle loro forme.
    Si chiamano forme di governo i modi in cui si distribuisce e si esercita
    il Potere. Naturalmente e logicamente queste forme sono in rapporto col
    principio, la formazione e la legge d'ogni regime.
    Allo stesso modo in cui il padre nella famiglia primitiva, il patriarca
    nella tribù, è allo stesso tempo padrone della casa, del carro o della
    tenda, herus, dominus, proprietario del suolo, delle greggi e dei loro
    prodotti, coltivatore, industriale, amministra- tore, commerciante, gran
    sacerdote, guerriero; così è nella monarchia, in cui il principe è
    contemporaneamente legislatore, amministratore, giudice, generale,
    pontefice. Egli ha il dominio completo della terra e della rendita; è il
    capo delle arti e dei mestieri, del commercio, dell'agricoltura, della
    marina, della pubblica istruzione, è investito di tutto il diritto e di tutta
    l'autorità. In due parole il re è il rappresentante della società, la sua
    incarnazione; lo Stato è lui. La concentrazione o indivisione dei poteri è
    51
    la caratteristica della monarchia. Al principio di autorità che
    caratterizzava il padre di famiglia ed il monarca, viene a ricongiungersi
    come corollario il principio dell'universalità delle attribuzioni. Un
    condottiero, come Giosuè; un giudice, come Samuele; un sacerdote,
    come Aronne: un re, come David; un legislatore, come Mosè, Solone,
    Licurgo, Numa; tutti questi titoli sono riuniti nella stessa persona; tale è
    lo spirito della monarchia, tali sono le sue forme.
    Ben presto, a causa dell'estensione dello Stato, l'esercizio dell'autorità
    eccede le forze di un solo uomo. Il principe allora si fa assistere da
    consiglieri, ufficiali o ministri, scelti da lui e che agiscono per suo conto
    ed al suo posto, come suoi inviati e procuratori nei confronti del popolo.
    Come il principe che rappresentano, questi delegati, satrapi, proconsoli
    o prefetti, cumulano nel loro mandato tutti gli attributi dell'autorità. Ma
    si intende che devono rendere conto della loro gestione al monarca, che
    è il loro padrone, nell'interesse e nel nome del quale essi governano, da
    cui ricevono le direttive, e che li fa sorvegliare in modo da assicurarsi
    sempre il totale mantenimento dell'autorità, l'onore del comando, i
    benefici dello Stato, ed in modo da preservarsi da ogni usurpazione, da
    ogni sedizione. In quanto alla nazione, essa non ha diritto a chiedere
    resoconti e gli agenti del principe non sono tenuti a rendergliene. In
    questo sistema la sola garanzia dei sudditi è nell'interesse del sovrano,
    che del resto non riconosce altra legge che il suo consenso.
    Nel regime comunista le forme di governo sono le stesse, cioè il
    potere è esercitato in modo indiviso da tutta la collettività sociale, cosi
    come lo era prima per il solo re. Allo stesso modo accadeva nei campi
    di maggio dei Germani, in cui il popolo intero, senza distinzione di età e
    di sesso, deliberava e giudicava; è così che i Cimbri ed i Teutoni,
    accompagnati dalle loro donne, combattevano contro Mario: non
    conoscevano niente della strategia e della tattica, che cosa se ne
    facevano dei generali? E' per un residuo di questo comunismo che in
    Atene le sentenze per i criminali erano rese dalla massa intera dei
    cittadini; è per una suggestione dello stesso genere che la Repubblica
    del 1848 si diede novecento legislatori, dolendosi di non poter riunire
    nella stessa assemblea i dieci milioni di elettori, che dovette contentarsi
    di convocare allo scrutinio. I progetti di legislazione diretta per il sì o
    52
    per il no, proposti ai nostri giorni, sono usciti di lì.
    Le forme di Stato liberale o democratico corrispondono ugualmente
    al suo principio di formazione ed alla legge che determina lo sviluppo di
    questo stato; in conseguenza, si differenziano radicalmente da quelle
    della monarchia. Esse consistono nel fatto che il Potere, invece di essere
    esercitato collettivamente e congiuntamente come nella comunità
    primitiva, è ripartito fra cittadini in due modi. Se si tratta di un compito
    suscettibile di essere materialmente diviso, come la costruzione di una
    strada, il comando di una flotta, la polizia di una città, l'istruzione della
    gioventù, si divide il lavoro per sezioni, la flotta per squadre o perfino
    per navi, la città per quartieri, l'insegnamento per classi; su ciascuna
    delle quali si stabilisce un imprenditore, un commissario, un
    ammiraglio, capitano o maestro. Gli Ateniesi avevano l'abitudine, nelle
    loro guerre, di nominare dieci o dodici generali, dei quali ognuno
    comandava per un giorno a turno; uso che oggi sembrerebbe molto
    strano, ma la democrazia ateniese non tollerava niente di più. Se la
    funzione è indivisibile, si lascia intera oppure si nominano diversi
    titolari, malgrado il precetto di Omero che dice che la pluralità dei
    comandanti è una pessima cosa. Così, là dove noi mandiamo un solo
    ambasciatore, gli antichi ne spedivano una compagnia. Oppure ci si
    contenta, per ogni funzione, di un solo funzionario che ci si dedichi e ne
    faccia a poco a poco la propria professione, la propria specializzazione:
    ciò tende ad introdurre nel corpo politico una classe particolare di
    cittadini, conosciuti come pubblici funzionari. A partire da questo
    momento la democrazia è in pericolo: lo Stato si distacca dalla nazione;
    il suo personale torna ad essere pressappoco quello che era sotto la
    monarchia , più devoto al superiore che alla nazione ed allo Stato. In
    compenso da ciò è scaturita una grande idea, una delle più grandi della
    scienza, l'idea della divisione o separazione dei Poteri. Grazie a questa
    idea, la Società prende una forma decisamente organica; le rivoluzioni
    possono succedersi come le stagioni, c'è in essa qualcosa che non
    morirà più, cioè la costituzione del pubblico potere per categorie:
    Giustizia, Amministrazione, Guerra, Finanze, Culti, Istruzione pubblica,
    Commercio, ecc.
    L'organizzazione del governo liberale o democratico è più
    53
    complicata, più competente, di una pratica più laboriosa e meno
    appariscente rispetto a quella del governo monarchico: e per
    conseguenza è meno popolare. Quasi sempre le forme di governo libero
    sono state accusate di aristocrazia dalle masse, che hanno loro preferito
    l'assolutismo monarchico. Da ciò si genera quella specie di circolo
    vizioso nel quale si dibattono e si dibatteranno ancora per lungo tempo i
    progressisti. Naturalmente è in vista di un miglioramento delle
    condizioni delle masse che i repubblicani reclamano delle libertà e delle
    garanzie; è dunque sul popolo che devono cercare di appoggiarsi. Ora è
    sempre il popolo che, per diffidenza o indifferenza verso le forme
    democratiche, ostacola la libertà (b).
    Le forme dell'anarchia possono essere - indifferentemente -, secondo
    la volontà di ogni individuo, e nel limite dei suoi diritti- quelle della
    monarchia o della democrazia.
    Tali sono nei loro principi e nelle loro forme, i quattro governi
    elementari, dati a priori dall'intelligenza umana, per servire come
    materiale per tutte le costruzioni politiche dell'avvenire. Ma, lo ripeto,
    questi quattro tipi, benché suggeriti dalla natura delle cose, così come
    dal sentimento della libertà e del diritto, per il rigore delle loro leggi non
    sono affatto destinate alla realizzazione. Esse sono delle concezioni
    ideali, delle formule astratte, secondo le quali si costituiranno
    empiricamente e intuitivamente tutti i governi di fatto, ma che esse
    stesse non saprebbero tradurre in stato di fatto. La realtà è complessa per
    sua natura, il semplice non può uscire dall'ideale, non arriva al concreto.
    Noi possediamo in queste formule antitetiche i dati di una costituzione
    regolare, della costituzione futura dell'umanità; ma bisogna che passino
    dei secoli, che una serie di rivoluzioni si succeda, prima che la formula
    definitiva si liberi dal cervello che la deve concepire, che è il cervello
    dell'umanità.
    Note:
    (a) Il divenire non è, qualunque cosa abbiano detto certi filosofi più mistici che
    profondi, una posizione di mezzo fra l'essere ed il non essere; il divenire è il
    movimento dell'essere nella sua vita e nelle sue manifestazioni.
    (b) Ciò che importa tenere bene a mente, è che i governi si distinguono per la
    54
    loro essenza non per il titolo dato al governante. Così, l'essenza della monarchia
    è nell' indivisione dei poteri governativi ed amministrativi, nell'assolutismo del
    principe, uno o collettivo, e nella sua irresponsabilità. L'essenza della
    democrazia, al contrario, è nella separazione dei poteri, nella distribuzione dei
    compiti, il controllo e la responsabilità. La corona e la sua stessa ereditarietà
    non sono qui che degli accessori simbolici. Indubbiamente è per il padre-re, per
    l'ereditarietà e per la consacrazione, che la monarchia si rende tangibile: ciò ha
    fatto credere al volgo che, mancando i segni, la cosa non esisteva più. I
    fondatori della democrazia, nel 93, credettero di aver fatto cosa meravigliosa a
    tagliare la testa al re, ed intanto decretavano la centralizzazione. Ma è un errore
    che non deve più ingannare nessuno. Il consiglio dei DIECI a Venezia era un
    vero tiranno, e la repubblica un dispotismo atroce. Al contrario, date un principe
    col titolo di re ad una repubblica come la Svizzera; se la costituzione non
    cambia, sarà come se aveste messo un cappello di feltro sulla statua di Enrico
    IV.
    CAPITOLO IV
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  9. #9
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    Predefinito Rif: Del principio federativo di Pierre Joseph Proudhon

    CAPITOLO IV
    TRANSAZIONE FRA I PRINCIPI: ORIGINE
    DELLE CONTRADDIZIONI DELLA POLITICA.
    Poiché i due principi sui quali riposa ogni ordine sociale, l'Autorità e
    la Libertà da un lato sono contrari l'uno all'altro e sempre in lotta, e
    dall'altro non possono escludersi né annullarsi, è inevitabile una
    transazione fra di loro. Qualunque sia il sistema preferito, monarchico,
    democratico, comunista o anarchico, l'istituzione non sopravviverà solo
    per il tempo in cui avrà saputo appoggiarsi in misura più o meno
    considerevole sulle caratteristiche del suo antagonista. Per esempio si
    sbaglierebbe di molto se si immaginasse che il regime di autorità, col
    suo carattere paternalistico, le sue usanze familiari, la sua iniziativa
    assoluta, possa far fronte con la sua sola forza ai suoi bisogni. Per poco
    55
    che lo Stato si ingrandisca, questa venerabile paternità degenererà
    rapidamente in impotenza, confusione irragionevolezza e tirannia. Il
    principe è incapace di provvedere a tutto; deve affidarsi ad intermediari
    che lo ingannano, lo derubano, lo discreditano, lo svalutano presso
    l'opinione pubblica, lo soppiantano ed infine lo detronizzano. Questo
    disordine, inerente al potere assoluto, con la corruzione che ne consegue
    e le catastrofi che lo minacciano incessantemente, sono la peste della
    società e degli Stati. Pertanto si può stabilire come regola la
    considerazione che il governo monarchico è tanto più benevolo, morale,
    giusto e sopportabile e pertanto durevole (tralascio in questo momento
    le relazioni esterne), quanto più le sue dimensioni sono modeste e si
    avvicinano maggiormente a quelle di una famiglia; e viceversa, lo
    stesso governo sarà tanto più insufficiente, oppressivo. odioso ai suoi
    sudditi e conseguentemente instabile, quanto più lo Stato sarà diventato
    vasto. La storia ha conservato il ricordo ed i nostri tempi ci forniscono
    gli esempi di queste spaventose monarchie, mostri informi, veri
    mastodonti politici, che una civiltà migliore, deve progressivamente far
    scomparire. In tutti questi Stati l'assolutismo è in ragione diretta della
    massa dei sudditi e si regge in virtù del proprio prestigio; in un piccolo
    Stato, al contrario, la tirannia non si può sostenere che per mezzo delle
    truppe mercenarie; altrimenti, vista da vicino, si dissolve.
    Per ovviare a questo vizio della loro natura, i governi monarchici
    sono stati costretti a concedere, in misura più o meno ampia, le forme
    della libertà, in particolare la separazione dei poteri o la divisione della
    sovranità.
    La ragione di questa modifica è facile da capire. Se un solo uomo è
    appena sufficiente a coltivare con difficoltà un fondo di cento ettari,
    condurre una manifattura che occupa alcune centinaia d'operai,
    provvedere all'amministrazione di un comune di cinque-seimila
    abitanti, come potrebbe sopportare il peso di un impero di quaranta
    milioni di uomini? Ecco dunque che la monarchia ha dovuto inchinarsi
    a questo duplice principio, improntato ai concetti dell'economia politica:
    1° la maggior quantità di lavoro è svolto e il maggior valore è prodotto
    quando il lavoratore è libero e può agire per suo conto come imprenditore
    o proprietario; 2° la qualità del prodotto o servizio prestato è tanto
    56
    migliore quanto più il produttore conosce il suo mestiere e vi si consacra
    esclusivamente. C'è ancora una ragione che spiega questo prestito fatto
    dalla monarchia alla democrazia, ed è che la ricchezza sociale aumenta
    proporzionalmente alla divisione delle attività ed all'organizzazione
    delle industrie, e questo significa, in politica, che il governo sarà
    migliore ed offrirà maggiore sicurezza per il principe, se le funzioni
    saranno meglio distinte ed equilibrate: cosa, questa, impossibile nel
    regime assoluto. Ecco come i principi sono stati indotti a
    repubblicanizzarsi, per così dire, da se stessi, allo scopo di sfuggire ad
    una inevitabile rovina. Gli ultimi anni ci hanno offerto esempi
    clamorosi, in Piemonte, in Austria ed in Russia. Nella situazione
    deplorevole in cui lo zar Nicola aveva lasciato il suo impero, non è di
    scarso rilievo, tra le riforme adottate da suo figlio Alessandro (a),
    l'introduzione della distinzione dei poteri nel governo russo.
    Fatti analoghi, ma inversi, si osservano nel governo democratico.
    Ammettiamo pure di stabilire, con tutta la sagacità e la precisione
    possibile, i diritti ed i doveri dei cittadini, le competenze dei funzionari,
    prevedere le situazioni, le eccezioni, le anomalie; la fecondità
    dell'imprevisto supera di molto la prudenza dell'uomo di Stato e, più si
    legifera, più nascono i contrasti. Tutto questo esige, da parte dei
    rappresentanti del potere, una facoltà di iniziativa e di arbitraggio, che,
    per farsi valere, hanno solo un modo, quello di costituirsi come autorità.
    Togliete al principio democratico, togliete alla libertà questa suprema
    sanzione, l'autorità, e lo Stato si disgregherà all'istante. E' chiaro,
    tuttavia, che in tal caso non ci troviamo più nel libero contratto, a meno
    che non si sostenga che i cittadini sono d'accordo, in caso di
    controversia, di accettare la decisione di uno di loro designato
    precedentemente, e cioè di un giudice: cosa che significa esattamente
    rinunciare al principio democratico e adottare quello monarchico.
    La democrazia può moltiplicare tanto quanto vuole con i funzionari,
    le garanzie legali ed i mezzi di controllo, può subissare i suoi agenti di
    formalità, chiamare senza posa i cittadini alle elezioni, al voto: per
    amore o per forza i suoi funzionari sono uomini d'autorità, la parola è
    recepita; e se fra il personale dei pubblici funzionari se ne trova uno o
    più di uno incaricato della direzione generale degli affari, questo capo,
    57
    individuale o collettivo, del governo è ciò che anche Rousseau ha
    chiamato principe, per un nulla sarà re.
    Si possono fare osservazioni analoghe sul comunismo e sull'anarchia.
    Non si sono mai avuti esempi di una comunità perfetta; ed è poco
    probabile, qualunque sia il grado di civiltà, di moralità, di saggezza che
    raggiunga il genere umano, che ogni traccia di governo ed autorità
    scompaiano. Ma mentre la comunità rimane il sogno della maggioranza
    dei socialisti, l'anarchia è l'ideale della scuola liberista, che tende
    soprattutto a sopprimere ogni tipo di governo ed a costituire la società
    sulle sole basi della proprietà e del lavoro libero.
    Non farò altri esempi. Ciò che ho detto è sufficiente a dimostrare la
    validità della mia tesi, cioè che la monarchia e la democrazia, il
    comunismo e l'anarchia, non potendo realizzarsi nella purezza del loro
    ideale, sono costretti a completarsi l'uno con l'altro per mezzo di
    concessioni reciproche.
    Certamente, c'è di che umiliare l'intolleranza dei fanatici che non
    possono sentir parlare di un'opinione contraria alla loro senza provare
    una sorta di sdegno. Che apprendano dunque, gli infelici, che proprio
    essi stessi sono necessariamente infedeli ai loro principi, che la loro fede
    politica è tessuta di incoerenze ed auguriamoci che anche il potere possa
    a sua volta giungere a non attribuire a chi discute dei differenti sistemi di
    governo alcuna intenzione faziosa. Convincendosi una buona volta che
    questi termini di monarchia, democrazia, ecc., non esprimono che delle
    concezioni teoriche, molto lontane dalle istituzioni che sembrano
    tradurle, il monarchico alle parole del contratto sociale, di sovranità del
    popolo, di suffragio universale, ecc., resterà calmo; il democratico,
    sentendo parlare di dinastia, di potere assoluto, di diritto divino,
    conserverà sorridendo il suo sangue freddo. Non c'è nessuna vera
    monarchia, non esiste nessuna vera democrazia. La monarchia è la
    forma primitiva, fisiologica e per così dire patronimica dello Stato; essa
    vive nel cuore delle masse e si realizza sotto i nostri occhi con forza, per
    mezzo della generale tendenza all'unità. La democrazia a sua volta
    germoglia da ogni parte; affascina le anime generose e conquista
    dovunque le élite della società. Ma è per la dignità della nostra epoca
    che si deve rinunciare alla fine a queste illusioni, che troppo spesso
    58
    degenerano in menzogne. La contraddizione è nella sostanza di tutti i
    programmi. I tribuni popolari senza rendersene conto si affidano alla
    monarchia; i re alla democrazia e all'anarchia. Dopo l'incoronazione di
    Napoleone I°, la formula Repubblica francese, si lesse a lungo su una
    delle due facce delle monete, che portavano dall'altra, con l'effige di
    Napoleone, il titolo Imperatore dei Francesi. Nel 1830 la monarchia di
    Luigi Filippo fu designata da La Fayette come la migliore delle
    repubbliche; ed egli non è forse stato soprannominato il re dei
    proprietari? Allo stesso modo Garibaldi ha reso a Vittorio Emanuele lo
    stesso servizio di La Fayette a Luigi Filippo. Più tardi, è vero, La
    Fayette e Garibaldi, sono apparsi pentiti; ma il loro giudizio iniziale
    deve essere accettato, tanto più che, come tutte le ritrattazioni sarebbe
    illusoria. Nessun democratico può dirsi del tutto immune da ogni
    atteggiamento monarchico; nessun partigiano della monarchia può
    ritenere di essere del tutto esente da ogni atteggiamento repubblicano.
    Dato che la democrazia, non ha mai saputo ripugnare l'idea dinastica
    più che l'idea unitaria, i fautori dei due sistemi non hanno il diritto di
    scomunicarsi a vicenda, si impone loro la tolleranza reciproca.
    Ora, che cos'è la politica, se ad una società è impossibile costituirsi
    esclusivamente sul principio che essa preferisce; se, qualunque cosa
    faccia il legislatore, il governo qui ritenuto monarchico, lì democratico,
    resta pur sempre un composto ambiguo, in cui elementi opposti si
    mescolano in proporzioni arbitrarie in balia del capriccio e degli
    interessi; in cui le definizioni più precise conducono fatalmente alla
    confusione ed alla promiscuità; in cui, per conseguenza, tutte le
    conversioni, tutte le defezioni sono possibili ed il trasformismo passa
    come virtù? Che campo aperto alla ciarlataneria, all'intrigo, al
    tradimento! Quale Stato potrebbe sopravvivere in queste condizioni
    tanto degradanti? Lo Stato non è ancora costituito, che già porta nella
    contraddizione della sua idea il suo principio di morte. Strana creatura,
    in cui la logica rimane impotente, mentre l'incoerenza sembra essere la
    sola pratica razionale.
    Note:
    (a) E' dalla necessità di separare i poteri e di distribuire l'autorità che dopo
    Carlomagno nacque, in parte, la feudalità. Da questo anche quella falsa aria di
    59
    federalismo che rivestì, per la sfortuna dei popoli e dell'Impero. La Germania,
    costretta nello Statu quo di una costituzione assurda, risente ancora di quelle
    lunghe lacerazioni. L'Impero si è frantumato e la nazionalità è stata
    compromessa.
    (b) Si potrebbe scrivere un'opera interessante sulle Contraddizioni politiche, da
    abbinare alle Contraddizioni economiche. Ci ho pensato più di una volta; ma,
    scoraggiato dalla cattiva accoglienza della critica, distratto da altri lavori, ho
    rinunciato. L'impertinenza dei recensori si sarebbe ancora rallegrata
    sull'antinomia, la tesi e l'antitesi; lo spirito francese, talvolta così penetrante e
    così giusto, si sarebbe rivelato nella persona dei signori giornalisti, molto
    sciocco, molto ridicolo e stolto; la fatuità gallica avrebbe contato un nuovo
    trionfo, e tutto sarebbe stato detto. Avrei risparmiato ai miei compatrioti una
    mistificazione, fornendo loro subito la soluzione che avrei dovuto comunque
    dare, se avessi esposto davanti a loro tutte le difficoltà del problema.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  10. #10
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    Predefinito Rif: Del principio federativo di Pierre Joseph Proudhon

    CAPITOLO V
    GOVERNI DI FATTO: DISSOLUZIONE SOCIALE
    Poiché la monarchia e la democrazia, le sole di cui ormai mi occupo,
    sono dunque due principi validi nella teoria, ma irrealizzabili nel rigore
    dei loro termini, è stato inevitabile, come ho appena detto, rassegnarsi
    nella pratica a transazioni di ogni specie: da queste transazioni obbligate
    sono derivati tutti i governi di fatto. Questi governi, costruzioni
    dell'empirismo, variabili all'infinito, sono dunque essenzialmente e
    senza eccezioni dei governi composti o misti.
    Osserverò a questo proposito che i pubblicisti si sono ingannati e che
    hanno introdotto nella politica un dato tanto falso quanto pericoloso,
    allorché, non distinguendo la teoria dalla pratica, la realtà dall'ideale,
    hanno posto sullo stesso piano i governi di pura concezione, non
    60
    realizzabili nella loro interezza, come la monarchia e la democrazia pura
    ed i governi di fatto o misti. La verità, lo ripeto, è che non esiste né
    possono esistere governi della prima specie se non in teoria: ogni
    governo di fatto è necessariamente misto, non importa che si chiami
    monarchia o democrazia. Questa osservazione è importante. Essa sola
    permette di ricondurre ad un errore di dialettica le innumerevoli
    delusioni, corruzioni, rivoluzioni della politica.
    Tutte le varietà di governo di fatto, in altra parole, tutte le transazioni
    costituzionali, attuate o proposte fin dai tempi più antichi fino ai nostri
    giorni, si riducono a due specie principali, che chiamerò con le loro
    denominazioni attuali: Impero e Monarchia costituzionale. Ma questo
    richiede una spiegazione.
    Poiché la guerra e l'ineguaglianza delle condizioni fin dalle origini
    hanno caratterizzato la condizione dei popoli, la società si è divisa
    naturalmente in un certo numero di classi: Guerrieri, Nobili, Preti,
    Proprietari, Mercanti, Navigatori, Industriali, Contadini. La dove esiste
    un monarca, si costituisce una casta a sé, la prima di tutte: questa è la
    dinastia
    La lotta delle classi fra di loro, l'antagonismo dei loro interessi, il
    modo in cui questi interessi si coalizzano, determinano il regime
    politico, conseguentemente la scelta di governo, le sue innumerevoli
    varietà e le sue varianti ancora più numerose. A poco a poco tutte queste
    classi si riducono a due: una superiore, Aristocrazia, Borghesia o
    Patriziato; una inferiore, Plebe o Proletariato entro le quali oscilla la
    monarchia, organo del potere, espressione dell'autorità. Se l'Aristocrazia
    si unisce alla monarchia, il governo che ne risulterà sarà una monarchia
    temperata, oggi detta costituzionale; se è il popolo che si coalizza con
    l'autorità, il governo sarà un impero, o democrazia autocratica. La
    Teocrazia del medioevo consisteva in un patto fra il sacerdote e
    l'imperatore; il Califfato era una monarchia religiosa e militare. A Tiro,
    Sidone, Cartagine, la monarchia si appoggiò sulla classe dei mercanti,
    fino al momento in cui questa si impadronì del potere. Sembra che a
    Roma la monarchia, nei primi tempi, abbia avuto rispetto per i patrizi ed
    i plebei; successivamente queste due classi si coalizzarono contro la
    corona, la monarchia fu abolita e lo Stato prese il nome di Repubblica.
    61
    Tuttavia il patriziato rimase prevalente. Questa costituzione
    aristocratica, però, fu turbolenta come la democrazia ateniese; il
    governo visse di espedienti, ma, mentre la democrazia ateniese
    soccombette al primo urto, con la guerra del Peloponneso, a Roma,
    invece, il Senato romano fu costretto a tenere impegnato il popolo tanto
    da giungere- come risultato- alla conquista del mondo. Data la pace al
    mondo, seguì la guerra civile ad oltranza; e per porvi fine, la plebe si
    dette un capo, distrusse il patriziato e la Repubblica, e creò l'impero.
    Ci si stupisce che il governo fondato sotto gli auspici della borghesia
    o di un patriziato, d'accordo con una dinastia, sia in genere più liberale
    di quello fondato da una moltitudine sotto la guida di un dittatore o di un
    tribuno. La cosa, in effetti, deve sembrare altrettanto stupefacente, in
    quanto in fondo la plebe è più interessata e realmente più incline alla
    libertà che la borghesia. Ma questa contraddizione, punto critico della
    politica, si spiega con la situazione dei partiti, situazione che in caso di
    vittoria popolare, fa ragionare ed agire la plebe come autocrate ed in
    caso di prevalenza della borghesia, la fa ragionare ed agire questa come
    repubblicana. Torniamo al dualismo fondamentale: Autorità, Libertà e
    lo comprenderemo.
    Dalla divergenza di questi due principi nascono in primo luogo, sotto
    l'influenza delle passioni e degli interessi contrari, due tendenze inverse,
    due correnti di opinione opposte: dato che i sostenitori dell'autorità
    tendono a riservare alla libertà, sia individuale sia corporativa o locale,
    lo spazio minore ed a sfruttare sulla base di ciò, a loro profitto personale
    ed a detrimento della moltitudine, il potere da essi appoggiato; i
    sostenitori del regime liberale, al contrario, tendono a limitare
    indefinitamente l'autorità ed a vincere l'aristocrazia per mezzo della
    determinazione incessante delle funzioni pubbliche, degli atti del potere
    e delle sue forme. Per effetto della sua posizione, per l'umiltà della sua
    condizione, il popolo cerca nel governo l'uguaglianza e la libertà; per la
    ragione contraria, il patriziato proprietario, capitalista ed imprenditore, è
    più incline verso una monarchia protettrice delle grandi fortune, capace
    di assicurare l'ordine a suo profitto e che, per conseguenza, assegna la
    parte maggiore all'autorità, la minore alla libertà..
    Tutti i governi di fatto, qualunque siano le loro ragioni o riserve, si
    62
    riconducono così all'una o all'altra di queste due formule:
    subordinazione dell'Autorità alla Libertà; oppure subordinazione della
    Libertà all'Autorità.
    Ma la stessa causa che spinge l'una contro l'altra la borghesia e la
    plebe fa fare presto ad entrambe un voltafaccia. La democrazia, per
    assicurare il suo trionfo, ignara d'altra parte della logica del potere,
    incapace di esercitarlo, si dà un capo assoluto, davanti al quale
    scompaia ogni privilegio di casta; la borghesia, che teme il dispotismo
    come l'anarchia, preferisce consolidare la sua posizione, favorendo lo
    stabilirsi di una monarchia costituzionale. Così, in fin dei conti, è il
    partito che ha più bisogno della libertà e dell'ordine legale che crea
    l'assolutismo; mentre il partito dei privilegiati dà vita al governo liberale,
    imponendogli per sanzione la restrizione dei diritti politici.
    Da ciò si vede che, astrazion fatta dalle considerazioni economiche
    inerenti al dibattito, borghesia e democrazia, imperialismo e
    costituzionalismo o qualsiasi nome si dia a questi governi ispirati a
    principi di antagonismo, tutti si equivalgono quindi a questioni come le
    seguenti: se il regime del 1814 non valesse più che quello del 1804; se
    non sarebbe vantaggioso per il paese, tornare dalla costituzione del 1852
    a quella del 1830; se il partito repubblicano si fonderà nel partito
    orleanista o se si riavvicinerà all'impero; simili questioni - dico io- dal
    punto di vista del diritto e dei principi, sono puerili. Un governo che
    nasca dalle condizioni considerate non vale che per i fatti che lo hanno
    prodotto e per gli uomini che lo rappresentano, ed ogni disputa teorica a
    questo riguardo è vana e non può portare che a delle aberrazioni. Le
    contraddizioni della politica, i cambiamenti di rotta dei partiti,
    l'inversione perpetua dei ruoli, sono così frequenti nella storia, occupano
    un così gran posto negli eventi umani, che non posso fare a meno di
    insistervi. Il dualismo dell'Autorità e della Libertà ci fornisce la chiave
    di tutti questi enigmi; senza questa precisazione originaria, la storia degli
    Stati sarebbe la disperazione delle coscienze e lo scandalo della
    filosofia.
    L'aristocrazia inglese ha fatto la Magna Carta; i puritani hanno
    prodotto la dittatura di Cromwell. In Francia, è la borghesia che pone le
    basi imperiture di tutte le nostre costituzioni liberali. A Roma, il
    63
    patriziato aveva organizzato la repubblica; la plebe inventò i Cesari ed i
    pretoriani. Nel sedicesimo secolo, la riforma è inizialmente aristocratica;
    la massa resta cattolica o si sceglie dei messia come Giovanni di Leida;
    esattamente l'inverso di quanto si era visto quattrocento anni prima,
    quando i nobili bruciavano gli albigesi. Quante volte, questa
    osservazione è di Ferrari, il medio evo ha visto i Ghibellini farsi Guelfi
    ed i Guelfi cambiarsi in Ghibellini! Nel 1813, la Francia combatte per il
    dispotismo, la coalizione per la libertà, proprio il contrario di ciò che era
    avvenuto nel 1792. Oggi i legittimisti ed i clericali sostengono la
    federazione, i democratici sono unitari. Non si finirebbe mai di citare
    simili esempi; ciò non significa però che le idee, gli uomini e le cose
    non debbano essere sempre classificati per le loro tendenze naturali e
    per le loro origini, che i blu non siano sempre blu ed i bianchi sempre
    bianchi.
    Il popolo, per il fatto stesso della sua inferiorità e della sua miseria,
    formerà sempre l'armata della libertà e del progresso; il lavoro è
    repubblicano per natura ed il contrario sarebbe una contraddizione. Ma,
    a causa della sua ignoranza e dei suoi istinti primitivi, della violenza dei
    suoi bisogni, dell'impazienza dei suoi desideri, il popolo è incline alle
    forme sommarie di autorità. Ciò che cerca non sono le garanzie legali,
    di cui non ha alcuna idea e non concepisce la portata; non è affatto una
    combinazione di meccanismi o un equilibrio di forze, di cui non sa che
    fare, è un capo della cui parola possa fidarsi, le cui intenzioni gli siano
    chiare e che si dedichi ai suoi interessi. A questo capo conferisce autorità
    senza limiti, il potere massimo. Il popolo, considerando giusto tutto ciò
    che giudica essergli utile, considerato che è il popolo, se ne ride delle
    formalità, non tiene in alcun conto le condizioni imposte ai depositari
    del potere. Pronto al sospetto ed alla calunnia, ma incapace di una
    discussione metodica, non crede in definitiva che alla volontà umana,
    non spera che nell'uomo, non confida che nelle sue creature: in
    princibus, in filiis hominum; il popolo non si aspetta niente dai princìpi,
    che soli possono salvarlo; non ha la religione delle idee.
    E' così che la plebe romana, dopo settecento anni di regime
    progressivamente liberale ed una serie di vittorie riportate da esso sul
    patriziato, credette di togliere di mezzo tutte le difficoltà annientando il
    64
    partito dei tribuni, dette a Cesare la dittatura perpetua, fece tacere il
    senato, abolire i comizi e, per uno staio di grano, annona, fondò
    l'autocrazia imperiale. Ciò che c'è di curioso è che questa democrazia
    era sinceramente convinta del suo liberalismo, e si vantava di
    impersonare il diritto, l'uguaglianza ed il progresso! I soldati di Cesare,
    idolatri del loro imperatore, erano pieni di odio e di disprezzo per i re: se
    gli assassini del tiranno non furono immolati sul posto, fu perché Cesare
    era stato visto alla vigilia della sua uccisione cingersi il capo calvo con
    l'insegna regale. Così i seguaci di Napoleone I°, usciti dal club dei
    Giacobini, nemici dei nobili, dei preti e dei re, trovarono del tutto
    normale fregiarsi con i titoli di barone, di duca, di principe e fare la corte
    all'imperatore; non gli perdonarono, però, di aver preso in moglie una
    principessa Asburgica.
    Lasciata a se stessa o condotta dai suoi tribuni, la moltitudine non ha
    creato mai niente. Ha la testa girata indietro: presso di lei non si forma
    alcuna tradizione, nessun spirito di gruppo, nessuna idea che assuma la
    forza della legge. Della politica non comprende che l'intrigo, del
    governo solo le elargizioni e la forza, della giustizia solo la vendetta;
    della libertà non conosce altro che la possibilità di erigersi degli idoli
    che essa demolisce all'indomani. L'avvento della democrazia apre un'era
    di regresso che condurrebbe la nazione e lo Stato alla morte, se essi non
    si sottraessero alla fatalità che li minaccia con una rivoluzione in senso
    inverso, che si tratta ora di valutare.
    Quando la plebe che vive giorno per giorno, senza proprietà, senza
    imprese, esclusa dai pubblici impieghi, è al riparo dai rischi della
    tirannia, di cui non si dà pensiero, tanto la borghesia, che ha
    possedimenti, traffici e produce, avida di terre e di guadagni, è
    interessata a prevenire le catastrofi e ad assicurarsi l'appoggio del potere.
    Il bisogno di ordine la riconduce alle idee liberali: da ciò derivano le
    costituzioni che essa impone ai suoi re. Nello stesso momento in cui
    essa riveste il governo di apparati legali e l'assoggetta al voto di un
    parlamento, limita i diritti politici ad una categoria di contribuenti ed
    abolisce il suffragio universale; ma si guarda bene dal toccare
    l'accentramento amministrativo, contrafforte della feudalità industriale.
    Se la separazione dei poteri le è utile per bilanciare l'influenza della
    65
    corona ed impedire la politica personale del principe, se d'altra parte il
    privilegio elettorale la serve ugualmente bene contro le aspirazioni
    popolari, non le è meno preziosa la centralizzazione; anzitutto perché ha
    bisogno degli amministratori, che mettono la borghesia a parte del
    potere e delle imposte, poi perché le agevola lo sfruttamento pacifico
    delle masse. Sotto un regime di centralizzazione amministrativa e di
    suffragio ristretto dove la borghesia, grazie alla sua maggioranza, resta
    padrona del governo, tutta la vita locale è soffocata ed ogni reazione
    facilmente repressa, sotto un tale regime- io dico- la classe dei
    lavoratori, chiusa nelle sue officine è naturalmente votata al salariato. La
    libertà esiste, ma nella sfera della società borghese, cosmopolita come i
    suoi capitali; quanto alla moltitudine, ha dato le sue dimissioni, non solo
    politiche ma anche economiche.
    Devo aggiungere che la soppressione o la conservazione di una
    dinastia non cambierebbe niente al sistema? Una repubblica unitaria ed
    una monarchia costituzionale sono una sola ed unica cosa: non c'è che
    una parola diversa ed un funzionario di meno.
    Ma se l'assolutismo democratico è instabile, il costituzionalismo
    borghese non lo è di meno. Il primo è retrogrado senza freni, senza
    princìpi, dispregiatore del diritto, ostile alla libertà, distruttivo di ogni
    sicurezza e fiducia. Il sistema costituzionale, con le sue forme legali, il
    suo spirito giuridico, il suo temperamento misurato, le sue solennità
    parlamentari, si rivela chiaramente, in fin dei conti, come un vasto
    sistema di sfruttamento e d'intrigo, dove la politica si accompagna
    all'aggiotaggio, in cui l'imposta non è che l'elenco civile di una casta ed
    il potere monopolizzato è l'ausiliario del monopolio economico. Il
    popolo ha il vago sentimento di questa immensa usurpazione: le
    garanzie costituzionali lo toccano poco e lo si è visto, soprattutto nel
    1815, preferire il suo imperatore, malgrado le sue infedeltà, ai suoi re
    legittimi, malgrado il loro liberalismo.
    L'alternarsi di insuccessi, ripetuti, della democrazia imperiale e della
    costituzionalità borghese, hanno come risultato quello di creare un terzo
    partito che, alzando la bandiera dello scetticismo, non credendo in alcun
    principio, profondamente e sistematica- mente immorale, tende a
    regnare come qualcuno ha detto con la bilancia, cioè per la rovina
    66
    completa dell'autorità e della libertà, in una parola per mezzo della
    corruzione. E' ciò che è stato chiamato sistema dottrinario. Accolto
    inizialmente dall'odio e dall'esecrazione dei vecchi partiti, questo
    sistema ha fatto rapidamente fortuna, sostenuto dallo scoraggiamento
    crescente e giustificato in qualche modo dallo spettacolo della
    contraddizione universale. In poco tempo è diventato la fede segreta del
    Potere, al quale il pudore e la decenza impediranno sempre di fare
    professione pubblica di scetticismo; ma è anche la fede confessata della
    borghesia e del popolo che, non più frenati da alcuna considerazione,
    lasciano esplodere la loro indifferenza e se ne vantano. Allora, smarrito
    negli animi il senso dell'autorità e della libertà, considerate come vane
    parole la giustizia e la ragione, la società si disgrega, la nazione decade.
    Ciò che rimane è soltanto materia e forza bruta; una rivoluzione diviene
    imminente, pena il suicidio morale. Cosa ne verrà fuori? La storia è qui
    per rispondere, gli esempi si contano a migliaia. Al sistema condannato
    succederà, grazie alla spinta delle generazioni immemori, senza posa
    rinnovate, una transazione che avrà lo stesso svolgimento, e che, logora
    a sua volta e disonorata per la contraddizione delle sue idee, farà la
    stessa fine. E questo continuerà finché la ragione umana non abbia
    scoperto il modo di dominare i due opposti principi e non avrà trovato
    l'equilibrio della vita sociale per mezzo della regolamentazione dei suoi
    antagonismi.
    CAPITOLO VI
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

 

 
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