
Originariamente Scritto da
Druuna
Racconta B. Singh in un italiano stentato: «Io lavoro dalle 12 alle 15 ore al giorno a raccogliere zucchine e cocomeri o con il trattore a piantare altri ortaggi. Tutti i giorni, anche la domenica. Non credo sia giusto: la fatica è troppa e i soldi pochi. Perché gli italiani non lavorano allo stesso modo? Dopo un po’ ho male alla schiena, alle mani, al collo, anche agli occhi per via della terra, del sudore, delle sostanze chimiche. Ho sempre la tosse. Il padrone è bravo ma paga poco e vuole che lavori sempre, anche la domenica. Dopo sei o sette anni di vita così, non ce la faccio più. Per questo assumo una piccola sostanza per non sentire dolore, una o due volte durante le pause dal lavoro. La prendo per non sentire la fatica, altrimenti per me sarebbe impossibile lavorare così tanto in campagna. Capisci? Troppo lavoro, troppo dolore alle mani».
Il titolo
in prima pagina sul Manifesto di oggi venerdì 16 maggio è “I dopati della terra” e fa riferimento a un reportage di Angelo Mastrandrea (che a sua volta cita un dossier della
onlus In Migrazione) sulle condizioni di lavoro degli indiani sikh nelle campagne dell’Agro Pontino. Vicino a Sabaudia, infatti, vive parte della più numerosa comunità sikh dopo quella di Novellara, in Emilia Romagna: 12 mila abitanti censiti ufficialmente («in realtà, contando gli “irregolari”, le presenze aumentano decisamente: 30 mila, forse persino di più»), che lavorano quasi tutti come contadini anche dodici ore al giorno per quattro euro all’ora, nel migliore dei casi, e che «per sopravvivere ai ritmi massacranti e aumentare la produzione sono letteralmente costretti a doparsi con sostanze stupefacenti e antidolorifici che inibiscono la sensazione di fatica».
I sikh che lavorano nell'Agro Pontino - Il Post
alla faccia di chi dice che rubano il lavoro agli italiani...
