da Limes
Haftar a Mosca [di Fulvio Scaglione]
Ci mancava anche la Russia a rimestare in Libia. Questo indica la visita del generale Khalifa Haftar a Mosca, dopo una significativa tappa in Egitto: l’ingresso ufficiale della Russia nella grande giostra delle rivalità tribali, regionali e internazionali scatenatesi nello “scatolone di sabbia” dopo l’infausta guerra anglo-franco-americana del 2011. Haftar è stato accolto a Mosca da “comandante dell’esercito nazionale libico”, anche se in realtà il suo ruolo è riconosciuto solo dal parlamento di Tobruk e non dal governo di accordo nazionale del premier Fayez al-Serraj, appoggiato dall’Onu e dall’Occidente. Il generale arriva in Russia in cerca di armi per le sue battaglie (contro i jihadisti, ma anche contro le milizie fedeli al governo di Tripoli) e di appoggio politico, lo stesso concessogli già dall’Egitto. La Russia vuole capire se attraverso il disinvolto generale (già ufficiale di Gheddafi, poi collaboratore della Cia, quindi protagonista dell’insurrezione contro il Colonnello) è possibile stringere i rapporti con il Cairo (molto interessato al controllo che Haftar esercita sulla Cirenaica) e rimettere un piede importante in Nord Africa. La mossa fa il paio con il recente riavvicinamento fra Egitto e Siria, alleata della Russia. Americani, britannici e francesi ovviamente mugugnano. Ma la mossa di Mosca, cinica quanto basta, sottolinea ciò che non si vuole ammettere: e cioè che senza un accordo con Haftar, il governo di accordo nazionale ha scarsissimo margine di manovra. Serraj rischia la fine dell’afghano Hamid Karzai: un signore dentro Kabul, un bersaglio appena fuori.




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