In Alaska troppi turisti estremi: addio al bus di "Into the Wild"
Sta come la carcassa di una balena di ferro caduta chissà come nel cuore dell’Alaska, che attira, e uccide, incauti cercatori di sogni. L’autobus numero 142, “the magic bus” nel quale morì Chris McCandless nel mezzo dell’Alaska selvaggia quattordici anni or sono cercando una nuova vita “Into the wild”, nel nulla primitivo, è da rimuovere. Ogni anno, individui, stralunati capitani Ahab in caccia della loro balena bianca, convertiti dalla lettura del libro di Krakauer e dalla visione del film di Sean Penn, si avventurano nel pellegrinaggio verso la carcassa dell’autobus. E i volontari, i “trooper” dell’Alaska, i vigili del fuoco, rangers dei paesi vicini sono stanchi di ripescare i semi-annegati nei guadi che diventano improvvisamente rapide tumultuose, dispersi prossimi all’assideramento o alla morte di inedia. Se, e quando, arrivano in tempo.
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Furono naturalmente proprio i rischi, il gusto di gettare la propria vita oltre i confini della quotidianità, a spingere verso quella carcassa rugginosa di balena «Alexander Supertramp», come voleva essere chiamato, il Supervagabondo nel 1992. E a spingere i locali a chiedere oggi di sollevarlo con un elicottero e trasportarlo nel piccolo abitato di Healy, raggiungibile in automobile. Per l’Alaska Dispatch, racconta il Guardian di Londra, «l’Ossessione per McCandless» è incomprensibile, come lo è la beatificazione di un giovane inquieto che il quotidiano bolla come «un inetto, un ladruncolo, un bracconiere incapace anche di mantenere se stesso, un impostore». Ma se il “Magic Bus” 142 non sarà rimosso, il pellegrinaggio continuerà perché i miti sono sempre più forti delle paure, delle mamme e dei buoni consigli. E nessuno è più ascoltato, in America, del richiamo di quella balena bianca chiamata libertà.
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