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    the dark knight's return
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    Predefinito Pascendi Dominici Gregis

    LETTERA ENCICLICA AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
    PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI E AGLI ALTRI ORDINARI
    AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE PACE E COMUNIONE.
    VENERABILI FRATELLI, SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE
    GRAVITÀ DEL MALE DEL MODERNISMO E NECESSITÀ DI PORVI RIMEDIO
    L'officio divinamente commessoCi di pascere il gregge del Signore ha,
    fra i primi doveri imposti da Cristo, quello di custodire con ogni
    vigilanza il deposito della fede trasmessa ai santi, ripudiando le
    profane novità di parole e le opposizioni di una scienza di falso
    nome. La quale provvidenza del Supremo Pastore non vi fu tempo che
    non fosse necessaria alla Chiesa cattolica: stanteché per opera del
    nemico dell'uman genere, mai non mancarono "uomini di perverso
    parlare (Act. X, 30), cianciatori di vanità e seduttori (Tit. I, 10),
    erranti e consiglieri agli altri di errore (II Tim. III, 13)". Pur
    nondimeno gli è da confessare che in questi ultimi tempi, è cresciuto
    oltre misura il numero dei nemici della croce di Cristo; che, con
    arti affatto nuove e piene di astuzia, si affaticano di render vana
    la virtù avvivatrice della Chiesa e scrollare dai fondamenti, se
    venga lor fatto, lo stesso regno di Gesù Cristo. Per la qual cosa non
    Ci è oggimai più lecito di tacere, seppur non vogliamo aver vista di
    mancare al dovere Nostro gravissimo, e che Ci sia apposta a
    trascuratezza di esso la benignità finora usata nella speranza di più
    sani consigli.
    Ed a rompere senza più gl'indugi Ci spinge anzitutto il fatto, che i
    fautori dell'errore già non sono ormai da ricercarsi fra i nemici
    dichiarati; ma, ciò che dà somma pena e timore, si celano nel seno
    stesso della Chiesa, tanto più perniciosi quanto meno sono in vista.
    Alludiamo, o Venerabili Fratelli, a molti del laicato cattolico e,
    ciò ch'è più deplorevole, a non pochi dello stesso ceto sacerdotale,
    i quali, sotto finta di amore per la Chiesa, scevri d'ogni solido
    presidio di filosofico e teologico sapere, tutti anzi penetrati delle
    velenose dottrine dei nemici della Chiesa, si dànno, senza ritegno di
    sorta, per riformatori della Chiesa medesima; e, fatta audacemente
    schiera, si gittano su quanto vi ha di più santo nell'opera di
    Cristo, non risparmiando la persona stessa del Redentore divino, che,
    con ardimento sacrilego, rimpiccioliscono fino alla condizione di un
    puro e semplice uomo.
    Fanno le meraviglie costoro perché Noi li annoveriamo fra i nemici
    della Chiesa; ma non potrà stupirsene chiunque, poste da parte le
    intenzioni di cui Dio solo è giudice, si faccia ad esaminare le loro
    dottrine e la loro maniera di parlare e di operare. Per verità non si
    allontana dal vero chi li ritenga fra i nemici della Chiesa i più
    dannosi. Imperocché, come già abbiam detto, i lor consigli di
    distruzione non li agitano costoro al di fuori della Chiesa, ma
    dentro di essa; ond'è che il pericolo si appiatta quasi nelle vene
    stesse e nelle viscere di lei, con rovina tanto più certa, quanto
    essi la conoscono più addentro. Di più, non pongono già la scure ai
    rami od ai germogli; ma alla radice medesima, cioè alla fede ed alle
    fibre di lei più profonde. Intaccata poi questa radice della
    immortalità, continuano a far correre il veleno per tutto l'albero in
    guisa, che niuna parte risparmiano della cattolica verità, niuna che
    non cerchino di contaminare. Inoltre, nell'adoperare le loro mille
    arti per nuocere, niuno li supera di accortezza e di astuzia: giacché
    la fanno promiscuamente da razionalisti e da cattolici, e ciò con sì
    fina simulazione da trarre agevolmente in inganno ogni incauto; e
    poiché sono temerari quanto altri mai, non vi è conseguenza da cui
    rifuggano e che non ispaccino con animo franco ed imperterrito. Si
    aggiunga di più, e ciò è acconcissimo a confonderle menti, il menar
    che essi fanno una vita operosissima, un'assidua e forte applicazione
    ad ogni fatta di studi, e, il più sovente, la fama di una condotta
    austera. Finalmente, e questo spegne quasi ogni speranza di
    guarigione, dalle stesse loro dottrine sono formati al disprezzo di
    ogni autorità e di ogni freno; e, adagiatisi in una falsa coscienza,
    si persuadono che sia amore di verità ciò che è infatti superbia ed
    ostinazione.
    Sì, sperammo a dir vero di riuscire quando che fosse a richiamar
    costoro a più savi divisamenti; al qual fine li trattammo dapprima
    come figli con soavità, passammo poi ad un far severo, e finalmente,
    benché a malincuore, usammo pure i pubblici castighi. Ma voi sapete,
    o Venerabili Fratelli, come tutto riuscì indarno: sembrarono abbassai
    la fronte per un istante, mala rialzarono subito con maggiore
    alterigia. E potremmo forse tuttora dissimulare se non si trattasse
    che sol di loro: ma trattasi invece della sicurezza del nome
    cattolico. Fa dunque mestieri di uscir da un silenzio, che ormai
    sarebbe colpa, per far conoscere alla Chiesa tutta chi sieno infatti
    costoro che così mal si camuffano.
    E poiché è artificio astutissimo dei modernisti (ché con siffatto
    nome son chiamati costoro a ragione comunemente) presentare le loro
    dottrine non già coordinate e raccolte quasi in un tutto, ma sparse
    invece e disgiunte l'una dall'altra, allo scopo di passare essi per
    dubbiosi e come incerti, mentre di fatto sono fermi e determinati;
    gioverà innanzi tutto raccogliere qui le dottrine stesse in un sol
    quadro, per passar poi a ricercar le fonti di tanto traviamento ed a
    prescrivere le misure per impedirne i danni.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  2. #2
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    Predefinito Rif: Pascendi Dominici Gregis

    ESPOSIZIONE DEL SISTEMA DEL MODERNISMO
    1 – LA FILOSOFIA RELIGIOSO-MODERNISTA
    E alfin di procedere con ordine in una materia di troppo astrusa, è
    da notare anzi tutto che ogni modernista sostiene e quasi compendia
    in sé molteplici personaggi: quelli cioè di filosofo, di credente, di
    teologo, di storico, di critico, di apologista, di riformatore: e
    queste parti sono tutte bene da distinguersi una ad una, da chi
    voglia conoscere a dovere il lor sistema e penetrare i principî e le
    conseguenze delle loro dottrine.
    a) L’agnosticismo
    Prendendo adunque le mosse dal filosofo, tutto il fondamento della
    filosofia religiosa è riposto dai modernisti nella dottrina, che
    chiamano dell'agnosticismo. Secondo questa, la ragione umana è
    ristretta interamente entro il campo dei fenomeni, che è quanto dire
    di quel che apparisce e nel modo in che apparisce: non diritto, non
    facoltà naturale le concedono di passare più oltre. Per lo che non è
    dato a lei d'innalzarsi a Dio, né di conoscerne l'esistenza, sia pure
    per intromessa delle cose visibili. E da ciò si deduce che Dio,
    riguardo alla scienza, non può affatto esserne oggetto diretto;
    riguardo alla storia non deve mai riputarsi come soggetto istorico.
    Poste cotali premesse, ognuno scorge di leggieri quali sieno le sorti
    della teologia naturale, dei motivi di credibilità, dell'esterna
    rivelazione. Tutto questo i modernisti tolgon via di mezzo, e ne
    fanno assegno all'intellettualismo, ridicolo sistema, come essi
    affermano, e tramontato già da gran tempo. Né in ciò ispira loro
    alcun ritegno il sapere che si enormi errori furono già formalmente
    condannati dalla Chiesa. Giacché infatti il Concilio Vaticano così
    ebbe definito: "Se qualcuno dirà, che Dio uno e vero, Creatore e
    Signor nostro, per mezzo delle cose create, non possa conoscersi con
    certezza col lume naturale dell'umana ragione, sia anatema"(De
    Revel., can. I); e similmente: "Se alcuno dirà non essere possibile,
    o non convenire che, mediante divina rivelazione, sin l'uomo
    ammaestrato di Dio e del culto che Gli si deve, sia anatema" (Ibid.,
    can. II); e finalmente: "Se alcuno dirà che la rivelazione divina non
    possa essere fatta credibile da esterni segni e che perciò gli uomini
    non debbano esser mossi alla fede se non da interna esperienza o
    privata ispirazione, sia anatema" (De Fide, can. III).Di qual guisa
    poi i modernisti dall'agnosticismo, che è puro stato d'ignoranza,
    passino all'ateismo scientifico e storico, che invece è stato di
    positiva negazione; e con qual diritto perciò di logica, dal non
    sapere se Iddio sia intervenuto o no nella storia dell'uman genere si
    trascorra a spiegar tutto nella storia medesima ponendo Dio
    interamente da parte come se in realtà non fosse intervenuto, lo
    assegni chi può. Ma tanto è; per costoro è fisso e determinato che la
    scienza e la storia debbano esser atee; entro l'àmbito di esse non vi
    è luogo se non per fenomeni, sbanditone in tutto Iddio e quanto sa di
    divino. Dalla quale dottrina assurdissima vedrem bentosto che cosa
    siasi costretti di ammettere intorno alla persona augusta di Gesù
    Cristo, intorno ai misteri della Sua vita e della Sua morte, intorno
    alla Sua risurrezione ed ascensione al Cielo.
    b) L’immanenza vitale
    Vero è che l'agnosticismo non costituisce nella dottrina dei
    modernisti se non la parte negativa; la positiva sta tutta
    nell'immanenza vitale. Dall'una all'altra ecco con qual discorso
    procedono. La Religione, sia essa naturale o sopra natura, alla guisa
    di ogni altro fatto qualsiasi, uopo è che ammetta una spiegazione.
    Or, tolta di mezzo la naturale teologia, chiuso il cammino alla
    rivelazione per il rifiuto dei motivi di credibilità, negata anzi
    qualsivoglia esterna rivelazione, chiaro è che siffatta spiegazione
    indarno si cerca fuori dell'uomo. Resta dunque che si cerchi
    nell'uomo stesso; e poiché la religione non è altro infatti che una
    forma della vita, la spiegazione di essa dovrà ritrovarsi appunto
    nella vita dell'uomo. Di qui il principio dell'immanenza religiosa.
    Di più, la prima mossa, per così dire, di ogni fenomeno vitale, quale
    si è detta essere altresì la religione, è sempre da ascrivere ad un
    qualche bisogno; i primordi poi, parlando più specialmente della
    vita, sono da assegnare ad un movimento del cuore, o vogliam dire ad
    un sentimento. Per queste ragioni, essendo Dio l'oggetto della
    religione, dobbiamo conchiudere che la fede, inizio e fondamento di
    ogni religione, deve riporsi in un sentimento che nasca dal bisogno
    della divinità. Il quale bisogno, non sentendosi dall'uomo se non
    indeterminate ed acconce circostanze, non può di per sé appartenere
    al campo della coscienza: ma giace da principio al di sotto della
    coscienza medesima o, come dicono con vocabolo tolto ad imprestito
    dalla moderna filosofia, nella subcoscienza, ove la sua radice rimane
    occulta ed incomprensibile. Che se si chieda in qual modo da questo
    bisogno della divinità, che l'uomo provi in se stesso, si faccia poi
    trapasso alla religione, i modernisti rispondono così. La scienza e
    la storia, essi dicono, sono chiuse come fra due termini: l'uno
    esterno, ed è il mondo visibile; l'altro interno, ed è la coscienza.
    Toccato che abbiano o l'uno o l'altro di questi termini, non hanno
    come passare più oltre; al di là si trovano essi a faccia
    dell'inconoscibile. Dinanzi a questo inconoscibile, o sia esso fuori
    dell'uomo oltre ogni cosa visibile, o si celi entro l'uomo nelle
    latebre della subcoscienza, il bisogno del divino, senza verun atto
    della mente, secondo che vuole il fideismo, fa scattare nell'animo
    già inclinato a religione un certo particolar sentimento; il quale,
    sia come oggetto sia come causa interna, ha implicata in sé la realtà
    del divino e congiunge in certa guisa l'uomo con Dio. A questo
    sentimento appunto si dà dai modernisti il nome di fede, e lo
    ritengono quale inizio di religione.
    c) La rivelazione
    Ma non è qui tutto il filosofare, o, a meglio dire, il delirare di
    costoro. Imperocché in siffatto sentimento essi non riscontrano
    solamente la fede: ma colla fede e nella fede stessa quale da loro è
    intesa, sostengono che vi si trovi altresì la Rivelazione. E che
    infatti può pretendersi di vantaggio per una rivelazione? O non è
    forse rivelazione, o almeno principio di rivelazione, quel sentimento
    religioso che si manifesta d'un tratto nella coscienza? Non è
    rivelazione l'apparire, benché in confuso, che Dio fa agli animi in
    quello stesso sentimento religioso? Aggiungono anzi di più che,
    essendo Iddio in pari tempo e l'oggetto e la causa della fede, la
    detta rivelazione è al tempo stesso di Dio e da Dio: ha cioè insieme
    Iddio e come rivelante e come rivelato. Di qui, Venerabili Fratelli,
    quell'assurdissimo effato dei modernisti che ogni religione, secondo
    il vario aspetto sotto cui si riguardi, debba dirsi egualmente
    naturale e soprannaturale. Di qui lo scambiar che fanno, come di pari
    significato, coscienza e rivelazione. Di qui la legge, per cui la
    coscienza religiosa si dà come regola universale, da porsi in tutto a
    pari della rivelazione, ed alla quale tutti hanno obbligo di
    sottostare, non esclusa la stessa autorità suprema della Chiesa, sia
    che ella insegni, sia che legiferi in materia di culto o di
    disciplina.
    Se non che in tutto questo procedimento dal quale, a detta dei
    modernisti, saltan fuori la fede e la rivelazione, egli è mestieri
    tener d'occhio un punto, che è di capitale importanza per le
    conseguenze storico critiche, che essi ne derivano.
    Quell'inconoscibile, di cui parlano, non si presenta già alla fede
    come nudo in sé ed isolato; ma si bene congiunto strettamente a un
    qualche fenomeno, che, quantunque appartenga al campo della scienza e
    della storia, pure in certa guisa ne trapassa i confini. Tal fenomeno
    potrà essere un fatto qualsiasi della natura, che in sé racchiude
    alcun che di misterioso: potrà essere altresì un uomo, il cui
    carattere, i cui gesti, le cui parole mal si compongano colle leggi
    ordinarie della storia. Or bene la fede, attirata dall'inconoscibile
    racchiuso nel fenomeno, s'impadronisce di tutto intero il fenomeno
    stesso e lo penetra in certo qual modo della sua vita. Da ciò due
    cose conseguitano. La prima, una tal trasfigurazione del fenomeno,
    per una, diremmo, quasi elevazione sulle condizioni sue proprie, che
    lo renda acconcio, come materia, alla forma del divino che la fede
    v'introdurrà. La seconda, un certo sfiguramento, nato da ciò che
    avendo la fede tolto il fenomeno ai suoi aggiunti di tempo e di
    luogo, facilmente gli attribuisce quello che nella realtà delle cose
    non ha di fatto: il che soprattutto avviene quando si tratti di
    fenomeni di antica data, e tanto più se sono remoti. Da questi due
    capi i modernisti traggono per loro due canoni; i quali, uniti a un
    terzo già dedotto dall'agnosticismo, formano quasi la base della
    critica storica. Illustriamo il fatto con un esempio, preso dalla
    persona dl Gesù Cristo. Nella persona di Cristo, dicono, la scienza e
    la storia non trovan nulla al di là dell'uomo. Dunque, in vigore del
    primo canone dato dall'agnosticismo, dalla storia dl essa deve
    cancellarsi tutto quanto sa di divino. Più oltre, in conformità del.
    secondo canone, la persona di Cristo è stata trasfigurata dalla fede:
    dunque fa d'uopo spogliarla di tutto ciò che la innalza sopra le
    condizioni storiche. Per ultimo, la stessa è stata sfigurata dalla
    fede, secondo insegna il terzo canone: dunque non da rimuoversi da
    lei i discorsi, i fatti, tutto quello insomma che non risponde al suo
    carattere, alla sua condizione ed educazione, al luogo ed al tempo in
    cui visse. Strano per fermo parrà a noi questo modo di ragionare; ma
    qui sta la critica dei modernisti.
    d) Origine della religione
    Adunque il sentimento religioso, che per vitale immanenza si
    sprigiona dai nascondigli della subcoscienza, è il germe di tutta la
    religione, ed è insieme la ragione di quanto fu o sarà per essere in
    qualsivoglia religione. Rude dapprima e quasi informe, a poco a poco,
    sotto l'influsso del misterioso principio che gli diede origine, esso
    e venuto perfezionandosi, a seconda dei progressi della vita umana.
    di cui, come si disse, e una forma. Ecco pertanto la nascita di
    qualsiasi religione, sia pure soprannaturale: esse altro non sono che
    semplici esplicazioni dell'anzidetto sentimento. Né credasi già che
    diversa sia la sorte della religione cattolica; anzi in tutto pari
    alle altre: imperocché non altrimenti essa è nata, che per processo
    di vitale immanenza nella coscienza di Cristo, uomo di elettissima
    natura, quale mai altro simile si vide né mai si troverà. Nell'udir
    tali cose Noi trasecoliamo di fronte ad affermazioni cotanto audaci e
    sacrileghe! Eppure, Venerabili Fratelli, non sono esse un parlar
    temerario solamente d'increduli. Sono uomini cattolici, sono anzi
    sacerdoti non pochi che così la discorrono pubblicamente; e con
    siffatti delirii si dànno vanto di riformare la Chiesa! Qui, non
    trattasi più del vecchio errore, che alla natura umana concedeva
    quasi un diritto all'ordine soprannaturale. Si va assai più lungi;
    sino cioè ad afferrare che la religione nostra santissima, nell'uomo
    Cristo del pari che in noi, è frutto interamente spontaneo della
    natura. Del quale asserto non sappiamo qual sia mezzo più acconcio
    per sopprimere ogni ordine soprannaturale. Perciò con somma ragione
    il Concilio Vaticano pronunziò: "Se alcuno dirà, non poter l'uomo
    essere elevato da Dio a una conoscenza e perfezione che superi la
    natura, ma potere e dovere di per sé stesso, con un perpetuo
    progresso, giungere finalmente al possesso di ogni vero e di ogni
    bene, sia anatema" (De Revel., can. III).
    e) Azione dell’intelletto nella fede
    Fin qui però, o Venerabili Fratelli, non abbiam visto farsi punto
    luogo all'azione dell'intelletto. Eppure, secondo le dottrine dei
    modernisti, ha essa ancora la sua parte nell'atto di fede. E giova
    osservare in che modo. In quel sentimento, dicono, di cui sovente si
    è parlato, appunto perché egli è sentimento e non cognizione, Dio si
    presenta bensì all'uomo, ma in maniera così confusa che nulla o a
    malapena si distingue dal soggetto credente. Fa dunque d'uopo che
    sopra quel sentimento si getti un qualche raggio di luce, sì che Dio
    ne venga fuori per intero e pongasi in contrapposto col soggetto.
    Ora, è questo il compito dell'intelletto; di cui è proprio il pensare
    ed analizzare, e per mezzo del quale l'uomo prima traduce in
    rappresentazioni mentali i fenomeni di vita che sorgono in lui, e poi
    li significa con verbali espressioni. Di qui il detto volgare dei
    modernisti, che l'uomo religioso deve pensare la sua fede.
    L'intelletto adunque, sopravvenendo al sentimento, su di esso si
    ripiega e vi fa intorno un lavorio somigliante a quello di un pittore
    che illumina e ravviva il disegno di un quadro svanito per la
    vecchiaia. Il paragone è di uno dei maestri del modernismo. Doppio
    poi è l'operar della mente in siffatto negozio; dapprima, con un atto
    nativo e spontaneo, esprimendo la sua nozione con una proposizione
    semplice e volgare; indi, con riflessione e più intima penetrazione,
    o, come dicano, lavorando il suo pensiero, rende ciò che ha pensato
    con proposizioni secondarie, derivate bensì dalla prima, ma più
    affinate e distinte. Le quali proposizioni, ove poi ottengano la
    sanzione del magistero supremo della Chiesa, costituiranno appunto il
    dogma.
    f) Il dogma nella filosofia modernista
    Con ciò, nella dottrina dei modernisti, ci troviamo giunti ad uno dei
    capi di maggior rilievo, all'origine cioè e alla natura stessa del
    dogma. Imperocché l'origine del dogma la ripongon essi in quelle
    primitive formole semplici; le quali, sotto un certo aspetto, devono
    ritenersi come essenziali alla fede, giacché la rivelazione, perché
    sia veramente tale, richiede la chiara apparizione di Dio nella
    coscienza. Il dogma stesso poi, secondo che paiono dire, è costituito
    propriamente dalle formole secondarie. A conoscere però bene la
    natura del dogma, è uopo ricercare anzi qual relazione passi fra le
    formole religiose ed il sentimento religioso. Nel che non troverà
    punto difficoltà, chi tenga fermo, che il fine di cotali formole
    altro non è, se non di dar modo al credente di rendersi ragione della
    propria fede. Per la qual cosa stanno esse formole come di mezzo fra
    il credente e la fede di lui; per rapporto alla fede, sono
    espressioni inadeguate del suo oggetto e sono dai modernisti chiamate
    simboli; per rapporto al credente, si riducono a meri istrumenti.
    Nonè lecito pertanto in niun modo sostenere che esse esprimano una
    verità assoluta: essendoché, come simboli, sono semplici immagini di
    verità, e perciò da doversi adattare al sentimento religioso in
    ordine all'uomo; come istrumenti, sono veicoli di verità, e perciò da
    acconciarsi a lor volta all'uomo in ordine al sentimento religioso. E
    poiché questo sentimento, siccome quello che ha per obbietto
    l'assoluto, porge infiniti aspetti, dei quali oggi l'uno domani
    l'altro può apparire; e similmente colui che crede può passare per
    altre ed altre condizioni, ne segue che le formole altresì che noi
    chiamiamo dogmi devono sottostare ad uguali vicende ed essere perciò
    variabili. Così si ha aperto il varco alla intima evoluzione dei
    dogmi. Infinito cumulo di sofismi che abbatte e distrugge ogni
    religione!
    g) Evoluzione del dogma
    E questa, non pur possibile, ma necessaria evoluzione e mutazione dei
    dogmi non solo i modernisti l'affermano arditamente ma è conseguenza
    legittima delle loro sentenze. Infatti fra i capisaldi della loro
    dottrina vi è ancor questo, tratto dal principio dell'immanenza
    vitale: che le formole cioè religiose, perché tali siano in verità e
    non mere speculazioni dell'intelletto, è mestieri che sieno vitali e
    che vivano della stessa vita del sentimento religioso. Il che non è
    da intendersi quasiché tali formole, specie se puramente
    immaginative, sieno costruite a bella posta pel sentimento religioso;
    giacché poco monta della loro origine, come altresì del loro numero e
    della loro qualità; ma cosi, che le stesse, fatte se occorre all'uopo
    delle modificazioni, vengano vitalmente assimilate dal sentimento
    religioso. E per dirla in altri termini, fa di mestieri che la
    formola primitiva sia accettata e sancita dal cuore, e che il
    susseguente lavorio per la formazione delle formole secondarie sia
    fatto sotto la direzione del cuore. Di qui procede che siffatte
    formole, perché sieno vitali, devono essere e mantenersi adatte tanto
    alla fede quanto al credente. Laonde, se per una ragione qualsiasi
    cotale adattamento venga meno, perdono elle il primitiva significato
    e vogliono essere cambiate. Or tale essendo il valore e la sorte
    mutevole delle formole dogmatiche, non reca stupore che i modernisti
    le abbiano tanto in dileggio; mentre al contrario non fanno che
    ricordare ed esaltare il sentimento religioso e la vita religiosa.
    Perciò pure criticano con somma audacia la Chiesa, accusandola di
    camminare fuor di strada, né saper distinguere fra il senso materiale
    delle formole e il loro significato religioso e morale, e
    attaccandosi con ostinazione, ma vanamente, a formole vuote di senso,
    lasciar che la religione precipiti a rovina. Oh! Veramente ciechi e
    conduttori di ciechi, che, gonfi del superbo nome di scienza,
    vaneggiano fino al segno di pervertire l'eterno concetto di verità e
    il genuino sentimento religioso: "spacciando un nuovo sistema, col
    quale, tratti da una sfrontata e sfrenata smania di novità, non
    cercano la verità ove certamente si trova; e disprezzate le sante ed
    apostoliche tradizioni, si attaccano a dottrine vuote, futili,
    incerte, riprovate dalla Chiesa, e con esse, uomini stoltissimi, si
    credono di puntellare e sostenere la stessa verità" (Gregorio XVI,
    Lett. Enc."Singulari Nos", 25 giugno 1834).
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  3. #3
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    Predefinito Rif: Pascendi Dominici Gregis

    II – IL MODERNISTA CREDENTE
    a) Differenza tra il filosofo ed il credente. L’esperienza
    individuale
    E fin qua, o Venerabili Fratelli, del modernista considerato come
    filosofo. Or, se facendoci oltre a considerarlo nella sua qualità di
    credente, vogliam conoscere in che modo, nel modernismo, il credente
    si differenzi dal filosofo, convien osservare che quantunque il
    filosofo riconosca per oggetto della fede la realtà divina, pure
    questa realtà non altrove l'incontra che nell'animo del credente,
    come oggetto di sentimento e di affermazione: che esista poi essa o
    no in sé medesima fuori di quel sentimento e di quell'affermazione, a
    lui punto non cale. Per contrario il credente ha come certo ed
    indubitato che la realtà divina esiste di fatto in se stessa, né
    punto dipende da chi crede. Che se poi cerchiamo, qual fondamento
    abbia cotale asserzione del credente, i modernisti rispondono:
    l'esperienza individuale. Ma nel dir ciò, se costoro si dilungano dai
    razionalisti, cadono nell'opinione dei protestante dei pseudomistici.
    Così infatti essi discorrono. Nel sentimento religioso, si deve
    riconoscere quasi una certa intuizione del cuore; la quale mette
    l'uomo in contatto immediato colla realtà stessa di Dio, e tale
    gl'infonde una persuasione dell'esistenza di Lui e della Sua azione
    sì dentro, sì fuori dell'uomo, da sorpassar di gran lunga ogni
    convincimento scientifico. Asseriscono pertanto una vera esperienza,
    e tale da vincere qualsivoglia esperienza razionale; la quale se da
    taluno, come dai razionalisti, e negata, ciò dicono intervenire
    perché non vogliono porsi costoro nelle morali condizioni, che son
    richieste per ottenerla. Or questa esperienza, poi che l'abbia alcuno
    conseguita, è quella che lo costituisce propriamente e veramente
    credente. Quanto siamo qui lontani dagli insegnamenti cattolici!
    Simili vaneggiamenti li abbiamo già uditi condannare dal Concilio
    Vaticano. Vedremo più oltre come, con siffatte teorie, congiunte agli
    altri errori già mentovati, si spalanchi la via all'ateismo. Qui
    giova subito notare che, posta questa dottrina dell'esperienza
    unitamente all'altra del simbolismo, ogni religione, sia pure quella
    degl'idolatri, deve ritenersi siccome vera. Perché infatti non sarà
    possibile che tali esperienze s'incontrino in ogni religione? E che
    si siano di fatto incontrate non pochi lo pretendono. E con qual
    diritto modernisti negheranno la verità ad una esperienza affermata
    da un islamita? con qual diritto rivendicheranno esperienze vere pei
    soli cattolici? Ed infatti i modernisti non negano, concedono anzi,
    altri velatamente altri apertissimamente, che tutte le religioni son
    vere. E che non possano sentire altrimenti, è cosa manifesta.
    Imperocché per qual capo, secondo i loro placiti, potrebbe mai ad una
    religione, qual che si voglia, attribuirsi la falsità? Senza dubbio
    per uno di questi due: o per la falsità del sentimento religioso, o
    per la falsità della formola pronunziata dalla mente. Ora il
    sentimento religioso, benché possa essere più o meno perfetto, è
    sempre uno: la formola poi intellettuale, perché sia vera, basta che
    risponda al sentimento religioso ed al credente, checché ne sia della
    forza d'ingegno in costui. Tutt'al più, nel conflitto fra diverse
    religioni, i modernisti potranno sostenere che la cattolica ha più di
    verità perché più vivente, e merita con più ragione il titolo di
    cristiana, perché risponde più pienamente alle origini del
    cristianesimo. Che dalle premesse date scaturiscano siffatte
    conseguenze, non può per fermo sembrare assurdo. Assurdissimo è
    invece che cattolici e sacerdoti, i quali, come preferiamo credere,
    aborrono da tali enormità, si portino in fatto quasi le ammettessero.
    Giacché tali sono le lodi che tributano ai maestri di siffatti
    errori, tali gli onori che rendono loro pubblicamente, da dar
    agevolmente a supporre che essi non onorano già le persone, forse non
    prive di un qualche merito, ma piuttosto gli errori che quelle
    professano apertamente e cercano a tutt'uomo propagare.
    b) esperienza e tradizione
    Ma, oltre al detto, questa dottrina dell'esperienza è per un altro
    verso contrarissima alla cattolica verità. Imperocché viene essa
    estesa ed applicata alla tradizione quale finora fu intesa dalla
    Chiesa, e la distrugge. Ed infatti dai modernisti è la tradizione
    così concepita che sia una comunicazione dell'esperienza originale
    fatta agli altri, mercè la predicazione, per mezzo della formola
    intellettuale. A questa formola perciò, oltre al valore
    rappresentativo, attribuiscono una tal quale efficacia di
    suggestione, che si esplica tanto in colui che crede, per risvegliare
    il sentimento religioso a caso intorpidito e rinnovar l'esperienza
    già avuta una volta, quanto in coloro che ancor non credono, per
    suscitare in essi la prima volta il sentimento religioso e produrvi
    l'esperienza. Di questa guisa l'esperienza religiosa si viene a
    propagare fra i popoli; né solo nei presenti per via della
    predicazione, ma anche fra i venturi sì per mezzo dei libri e sì per
    la trasmissione orale dagli uni agli altri. Avviene poi che una
    simile comunicazione dell'esperienza si abbarbichi talora e viva,
    talora isterilisca subito e muoia. Il vivere è pei modernisti prova
    di verità; giacché verità e vita sono per essi una medesima cosa. Dal
    che è dato inferir di nuovo, che tutte le religioni, quante mai ne
    esistono, sono egualmente vere, poiché se nol fossero non vivrebbero.
    E tutto questo si spaccia per dare un concetto più elevato e più
    ampio della religione!
    c) Relazione tra la scienza e la fede. Conseguenze
    Condotte fin qui le cose, o Venerabili Fratelli, abbiamo abbastanza
    in mano per conoscere qual ordine stabiliscano i modernisti fra la
    fede e la scienza; con qual nome di scienza intendono essi ancor la
    storia. E in primo luogo si deve tenere che l'oggetto dell'una è
    affatto estraneo all'oggetto dell'altra e da questo separato.
    Imperocché la fede si occupa unicamente di cosa, che la scienza
    professa essere a sé inconoscibile. Quindi diverso il campo ad
    entrambe assegnato: la scienza è tutta nella realtà dei fenomeni, ove
    non entra affatto la fede: questa al contrario si occupa della realtà
    divina che alla scienza è del tutto sconosciuta. Dal che si viene a
    conchiudere che tra la fede e la scienza non vi può essere mai
    dissidio: giacché, se ciascuna tiene il suo campo, non potranno mai
    incontrarsi, né perciò contraddirsi. Che se a ciò si opponga, nel
    mondo visibile esservi cose che pure appartengono alla fede, come la
    vita umana di Cristo; i modernisti rispondono negando. Perché
    quantunque tali cose sieno nel novero dei fenomeni, pure, in quanto
    sono vissute dalla fede e, nel modo già indicato, sono state da essa
    trasfigurate e sfigurate, furono tolte dal mondo sensibile e
    trasferite ad essere materia del divino. Quindi, qualora più oltre si
    ricercasse se Cristo abbia fatto veri miracoli e vere profezie,
    severamente sia risorto ed asceso al Cielo; la scienza agnostica lo
    negherà, la fede lo affermerà; né perciò vi sarà lotta fra le due.
    Imperocché lo negherà il filosofo qual filosofo parlando a filosofie
    considerando unicamente Cristo nella sua realtà storica; l'affermerà
    il credente come credente parlando a credenti e considerando la vita
    di Cristo quale è vissuta dalla fede e nella fede.
    S'ingannerebbe però a partito chi, date queste teorie, si credesse
    autorizzato a credere, essere la fede e la scienza indipendenti l'una
    dall'altra. Si, della scienza ciò è fuori di dubbio; ma è ben altro
    della fede; la quale, non per uno ma per tre capi, deve andar
    soggetta alla scienza. Imperocché da riflettersi in primo luogo che
    in ogni fatto religioso, toltane la realtà divina e l'esperienza che
    di essa ha chi crede, tutto il rimanente ed in specialità le formole
    religiose, non escono dal campo dei fenomeni: e cadono quindi sotto
    il dominio della scienza. Esca pure il credente dal mondo, se gli
    vien fatto; finché però resterà nel mondo, non potrà mai sottrarsi,
    lo voglia o no, alle leggi, all'osservazione, ai giudizi della
    scienza e della storia. Di più, benché sia detto che Dio è oggetto
    della sola fede, ciò nondimeno deve solo intendersi della realtà
    divina, non già della idea di Dio. L'idea di Dio è pur essa
    sottoposta alla scienza; la quale, mentre spazia nell'ordine logico,
    si solleva fino all'assoluto ed all'ideale. È dunque diritto della
    filosofia o della scienza sindacare l'idea di Dio, dirigerla nella
    sua evoluzione, correggerla qualora vi si immischi qualche elemento
    estraneo: quindi il ripetere che fanno i modernisti che l'evoluzione
    religiosa deve essere coordinata colla evoluzione morale ed
    intellettuale; ossia, come insegna uno dei loro maestri, deve essere
    subordinata. Per ultimo è pur da osservare che l'uomo non soffre in
    sé dualismo: per la qual cosa il credente prova in se stesso un
    intimo bisogno di armonizzare siffattamente la fede colla scienza che
    non si opponga al concetto generale che scientificamente si ha
    dell'universo. Così dunque si evince essere la scienza affatto libera
    dalla libera fede; la fede invece, tuttoché si decanti estranea alla
    scienza, essere a questa sottoposta. Le quali cose tutte, Venerabili
    Fratelli, sono diametralmente contrarie a ciò che insegnava il Nostro
    Antecessore Pio IX: "Essere dovere della filosofia, in materia di
    religione, non dominare ma servire, non prescrivere ciò che si debba
    credere, ma abbracciarlo con ragionevole ossequio, né scrutar
    l'altezza dei misteri di Dio, ma piamente ed umilmente venerarla"
    (Breve al Vescovo di Breslavia, 15 giugno 1857). I modernisti
    invertono del tutto le parti. Ond'è che ad essi può applicarsi ciò
    che l'altro Nostro Predecessore Gregorio IX scriveva di taluni
    teologi del suo tempo: "Alcuni fra voi, gonfi come otri dello spirito
    di vanità, si sforzano con novità profana di valicare i termini
    segnati dai Padri; piegando alla dottrina filosofica dei razionali
    l'intelligenza delle pagine Celesti, non per profitto degli uditori
    ma per far pompa di scienza... Questi sedotti da dottrine diverse e
    peregrine, tramutano in coda il capo e costringono la regina a
    servire all'ancella" (Lettera ai maestri di Teologia di Parigi, 7
    luglio 1223).
    Il che parrà più manifesto dalla condotta stessa dei modernisti,
    interamente conforme a quel che insegnano. Negli scritti e nei
    discorsi sembrano essi non rare volte sostenere ora una dottrina ora
    un'altra, talché si è facilmente indotti a giudicarli vaghi ed
    incerti. Ma tutto ciò è fatto avvisatamente; per l'opinione cioè che
    sostengono della mutua separazione della fede e della scienza. Quindi
    avviene che nei loro libri si incontrano cose che ben direbbe un
    cattolico; ma, al voltar della pagina, si trovano altre che si
    stimerebbero dettate da un razionalista. Di qui, scrivendo storia,
    non fanno pur menzione della divinità di Cristo; predicando invece
    nelle chiese, l'affermano con risolutezza. Di qui parimente, nella
    storia non fanno nessun conto né di Padri né di Concilî; ma se
    catechizzano il popolo, li citano con rispetto. Di qui, distinguono
    l'esegesi teologica e pastorale dall'esegesi scientifica e storica.
    Similmente dal principio che la scienza non ha dipendenza alcuna
    dalla fede, quando trattano di filosofia, di storia, di critica, non
    avendo orrore di premere le orme di Lutero (Prop. 29, condannata da
    Leone X, Bolla. "Exsurge Domine", 15 maggio 1520: "Ci si è aperta la
    strada per isnervare l'autorità dei Concilî e contraddire liberamente
    alle loro deliberazioni, e giudicare i lor decreti e confessare
    arditamente tutto ciò che ci sembra vero, sia approvato o condannato
    da qualunque Concilio"), fanno pompa di un certo disprezzo delle
    dottrine cattoliche, dei santi Padri, dei sinodi ecumenici, del
    magistero ecclesiastico: e se vengono di ciò ripresi, gridano alla
    manomissione della libertà. Da ultimo, posto l'aforisma che la fede
    deve soggettarsi alla scienza, criticano di continuo e all'aperto la
    Chiesa, perché con somma ostinatezza rifiuta di sottoporre ed
    accomodare i suoi dogmi alle opinioni della filosofia: ed essi, da
    parte loro, messa fra i ciarpami la vecchia teologia, si adoperano di
    porne in voga una nuova, tutta ligia ai deliramenti dei filosofi.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  4. #4
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    Predefinito Rif: Pascendi Dominici Gregis

    III – TEOLOGIA DEL MODERNISMO
    a) Conciliazione tra fede e scienza. Immanenza teologica: simbolismo
    teologico
    Con che, Venerabili Fratelli, Ci si dà finalmente il passo per
    osservare i modernisti sull'arena teologica. Difficile compito: ma
    con poco potremo trarCi d'impaccio. Il fine da ottenere è la
    conciliazione della fede colla scienza, restando però sempre incolume
    il primato della scienza sulla fede. In questo affare il teologo
    modernista si giova degli stessissimi principî che vedemmo usati
    dalla filosofia, adattandoli al credente; ciò sono i principî
    dell'immanenza e del simbolismo. Ed ecco con quanta speditezza compie
    egli il suo lavoro. Ha detto il filosofo: "Il principio della fede è
    immanente"; il credente ha soggiunto: "Questo principio è Dio";il
    teologo dunque conclude: "Dio è immanente nell'uomo". Di qui l'essere
    dell'immanenza teologica. Parimente: il filosofo ha ritenuto come
    certo che le "rappresentazioni dell'oggetto della fede sono
    semplicemente simboliche"; il credente ha affermato che "l'oggetto
    della fede è Dio in se stesso"; il teologo adunque pronunzia: "Le
    rappresentazioni della realtà divina sono simboliche". Di qui il
    simbolismo teologico. Errori per verità enormi; i quali quanto sieno
    perniciosi, si vedrà luminosamente nell'osservarne le conseguenze.
    Infatti, per dir subito del simbolismo, i simboli essendo tali in
    relazione all'oggetto, ed in relazione al credente non essendo che
    istrumenti, fa mestieri innanzi tutto, così insegnano i modernisti,
    che il credente non si attacchi troppo alla formola, ma se ne giovi
    solo allo scopo di unirsi all'assoluta verità, di cui la formola
    rivela insieme e nasconde, si sforza cioè di esprimere ma senza mai
    riuscirvi. Vogliono in secondo luogo che il credente usi di tali
    formole tanto quanto gli sono utili, poiché sono date per giovamento
    e non per averne intralcio; salvo, s'intende, il rispetto che, per
    riguardi sociali, si deve alle formole giudicate acconce dal pubblico
    magistero ad esprimere la coscienza comune, finché però lo stesso
    magistero non stabilisca altrimenti. Quanto poi all'immanenza, non è
    agevole determinare ciò che per essa intendano i modernisti; giacché
    diverse sono fra essi le opinioni. Altri la pongono in ciò, che Dio
    operante sia intimamente presente nell'uomo, più che non sia l'uomo a
    sé stesso; il che, sanamente inteso, non può riprendersi. Altri
    pretendono che l'azione divina sia una coll'azione della natura, come
    di causa prima con quella di causa seconda; e ciò distruggerebbe
    l'ordine soprannaturale. Altri per ultimo la spiegano in modo da dar
    sospetto di un senso panteistico; il che, a dir vero, è più coerente
    col rimanente delle loro dottrine.
    b) Permanenza divina
    A questo postulato dell'immanenza un altro poi se ne aggiunge, che si
    può intitolare dalla permanenza divina: e l'una dall'altra si fa
    differire quasi a quel modo stesso, che l'esperienza privata
    differisce dall'esperienza trasmessa per tradizione. Un esempio
    illustrerà il concetto: e sia l'esempio della Chiesa e dei
    Sacramenti. La Chiesa, dicono, e i Sacramenti non si devon credere
    come istituiti da Cristo stesso. Vieta ciò l'agnosticismo, che in
    Cristo non riconosce nulla più che un uomo, la cui coscienza
    religiosa, come quella di ogni altro uomo, si è formata a poco a
    poco; lo vieta la legge dell'immanenza, che non ammette, per dirlo
    con una loro parola, esterne applicazioni; lo vieta pure la legge
    dell'evoluzione, che per lo svolgersi dei germi richiede tempo ed una
    certa serie di circostanze; lo vieta finalmente la storia, che mostra
    tale di fatto essere stato il corso delle cose. Però è da tenersi che
    Chiesa e Sacramenti furono istituiti mediatamente da Cristo. Ma in
    qual modo? eccolo. Le coscienze tutte cristiane, essi dicono, furono
    virtualmente inchiuse nella coscienza di Gesù Cristo, come la pianta
    nel seme. Or poiché i germi vivono la vita del seme, così deve
    affermarsi che tutti i cristiani vivono la vita di Cristo. Ma la vita
    di Cristo, secondo la fede, è divina; dunque anche quella dei
    cristiani. Se pertanto questa vita, nel corso dei secoli, diede
    origine alla Chiesa e ai Sacramenti, con ogni diritto si potrà dire
    che tale origine è da Cristo ed è divina. Nello stesso modo provano
    esser divine le Scritture e divini i dogmi. E con ciò la teologia
    moderna può dirsi compiuta. Esigua cosa a dir vero, ma più che
    abbondante per chi professa doversi sempre ed in tutto rispettare le
    conclusioni della scienza. L'applicazione poi di queste teorie agli
    altri punti che verremo esponendo potrà ognuno farla di per sé
    stesso.
    c) I germi della fede. Loro origine e natura
    Abbiam parlato finora della origine e della natura della fede. Ma
    molti essendo i germi di questa, e principali fra essi la Chiesa, il
    dogma, il culto, i Libri sacri, di questi eziandio è da conoscere ciò
    che insegnano i modernisti. E per farci dal dogma, l'origine e la
    natura di esso quale sia, si è già indicato più sopra. Nasce il dogma
    dal bisogno che prova il credente di lavorare sul suo pensiero
    religioso, sì da rendere la sua e l'altrui coscienza sempre più
    chiara. Tale lavorio consiste tutto nell'indagare ed esporre la
    formola primitiva, non già in se stessa e razionalmente, ma rispetto
    alle circostanze o, come più astrusamente dicono, vitalmente. Di qui
    si ha che intorno alla medesima si vadano formando delle formole
    secondarie, che poi sintetizzate e riunite in un'unica costruzione
    dottrinale, quando questa sia suggellata dal pubblico magistero come
    rispondente alla coscienza comune, si chiamerà dogma. Dal dogma son
    da distinguersi accuratamente le speculazioni teologiche; le quali
    però, benché non vivano della vita del dogma, pur tuttavia non sono
    inutili sì per armonizzare la religione colla scienza e togliere fra
    loro ogni contrasto, sì per lumeggiare esternamente e difendere la
    religione stessa; e chi sa che forse non giovino altresì per preparar
    la materia di un dogma futuro. Del culto poi non vi sarebbe gran che
    da dire, se sotto questo nome non venissero eziandio i Sacramenti,
    intorno ai quali sono gravissimi gli errori dei modernisti. Il culto
    vogliono che risulti da un doppio bisogno; giacché, torniamo ad
    osservarlo, nel loro sistema tutto va attribuito ad intimi bisogni.
    L'uno è quello di dare alla religione alcunché di sensibile; l'altro
    è il bisogno di propagarla, il che non potrebbe avvenire senza una
    qualche forma sensibile e senza atti santificanti, che diconsi
    Sacramenti. Quanto poi ai Sacramenti, essi pei modernisti si riducono
    a meri simboli o segni, non però privi di efficacia; efficacia che
    essi cercano di spiegare coll'esempio di certe cotali parole che
    volgarmente diconsi aver fatto fortuna, per avere acquistata la forza
    di diffondere talune idee potenti e che colpiscono grandemente gli
    animi. Come quelle parole sono ordinate alle dette idee, così i
    Sacramenti al sentimento religioso: nulla di vantaggio. Parlerebbero
    certamente più chiaro ove affermassero che i Sacramenti sono
    istituiti unicamente per nutrir la fede. Ma ciò è condannato dal
    Concilio di Trento (Sess. VII, de Sacramentis in genere, can. 5): "Se
    alcuno dirà che questi Sacramenti sono istituiti solo per nutrir In
    fede, sia anatema".
    Della natura ancora e dell'origine dei Libri sacri già si è toccato.
    Secondo il pensare dei modernisti, si può ben definirli una raccolta
    di esperienze: non di quelle, che comunemente si hanno da ognuno, ma
    delle straordinarie e più insigni che siensi avute in una qualche
    religione. E così essi appunto insegnano a riguardo dei nostri libri
    del Vecchio e del Nuovo Testamento. A lor comodo però, notano assai
    scaltramente che, sebbene l'esperienza sia del presente, può
    tuttavolta prender materia dal passato ed eziandio dal futuro, in
    quanto che il credente o per la memoria rivive il passato a maniera
    del presente, o vive già per anticipazione l'avvenire. Ciò giova a
    dar modo di computare fra i Libri santi anche gli storici e gli
    apocalittici. Così adunque in questi libri parla bensì Iddio per
    mezzo del credente; ma, come vuole la teologia modernistica, solo per
    immanenza e permanenza vitale. Vorrà sapersi, in che consista dopo
    ciò l'ispirazione? Rispondono che non si distingue, se non forse per
    una certa maggiore veemenza, dal bisogno che sente il credente di
    manifestare a voce e per scritto la propria fede. È alcun che di
    simile a quello che si avvera nella ispirazione poetica; per cui un
    cotale diceva: È Dio in noi, da Lui agitati noi c'infiammiamo. È
    questo appunto il modo onde Dio deve dirsi origine della ispirazione
    dei Libri sacri. Affermano inoltre i modernisti che nulla vi è in
    questi libri che non sia ispirato. Nel che potrebbe taluno crederli
    più ortodossi di certi altri moderni che restringono alquanto la
    ispirazione, come, a mo' di esempio, nelle così dette citazioni
    tacite. Ma queste non sono che lustre e parole. Imperciocché se,
    secondo l'agnosticismo, riteniamo la Bibbia come un lavoro umano
    fatto da uomini per servigio di uomini, salvo pure al teologo di
    chiamarla divina per immanenza, come mai l'ispirazione potrebbe in
    essa restringersi? Sì, i modernisti affermano un'ispirazione totale:
    ma, nel senso cattolico, non ne ammettono in fatto veruna.
    d) Chiesa: sua origine, natura e diritti
    Più larga materia ci offre ciò che la scuola dei modernisti
    fantastica a riguardo della Chiesa. È qui da presupporre che la
    Chiesa secondo essi è frutto di due bisogni: uno nel credente, specie
    se abbia avuta qualche esperienza originale e singolare, di
    comunicare ad altri la propria fede; l'altro nella collettività, dopo
    che la fede si è fatta comune a molti, di aggrupparsi in società e di
    conservare, accrescere e propagare il bene comune. Che cosa è dunque
    la Chiesa? un parto della coscienza collettiva, ossia collettività di
    coscienze individuali; le quali, in forza della permanenza vitale,
    pendono tutte da un primo credente, cioè pei cattolici da Cristo. Ora
    ogni società ha bisogno di un'autorità che la regga: il cui compito
    sia dirigere gli associati al fine comune, e conservare saggiamente
    gli elementi di coesione, i quali in una società religiosa sono la
    dottrina ed il culto. Perciò nella Chiesa cattolica una triplice
    autorità: disciplinare, dogmatica, culturale. La natura poi di questa
    autorità dovrà desumersi dalla sua origine; e dalla natura si
    dovranno a loro volta dedurre i diritti e i doveri. Fu errore volgare
    dell'età passata che l'autorità sia venuta alla Chiesa dal di fuori,
    cioè immediatamente da Dio: e perciò era giustamente ritenuta
    autocratica. Ma queste sono teorie oggimai passate di moda. Come la
    Chiesa è emanata dalla collettività delle coscienze, cosi l'autorità
    emana vitalmente dalla stessa Chiesa. Pertanto l'autorità del pari
    che la Chiesa nasce dalla coscienza religiosa, e perciò alla medesima
    resta soggetta: e se venga meno a siffatta soggezione, si volge in
    tirannide. Nei tempi che corrono il sentimento di libertà è giunto al
    suo pieno sviluppo. Nello stato civile la pubblica coscienza ha
    voluto un regime popolare. Ma la coscienza dell'uomo, come la vita, è
    una sola. Se dunque l'autorità della Chiesa non vuol suscitare e
    mantenere una guerra intestina nelle coscienze umane, uopo è che si
    pieghi anch'essa a forme democratiche; tanto più che, a negarvisi, lo
    sfacelo sarebbe imminente. È da pazzo il credere che possa aversi un
    regresso nel sentimento di libertà quale domina al presente. Stretto
    e rinchiuso con violenza strariperà più potente, distruggendo insieme
    la religione e la Chiesa. Fin qui il ragionare dei modernisti: e la
    conseguenza è, che sono tutti intesi a trovar modi per conciliare
    l'autorità della Chiesa colla libertà dei credenti.
    e) Chiesa e Stato
    Se non che non solamente fra le sue stesse pareti trova la Chiesa con
    chi doversi comporre amichevolmente, ma eziandio fuori. Non è sola
    essa ad occupare il mondo: l'occupano insieme altre società, colle
    quali non può aver uso e commercio. Convien dunque determinare quali
    sieno i diritti e i doveri della Chiesa verso le società civili; e
    ben s'intende che tale determinazione deve esser desunta dalla natura
    della Chiesa stessa, quale i modernisti l'hanno descritta. Le regole
    perciò da usarsi son quelle stesse che sopra si adoperarono per la
    scienza e la fede. Ivi parlavasi di oggetti, qui di fini. Come
    adunque, per ragione dell'oggetto, si dissero la fede e la scienza
    vicendevolmente estranee, così lo Stato e la Chiesa sono l'uno
    all'altra estranei pel fine a cui tendono, temporale per lo Stato,
    spirituale pella Chiesa. Fu d'altre età il sottomettere il temporale
    allo spirituale; il parlarsi di questioni miste, nelle quali la
    Chiesa interveniva quasi signora e regina, perché la Chiesa sl
    stimava istituita immediatamente da Dio, come autore dell'ordine
    soprannaturale. Ma la filosofia e la storia non più ammettono cotali
    credenze. Adunque lo Stato deve separarsi dalla Chiesa e per egual
    ragione il cattolico dal cittadino. Di qui è, che il cattolico,
    perché insieme cittadino, ha diritto e dovere, non curandosi
    dell'autorità della Chiesa, dei suoi desiderî, consigli e comandi,
    sprezzate altresì le sue riprensioni, di far quello che giudicherà
    espediente al bene della patria. Voler imporre al cittadino una linea
    di condotta sotto qualsiasi pretesto è un vero abuso di potere
    ecclesiastico da respingersi con ogni sforzo. Le teorie, o Venerabili
    Fratelli, onde promanano tutti questi errori, son quelle appunto che
    il Nostro Predecessore Pio VI già condannò solennemente nella
    Costituzione Apostolica "Auctorem Fidei" (Prop. 2). "La proposizione
    che stabilisce che la potestà è stata da Dio data alla Chiesa, perché
    fosse comunicata ai Pastori, che sono ministri di lei per la salute
    delle anime; così intesa, che la potestà del ministero e regime
    ecclesiastico si derivi nei Pastori dalla Comunità dei fedeli:
    eretica". Prop. 3. "Inoltre quella che stabilisce il Romano Pontefice
    esser capo ministeriale; così spiegata che il Romano Pontefice, non
    da Cristo nella persona del Beato Pietro, ma dalla Chiesa abbia avuta
    la potestà del ministero, di cui come successore di Pietro, vero
    Vicario di Cristo e capo di tutta la Chiesa, gode nella Chiesa
    universa: eretica").
    Ma non basta alla scuola dei modernisti che lo Stato sia separato
    dalla Chiesa. Come la fede, quanto agli elementi fenomenici, deve
    sottostare alla scienza, così nelle cose temporali la Chiesa ha da
    soggettarsi allo Stato. Questo forse non l'asseriscono essi peranco
    apertamente; ma per forza di raziocinio sono costretti ad ammetterlo.
    Imperocché, concesso che lo Stato abbia assoluta padronanza in tutto
    ciò che è temporale, se avvenga che il credente, non pago della
    religione dello spirito, esca in atti esteriori, quali per mo' di
    esempio, l'amministrarsi o il ricevere dei Sacramenti, bisognerà che
    questi cadano sotto il dominio dello Stato. E che sarà dopo ciò
    dell'autorità ecclesiastica? Siccome questa non si spiegasse non per
    atti esterni, sarà in tutto e per tutto assoggettata al potere
    civile. È questa ineluttabile conseguenza che trascina molti fra i
    protestanti liberali a sbarazzarsi di ogni culto esterno, anzi d'ogni
    esterna società religiosa, i quali invece si adoprano di porre in
    voga una religione che chiamano individuale. Che se i modernisti, a
    luce di sole, non si spingono ancora tant'oltre, insistono intanto
    perché la Chiesa si pieghi spontaneamente ove essi la voglion trarre
    e si acconci alle forme civili. Tutto ciò per l'autorità
    disciplinare. Più gravi assai e perniciose sono le loro affermazioni
    a riguardo dell'autorità dottrinale e dogmatica. Circa il magistero
    ecclesiastico così essi la pensano: la società religiosa non può
    veramente essere una senza unità di coscienza nei suoi membri e senza
    unita di formola. Ma questa duplice unità richiede, per così dire,
    una mente comune, a cui spetti trovare e determinare la formola, che
    meglio risponda alla coscienza comune: alla qual mente fa d'uopo
    inoltre attribuire un'autorità bastevole, perché possa imporre alla
    comunanza la formola stabilita. Or nell'unione è quasi fusione della
    mente designatrice della formola e dell'autorità che la impone,
    ritrovano i modernisti il concetto del magistero ecclesiastico.
    Poiché dunque in fin dei conti il magistero non nasce che dalle
    coscienze individuali ed a bene delle stesse coscienze ha imposto un
    pubblico ufficio; ne consegue di necessità che debba dipendere dalle
    medesime coscienze e debba quindi avviarsi a forme democratiche. Il
    proibire pertanto alle coscienze degli individui che facciano
    pubblicamente sentire i loro bisogni; non soffrire chela critica
    spinga il dogma verso necessarie evoluzioni, non è già uso di
    potestà, data per pubblico bene, ma abuso. Similmentene l'uso stesso
    della potestà fa di mestieri serbare modo e misura. Sa di tirannide
    condannare un libro all'insaputa dell'autore, senza ammettere
    spiegazioni di sorta né discussione. Adunque qui pure è da ricercarsi
    una via di mezzo che salvi insieme i diritti dell'autorità e della
    libertà. Nel frattempo il cattolico si regolerà in guisa che non
    lasci pubblicamente di protestarsi rispettosissimo dell'autorità,
    continuando però sempre ad operare a suo talento. In generale
    vogliono ammonita la Chiesa che, poiché il fine della potestà
    ecclesiastica è tutto spirituale, disdice ogni esterno apparato di
    magnificenza con che essa si circonda agli occhi delle moltitudini.
    Nel che non riflettono che se la religione è essenzialmente
    spirituale non c tuttavia ristretta al solo spirito; e che l'onore
    tributato all'autorità ridonda su Gesù Cristo che ne fu istitutore.
    f) Sviluppo dei germi della fede. Evoluzione
    Per compiere tutta questa materia della fede e dei diversi suoi
    germi, rimane da ultimo, Venerabili Fratelli, che ascoltiamo le
    teorie dei modernisti circa lo sviluppo dei medesimi. È lor principio
    generale che in una religione vivente tutto debba essere mutevole e
    mutarsi di fatto. Di qui fanno passo a quella che è delle principali
    fra le loro dottrine, vogliam dire all'evoluzione. Dogma dunque,
    Chiesa, culto, Libri sacri, anzi la fede stessa, se non devon esser
    cose morte, fa mestieri che sottostiano alle leggi dell'evoluzione.
    Siffatto principio non si udrà con istupore da chi rammenti quanto i
    modernisti son venuti affermando intorno a ciascuno di questi
    oggetti. Posta pertanto la legge dell'evoluzione, i modernisti stessi
    ci descrivono in qual maniera l'evoluzione si effettui. E cominciamo
    dalla fede. La forma primitiva, essi dicono, della fede fu
    rudimentaria e comune indistintamente a tutti gli uomini; giacché
    nasceva dalla natura e dalla vita umana. Il progresso si ebbe per
    sviluppo vitale; che è quanto dire non per aggiunta di nuove forme
    apportate dal di fuori, ma per una crescente penetrazione nella
    coscienza del sentimento religioso. Doppio indi fu il modo di
    progredire nella fede: prima negativamente, col depurarsi da ogni
    elemento estraneo, come ad esempio dal sentimento di famiglia o di
    nazionalità; quindi positivamente, mercè il perfezionarsi
    intellettuale e morale dell'uomo, per cui l'idea divina sl ampliò ed
    illustrò e il sentimento religioso divenne più squisito. Del
    progresso della fede non altre cause assegnar si possono che quelle
    stesse onde già si spiegò la sua origine. Alle quali però fa d'uopo
    aggiungere quei genii religiosi, che noi chiamiamo profeti e dei
    quali Cristo fu il sommo; sì perché nella vita o nelle parole ebbero
    un certo che di misterioso, che la fede attribuiva alla divinità, e
    sì perché toccaron loro esperienze nuove ed originali in piena
    armonia coi bisogni del loro tempo. Il progresso del dogma nasce
    principalmente dal bisogno di superare gli ostacoli della fede, di
    vincere gli avversari, di ribattere le difficoltà, senza dire dello
    sforzo continuo di viemeglio penetrare gli arcani della fede. Così,
    per tacer di altri esempi, è avvenuto di Cristo; in cui, quel più o
    meno divino, che la fede in esso ammetteva, si venne gradatamente
    amplificando in modo, che finalmente fu ritenuto per Dio. Lo stimolo
    precipuo di evoluzione del culto sarà il bisogno di adattarsi agli
    usi ed alle tradizioni dei popoli; come altresì di usufruire della
    virtù che certi atti hanno ricevuto dall'usanza. La Chiesa finalmente
    trova la sua ragione di evolversi nel bisogno di accomodarsi alle
    condizioni storiche e di accordarsi colle forme di civil governo
    pubblicamente adottate. Così i modernisti di ciascun capo in
    particolare. E qui, innanzi di farCi oltre, bramiamo che ben si
    avverta di nuovo a questa loro dottrina dei bisogni; giacché essa,
    oltreché di quanto finora abbiam visto, è quasi base e fondamento di
    quel vantato metodo che chiamano storico.
    g) Forza progressiva e conservatrice nell Chiesa
    Or, restando tuttavia nella teoria della evoluzione, vuole di più
    osservarsi che quantunque i bisogni servano di stimolo per la
    evoluzione, essa nondimeno, regolata unicamente da siffatti stimoli,
    valicherebbe facilmente i termini della tradizione, e strappata così
    dal primitivo principio vitale, meglio che a progresso menerebbe a
    rovina. Quindi studiando più a fondo il pensiero dei modernisti, deve
    dirsi che l'evoluzione è come il risultato di due forze che si
    combattono, delle quali una è progressiva, l'altra conservatrice. La
    forza conservatrice sta nella Chiesa e consiste nella tradizione.
    L'esercizio di lei è proprio dell'autorità religiosa; e ciò, sia per
    diritto, giacché sta nella natura di qualsiasi autorità il tenersi
    fermo il più possibile alla tradizione; sia per fatto, perché
    sollevata al disopra delle contingenze della vita, poco o nulla sente
    gli stimoli che spingono a progresso. Per contrario la forza che,
    rispondendo ai bisogni, trascina a progredire, cova e lavora nelle
    coscienze individuali, in quelle soprattutto che sono, come dicono,
    più a contatto della vita. Osservate qui di passaggio, o Venerabili
    Fratelli, lo spuntar fuori di quella dottrina rovinosissima che
    introduce il laicato nella Chiesa come fattore di progresso. Da una
    specie di compromesso fra le due forze di conservazione e di
    progressione, fra l'autorità cioè e le coscienze individuali, nascono
    le trasformazioni e i progressi. Le coscienze individuali, o talune
    di esse, fan pressione sulla coscienza collettiva; e questa a sua
    volta sull'autorità, e la costringe a capitolare ed a restare ai
    patti. Ciò ammesso, ben si comprendono le meraviglie che fanno i
    modernisti, se avvenga che siano biasimati o puniti. Ciò che loro sia
    scrive a colpa, essi l'hanno per sacrosanto dovere. Niuno meglio di
    essi conosce i bisogni delle coscienze perché si trovano con queste a
    più stretto contatto che non si trovi la potestà ecclesiastica.
    Incarnano quasi in sé quei bisogni tutti: e quindi il dovere per loro
    di parlare apertamente e di scrivere. Li biasimi pure l'autorità, la
    coscienza del dovere li sostiene, e sanno per intima esperienza di
    non meritare riprensioni ma encomii. Pur troppo essi sanno che i
    progressi non si hanno senza combattimenti, né combattimenti senza
    vittime: e bene, saranno essi le vittime, come già i profeti e
    Cristo. Né perché siano trattati male, odiano l'autorità: concedono
    che ella adempia il suo dovere. Solo rimpiangono di non essere
    ascoltati, perché in tal guisa il progredire degli animi si ritarda:
    ma verrà senza meno il tempo di rompere gl'indugi, giacché le leggi
    dell'evoluzione si possono raffrenare, ma non possono affatto
    spezzarsi. E così continuano il lor cammino, continuano benché
    ripresi e condannati, celando un'incredibile audacia col velo di
    un'apparente umiltà. Piegano fintamente il capo: ma la mano e la
    mente proseguono con più ardimento il loro lavoro. E così essi
    operano scientemente e volentemente; sì perché è loro regola che
    l'autorità debba essere spinta, non rovesciata; si perché hanno
    bisogno di non uscire dalla cerchia della Chiesa per poter cangiare a
    poco a poco la coscienza collettiva; il che quando dicono, non si
    accorgono di confessare che la coscienza collettiva dissente da loro,
    e che quindi con nessun diritto essi si dànno interpreti della
    medesima.
    Per detto adunque e per fatto dei modernisti nulla, o Venerabili
    Fratelli, vi deve essere di stabile, nulla di immutabile nella
    Chiesa. Nella qual sentenza non mancarono ad essi dei precursori,
    quelli cioè dei quali il Nostro Predecessore Pio IX già scriveva:
    "Questi nemici della divina rivelazione, che estollono con altissime
    lodi l'umano progresso, vorrebbero, con temerario e sacrilego
    ardimento, introdurlo nella cattolica religione, quasi che la stessa
    religione fosse opera non di Dio ma degli uomini o un qualche
    ritrovato filosofico che con mezzi umani possa essere perfezionato"
    (Enc. "Qui pluribus", 9 nov. 1846). Circa la rivelazione specialmente
    e circa il dogma, la dottrina dei modernisti non ha filo di novità;
    ma è quella stessa che nel Sillabo di Pio IX ritroviamo condannata,
    così espressa: "La divina rivelazione è imperfetta e perciò soggetta
    a continuo ed indefinito progresso, che risponda a quello dell'umana
    ragione" (Sillabo, Prop. V); più solennemente poi la troviamo
    riprovata dal Concilio Vaticano in questi termini: "Né la dottrina
    della fede, che Dio rivelò, è proposta agli umani ingegni da
    perfezionare come un ritrovato filosofico, ma come un deposito
    consegnato alla Sposa di Cristo, da custodirsi fedelmente e da
    dichiararsi infallibilmente. Quindi dei sacri dogmi altresì deve
    sempre ritenersi quel senso che una volta dichiarò la Santa Madre
    Chiesa, né mai deve allontanarsi da quel senso sotto pretesto e nome
    di più alta intelligenza" (Const. Dei Filius, cap. IV). Col che senza
    dubbio l'esplicazione nelle nostre cognizioni, anche circa la fede,
    tanto è lungi che venga impedita, che anzi ne è aiutata e promossa.
    Laonde lo stesso Concilio prosegue dicendo: "Cresca dunque e molto e
    con slancio progredisca l'intelligenza, la scienza, la sapienza così
    dei singoli come di tutti, così di un sol uomo come di tutta la
    Chiesa coll'avanzare delle età e dei secoli; ma solo nel suo genere,
    cioè nello stesso dogma, nello stesso senso e nella stessa sentenza"
    (Loc. cit.).
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  5. #5
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    Predefinito Rif: Pascendi Dominici Gregis

    IV – STORIA E CRITICA DEL MODERNISMO
    Ma ormai, dopo aver osservato nei seguaci del modernismo il filosofo,
    il credente, il teologo, resta che osserviamo parimente lo storico,
    il critico, l'apologista.
    Taluni dei modernisti, che si dànno a scrivere storia, paiono
    oltremodo solleciti di non passar per filosofi; che anzi professano
    di essere affatto ignari di filosofia. È ciò un tratto di finissima
    astuzia: affinché nessuno creda che essi sieno infetti di pregiudizi
    filosofici e non sieno perciò, come dicono, affatto obbiettivi. Ma il
    vero è, che la loro storia o critica non parla che con la lingua
    della filosofia; e le conseguenze che traggono, vengono di giusto
    raziocinio dai loro principî filosofici. Il che, a chi bene riflette,
    si fa subito manifesto. I primi tre canoni di questi tali storici o
    critici sono quegli stessi principî, che sopra riportammo dai
    filosofi: cioè l'agnosticismo, il teorema della trasfigurazione delle
    cose per la fede, e l'altro che Ci parve poter chiamare dello
    sfiguramento. Osserviamo le conseguenze che da ciascuno di questi si
    traggono. Dall'agnosticismo si ha che la storia, non meno che la
    scienza, si occupa solo dei fenomeni. Dunque, tanto Dio quanto un
    intervento qualsiasi divino nelle cose umane deve rimandarsi alla
    fede come di esclusiva sua pertinenza. Per lo che se trattasi di cosa
    in cui s'incontri un duplice elemento, divino ed umano come Cristo,
    la Chiesa, i Sacramenti e simili, dovrà dividersi e sceverarsi in
    modo che ciò che è umano si dia alla storia, ciò che è divino alla
    fede. Quindi quella distinzione comune fra i modernisti, fra un
    Cristo storico ed un Cristo della fede, una Chiesa della storia ed
    una Chiesa della fede, fra Sacramenti della storia e Sacramenti della
    fede e via dicendo. Dipoi questo stesso elemento umano, che vediamolo
    storico prendersi per sé quale essa si porge nei monumenti, deve
    ritenersi sollevato dalla fede per trasfigurazione al di là delle
    condizioni storiche. Conviene perciò separarne di nuovo tutte le
    aggiunte fattevi: cosi, trattandosi di Gesù Cristo, tutto quello che
    passa la condizione dell'uomo sia naturale, quale si dà dalla
    psicologia, sia risultante dal luogo e dal tempo in che visse. Di
    più, per terzo principio filosofico, pur quelle cose che non escono
    dalla cerchia della storia, le vagliano quasi e ne escludono,
    rimandandolo parimenti alla fede, tutto ciò che, secondo quanto
    dicono, non entra nella logica dei fatti o non era adatto alle
    persone. Di tal modo, vogliono che Cristo non abbia dette le cose che
    non sembrano essere alla portata del volgo. Quindi dalla storia reale
    di Lui cancellano e rimettono alla fede tutte le allegorie che
    incontransi nei suoi discorsi. Si vuol forse sapere con quali regole
    si compia questa cernita? Con quella del carattere dell'uomo, della
    condizione che ebbe nella società, della educazione, delle
    circostanze di ciascun fatto: a dir breve con una norma, se bene
    intendiamo, che si risolve per ultimo in mero soggettivismo. Si
    studiano cioé di prendere essi e quasi rivestire la persona di Gesù
    Cristo; ed a Lui ascrivono senza più quanto in simili circostanze
    avrebbero fatto essi stessi. Così dunque, per conchiudere, a priori,
    come suol dirsi, e coi principî di una filosofia, che essi ammettono
    ma ci asseriscono d'ignorare, nella storia che chiamano reale
    affermano Cristo non essere Dio né aver fatto nulla di divino; come
    uomo poi aver Lui fatto e detto quel tanto, che essi, riferendosi al
    tempo in cui Egli visse, Gli consentono di aver operato e parlato.
    Come poi la storia riceve dalla filosofia le sue conclusioni, così la
    critica le ha a sua volta dalla storia. Essendoché il critico
    seguendo gli indizi dati dallo storico, di tutti i documenti ne fa
    due parti. Tutto ciò che rimane, dopo il triplice taglio or ora
    descritto, lo assegna alla storia reale; il restante lo confina alla
    storia della fede, ossia alla storia interna. Giacché queste due
    storie distinguono diligentemente i modernisti; e, ciò che e ben da
    notarsi, alla storia della fede contrappongono la storia reale in
    quanto è reale. Perciò, come già si è detto, un doppio Cristo; l'uno
    reale, l'altro che veramente non mai esisté ma appartiene alla fede;
    l'uno che visse in determinato luogo e tempo, l'altro che solo
    s'incontra nelle pie meditazioni della fede; tale, per mo' d'esempio,
    è il Cristo descrittoci nell'Evangelio giovanneo, il qual Vangelo,
    affermano, non è che una meditazione.
    Ma qui non si arresta il dominio della filosofia nella storia. Fatta,
    come dicemmo, la divisione dei documenti in due parti, si presenta di
    nuovo il filosofo col suo principio dell'immanenza vitale, e
    prescrive che tutto quanto è nella storia della Chiesa debba
    spiegarsi per vitale emanazione. E poiché la causa o condizione di
    qualsiasi emanazione vitale deve ripetersi da un bisogno, si avrà che
    ogni avvenimento si dovrà concepire dopo il bisogno, e dovrà
    istoricamente ritenersi posteriore a questo. Che fa allora lo
    storico? Datosi a studiar di nuovo i documenti, tanto nei Libri sacri
    quanto ricevuti altronde, va tessendo un catalogo dei singoli bisogni
    che man mano si presentarono nella Chiesa sia per riguardo al dogma,
    sia per riguardo al culto od altre materie: e quel catalogo trasmette
    poscia al critico. E questi mette indi mano ai documenti destinati
    alla storia della fede e li distribuisce in guisa di età in età, che
    rispondano al datogli elenco; rammentando sempre il precetto che il
    fatto è preceduto dal bisogno e la narrazione dal fatto. Potrà ben
    darsi talora che talune parti della Sacra Scrittura, come le
    Epistole, sieno esse stesse il fatto creato dal bisogno. Checché sia
    però, deve aversi per regola che l'età di un documento qualsiasi non
    può determinarsi se non dall'età in cui ciascun bisogno si è
    manifestato nella Chiesa.
    Di più è da distinguere fra l'inizio di un fatto e la sua
    esplicazione; poiché ciò che può nascere in un giorno, non cresce se
    non col tempo. E questa è la ragione perché il critico debba
    novamente spartire in due i documenti già disposti per età,
    sceverando quelli che riguardano le origini di un fatto da quelli che
    appartengono al suo svolgimento, e questi eziandio ordini secondo il
    succedersi dei tempi.
    Ciò fatto, entra di nuovo in iscena il filosofo, ed impone allo
    storico di compiere i suoi studi a seconda dei precetti e delle leggi
    dell'evoluzione. E lo storico torna a scrutare i documenti, ricerca
    sottilmente le circostanze e condizioni nelle quali, col succedersi
    dei tempi, la Chiesa si è trovata, ibisogni così interni che esterni
    che l'hanno spinta a progresso, gli ostacoli che incontrò: a dir
    breve, tutto ciò che giovi a determinare il modo onde furono
    mantenute le leggi della evoluzione. Compiuto un tal lavoro, egli
    finalmente tesse nelle sue linee principali la storia dello sviluppo
    dei fatti. Segue il critico, che a questo tema storico adatta il
    restante dei documenti. Si dà mano a stendere la narrazione: la
    storia è compiuta. Or qui chiediamo, a chi dovrà attribuirsi una
    simile storia? allo storico forse od al critico? Per fermo né all'uno
    all'altro, sì bene al filosofo. Tutto il lavoro di essa è un lavoro
    di apriorismo, e di apriorismo riboccante di eresie. Fanno certamente
    pietà questi uomini, dei quali l'Apostolo ripeterebbe: "Svanirono nei
    pensamenti... imperocché vantandosi di essere sapienti, son divenuti
    stolti" (Rom., I, 21, 22); ma muovono in pari tempo a sdegno, quando
    poi accusano la Chiesa di manipolare i documenti in guisa da farli
    servire ai propri vantaggi. Addebitano cioè alla Chiesa ciò che dalla
    propria coscienza sentono apertamente rimproverarsi.
    Dall'avere così disgregati i documenti e seminatili lungo le età,
    segue naturalmente che i Libri sacri non possano di fatto attribuirsi
    agli autori, dei quali portano il nome. E questo è il motivo perché i
    modernisti non esitano punto nell'affermare che quei libri, e
    specialmente il Pentateuco ed i tre primi Vangeli, da una breve
    narrazione primitiva, son venuti man mano crescendo per aggiunte o
    interpolazioni, sia a maniera di interpretazioni o teologiche o
    allegoriche, sia a modo di transizioni che unissero fra sé le parti.
    A dir più breve e più chiaro vogliono che debba ammettersi la
    evoluzione vitale dei Libri sacri, nata dalla evoluzione della fede e
    ad essa corrispondente. Aggiungono di più, che le tracce di cotale
    evoluzione sono tanto manifeste, da potersene quasi scrivere una
    storia. La scrivono anzi questa storia, e con tanta sicurezza che si
    sarebbe tentati a creder aver essi visto coi propri occhi i singoli
    scrittori che di secolo in secolo stesero la mano all'ampliazione
    delle sante Scritture. A conferma di che, chiamano in aiuto la
    critica che dicono testuale; e si adoprano di persuadere che questo o
    quel fatto, questo o quel discorso non si trovi al suo posto e recano
    altre ragioni del medesimo stampo. Direbbesi per verità che si sieno
    prestabiliti certi quasi-tipi di narrazioni o parlate, che servano di
    criterio certissimo per giudicare ciò che stia al suo posto e ciò che
    sia fuor di luogo. Con siffatto metodo stimi chi può come costoro
    debbano essere capaci di giudicare. Eppure, chi li ascolti ad
    oracolare dei loro studi sulle Scritture, pei quali han potuto
    scoprirvi si gran numero di incongruenze, è spinto a credere che niun
    uomo prima di loro abbia sfogliato quei libri, né che li abbia
    ricercati per ogni verso una quasi infinita schiera di Dottori, per
    ingegno, per scienza, per santità di vita più di loro. I quali
    Dottori sapientissimi, tanto fu lungi che trovasser nulla da
    riprendere nei Libri santi,che anzi quanto più ringraziavano Iddio,
    che si fosse così degnato di parlare cogli uomini. Ma purtroppo i
    Dottori nostri non attesero allo studio delle Scritture con quei
    mezzi, onde son forniti i modernisti! Cioè non ebbero a maestra e
    condottiera una filosofia che trae principio dalla negazione di Dio,
    né fecero a se stessi norma di giudicare. Crediamo adunque che sia
    ormai postoin luce il metodo storico dei modernisti. Precede il
    filosofo; segue lo storico; tengon dietro per ordine la critica
    interna e la testuale. E poiché la prima causa questo ha di proprio
    che comunica la sua virtù alle seconde, è evidente che siffatta
    critica non è una critica qualsiasi, ma una critica agnostica,
    immanentista, evoluzionista; e perciò chi la professa o ne fa uso,
    professa gli errori in essa racchiusi e si pone in contraddizione
    colla dottrina cattolica. Per la quale cosa non può finirsi di
    stupire come una critica di tal genere possa oggidì aver tanta voga
    presso cattolici. Di ciò può assegnarsi una doppia causa: la prima è
    l'alleanza onde gli storici ed i critici di questa specie sono legati
    fra loro senza riguardi a diversità di nazioni o di credenze; la
    seconda è l'audacia indicibile, con cui ogni stranezza che uno di
    loro proferisca, dagli altri è levata al cielo e decantata qual
    progresso della scienza; con cui, se taluno voglia da se stesso
    verificare il nuovo ritrovato, serratisi insieme lo assalgono, se
    talun lo neghi lo trattano da ignorante, se lo accolga e lo difenda
    lo ricoprono di encomî. Così non pochi restano ingannati che forse,
    se meglio vedessero le cose, ne sarebbero inorriditi. Da questo
    prepotente imporsi dei fuorviati, da questo incauto assentimento di
    animi leggeri nasce poi un quasi corrompimento di atmosfera che tutto
    penetra e diffonde per tutto il contagio. Ma passiamo all'apologista.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  6. #6
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    Predefinito Rif: Pascendi Dominici Gregis

    V - GLI APOLOGISTI DEL MODERNISMO
    Costui, nei modernisti, dipende ancor esso doppiamente dal filosofo.
    Prima indirettamente, pigliando per sua materia la storia scritta,
    come vedemmo, dietro le norme del filosofo: poi direttamente
    accettando dal filosofo i principî e i giudizî. Quindi quel comune
    precetto della scuola del modernismo che la nuova apologia debba
    dirimere le controversie religiose per via di ricerche storiche e
    psicologiche. Ond'è che gli apologisti dan capo al loro lavoro
    coll'ammonire i razionalisti che essi difendono la religione non coi
    Libri sacri né colle storie volgarmente usate nella Chiesa e scritte
    alla vecchia moda; ma colla storia reale composta a seconda dei
    moderni precetti e con metodo moderno. E ciò dicono, non quasi
    argomentando ad hominem, ma perché difatti credono che solo in tale
    storia si trovi la verità. Non si curano poi, nello scrivere, di
    insistere sulla propria sincerità: sono essi già noti presso i
    razionalisti, sono già lodati siccome militanti sotto una stessa
    bandiera; della quale lode, che ad un cattolico dovrebbe fare
    ribrezzo, essi si compiacciono o se ne fanno scudo contro le
    riprensioni della Chiesa. Ma vediamo in pratica come uno di costoro
    compia la sua apologia. Il fine che si propone è di condurre l'uomo
    che ancora non crede a provare in sé quella esperienza della
    cattolica religione che, secondo i modernisti, è base della fede. Due
    vie perciò gli si aprono, l'una oggettiva, l'altra soggettiva. La
    prima muove dall'agnosticismo; e tende a dimostrare come nella
    religione e specialmente nella cattolica vi sia tale virtù vitale, da
    costringere ogni savio psicologo e storico ad ammettere che nella
    storia di essa si nasconda alcun che di incognito. A tale scopo fa
    d'uopo provare che la religione cattolica qual è al presente, è la
    stessissima che Gesù Cristo fondò, ossia il progressivo sviluppo del
    germe recato da Gesù Cristo. Pertanto dovrà dapprima determinarsi
    quale esso sia questo germe. Pretendono di esprimerlo colla seguente
    formola: Cristo annunciò la venuta del regno di Dio, il quale regno
    dovrebbe aver fra breve il suo compimento, ed Egli ne sarebbe il
    Messia, cioè l'esecutore stabilito da Dio e l'ordinatore. Dopo ciò
    converrà dimostrare come questogerme, sempre immanente nella
    religione cattolica, di mano in mano e di pari passo con la storia,
    siasi sviluppato e sia venuto adattandosi alle successive
    circostanze, da queste vitalmente assimilandosi quanto gli si
    affacesse di forme dottrinali, culturali, ecclesiastiche; superando
    nel tempo stesso gli ostacoli, sbaragliando i nemici, e sopravvivendo
    ad ogni sorta di contraddizioni o dl lotte. Dopo che tutto questo,
    cioè gl'impedimenti, i nemici, le persecuzioni, i combattimenti, come
    pure la vitalità e fecondità della Chiesa, siansi mostrati tali che,
    quantunque nella storia della stessa Chiesa si scorgano serbate le
    leggi della evoluzione, pure queste non bastano a pienamente
    spiegarla: l'incognito sarà dl fronte e si presenterà da sé stesso.
    Fin qui i modernisti. I quali, però, in tutto questo discorrere, non
    pongon mente a una cosa; e cioè, che quella determinazione del germe
    primitivo è tutto frutto dell'apriorismo del filosofo agnostico ed
    evoluzionista, e che il germe stesso è così gratuitamente da loro
    definito pel buon giuoco della loro causa.
    Mentre però i nuovi apologisti, cogli argomenti arrecati, si studiano
    di affermare e persuadere la religione cattolica, non han riguardo a
    concedere che in essa molte cose sono che spiacciono. Che anzi, con
    una mal velata voluttà, van ripetendo pubblicamente che anche in
    materia dogmatica ritrovano errori e contraddizioni; benché
    soggiungano, che tali errori e contraddizioni non solo meritano
    scusa, ma, ciò che è più strano, sono da legittimarsi e
    giustificarsi. Così pure, secondo essi, nelle sacre Scritture corrono
    moltissimi sbagli in materia scientifica e storica. Ma, dicono, non
    sono quelli, libri di scienza o di storia, sì bene di religione e di
    morale, ove la scienza e la storia sono involucri con cui si coprono
    le esperienze religiose e morali per meglio propagarsi nel pubblico;
    il quale pubblico non intendendo altrimenti, una scienza od una
    storia più perfetta sarebbegli stata non di vantaggio ma di
    nocumento. Del resto, aggiungono, i Libri sacri, perché di lor natura
    religiosi, sono essenzialmente viventi: or la vita ha pur essa la sua
    verità e la sua logica; diversa certamente dalla verità e logica
    razionale, anzi di tutt'altro ordine, verità cioè di comparazione e
    proporzione sia coll'ambiente in cui si vive, sia col fine per cui si
    vive. Finalmente a tanto estremo essi giungono ad affermare, senza
    attenuazione di sorta, che tutto ciò che si spiega con la vita è vero
    e legittimo. Noi, Venerabili Fratelli, pei quali la verità è una ed
    unica, e che riteniamo i sacri Libri come quelli che "scritti sotto
    l'ispirazione dello Spirito Santo, hanno per autore Iddio" (Conc.
    Vat., De Rev. c. 2), affermiamo ciò essere il medesimo che attribuire
    a Dio la menzogna di utilità o officiosa; e colle parole di
    Sant'Agostino protestiamo che: "Ammessa una volta in così altissima
    autorità qualche bugia officiosa, nessuna particella di quei libri
    resterà che, sembrando ad alcuno ardua per costume o incredibile per
    la fede, con la stessa perniciosissima regola, non si riferisca a
    consiglio o vantaggio dell'autore menzognero" (Epist. 28). Dal che
    seguirà quel che lo stesso santo Dottore aggiunge: "In esse - cioè
    nelle Scritture - ciascuno crederà quel che vuole, quel che non vuole
    non crederà". Ma i modernisti apologeti non si dàn pensiero di tanto.
    Concedono di più trovarsi talora nei Libri santi dei ragionamenti,
    per sostenere una qualche dottrina, che non si appoggiano a verun
    ragionevole fondamento, come son quelli che si basano sulle profezie.
    Vero è che anche questi menan per buoni come artifizî di predicazione
    legittimati dalla vita. Che più? Concedono, anzi sostengono, che Gesù
    Cristo stesso errò manifestamente nell'assegnare il tempo della
    venuta del regno di Dio: ma ciò, secondo essi, non può fare
    meraviglia, perché Egli ancora era sottoposto alle leggi della vita!
    Che sarà dopo ciò dei dogmi della Chiesa? Riboccano pur questi di
    aperte contraddizioni; ma, oltreché sono ammesse dalla logica della
    vita, non si oppongono alla verità simbolica; giacché si tratta in
    essi dell'infinito, che ha infiniti rispetti. A far breve, talmente
    approvano e difendono siffatte teorie, che non si peritano di
    dichiarare non potersi rendere all'infinito omaggio più nobile, come
    affermando di esso cose contraddittorie! Ed ammessa così la
    contraddizione, quale assurdo non si ammetterà?
    Oltre agli argomenti oggettivi, il non credente può essere disposto
    alla fede anche con soggettivi. In questo caso gli apologeti
    modernisti si rifanno sulla dottrina della immanenza. Si adoprano
    cioè a convincer l'uomo, che in lui stesso e negli intimi recessi
    della sua natura e della sua vita si cela il desiderio e il bisogno
    di una religione, né di una religione qualsiasi, ma tale quale è
    appunto la cattolica; giacché questa, dicono, è postulata onninamente
    dal perfetto sviluppo della vita. E qui di bel nuovo siam costretti a
    lamentarCi gravemente che non mancano cattolici i quali, benché
    rigettino la dottrina dell'immanenza come dottrina, pure se ne
    giovano per l'apologetica; e ciò fanno con sì poca cautela, da
    sembrare ammettere nella natura umana non pure una capacità od una
    convenienza per l'ordine soprannaturale, ciò che gli apologisti
    cattolici, colle debite restrizioni, dimostraron sempre, ma una
    stretta e vera esigenza. A dir più giusto però, questa esigenza della
    religione cattolica è sostenuta dai modernisti più moderati. Quelli
    fra costoro che potremmo chiamare integralisti, pretendono che si
    debba indicare all'uomo, che ancor non crede, latente in lui lo
    stesso germe che fu nella coscienza di Cristo e da Cristo trasmesso
    agli uomini. Ed eccovi, o Venerabili Fratelli, descritto per sommi
    capi il metodo apologetico dei modernisti, in tutto conforme alle
    loro dottrine: metodo e dottrine infarciti di errori, atti non ad
    edificare, ma a distruggere; non a far dei cattolici, ma a trascinare
    i cattolici nella eresia, anzi alla distruzione totale d'ogni
    religione!
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  7. #7
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    Predefinito Rif: Pascendi Dominici Gregis

    VI – IL RIFORMISMO DEI MODERNISTI
    Restano per ultimo a dir poche cose del modernista in quanto la
    pretende a riformatore. Già le cose esposte finora ci provano
    abbondantemente da quale smania di innovazione siano rôsi cotesti
    uomini. E tale smania ha per oggetto quanto vi è nel cattolicismo.
    Vogliono riformata la filosofia specialmente nei Seminarî: sì che
    relegata la filosofia scolastica alla storia della filosofia in
    combutta cogli altri sistemi passati di uso, si insegni ai giovani la
    filosofia moderna, unica, vera e rispondente ai nostri tempi. A
    riformare la teologia, vogliono che quella, che diciamo teologia
    razionale, abbia per fondamento la moderna filosofia. Chiedono
    inoltre che la teologia positiva si basi principalmente sulla storia
    dei dogmi. Anche la storia chiedono che si scriva e si insegni con
    metodi loro e precetti nuovi. Dicono che i dogmi e la loro evoluzione
    debbano accordarsi colla scienza e la storia. Pel catechismo esigono
    che nei libri catechistici si inseriscano solo quei dogmi, che sieno
    stati riformati e che sieno a portata dell'intelligenza del volgo.
    Circa il culto, gridano che si debbano diminuire le devozioni esterne
    e proibire che si aumentino. Benché a dir vero, altri più favorevoli
    al simbolismo, si mostrino in questa parte più indulgenti. Strepitano
    a gran voce perché il regime ecclesiastico debba essere rinnovato per
    ogni verso, ma specialmente pel disciplinare e il dogmatico. Perciò
    pretendono che dentro e fuori si debba accordare colla coscienza
    moderna, che tutta è volta a democrazia; perché dicono doversi nel
    governo dar la sua parte al clero inferiore e perfino al laicato, e
    decentrare, Ci si passi la parola, l'autorità troppo riunita e
    ristretta nel centro. Le Congregazioni romane si devono svecchiare:
    e, in capo a tutte, quella del Santo Officio e dell'Indice. Deve
    cambiarsi l'atteggiamento dell'autorità ecclesiastica nelle questioni
    politiche e sociali, talché si tenga essa estranea dai civili
    ordinamenti, ma pur vi si acconci per penetrarli del suo spirito. In
    fatto di morale, danno voga al principio degli americanisti, che le
    virtù attive debbano anteporsi alle passive, e di quelle promuovere
    l'esercizio, con prevalenza su queste. Chiedono che il clero ritorni
    all'antica umiltà e povertà; ma lo vogliono di mente e di opere
    consenziente coi precetti del modernismo. Finalmente non mancano
    coloro che, obbedendo volentierissimo ai cenni dei loro maestri
    protestanti, desiderano soppresso nel sacerdozio lo stesso sacro
    celibato. Che si lascia dunque d'intatto nella Chiesa, che non si
    debba da costoro e secondo i lor principî riformare?
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  8. #8
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    Predefinito Rif: Pascendi Dominici Gregis

    VII – IL MODERNISMO SINTESI DI TUTTE LE ERESIE: STRADA ALL’ATEISMO.
    In tutta questa esposizione della dottrina dei modernisti vi saremo
    sembrati, o Venerabili Fratelli, prolissi forse oltre il dovere. Ma è
    stato ciò necessario, sì per non sentirCi accusare, come suole, di
    ignorare le loro cose, e sì perché si veda che, quando parlasi di
    modernismo, non parlasi di vaghe dottrine non unite da alcun nesso,
    ma di un unico corpo e ben compatto, ove chi una cosa ammetta uopo è
    che accetti tutto il rimanente. Perciò abbiam voluto altresì far uso
    di una forma quasi didattica, né abbiamo ricusato il barbaro
    linguaggio onde i modernisti fanno uso. Ora, se quasi di un solo
    sguardo abbracciamo l'intero sistema, niuno si stupirà ove Noi lo
    definiamo, affermando esser esso la sintesi di tutte le eresie.
    Certo, se taluno si fosse proposto di concentrare quasi il succo ed
    il sangue di quanti errori circa la fede furono sinora asseriti, non
    avrebbe mai potuto riuscire a far meglio di quel che han fatto r
    modernisti. Questi anzi tanto più oltre si spinsero che, come già
    osservammo, non pure il cattolicesimo ma ogni qualsiasi religione
    hanno distrutta. Così si spiegano i plausi dei razionalisti: perciò
    coloro, che fra i razionalisti parlano più franco ed aperto, si
    rallegrano di non avere alleati più efficaci dei modernisti.
    E per fermo, rifacciamoci alquanto, o Venerabili Fratelli, a quella
    esizialissima dottrina dell'agnosticismo. Con essa, dalla parte
    dell'intelletto, è chiusa all'uomo ogni via per arrivare a Dio,
    mentre si pretende di aprirla più acconcia per parte di un certo
    sentimento e dell'azione. Ma chi non iscorge quanto vanamente ciò si
    affermi? Il sentimento risponde sempre all'azione di un oggetto, che
    sia proposto dall'intelletto o dal senso. Togliete di mezzo
    l'intelletto; l'uomo, già portato a seguire il senso, lo seguirà con
    più impeto. Di più, le fantasie, quali che esse siano, di un
    sentimento religioso non possono vincere il senso comune: ora questo
    insegna che ogni perturbazione od occupazione dell'animo non è di
    aiuto ma d'impedimento alla ricerca del vero; del vero, diciamo,
    quale è in se; giacché quell'altro vero soggettivo, frutto del
    sentimento interno e dell'azione, se è acconcio per giocare di
    parole, poco interessa l'uomo a cui soprattutto importa di conoscere
    se siavi o no fuori di lui un Dio, nelle cui mani una volta dovrà
    cadere. Ricorrono, a vero dire, i modernisti per aiuto
    all'esperienza. Ma che può aggiungere questa al sentimento? Nulla:
    solo potrà renderlo più intenso: dalla quale intensità sia
    proporzionatamente resa più ferma la persuasione della verità
    dell'oggetto. Ma queste due cose non faranno si che il sentimento
    lasci di essere sentimento, né ne cangiano la natura sempre soggetta
    ad inganno, se l'intelletto non lo scorga; anzi la confermano e la
    rinforzano, giacché il sentimento quanto è più intenso tanto a
    miglior diritto è sentimento. Trattandosi poi qui di sentimento
    religioso e di esperienza in esso contenuta, sapete bene, o
    Venerabili Fratelli, di quanta prudenza sia mestieri in siffatta
    materia e di quanta scienza che regoli la stessa prudenza. Lo sapete
    dalla pratica delle anime, di talune, in ispecialità, in cui domina
    il sentimento: lo sapete dalla consuetudine dei trattati di ascetica;
    i quali, quantunque disprezzati da costoro, contengono più solidità
    di dottrina e più sagacia di osservazione che non ne vantino i
    modernisti. A Noi per fermo sembra cosa da stolto o almeno da persona
    al sommo imprudente, ritener per vere, senza esame di sorta, queste
    intime esperienze quali dai modernisti si spacciano. Perché allora,
    lo diciamo qui di passata, perché, se queste esperienze hanno si
    grande forza e certezza, non l'avrà uguale quella esperienza che
    molte migliaia di cattolici affermano di avere, che i modernisti cioè
    battono un cammino sbagliato? Sola questa esperienza sarebbe falsa e
    ingannevole? La massima parte degli uomini ritiene fermamente e
    sempre riterrà che col solo sentimento e colla sola esperienza senza
    guida e lume dell'intelletto, mai non si potrà giungere alla
    conoscenza di Dio. Dunque resta di nuovo o l'ateismo o l'irreligione
    assoluta. Né i modernisti hanno nulla a sperar di meglio dalla loro
    dottrina del simbolismo. Imperciocché se tutti gli elementi che
    dicono intellettuali non sono che puri simboli di Dio, perché non
    sarà un simbolo il nome stesso di Dio o di personalità divina? E se è
    cosi, si potrà bene dubitare della stessa divina personalità, ed
    avremo aperta la via al panteismo. E qua similmente, cioè al puro
    panteismo, mena l'altra dottrina dell'immanenza divina. Giacché
    domandiamo: siffatta immanenza distingue o no Iddio dall'uomo? Se lo
    distingue, in che differisce adunque cotal dottrina dalla cattolica?
    o perché mai rigetta quella della esterna rivelazione? Se poi non lo
    distingue, eccoci di bel nuovo col panteismo. Ma difatto l'immanenza
    dei modernisti vuole ed ammette che ogni fenomeno di coscienza nasca
    dall'uomo in quanto uomo. Dunque di legittima conseguenza inferiamo
    che Dio e l'uomo sono la stessa cosa; e perciò il panteismo.
    Finalmente pari è la conseguenza che si trae dalla loro decantata
    distinzione fra la scienza e la fede. L'oggetto della scienza lo
    pongono essi nella realtà del conoscibile; quel lo della fede nella
    realtà dell'inconoscibile. Orbene l'inconoscibile è tale per la
    totale mancanza di proporzione fra l'oggetto e la mente. Ma questa
    mancanza di proporzione, secondo gli stessi modernisti, non potrà mai
    esser tolta. Dunque l'inconoscibile resterà sempre inconoscibile
    tanto pel credente quanto pel filosofo. Dunque se si avrà una
    religione, questa sarà della realtà dell'inconoscibile. La quale
    realtà perché poi non possa essere l'anima uni versale del mondo,
    come l'ammettono taluni razionalisti, noi nol vediamo. Ma basti sin
    qui per conoscere per quante vie la dottrina del modernismo conduca
    all'ateismo e alla distruzione di ogni religione. L'errore dei
    protestanti dié il primo passo in questo sentiero; il secondo è del
    modernismo: a breve distanza dovrà seguire l'ateismo.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  9. #9
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    Predefinito Rif: Pascendi Dominici Gregis

    VIII – RICERCHE DELLE CAUSE DEL MODERNISMO
    a) Curiosità e superbia
    A più intimamente conoscere il modernismo e a trovare più acconci
    rimedi a sì grave malore, gioverà ora, o Venerabili Fratelli,
    ricercare alquanto le cause, onde esso è nato ed è venuto crescendo.
    Non ha dubbio che la prima causa ed immediata sta nell'aberrazione
    dell'intelletto. Quali cause remote due Noi ne riconosciamo: la
    curiosità e la superbia. La curiosità, se non saggiamente frenata,
    basta di per sé sola a spiegare ogni fatta di errori. Per lo che il
    Nostro Predecessore Gregorio XVI a buon diritto scriveva (Lett. Enc.
    "Singulari Nos", 25 giugno 1834): "È grandemente da piangere nel
    vedere fin dove si profondino i deliramenti dell'umana ragione,
    quando taluno corra dietro alle novità, e, contro l'avviso
    dell'Apostolo, si adoperi di saper più che saper non convenga, e
    confidando troppo in se stesso, pensi dover cercare la verità fuori
    della Chiesa cattolica, in cui, senza imbratto di pur lievissimo
    errore, essa si trova". Ma ad accecare l'animo e trascinarlo
    nell'errore assai più di forza ha in sé la superbia: la quale,
    trovandosi nella dottrina del modernismo quasi in un suo domicilio,
    da essa trae alimento per ogni verso e riveste tutte le forme. Per la
    superbia infatti costoro presumono audace mente di se stessi e si
    ritengono e si spacciano come norma di tutti. Per la superbia si
    gloriano vanissimamente quasi essi soli possiedano la sapienza, e
    dicono gonfi e pettoruti: "Noi non siamo come il rimanente degli
    uomini"; e per non essere di fatto posti a paro degli altri,
    abbracciano e sognano ogni sorta di novità, le più assurde. Per la
    superbia ricusano ogni soggezione, e pretendono che l'autorità debba
    comporsi colla libertà. Per la superbia, dimentichi di se stessi,
    pensano solo a riformare gli altri, né rispettano in ciò qualsivoglia
    grado fino alla potestà suprema. No, per giungere al modernismo, non
    vi è sentiero più breve e spedito della superbia. Se un laico
    cattolico, se un sacerdote dimentichi il precetto della vita
    cristiana che c'impone di rinnegare noi stessi se vogliamo seguire
    Gesù Cristo, né sradichi dal suo cuore la mala pianta della superbia;
    sì costui è dispostissimo quanto mai a professare gli errori del
    modernismo! Per lo che, o Venerabili Fratelli, sia questo il primo
    vostro dovere di resistenza a questi uomini superbi, occuparli negli
    uffici più umili ed oscuri, affinché sieno tanto più depressi quanto
    più essi s'inalberano, e, posti in basso, abbiano minor campo di
    nuocere. Inoltre, sia da voi stessi, sia per mezzo dei rettori dei
    Seminari, cercate con somma diligenza di conoscere i giovani che
    aspirano ad entrare nel clero; e se alcuno ne troviate di carattere
    superbo, con ogni risolutezza respingetelo dal sacerdozio. Si fosse
    cosi operato sempre, colla vigilanza e fortezza che faceva di
    mestieri!
    Che se dalle cause morali veniamo a quelle che spettano
    all'intelletto, la prima da notarsi è l'ignoranza.
    b) L’ignoranza
    I modernisti, quanti essi sono, che vogliono apparire e farla da
    dottori nella Chiesa, esaltando a grandi voci la filosofia moderna e
    schernendo la scolastica, se hanno abbracciata la prima ingannati dai
    suoi orpelli, ne devono saper grado alla totale ignoranza in che
    erano della seconda, e dal mancare perciò di mezzo per riconoscere la
    confusione delle idee e ribattere i sofismi. Dal connubio poi della
    falsa filosofia colla fede è sorto il loro sistema, riboccante di
    tanti e si enormi errori.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

  10. #10
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    Predefinito Rif: Pascendi Dominici Gregis

    IX – ARTE DEI MODERNISTI NEL PROPAGARE I LORO ERRORI
    a) Rimozione degli ostacoli: Scolastica, Tradizione, Magistero
    ecclesiastico
    Alla propagazione del quale portassero almeno un minor zelo ed ardore
    di quel che fanno! Tanta invece è la loro alacrità, cosi indefesso il
    lavoro, che da strazio il vedere consumate tante forze a danno della
    Chiesa, le quali, rettamente usate, le sarebbero di vantaggio
    grandissimo. A trarre poi in inganno gli animi una doppia tattica
    essi usano: prima si sbarazzano degli ostacoli, poi cercano con somma
    cura i mezzi che loro giovino, ed instancabili e pazientissimi li
    mettono in opera. Degli ostacoli, tre sono i principali che più
    sentono opposti ai loro conati: il metodo scolastico di ragionare,
    l'autorità dei Padri con la tradizione, il magistero ecclesiastico.
    Contro tutto questo la loro lotta è accanita. Deridono perciò
    continuamente e disprezzano la filosofia e la teologia scolastica.
    Sia che ciò facciano per ignoranza, sia che il facciano per timore o
    meglio per l'una cosa insieme e per l'altra; certo si è che la smania
    di novità va sempre in essi congiunta coll'odio della Scolastica; né
    vi ha indizio più manifesto che taluno cominci a volgere al
    modernismo, che quando incominci ad aborrire la Scolastica. Ricordino
    i modernisti e quanti li favoriscono la condanna che Pio IX inflisse
    alla proposizione che diceva (Sillabo, Prop. 12): "Il metodo ed i
    principî, con cui gli antichi Dottori scolastici trattarono la
    teologia, più non si confanno ai bisogni dei nostri tempi ed ai
    progressi della scienza". Sono poi astutissimi nello stravolgere la
    natura e l'efficacia della Tradizione, alfin di privarla di ogni peso
    e di ogni autorità. Ma starà sempre per i cattolici l'autorità del
    secondo Sinodo Niceno, il quale condannò "coloro che osano... secondo
    gli scellerati eretici, disprezzare le ecclesiastiche tradizioni ed
    escogitare qualsiasi novità o architettare con malizia ed astuzia di
    abbattere checché sia delle legittime tradizioni della Chiesa
    cattolica". Starà sempre la professione del quarto Sinodo
    Costantinopolitano: "Noi dunque professiamo di serbare e custodire le
    regole, che tanto dai santi famosissimi Apostoli, quanto dagli uni
    versali e locali Concili degli ortodossi o anche da qualunque
    deiloquo Padre e Maestro della Chiesa, furono date alla santa
    cattolica ed apostolica Chiesa". Per lo che i Romani Pontefici Pio IV
    e Pio IX nella professione di fede vollero aggiunto anche questo: "Io
    ammetto fermissimamente ed abbraccio le apostoliche ed ecclesiastiche
    tradizioni, e tutte le altre osservanze e costituzioni del la
    medesima Chiesa". Né altrimenti che della Tradizione giudicano i
    modernisti dei santissimi Padri della Chiesa. Con estrema temerità li
    spacciano, come degnissimi bensì di ogni venerazione, ma
    ignorantissimi di critica e di storia, scusabili solo pei tempi in
    che vissero. Si studiano infine e si sforzano di attenuare e svilire
    l'autorità dello stesso Magistero ecclesiastico, sia pervertendo ne
    sacrilegamente l'origine, la natura, i diritti, sia ricantando
    liberamente contro di essa le calunnie dei nemici. Del gregge dei
    modernisti sembra detto ciò che con tanto dolore scriveva il
    Predecessore Nostro (Motu proprio "Ut mysticam", 14 marzo 1891): "Per
    rendere spregiata ed odiosa la mistica Sposa di Cristo, che è la luce
    vera, i figli delle tenebre furon soliti di opprimerla pubblicamente
    di una pazza calunnia, e, stravolto il significato e la forza delle
    cose e delle parole, chiamarla amica di oscurità, mentitrice
    d'ignoranza, nemica della luce e del progresso delle scienze". Dopo
    ciò, Venerabili Fratelli, qual meraviglia se i cattolici, strenui
    difensori della Chiesa, son fatti segno dai modernisti di somma
    malevolenza e di livore? Non vi è specie d'ingiurie con cui non li la
    cerino: l'accusa più usuale è quella di chiamarli ignoranti ed
    ostinati. Che se la dottrina e l'efficacia di chi li confuta dà loro
    timore, ne incidono i nervi colla congiura del silenzio. E questa
    maniera di fare a riguardo dei cattolici è tanto più odiosa perché
    nel medesimo tempo e senza modo né misura, con continue lodi esaltano
    chi sta dalla loro; i libri di costoro riboccanti di novità accolgono
    ed ammirano con grandi applausi; quanto più alcuno si mostra audace
    nel distruggere l'antico, nel rigettare la tradizione e il magistero
    ecclesiastico, tanto più gli dàn vanto di sapiente; e per ultimo, ciò
    che fa inorridire ogni anima retta, se qualcuno sia condannato dalla
    Chiesa non solo pubblicamente e profusamente lo encomiano, ma quasi
    lo venerano come martire della verità.
    [...] Da tutto questo strepito di lodi e d'improperi colpiti e
    turbati gli animi giovanili, da una parte per non passare per
    ignoranti, dall'altra per parere sapienti spinti internamente dalla
    curiosità e dalla superbia, si dànno per vinti e passano al
    modernismo.
    c) Mezzi positivi
    Ma qui già siamo agli artifici con che i modernisti spacciano la loro
    merce. Che non tentano essi mai per moltiplicare gli adepti? Nei
    Seminari e nelle Università cercano di ottenere cattedre da mutare
    insensibilmente in cattedre di pestilenza. Inculcano le loro
    dottrine, benché forse velatamente, predicando nelle chiese; le
    annunciano più aperte nei congressi: le introducono e le magnificano
    nei sociali istituti. Col nome proprio o di altri pubblicano libri,
    giornali, periodici. Uno stesso e solo scrittore fa uso talora di
    molti nomi, perché gli incauti sieno tratti in inganno dalla simulata
    moltitudine degli autori. Insomma coll'azione, colla parola, colla
    stampa tutto tentano, da sembrar quasi colti da frenesia. E tutto ciò
    con qual esito? Piangiamo pur troppo gran numero di giovani di
    speranze egregie e che ottimi servigi renderebbero alla Chiesa, usci
    ti fuori dal retto cammino. Piangiamo moltissimi, che, sebbene non
    giunti tant'oltre, pure, respirata un'aria corrotta, sogliono
    pensare, parlare, scrivere più liberamente che non si convenga a
    cattolici. Si contano costoro fra i laici, si contano fra i
    sacerdoti; e chi lo crederebbe? si contano altresì nelle stesse
    famiglie dei Religiosi. Trattano la Scrittura secondo le leggi dei
    modernisti. Scrivono storia e sotto specie di dir tutta la verità,
    tutto ciò che sembri gettare ombra sulla Chiesa lo pongono
    diligentissimamente in luce con voluttà mal repressa. Le pie
    tradizioni popolari, seguendo un certo apriorismo, cercano a tutta
    possa di cancellare. Ostentano disprezzo per sacre Reliquie
    raccomandate dalla loro vetustà. Insomma li punge la vana bramosia
    che il mondo parli di loro; il che si persuadono che non sarà, se
    dicono soltanto quello che sempre e da tutti fu detto. Intanto si
    dànno forse a credere di prestare ossequio a Dio ed alla Chiesa; ma
    in realtà gravissimamente li offendono, non tanto per quel che fanno,
    quanto per l'intenzione con cui operano e per l'aiuto che prestano
    utilissimo agli ardimenti dei modernisti.
    "Cecchi ...Paone ha dichiarato che ci sono due gay in squadra. Prandelli mi ha detto che mi facevate questa domanda. Se ci sono dei froci i problemi sono loro, io spero non ce ne siano".
    Antonio Cassano 99

 

 
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