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Discussione: Sovranità monetaria

  1. #1
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    Predefinito Sovranità monetaria

    HITLER IMITÒ IL SISTEMA MONETARIO DI LINCOLN
    di Ellen Brown

    Non siamo stati così sciocchi da creare una valuta collegataall’oro, di cui non abbiamo disponibilità, ma per ogni marco stampato abbiamorichiesto l’equivalente di un marco in lavoro o in beni prodotti. Ci viene daridere tutte le volte che i nostri finanzieri nazionali sostengono che ilvalore della valuta deve essere regolato dall’oro o da beni conservati neiforzieri della banca di stato“. (Adolf Hitler, citato in Hitler’s Monetary System, www.rense.com, che riprende C.C.Veith, Citadelsof Chaos, Meador, 1949). Quello di Guernsey (politico del Minnesota,ndr), non fu dunque l’unico governo a risolvere i propri problemiinfrastrutturali stampando da solo la propria moneta. Unmodello assai più noto si può trovarlo nella Germania uscita dalla Prima GuerraMondiale. Quando Hitler arrivò al potere, il Paese era completamente,disperatamente, in rovina.



    Il Trattato di Versailles aveva imposto al popolo tedescorisarcimenti che lo avevano distrutto, con i quali si intendeva rimborsare icosti sostenuti nella partecipazione alla guerra per tutti i Paesibelligeranti. Costi che ammontavano al triplo del valore di tutte leproprietà esistenti nella Germania. La speculazione sul marco tedescoaveva provocato il suo crollo, affrettando l’evento di uno dei fenomenid’inflazione più rovinosi della modernità. Al suo apice, una carriolapiena di banconote, per l’equivalente di 100 miliardi di marchi, non bastava acomprare nemmeno un tozzo di pane. Le casse dello Stato erano vuote edenormi quantità di case e di fattorie erano state sequestrate dalle banche edagli speculatori. La gente viveva nelle baracche e moriva di fame. Nulla disimile era mai accaduto in precedenza: la totale distruzione di una monetanazionale, che aveva spazzato via i risparmi della gente, le loro attività el’economia in generale. A peggiorare le cose arrivò, alla fine del decennio, ladepressione globale. La Germania non poteva far altro chesoccombere alla schiavitù del debito e agli strozzini internazionali. O almenocosì sembrava.
    Hitler e i Nazional-Socialisti, che arrivarono al potere nel 1933,si opposero al cartello delle banche internazionali iniziando a stampare lapropria moneta. In questo presero esempio da Abraham Lincoln, cheaveva finanziato la Guerra Civile Americana con banconote stampate dallo Stato,che venivano chiamate “Greenbacks“. Hitler iniziò il suoprogramma di credito nazionale elaborando un piano di lavori pubblici. Iprogetti destinati a essere finanziati comprendevano le infrastrutture controgli allagamenti, la ristrutturazione di edifici pubblici e case private e lacostruzione di nuovi edifici, strade, ponti, canali e strutture portuali. Ilcosto di tutti questi progetti fu fissato a un miliardo di di unità dellavaluta nazionale. Un miliardo di biglietti di cambio non inflazionati, chiamatiCertificati Lavorativi del Tesoro. Questa moneta stampata dalgoverno non aveva come riferimento l’oro, ma tutto ciò chepossedeva un valore concreto. Essenzialmente si trattava di una ricevutarilasciata in cambio del lavoro e delle opere che venivano consegnate al governo.Hitler diceva: “Per ogni marco che viene stampato, noi abbiamorichiesto l’equivalente di un marco di lavoro svolto o di beni prodotti“.I lavoratori spendevano poi i certificati in altri beni e servizi, creandolavoro per altre persone.
    Nell’arco di due anni, il problema della disoccupazione era statorisolto e il Paese si era rimesso in piedi. Possedeva una valutasolida e stabile, niente debito, niente inflazione, in un momento in cui negliStati Uniti e in altri Paesi occidentali erano ancora senza lavoro e vivevanodi assistenza. La Germania riuscì anche a ripristinare i suoi commerci conl’estero, nonostante le banche estere negassero credito e dovesse fronteggiareun boicottaggio economico internazionale. Ci riuscì utilizzando il sistema del baratto:beni e servizi venivano scambiati direttamente con gli altri paesi, aggirandole banche internazionali. Questo sistema di scambio diretto avvenivasenza creare debito nè deficit commerciale. L’esperimento economicodella Germania lasciò alcuni durevoli monumenti al suo processo, come la famosaAutobahn, la prima rete del mondo di autostrade a largaestensione.
    Di Hjalmar Schacht, che era all’epoca a capo della banca centrale tedesca,viene spesso citato un motto che riassume la versione tedesca del miracolo del“Greenback”. Un banchiere americano gli aveva detto: “Dottor Schacht, leidovrebbe venire in America. Lì abbiamo un sacco di denaro ed è questo il veromodo di gestire un sistema bancario“. Schacht replicò: “Leidovrebbe venire a Berlino. Lì non abbiamo denaro. E’ questo il vero modo digestire un sistema bancario” (John Weitz, Hitler’s Banker WarnerBooks, 1999).
    Benchè Hitler sia citato con infamia nei libri di storia, egli fupopolare presso il popolo tedesco. Stephen Zarlenga, in The Lost Science ofMoney, afferma che ciò era dovuto al fatto che egli salvò laGermania dalle teorie economiche inglesi. Le teorie secondo lequali il denaro deve essere scambiato sulla base delle riserve aurifere inpossesso di un cartello di banche private piuttosto che stampato direttamentedal governo. Secondo il ricercatore canadese Henry Makow, questofu probabilmente il motivo principale per cui Hitler doveva essere fermato;egli era riuscito a scavalcare i banchieri internazionali e creare unapropria moneta. Makow cita un interrogatorio del 1938 di C.G. Rakowsky,uno dei fondatori del bolscevismo sovietico e intimo di Trotzky, che finì sottoprocesso nell’URSS di Stalin. Secondo Rakowsky, “[Hitler] si eraimpadronito del privilegio di fabbricare il denaro, e non solo il denarofisico, ma anche quello finanziario; si era impadronito dell’intoccabilemeccanismo della falsificazione e lo aveva messo a lavoro per il bene delloStato. Se questa situazione fosse arrivata a infettare anche altri Stati,potete ben immaginare le implicazioni controrivoluzionarie” (Henry Makow,“Hitler Did Not Want War”, www.savethemales.com).
    L’economista inglese Henry C.K.Liu ha scritto sull’incredibiletrasformazione tedesca: “I nazisti arrivarono al potere in Germanianel 1933, in un momento in cui l’economia era al collasso totale, con rvinosiobblighi di risarcimento postbellico e zero prospettive per il credito e gliinvestimenti stranieri. Eppure, attraverso una politica di sovranità monetariaindipendente e un programma di lavori pubblici che garantiva la pienaoccupazione, il Terzo Reich riuscì a trasformare una Germania in bancarotta,privata perfino di colonie da poter sfruttare, nell’economia più forted’Europa, in soli quattro anni, ancor prima che iniziassero le spese per gliarmamenti“. In Billions for the Bankers, Debts for the People(Miliardi per le Banche, Debito per i Popoli, 1984), Sheldon Hemry commenta: “Dal1935 in poi, la Germania iniziò a stampare una moneta libera dal debito e dagliinteressi, ed è questo che spiega la sua travolgente ascesa dalla depressionealla condizione di potenza mondiale in soli 5 anni. La Germania finanziò ilproprio governo e tutte le operazioni belliche, dal 1935 al 1945, senza averbisogno di oro nè debito, e fu necessaria l’unione di tutto il mondocapitalista e comunista per distruggere il potere della Germania sull’Europa eriportare l’Europa sotto il tallone dei banchieri“.
    L’IPERINFLAZIONE DI WEIMAR
    Nei testi moderni si parla della disastrosa inflazione checolpì nel 1923 la Repubblica di Weimar (nome con cui è conosciuta la repubblicache governò la Germania dal 1919 al 1933). La radicale svalutazione del marcotedesco è citata nei testi come esempio di ciò che può accadere quando ai governiviene conferito il potere incontrollato di stampare da soli la propria moneta.Questo è il motivo per cui viene citata, ma nel complesso mondo dell’economiale cose non sono come sembrano. La crisi finanziaria di Weimar ebbeinizio con gli impossibili obblighi di risarcimento imposti dal Trattato diVersailles.
    Schacht, che all’epoca era il responsabile della zecca della repubblica, silamentava: “Il Trattato di Versailles è un ingegnoso sistema diprovvedimenti che hanno per fine la distruzione economica della Germania. IlReich non è riuscito a trovare un sistema per tenersi a galla diversodall’espediente inflazionistico di continuare a stampare banconote“.Questo era quello che egli dichiarava all’inizio. Ma Zarlenga scrive cheSchacht, nel suo libro del 1967 The Magic of Money, decise “ditarar fuori la verità, scrivendo in lingua tedesca alcune notevoli rivelazioniche fanno a pezzi la saggezza comune propagandata dalla comunità finanziariariguardo all’iperinflazione tedesca“. Schacht rivelò che era la Bancadel Reich, posseduta da privati, e non il governo tedesco che pompavanuova valuta all’economia. Nel meccanismo finanziario conosciuto come vendita abreve termine, gli speculatori prendono in prestito qualcosa che nonpossiedono, la vendono e poi “coprono” le spese ricomprandola a prezzoinferiore. La speculazione sul marco tedesco fu resa possibile dal fatto che laBanca del Reich rendeva disponibili massicce quantità di denaro liquido per iprestiti, marchi che venivano creati dal nulla annotando entrate sui registribancari e poi prestati ad interessi vantaggiosi.
    Quando la Banca del Reich non riuscì più a far fronte alla vorace richiestadi marchi, ad altre banche private fu permesso di crearli dal nulla e diprestarli, a loro volta, a interesse. Secondo Schacht, quindi, non solo non fuil governo a provocare l’iperinflazione di Weimar, ma fu proprio il governo chela tenne sotto controllo. Alla Banca del Reich furono imposti severiregolamenti governativi e vennero prese immediate misure correttive perbloccare le speculazioni straniere, eliminando la possibilità di facile accessoai prestiti del denaro fabbricato dalle banche. Hitler poi rimise insesto il paese con i suoi Certificati del Tesoro, stampati dalgoverno su modello del Greenback americano. Schacht disapprovava l’emissione dimoneta da parte del governo e fu rimosso dal suo incarico alla Banca del Reichquando si rifiutò di sostenerlo (cosa che probabilmente lo salvò dal processodi Norimberga). Ma nelle sue memorie più tarde, egli dovettericonoscere che consentire al governo di stampare la moneta di cui avevabisogno non aveva prodotto affatto l’inflazione prevista dalla teoria economicaclassica. Teorizzò che essa fosse dovuta al fatto che le fattorieerano ancora inoperose e la gente senza lavoro. In questo si trovò d’accordocon John Maynard Keynes: quando le risorse perincrementare la produzione furono disponibili, aggiungere liquiditàall’economia non provocò affatto l’aumento dei prezzi; provocò invece lacrescita dei beni e di servizi. Offerta e domanda crebbero di pari passo,lasciando i prezzi inalterati. (da Webofdebt)

    di Ellen Brown

    http://www.altrainformazione.it/wp/la-fonte-del-potere-2/signoraggio-la-linfa-vitale-dei-poteri-forti/hitler-imito-il-sistema-monetario-di-lincoln/
    Ultima modifica di Eridano; 31-05-14 alle 21:59
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito Re: Sovranità monetaria

    Adolf Hitler il15 giugno 1939 con la legge sulla Reichsbank “gasa” l’apolide usura bancaria e stampa moneta in proprio!.

    Il testo di questo articolo è tratto dal libro: La legge sulla Reichsbank (15 giugno 1939), Il III Reich nazionalizza la banca di emissione, Effepi Edizioni

    Il 15-06-1939 il III Reich promulga la “Legge sulla Reichsbank”
    Il 03-09-1939 Inghilterra e Francia dichiarano guerra alla Germania!

    Erano trascorsi solamente 80 giorni!

    L’usura finanaziaria e bancaria apolide aveva fretta, una “infezione” simile NON poteva/doveva attecchire in tutta l’Europa!



    Adolf Hitler, Reichkanzler und Führer, und Hjalmar Schacht, Reichsbankpräsident (05-05-1934)


    In Germania, per la prima volta da quando, nel 1695 si era imposto il signoraggio, un governo aveva avuto il coraggio e la forza di nazionalizzare la banca di emissione, riacquistando, così, la proprietà della moneta.
    Gli avvenimenti successivi – ci riferiamo ovviamente al secondo conflitto mondiale – hanno messo in ombra questo evento di portata storica.
    Le “democrazie occidentali”, che pure poco o nulla avevano fatto per salvare quell’abborracciata anomalia statale battezzata a Versailles Cecoslovacchia e da loro vezzeggiata e armata in funzione antitedesca, scoprirono all’improvviso l’irrefrenabile desiderio, l’imprescindibile necessità di “morire per Danzica”.
    Nessuno storico, almeno a nostra conoscenza, ha mai correlato i due fatti, il che indurrebbe a ritenere che, secondo gli ufficiali sacerdoti di Clio, i due avvenimenti, lo scoppio delle ostilità e la nazionalizzazione della banca di emissione, corrano su binari diversi, mai destinati ad incontrarsi. E questo è, quantomeno per quegli storici così attenti alla componente economica, decisamente strano. Tutti hanno accettato di buon grado e come incontrovertibili le motivazioni ufficiali di Francia e Gran Bretagna.
    Eppure è ingenuo pensare che i governi inglese e francese nel dichiarare guerra alla Germania palesassero le reali motivazioni in forza delle quali decidevano di entrare in conflitto. Del resto, se “morire per Danzica” destava già non poche perplessità fra il popolo e l’esercito francese, come avrebbero mai reagito questi ad una parola d’ordine che suggerisse di morire per il signoraggio?
    A guerra finita, le potenze occupanti hanno provveduto a eliminare quest’anomalia bancaria tedesca, da loro vista come un pericoloso focolaio di infezione.

    • Gli americani hanno provveduto con la Legge n. 60 del 1° marzo 1948 (Militärregierung Deutschland, Amerikanisches Kontrollgebiet, Gesetz Nr. 60 vom 1. Marz 1948)
    • Gli inglesi con l’Ordinanza n. 129, del 1° marzo 1948 (Militärregierung Deutschland, Britisches Kontrollgebiet, Verordnung Nr. 129 vom 1. März 1948)
    • I francesi con l’Ordinanza 203 del 26 marzo 1949 (Militärregierung Deutschland, Französisches KontroUgebiet, Verordnung Nr. 203 vom 26. März 1949).




    Hjalmar Schacht in einem alliierten Internierungslager,internato in campo di concentramento alleato,1945


    Non siamo in grado di fornire al lettore gli estremi della norma promulgata nel settore sovietico, del resto se si pensa che la Gosbank – la banca di emissione sovietica – era anch’essa privata e contava fra i suoi soci il miliardario “americano” Armand Hammer, è diffìcile pensare che abbiano tardato ad emettere una norma del genere.
    C’erano voluti poco meno di dieci sanguinosi anni e qualche milione di morti, ma, finalmente, l’ordine era stato ripristinato e gli affari potevano riprendere il loro corso usuale.
    Per garantirsi, però, un lungo sonno indisturbato ed evitare il ripetersi di analoghi “crimini” era necessario demonizzare l’avversario ed esporlo al ludibrio dell’universo mondo. E anche questo è puntualmente avvenuto.

    Il governo del Reich ha approvato la seguente legge, che viene così emanata :
    La Banca Tedesca del Reich è, in quanto banca d’emissione, alle dirette dipendenze della totale sovranità del Reich.
    È al servizio della realizzazione degli scopi fissati dal governo nazionalsocialista nei limiti della sfera di competenza affidatale, soprattutto per la garanzia del valore della valuta tedesca. Per regolamentare i rapporti giuridici della Banca del Reich, costituita con la legge del 14 Marzo 1875 (RGBI. S. 177), il governo del Reich ha approvato la seguente legge, che viene qui proclamata:
    I. Forma giuridica e Incombenze
    §1
    (1) La Banca Tedesca del Reich fa capo direttamente al Führer e Cancelliere del Reich.
    (2) È persona giuridica di diritto pubblico con sede a Berlino. Può istituire delle filiali.
    §2
    I compiti della Banca Tedesca del Reich derivano dalla sua posizione di banca d’emissione del Reich. Essa sola ha il diritto di emettere banconote. Deve inoltre regolamentare le transazioni e le operazioni finanziarie in Germania e all’estero. Deve anche provvedere alla utilizzazione dei mezzi economici disponibili dell’economia tedesca nel modo più appropriato per l’interesse collettivo e politico-economico.
    II. Direzione e Amministrazione
    §3
    (1) La Banca Tedesca del Reich è diretta e amministrata dal presidente e dagli altri componenti del comitato direttivo, secondo le disposizioni e con la supervisione del Führer e Cancelliere del Reich.
    (2) Nel comitato direttivo della Banca del Reich, è il presidente che prende le decisioni.
    §4
    Il Führer e Cancelliere nomina il presidente della banca e gli altri componenti del comitato direttivo. Egli decide la durata del loro incarico.
    Gli stipendi, gli assegni di aspettativa, le pensioni e le pensioni di guerra del presidente della banca e degli altri componenti del comitato direttivo, vengono definiti da un contratto con la Banca Tedesca del Reich. II contratto necessita dell’approvazione del Führer e Cancelliere del Reich.
    Il Führer e Cancelliere del Reich può rimuovere il presidente della banca e gli altri componenti del comitato direttivo in qualsiasi momento, nel rispetto della salvaguardia dei diritti contrattuali.
    Questo fu l’unico motivo per il quale TUTTO il democratico mondo, soggiogato dall’USURA bancaria internazionale, dichiarò la GUERRA di AGGRESSIONE al per nulla politically correct Adolf Hitler!
    Fonte: La legge sulla Reichsbank (15 giugno 1939), Il III Reich nazionalizza la banca di emissione, Effepi Edizioni . Per richiedere il volume contattare:
    Effepi Edizioni, Via Balbi Piovera 7 – 16149 Genova
    Telefono: 010 6423334 – 338 9195220
    Posta elettronica: [email protected]
    ____________________________________________



    I “cani da riporto” svolgono il loro ruolo di indispensabile supporto al “padrone”che da loro da mangiare… segue il testo della legge, originale, che nazionalizzava la Banca di Germania.

    __________________________________________________ __________________

    Gesetz über die Deutsche Reichsbank

    vom 15. Juni 1939.geändert durch

    Verordnung vom 4. September 1939 (RGBl. I. S. 1694)
    faktisch aufgehoben durch das Gesetz Nr. 60 der amerikanischen bzw. die Verordnung Nr. 129 der britischen Militärregierung in Deutschland vom 1. März 1948 (GVBl. Wirtschaftsrat Beilage Nr. 3)
    Die Reichsregierung hat das folgende Gesetz beschlossen, das hiermit verkündet wird:
    Die Deutsche Reichsbank untersteht als deutsche Notenbank der uneingeschränkten Hoheit des Reichs. Sie dienst der Verwirklichung der durch die nationalsozialistische Staatsführung gesetzten Ziele im Rahmen des ihr anvertrauten Aufgabenbereichs, insbesondere zur Sicherstellung des Wertes der deutschen Währung.
    Zur Regelung der Rechtsverhältnisse der durch das Bankgesetz vom 14. März 1875 (RGBl. S. 177) errichteten Reichsbank hat die Reichsregierung das folgenden Gesetz beschlossen, das hiermit verkündet wird:
    I. Rechtsform und Aufgaben
    § 1. (1) Die Deutsche Reichsbank ist dem Führer und Reichskanzler unmittelbar unterstellt.
    (2) Sie ist eine juristische Person des öffentlichen Rechts mit dem Sitz in Berlin. Sie darf Zweigstellen unterhalten.
    § 2. Die Aufgaben der Deutschen Reichsbank ergeben sich aus ihrer Stellung als Notenbank des Reichs. Sie hat das ausschließliche Recht, Banknoten auszugeben. Sie hat ferner den geld- und Zahlungsverkehr im Inland und mit dem Ausland zu regeln sowie für die Nutzbarmachung der verfügbaren Geldmittel der deutschen Wirtschaft in gemeinnütziger und volkswirtschaftlich zweckmäßiger Weise zu sorgen.
    II. Leitung und Verwaltung
    § 3. (1) Die Deutsche Reichsbank wird nach den Weisungen und unter der Aufsicht des Führers und Reichskanzlers von dem Präsidenten der Deutschen Reichsbank und den übrigen Mitgliedern des Reichsbankdirektoriums geleitet und verwaltet.
    (2) Im Reichsbankdirektorium entscheidet der Präsident der Deutschen Reichsbank.
    § 4. (1) Der Führer und Reichskanzler ernennt den Präsidenten der Deutschen Reichsbank und die übrigen Mitglieder des Reichsbankdirektoriums. Er bestimmt die Dauer ihres Amtes.
    (2) Die Gehälter, Wartegelder, Ruhegehälter und Hinterbliebenenbezüge des Präsidenten der Deutschen Reichsbank und der übrigen Mitglieder des Reichsbankdirektoriums werden durch Vertrag mit der Deutschen Reichsbank bestimmt. Der Vertrag bedarf der Genehmigung des Führers und Reichskanzlers.
    (3) Der Führer und Reichskanzler kann den Präsidenten der Deutschen Reichsbank und die übrigen Mitglieder des Reichsbankdirektoriums jederzeit unter Wahrung der vertraglichen Ansprüche abberufen.
    § 5. (1) Die Deutsche Reichsbank wird durch das Reichsbankdirektorium gerichtlich und außergerichtlich vertreten.
    (2) Erklärungen sind für die Deutsche Reichsbank verbindlich, wenn sie von zwei Mitgliedern des Reichsbankdirektoriums abgegeben werden; sie können auch von Vertretern abgegeben werden, die das Reichsbankdirektorium bestimmt.
    (3) Die Vorstände der selbständigen Zweiganstalten (Reichsbankhauptstellen und Reichsbankstellen) vertreten die Deutsche Reichsbank innerhalb des Geschäftsbereichs der von ihnen geleiteten Zweiganstalt gerichtlich und außergerichtlich. Erklärungen der selbständigen Zweiganstalten sind für die Deutsche Reichsbank verbindlich, wenn sie von zwei Vorstandsmitgliedern oder ihren Vertretern abgegeben werden. Alle Klagen gegen die Deutsche Reichsbank, die auf den Geschäftsbetrieb einer solchen Zweiganstalt Bezug haben, können bei dem für den Sitz der Zweiganstalt zuständigen Gericht erhoben werden.
    (4) Ist eine Willenserklärung gegenüber der Deutschen Reichsbank abzugeben, so genügt die Abgabe gegenüber einem Vertretungsberechtigten.
    § 6. (1) Der Präsident der Deutschen Reichsbank bildet bei dem Reichsbankdirektorium einen Beirat, dessen Vorsitz er selbst inne hat. Er ernennt aus den Mitgliedern des Beirats einen ständigen Vertreter.
    (2) Der Präsident der Deutschen Reichsbank kann Ausschüsse des Beirats für bestimmte Arbeitsgerichte bilden und einzelne Mitglieder des Beirats mit bestimmten Aufträgen betrauen.
    (3) Bei den Zweiganstalten können Bezirksbeiräte gebildet werden.
    (4) Die Mitglieder des Beirats und der Bezirksbeiräte sind ehrenamtlich tätig.
    § 7. (1) Der Präsident der Deutschen Reichsbank ernennt die Reichsbankbeamten. Bei der Ernennung von Reichsbankbeamten ist der Stellvertreter des Führers oder die von ihm bestimmte Stelle nach den für die Reichsbeamten geltenden Bestimmungen zu hören.
    (2) Die Reichsbankbeamten sind mittelbare Reichsbeamte. Ihre Rechtsverhältnisse werden durch ein von dem Präsidenten der Deutschen Reichsbank zu erlassendes Beamtenstatut geregelt, das den besonderen Bedürfnissen eines geordneten und leistungsfähigen Bankbetriebes Rechnung zu tragen hat. Das Statut bedarf der Zustimmung der Reichsregierung.
    (3) Die Reichsbankbeamten unterstehen der Reichsdienststrafordnung. Oberste Dienstbehörde der Reichsbankbeamten ist der Präsident der Deutschen Reichsbank.
    § 8. (1) Der Präsident der Deutschen Reichsbank erläßt die Vorschriften über die Gehälter, Wartegelder, Ruhegehälter und die Hinterbliebenenbezüge sowie über die Zulagen der Reichsbankbeamten. Diese Vorschriften bedürfen der Zustimmung der Reichsregierung.
    (2) Der Präsident der Deutschen Reichsbank kann im Einzelfall nach Maßgabe der Bedürfnisse der Deutschen Reichsbank bei besonderen Leistungen besondere Vergütungen gewähren; diese Vergütungen dürfen in ihrem Gesamtbetrag ein Zehntel des gesamten Besoldungsaufwandes für die Reichsbankbeamten nicht übersteigen.
    § 9. Der Präsident der Deutschen Reichsbank kann bei der Deutschen Reichsbank und ihren Zweiganstalten Urkundsbeamte bestellen. Sie müssen die Befähigung zum Richteramt besitzen und führen ein Amtssiegel. Die Urkundsbeamten können in Angelegenheiten der Deutschen Reichsbank alle Geschäfte wahrnehmen, die zur Amtstätigkeit eines Notars gehören. Die Befugnis, die Deutsche Reichsbank zu vertreten, kann durch die Bescheinigung eines Urkundsbeamten der Deutschen Reichsbank nachgewiesen werden.
    § 10. (1) Die Mitglieder des Reichsbankdirektoriums, sämtliche im Dienst der Deutschen Reichsbank tätigen Personen sowie die Mitglieder des Beirats der Deutschen Reichsbank und der Bezirksbeiräte sind verpflichtet, über alle zu ihrer Kenntnis gelangenden Angelegenheiten und Einrichtungen der Deutschen Reichsbank, insbesondere über alle Geschäfte der Bank und über den Umfang gewährter Kredite, Schweigen zu beobachten, auch nachdem die Zugehörigkeit zur Deutschen Reichsbank beendet ist.
    (2) Sie dürfen ohne Genehmigung des Präsidenten der Deutschen Reichsbank über solche Angelegenheiten weder vor Gericht noch außergerichtlich aussagen oder Erklärungen abgeben. Die Genehmigung, als Zeuge auszusagen, soll nur versagt werden, wenn die Aussage dem Wohle des Reichs Nachteile bereiten oder die Erfüllung öffentlicher Aufgaben ernstlich gefährden oder erheblich erschweren würde. Die Genehmigung, ein Gutachten zu erstatten, kann versagt werden, wenn die Erstattungen auch sonst dienstliche Nachteile bereiten würde.
    (3) § 96 der Strafprozeßordnung gilt für die Deutsche Reichsbank mit der Maßgabe, daß oberste Dienstbehörde im Sinne dieser Vorschrift der Präsident der Deutschen Reichsbank ist.
    III. Grundkapital und Anteilseigner
    § 11. (1) Das Grundkapital der Deutschen Reichsbank beträgt 150 Millionen Reichsmark. Es zerfällt in Anteile. Die Anteilseigner haften nicht persönlich für die Verbindlichkeiten der Deutschen Reichsbank.
    (2) Als Anteilseigner der Deutschen Reichsbank sind nur zugelassen deutsche Staatsangehörige, die nach ihrer Abstammung die Voraussetzungen zum Erwerb des Reichsbürgerrechts erfüllen, sowie juristische Personen und Unternehmen, die ihren Sitz im Geltungsbereich dieses Gesetzes haben.
    (3) Der Erwerber eines Anteils hat auf Verlangen der Deutschen Reichsbank innerhalb einer von ihr bestimmten Frist nachzuweisen, daß er gemä0ß Abs. 2 zum Besitz von Reichsbankanteilen zugelassen ist. Das Reichsbankdirektorium entscheidet unter Ausschluß des Rechtsweges, ob der Nachweis erbracht ist.
    (4) Die Satzung (§ 27) kann bestimmen, daß Anteilscheine ausgegeben werden; sie können durch Indossament übertragen werden. Für die Form des Indossaments, den Rechtsausweis des Inhabers und seine Verpflichtung zur Herausgabe gelten sinngemäß Artikel 12, 13, 14 Abs. 2 und Artikel 16 des Wechselgesetzes.
    § 12. (1) Die Hautversammlung ist die Vertretung der Anteilseigner.
    (2) Sie nimmt den Jahresabschluß und den Verwaltungsbericht entgegen. Sie beschließt auf Vorschlag des Präsidenten der Deutschen Reichsbank über eine Erhöhung des Grundkapitals.
    IV. Geschäftskreis der Deutschen Reichsbank
    § 13. (1) Die Deutsche Reichsbank ist befugt, folgende Geschäfte zu betreiben:
    1. Wechsel und Schecks zu kaufen und zu verkaufen, aus denen drei als zahlungsfähig bekannte Verpflichtete haften. Die Wechsel müssen, vom Tage des Ankaufs gerechnet, innerhalb dreier Monate fällig sein; sie sollen gute Handelswechsel sein.
    Von dem Erfordernis der dritten Unterschrift kann abgesehen werden, wenn durch einen Nebensicherheit oder in sonstiger Weise die Sicherheit des Wechsels oder Schecks gewährleistet ist;
    2. vom Reich begebene Schatzwechsel, welche vom Tage des Ankaufs gerechnet, innerhalb dreier Monate fällig sind, zu kaufen und zu verkaufen. Der Führer und Reichskanzler bestimmt den Höchstbetrag, den die Deutsche Reichsbank auf Grund dieser Vorschrift in ihrem Bestand haben und gemäß Nr. 5c beleihen darf;
    3. zur Regelung des Geldmarktes festverzinsliche, zum amtlichen Börsenhandel zugelassene Wertpapiere, ferner Schatzanweisungen des Reichs, die, vom Tage des Ankaufs gerechnet, innerhalb eines Jahres fällig sind, zu kaufen und zu verkaufen;
    4. Gold und Devisen zu kaufen und zu verkaufen;
    5. verzinsliche Darlehen auf nicht länger als drei Monate gegen Pfänder zu gewähren (Lombardverkehr), und zwar
    a) gegen Gold bis zur Höhe des Ankaufspreises (§ 14),
    b) gegen Wechsel, die den Erfordernissen der Nr. 1 entsprechen, zu höchstens 9/10 ihres Nennbetrages,
    c) gegen vom Reich begebene Schatzwechsel, welche den Erfordernisse der Nr. 2 entsprechen, zu höchstens 9/10 ihres Nennbetrages,
    d) gegen vom Reichsbankdirektorium bezeichnete festverzinsliche Wertpapiere, gegen Schatzanweisungen des Reichs oder eines deutschen Landes, die, vom Tage der Beleihung gerechnet, innerhalb eines Jahres fällig sind – in Stücken und Sammelbestandanteilen bei Wertpapiersammelbanken – sowie gegen Reichsschuldbuchforderungen von höchstens 3/4 ihres Kurswertes.
    Besteht für Werte dieser Art kein börsenmäßig notierter Kurswert, so setzt das Reichsbankdirektorium den einer Beleihung zugrunde zu legenden Wert nach der bestehenden Verwertungsmöglichkeit fest,
    e) gegen im Inland lagernde Kaufmannswaren oder sie vertretende Urkunden zu höchstens 2/3 ihres Wertes.
    Wenn der Schuldner eines im Lombardverkehr gewährten Darlehns im Verzug ist, ist die Deutsche Reichsbank berechtigt, ohne gerichtliche Ermächtigung oder Mitwirkung das Pfand durch einen ihrer Beamten oder durch einen zu Versteigerungen befugten Beamten öffentlich verkaufen oder, wenn der verpfändende Gegenstand einen Börsen- oder Marktpreis hat, den Verkauf auch nichtöffentlich durch einen dieser Beamten oder einen Handelsmakler zum laufenden Preise bewirken zu lassen und sich aus dem Erlös wegen Kosten, Zinsen und Kapital bezahlt zu machen. Dieses Recht behält die Deutsche Reichsbank auch gegenüber anderen Gläubigern und gegenüber der Konkursmasse des Schuldners;
    6. unverzinsliche – in Ausnahmefällen auch verzinsliche – Gelder im Giroverkehr oder als Einlagen anzunehmen;
    7. Wertgegenstände, insbesondere Wertpapiere, in Verwahrung und in Verwaltung zu nehmen. Die Deutsche Reichsbank hat die Stellung einer Wertpapiersammelbank;
    8. für fremde Rechnung nach vorheriger Deckung:
    a) bankmäßige Geschäfte auszuführen;
    b) Edelmetalle zu kaufen und zu verkaufen.
    (2) Das Reichsbankdirektorium hat die im Geschäftsverkehr der Deutschen Reichsbank zur Anwendung kommenden Zinssätze öffentlich bekanntzumachen.
    § 14. (1) Die Deutsche Reichsbank ist verpflichtet, an ihrem Sitz in Berlin Barrengold zum festen Satz von 2784 Reichsmark für 1 Kilogramm fein anzukaufen. Sie ist berechtigt, auf Kosten des Verkäufers solches Gold prüfen und scheiden zu lassen.
    (2) Die Deutsche Reichsbank gibt aus ihren verfügbaren Beständen Gold in Barren zum Preise von 2790 Reichsmark für 1 Kilogramm fein gegen Barzahlung ab, wenn ihr die Verwendung für volkswirtschaftlich gerechtfertigte Zwecke gewährleistet erscheint.
    § 15. (1) Die Deutsche Reichsbank ist verpflichtet, sämtliche die Reichsverwaltung betreffenden Bankgeschäfte soweit sie nach den Bestimmungen dieses Gesetzes für sie zugelassen sind, auszuführen sowie den gesamten Zahlungsverkehr zwischen den Kassen des Reichs, der Reichsgaue, der Länder, der Gemeinden und Gemeindeverbände zu vermitteln. Sie darf hierfür dem Reich Kosten und Gebühren nicht berechnen.
    (2) Das Reich wird seine sämtlichen die allgemeine Reichsverwaltung betreffenden Bankgeschäfte durch die Deutsche Reichsbank besorgen zu lassen. Das Reich wird Anleihen und Schatzanweisungen in erster Linie durch die Deutsche Reichsbank begeben lassen.
    § 16. (1) Die Deutsche Reichsbank darf dem Reich Betriebskredite gewähren, deren Höhe der Führer und Reichskanzler bestimmt.
    (2) Daneben darf die Deutschen Reichsbank der Deutschen Reichspost und der Deutschen Reichsbahn Betriebskredite bis zum Höchstbetrag von zusammen 200 Millionen Reichsmark für beide Unternehmen geben. In diesem Falle findet auf Verlangen der Deutschen Reichsbank die Vorschrift des § 15 Abs. 2 sinngemäß Anwendung.
    § 17. Die Deutsche Reichsbank ist befugt, Aktien und Schuldverschreibungen der Deutschen Golddiskontbank sowie Aktien der Bank für Internationalen Zahlungsausgleich zu erwerben und zu veräußern und die Gewährleistung für die Zeichnung solcher Aktien zu übernehmen.
    § 18. (1) Andere Geschäfte, als sie in den §§ 13 bis 17 zugelassen sind, soll die Deutsche Reichsbank nur für Betriebszwecke oder zur Durchführung oder Abwicklung zugelassener Geschäfte vornehmen.
    (2) Die Annahme von Wechseln ist der Deutschen Reichsbank untersagt.
    § 19. (1) Versieht die Deutsche Reichsbank einen auf sie gezogenen Scheck mit einem Bestätigungsvermerk, so wird sie dadurch dem Inhaber zur Einlösung verpflichtet; für die Einläsung haftet sie auch dem Aussteller und den Indossanten.
    (2) Die Deutsche Reichsbank ist nur nach vorheriger Deckung befugt, Schecks mit einem Bestätigungsvermerk zu versehen.
    (3) Die Einlösung des bestätigten Schecks darf auch dann nicht verweigert werden, wenn inzwischen über das Vermögen des Ausstellers der Konkurs eröffnet wurde.
    (4) Die Verpflichtung aus der Bestätigung erlischt, wenn der Scheck nicht binnen acht Tagen nach der Ausstellung zur Zahlung vorgelegt wird. Auf den Nachweis der Vorlegung finden die Vorschriften des Artikels 40 des Scheckgesetzes Anwendung.
    (5) Der Anspruch aus der Bestätigung verjährt in zwei Jahren vom Ablauf der Vorlegungsfrist an.
    (6) Auf die gerichtliche Geltendmachung von Ansprüchen auf Grund der Bestätigung finden die für Wechselsachen geltenden Zuständigkeits- und Verfahrensvorschriften entsprechende Anwendung.
    (7) Die Bestätigung begründet nicht die Verpflichtung zur Entrichtung des Wechselstempels oder einer sonstigen Abgabe.
    V. Notenausgabe, Notendeckung und Ausweis
    § 20. (1) Die Reichsbanknoten sind außer Reichsgoldmünzen das einzige unbeschränkte gesetzliche Zahlungsmittel.
    (2) Die Reichsbanknoten lauten auf Reichsmark. Reichsbanknoten über kleinere Beträge als zehn Reichsmark dürfen nur im Einvernehmen mit der Reichsregierung ausgegeben werden.
    § 21. (1) Die umlaufenden Noten der Deutschen Reichsbank müssen jederzeit gedeckt sein durch ihre Bestände
    an Wechseln und Schecks gemäß § 13 Nr. 1,
    an Schatzwechseln des Reichs gemäß § 13 Nr. 2,
    an Wertpapieren gemäß § 13 Nr. 3,
    an täglich fälligen Forderungen auf Grund von Lombarddarlehen gemäß § 13 Nr. 5.
    (2) Gold- und Devisenbestände soll die Deutsche Reichsbank in einer Höhe halten, wie es nach ihrem Ermessen zur Regelung des Zahlungsverkehrs mit dem Ausland und zur Aufrechterhaltung des Wertes der Währung erforderlich ist.
    (3) Die Gold- und Devisenbestände, über die die Deutsche Reichsbank jederzeit verfügen kann, sind neben den im Abs. 1 bezeichneten Deckungsmitteln als Notendeckung zugelassen. Gold im Sinne dieser Vorschrift sind Reichsgoldmünzen, zum Nennwert berechnet, ferner Barrengold und sonstige Goldmünzen, das Kilogramm fein zu 2684 Reichsmark berechnet. Devisen im Sinne dieser Vorschrift sind kursfähiges ausländisches geld mit Ausnahme der Scheidemünzen, im Ausland zahlbare und auf ausländische Währung lautende Wechsel und Schecks gemäß § 13 Nr. 1 sowie täglich fällige Forderungen, die bei einer als zahlungsfähig bekannten Bank an einem ausländischen zentralen Finanzplatz in ausländischer Währung zahlbar sind.
    § 22. (1) Die Deutsche Reichsbank hat für beschädigte Noten Ersatz zu leisten, sofern der Inhaber entweder einen Teil der Note vorlegt, welcher größer ist als die Hälfte, oder den Nachweis führt, daß der Rest der Note, von welcher er nur die Hälfte oder einen geringeren Teil vorlegt vernickelt ist. Das Reichsbankdirektorium entscheidet unter Ausschluß des Rechtsweges, ob der Nachweis erbracht ist.
    (2) Der Aufruf und die Einziehung der Noten erfolgt durch das Reichsbankdirektorium, das hierüber die näheren Bestimmungen erläßt. Diese BEstimmungen sind öffentlich bekanntzumachen.
    (3) Die aufgerufenen Noten sind nach Ablauf der vom Reichsbankdirektorium bestimmten Frist ungültig.
    (4) Für vernichtete, verlorene oder ungültige Noten Ersatz zu leisten, ist die Deutsche Reichsbank nicht verpflichtet.
    § 23. (1) Die Deutsche Reichsbank hat den Stand ihrer Aktiva und Passiva regelmäßig zu veröffentlichen.
    (2) Die Veröffentlichung muß angeben:
    1. auf seiten der Passiva:
    das Grundkapital,
    die Rücklagen und Rückstellungen,
    den betrag der umlaufenden Noten,
    die täglich fälligen Verbindlichkeiten,
    die an eine Kündigungsfrist gebundenen Verbindlichkeiten,
    die sonstigen Passiva;
    2. auf seiten der Aktiva:
    den Deckungsbestand an Gold und Devisen,
    den Bestand:
    an Wechseln und Schecks sowie an Schatzwechseln des Reichs,
    an Wertpapieren, die gemäß § 13 Nr. 3 angekauft worden sind,
    an Lombardforderungen,
    an deutschen Scheidemünzen,
    an Rentenbankscheinen,
    an sonstigen Wertpapieren,
    an sonstigen Aktiven.
    (3) Außerdem sind die aus weiterbegebenen, im Inland zahlbaren Wechseln entstandenen bedingten Verbindlichkeiten ersichtlich zu machen.
    VI. Jahresabschluß und Gewinnverteilung
    § 24. (1) Das Reichsbankdirektorium stellt den Jahresabschluß fest.
    (2) Von dem jährlichen Reingewinn sind zehn vom Hundert so lange einer gesetzlichen Rücklage zuzuführen, bis diese die Höhe des Grundkapitals erreicht. Die gesetzliche Rücklage darf nur zum Ausgleich von Wertminderungen und zur Deckung von sonstigen Verlusten verwandt werden. Der Verwendung der gesetzlichen Rücklage steht nicht entgegen, daß freie, zum Ausgleich von Wertminderungen und zur Deckung von sonstigen Verlusten bestimmte Rücklagen vorhanden sind.
    (3) Aus dem verbleibenden Reingewinn erhalten die Anteilseigner einen Gewinnanteil von fünf vom Hundert. Der Überschuß fällt dem Reich zu.
    VII. Geschäftskreis der Deutschen Reichsbank
    § 25. (1) Mit Gefängnis und mit Geldstrafe in unbeschränkter Höhe oder mit einer dieser Strafen – bei Fahrlässigkeit mit Geldstrafe oder mit Haft – wird bestraft
    1. wer unbefugt Geldzeichen (Marken, Münzen, Scheine oder sonstige Urkunden, die geeignet sind, im Zahlungsverkehr an Stelle der gesetzlich zugelassenen Münzen oder Banknoten verwendet zu werden), auch wenn ihre Wertbezeichnung nicht in Reichswährung ausgedrückt ist, oder unverzinsliche Inhaberschuldverschreibungen ausgibt oder zu Zahlungen verwendet;
    2. wer im Ausland ausgegebene Geldzeichen, die ausschließlich oder neben anderen Wertbestimmungen auf Reichswährung lauten, zu Zahlungen im Inland verwendet.
    (2) Der Versuch ist strafbar.
    (3) Neben der Strafe können die Gegenstände, auf die sich die strafbare Handlung bezieht, eingezogen werden. Kann keine bestimmte Person verfügt und verurteilt werden, so kann auf die Einziehung selbständig erkannt werden, wenn im übrigen die Voraussetzungen hierfür vorliegen.
    § 26. (1) Die Mitglieder des Reichsbankdirektoriums werden mit Geldstrafe oder Gefängnis bestraft
    1. wenn sie in den im § 23 vorgeschriebenen Veröffentlichungen den Stand der Verhältnisse der Deutschen Reichsbank vorsätzlich unwahr darstellen oder verschleiern;
    2. wenn sie vorsätzlich anordnen oder zulassen, daß die Deutsche Reichsbank mehr Noten ausgibt, als sie auszugeben befugt ist.
    (2) Die Strafverfolgung tritt auf Anordnung des Führers und Reichskanzlers ein.
    VIII. Schluß- und Übergangsbestimmungen
    § 27. (1) Der Präsident der Deutschen Reichsbank erläßt die Satzung. Die Satzung und ihre Änderungen sind öffentlich bekanntzumachen.
    (2) Die Satzung hat zu bestimmen:
    1. die Einrichtung der Zweiganstalten;
    2. über den Beirat der Deutschen Reichsbank und die Bezirksräte;
    3. über die Anteile an dem Grundkapital der Deutschen Reichsbank, ihre Übertragung oder Verpfändung;
    4. über die Ausgabe und Form von Anteilscheinen und der dazugehörigen Gewinnanteil- und Erneuerungsscheine, über Aufgebot und Kraftloserklärung verlorener oder vernichteter Anteilscheine sowie über das Verfahren bei Abhandenkommen von Gewinnanteil- oder Erneuerungsscheinen;
    5. über die Hauptversammlung, insbesondere über die Bedingungen der Ausübung des Stimmrechts und die Geschäftsordnung;
    6. über das Geschäftsjahr, den Jahresabschluß und den Geschäftsbereich;
    7. über die Prüfung der Rechnungen und die Einrichtungen für diese Prüfung;
    8. über die Auszahlung der Gewinnanteile.
    (3) Solange der Präsident der Deutschen Reichsbank eine Satzung nicht erlassen hat, gelten die Bestimmungen der bisherigen Satzung fort, soweit die Vorschriften dieses Gesetzes nicht entgegenstehen.
    § 28. (1) Das Reichsbankdirektorium und die Vorstände der Zweiganstalten der Deutschen Reichsbank haben die Stellung von Reichsbehörden.
    (2) Für den Bereich der Deutschen Reichsbank hat das Reichsbankdirektorium die Stellung der obersten Reichsbehörde.
    (3) Die Vorschriften über die Haftung des Reichs für seine Beamten gelten sinngemäß für die Deutsche Reichsbank.
    § 29. Für die öffentlichen Bekanntmachungen der Deutschen Reichsbank genügt die einmalige Einrückung in den Deutschen Reichsanzeiger und Preußischen Staatsanzeiger. Die Bekanntmachung gilt als bewirkt, sobald die sie enthaltende Nummer des Deutschen Reichsanzeigers und Preußischen Staatsanzeigers in Berlin ausgegeben ist.
    § 30. Anteile der Deutschen Reichsbank sind an jeder Börse zum Börsenhandel zuzulassen. Zum Zweck der Einführung an der Börse sind dem Börsenvorstand ihre Merkmale mitzuteilen; die Veröffentlichung eines Prospektes ist nicht erforderlich.
    § 31. (1) Die Deutsche Reichsbank genießt in Bau-, Wohnungs- und Mietangelegenheiten die gleichen Vergünstigungen wie das Reich.
    (2) Die Vorschriften über die Beteiligung an den Industrie- und Handelskammern finden auf die Deutsche Reichsbank keine Anwendung.
    § 32. Die Deutsche Rentenbank darf den Betrag der umlaufenden Rentenbankscheine nicht erhöhen. Die Rentenbankscheine sind nach Maßgabe besonderer Bestimmungen einzuziehen.
    Durch Verordnung vom 4. September 1939 wurde bestimmt:
    Art. I. …und § 32 des Gesetzes über die Deutsche Reichsbank vom 15. Juni 1939 (RGBl. I. S. 1015) finden bis auf weiteres keine Anwendung”.

    § 33. (1) Die bei Inkrafttreten dieses Gesetzes vorhandenen Anteilscheine nebst den Erneuerungsscheinen und den Gewinnanteilscheinen sind bis zum 30. April 1940 bei der Deutschen Reichsbank einzureichen. Ist ein Anteilschein vernichtet oder abhandengekommen, so genügt an Stelle der Einreichung der Nachweis, daß das Aufgebotsverfahren beantragt ist.
    (2) Jeder Anteilseigner hat bei der Einreichung oder spätestens bis zum 30. April 1940 den Nachweis zu führen, daß er Reichsbankanteile besitzen darf (§ 11 Abs. 2). Anteilseigner, die nicht in den Stammbüchern der Deutschen Reichsbank eingetragen sind, haben bis zum 30. April 1940 ihre Eintragung zu beantragen und die etwa von der Deutschen Reichsbank für erforderlich erachteten Rechtsausweise zu erbringen. die Deutsche Reichsbank haftet nicht für die Nachprüfung des Rechtsausweises.
    (3) Das Reichsbankdirektorium entscheidet unter Ausschluß des Rechtsweges, ob die im Abs. 2 erforderlichen Nachweise erbracht sind. Das Reichsbankdirektorium kann die Frist für diese Nachweise verlängern.
    (4) Reichsbankanteile, die nicht fristgemäß nach Abs. 1 eingereicht sind oder für die die Anteilseigner die nach Abs. 2 erforderten Nachweise nicht innerhalb der bestimmten Frist erbracht haben, können nebst den zugehörigen Dividenden- und Erneuerungsscheinen vom Reichsbankdirektorium durch öffentliche Bekanntmachung zugunsten der Deutschen Reichsbank für kraftlos erklärt werden. Die Anteile werden neu ausgegeben.
    (5) Die näheren Ausführungsbestimmungen erläßt das Reichsbankdirektorium.
    (6) Für die für kraftlos erklärten Anteile gewährt die Deutsche Reichsbank eine Abfindung. Sie gewährt ferner eine Abfindung für die Abänderung der Gewinnverteilung.
    (7) Die Abfindungen setzt die Hauptversammlung nach Vorschlag des Reichsbankdirektoriums endgültig fest.
    § 34. (1) Für die Amtsdauer der bei Inkrafttreten dieses Gesetzes im Amt befindlichen Mitglieder des Reichsbankdirektoriums gelten die bisherigen Vorschriften.
    (2) Bis zum Erlaß eines Beamtenstatuts gemäß § 7 und von Vorschriften über die Gehälter, Wartegelder, Ruhegehälter und die Hinterbliebenenbezüge der Reichsbankbeamten gemäß § 8 bleiben die bisherigen Vorschriften in Kraft.
    (3) Reichsbankbeamten, denen bis zum Inkrafttreten dieses Gesetzes weitergehende Rechte zustanden, als ihnen dieses Gesetz und das gemäß § 7 Abs. 2 zu erlassende Beamtenstatut gewähren, bleiben diese Rechte erhalten.
    § 35. Für die Berichtigung des Grundbuchs durch Änderung der Bezeichnung “Reichsbank” in “Deutsche Reichsbank” wird eine Gebühr nicht erhoben.
    § 36. Es treten außer Kraft:
    das Bankgesetz vom 30. August 1924 (RGBl. II. S. 235) nebst den dazu erlassenen Änderungsgesetzen,
    § 1 des Gesetzes zur Änderung des Bankgesetzes vom 19. März 1924 (RGBl. II. S. 73),
    die Verordnung des Bundesrates über die Bestätigung von Schecks durch die Reichsbank vom 31. August 1916 (RGBl. S. 985) und Artikel 6 des Einführungsgesetzes zum Scheckgesetz vom 14. August 1933 (RGBl. I. S. 605),
    das Gesetz über die Ausgabe und Einlösung von Notgeld vom 17. Juli 1922 (RGBl I. S. 693) und Kapital IX der Dritten Verordnung des Reichspräsidenten zur Sicherung von Wirtschaft und Finanzen vom 6. Oktober 1931 (RGBl. I. S. 537, 562) nebest den dazu erlassenen weiteren Vorschriften.
    § 37. (1) Dieses Gesetz tritt mit der Verkündung, die Vorschrift über die Verteilung des Reingewinns (§ 24) bereits mit Wirkung für das Geschäftsjahr 1938 in Kraft.
    (2) Für die Berechtigung zur Teilnahme an der Hauptversammlung, die die im § 33 vorgesehenen Abfindungen festzusetzen hat, bleibt die Vorschrift des § 11 Abs. 2 außer Betracht.
    Berchtesgaden, den 15. Juni 1939.
    Der Führer und Reichskanzler
    Adolf HitlerDer Reichswirtschaftsminister
    Walther FunkDer Reichsminister der Finanzen
    Graf Schwerin von KrosigkDer Reichsminister des Innnern
    FrickDer Reichsminister der Justiz
    In Vertretung
    Dr. Schlegelberger
    Der Reichsminister und Chef der Reichskanzlei
    Dr. LammersFonte: Gesetz über die Deutsche Reichsbank (1939)

    0619 ? Adolf Hitler il 15 giugno 1939 con la legge sulla Reichsbank ?gasa? l?apolide usura bancaria e stampa moneta in proprio! | "Olodogma"
    Ultima modifica di Eridano; 31-05-14 alle 22:10
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

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    Predefinito Re: Sovranità monetaria

    Ilmiracolo economico hitleriano

    Pubblicato da admin in Economy, Informazione,

    Storia il 25 maggio 2009

    In questi giorni,in cui notiamo la totale mancanza di risposte alla crisieconomica mondiale provocata dalle banche,ritengo sia utile pubblicare questibrani del libro SCHIAVI DELLE BANCHE di Blondet,di cui è stata stampata laseconda edizione.
    A testimonianza di una possibile alternativa che ebbe un grande,forse troppogrande successo.

    14 - L’ECONOMIA TEDESCA PRIMA DI HITLER
    Domata l’iper-inflazione, riagganciato il marco all’oro, l’economia tedescaconobbe una rinascita immediata. Motore del miracolo fu la grande finanza,lanciata in un esperimento che non si può che chiamare la primaglobalizzazione. L’inflazione aveva annichilito i risparmi e vaporizzato ifondi per il funzionamento delle imprese tedesche. Gli Stati Uniti, vincitoridella guerra e grandi creditori del mondo, traboccavano d’oro affluito daipaesi debitori. La montagna di lingotti che s’accumulavano a Fort Knox avrebbeavuto come normale conseguenza - effetto collaterale di tanta benedizione - unamoltiplicazione di dollari-carta, con conseguente inflazione. I prezziamericani sarebbero cresciuti, col risultato di rendere meno competitive lemerci statunitensi; gli Usa sarebbero stati inondati da merci estere a migliorprezzo, provocando la recessione interna - inevitabile conseguenza dopo lasuperproduzione bellica.La Federal Reserve e i banchieri americani impedironotutto ciò, con misure artificiose; le stesse cui è ricorso nei nostri anni ‘90Alan Greenspan, il capo della Banca Centrale sotto Clinton e Bush. Tenere bassii tassi d’interesse, fornire denaro facile all’ economia interna.

    Il capitale americano, poco remunerato in patria, cercò nel mondo retribuzionipiù alte. Le trovò in Germania. Nel 1925, quando il tasso di sconto delleFederal Reserve era del 3%, in Germania era del 10%; nel ‘26, il denaro che inAmerica era pagato al 4%, in Germania fruttava l’8%. Il doppio.

    Come negli anni ‘90 i capitali globali sono accorsi verso le economieemergenti, le tigri asiatiche, la Cina, dal 1924 i capitali angloamericanifluirono verso la Germania, emergente dalle distruzioni della guerra con la suaimpareggiabile manodopera (a basso costo), la sua tecnologia, le sue classitecniche produttive. Tanto più che quella manodopera costava poco. I salarierano bassi, e i bassi salari stimolano gli investimenti industriali. Comeaccade nel capitalismo globale oggi, anche allora la Germania forniva agliinvestitori esteri le garanzie del mercato e della democrazia. Licenziato ilkaiser, sradicato il prussianesimo, a Berlino folleggiava, radical-chic, larepubblica parlamentare di Weimar.

    Quel che produsse l’eccesso di capitale estero rovente, in forma di crediti abreve termine, ossia speculativi, lo ha raccontato nel 1938 Bruno Heilig,giornalista ebreo che sarebbe scampato poi ai campi di concentramento.

    “Le industrie smantellarono le vecchie fabbriche e le rimpiazzarono con i piùnuovi macchinari. La Germania era avviata a diventare il paese industriale piùavanzato del mondo, superando gli stessi Stati Uniti. La sete di manodoperarisucchiò milioni di uomini nelle città; Berlino passò da due a 6 milioni emezzo di abitanti. [..] L’intero sistema ferroviario fu riorganizzato erinnovato. A Berlino interi quartieri furono demoliti per allargare le strade.Alexanderplatz doveva diventare la più grande piazza del mondo, circondata damodernissimi grattacieli”.

    Com’è avvenuto in Giappone negli anni ‘80, e in Thailandia negli anni ‘90,l’abbondanza di capitale scatenò la febbre edilizia; e questa innescò unfantastico rincaro dei terreni. “Il prezzo della terra crebbe del 700 per centoa Berlino e del 500 per cento ad Amburgo”, dice Heilig: ciò significa che glispeculatori immobiliari videro raddoppiare o triplicare le loro fortune da ungiorno all ‘altro, senza lavoro né fatica. Faticavano i cittadini tedeschi,intenti a ricostruire il paese, mentre per loro il costo della vita aumentava.Gli affitti, durante la guerra, erano stati bloccati per legge. La liberastampa di Weimar (pagata dagli speculatori) lanciò una campagna per il loroadeguamento sostenendo che era ingiusto, dati i valori in aumento degliimmobili, che le case vecchie in locazione non condividessero la manna. Unalegge aumentò gli affitti già bloccati del 125 per cento. E il regalo, notaHeilig, beneficiò proprietari che l’inflazione aveva liberato dei tre quartidel peso dei loro debiti.

    Tra questi privilegiati, divenne abitudine mantenere buoni rapporti con leamministrazioni comunali: l’indiscrezione in anteprima che il comune di Berlinostava per estendere la metropolitana ad un nuovo quartiere consentiva guadagniastronomici a chi comprava un pezzo di terra in quel quartiere. La vendita diterreni al comune in espansione era un’altra enorme occasione di profittispeculativi. Heilig ricorda con disgusto un proprietario (non ne fa il nome)che chiese 400mila marchi al comune di Berlino per il suo appezzamento. Ilcomune, ritenendo il prezzo eccessivo, fece appello ad una specialecommissione, costituita per questo genere di arbitrati. Essa decretò che ilterreno valeva, e dunque il proprietario aveva diritto a, non già 400 mila, maa un milione e 80 mila marchi. “Lo scandalo consisteva in questo”, racconta ilgiornalista: “che i membri della commissione erano compensati in percentuale alvalore della transazione, e dunque avevano un interesse personale al massimorialzo del prezzo”.

    Non mancarono immense e scandalose privatizzazioni del genere preferito, ancheoggi, dalla finanza globale. La città di Berlino spese milioni di marchi perrimodernare il suo porto fluviale sulla Sprea (il secondo della Germania),attrezzandolo completamente con enormi gru e vastissimi magazzini. Una voltaterminata la costosa opera, l’alto funzionario responsabile del progetto, taleSchuning, dichiarò che la mano pubblica non sarebbe stata capace di gestire conefficienza e profitto il porto (quante volte non abbiamo sentito lo stessodiscorso?), e che conveniva quindi cederlo in gestione a imprenditori privati,più efficienti.

    Detto fatto. Due imprese, l’ebraica Schenker e la Busch, una ditta di materialeferroviario, costituirono un consorzio per la gestione del porto. Furono lesole ad offrirsi, non ci fu un’asta. L’area del bacino era un milione di metriquadri; il puro affitto del nudo terreno era valutato a un marco a metroquadro, dunque a un milione di marchi. Ma il consorzio Schenker & Buschottenne l’affitto dell’area - superbamente attrezzata a spese del comune congru e magazzini - a 369 mila marchi. Unico pagamento, per cinquant’anni diaffitto. Non bastò: i gestori, capitalisti di un genere che ben conosciamo,presero a lamentare che il rischio d’impresa era per loro insostenibile. Ilcomune di Berlino elargì loro, come capitale operativo, un prestito di 5milioni di marchi. Occorrerà dire che herr Schuning, che aveva fatto fare alcomune un così cattivo affare, lasciò subito dopo l’impiego pubblico, peressere assunto dal consorzio privato?

    Intanto i lavoratori berlinesi già aggravati dal rincaro degli affitti dovevanopagare un tributo a quel consorzio privato per ogni pezzo di pane chemangiavano.

    Il grande boom durò sette anni. A credito. Fino a sbattere contro quel murodella natura che già Ricardo aveva previsto come il fatale ostacolo contro cuisi sarebbe autodistrutto il liberismo, il capitalismo finanziario senza regole.

    Le imprese prosperavano. Ma al prezzo di un aumento astronomico delle lorospese incomprimibili: il servizio del debito per l’acquisto dei terreni, degliimpianti, degli immobili. Come sempre, i capitalisti agirono sulla spesa cheessi ritengono a cuor leggero variabile: i salari.

    “Ogni segno di crisi fu scongiurato comprimendo i salari e licenziandolavoratori”, dice Heilig; e poiché “i bassi salari stimolano gli investimentiindustriali”, il risparmio sulla manodopera fu compensato con l’acquisto dialtri macchinari più efficienti. Era la corsa alla più alta produttività, allarazionalizzazione esaltata dalla finanza globale: produrre più merci con sempremeno lavoratori.

    Industria ad alta intensità di capitale. “Modernizzare, modernizzare ad ognicosto, era la sola idea che gli uomini d’affari sapevano concepire”, diceHeilig. E’ la stessa ricetta che viene raccomandata o imposta in nome dell’efficienza del capitalismo. Heilig dice invece: “la Germania era intossicata”:

    Che cosa accade infatti quando si retribuisce troppo il capitale a scapito dellavoro? Finisce che le merci sempre più abbondanti non trovano acquirenti,perché i consumatori - i lavoratori - hanno perso potere d’acquisto.

    Gli imprenditori corsero ai ripari, secondo le lezioni di liberismo appenaapprese. Nel 1931, nel tentativo disperato di sostenere i prezzi, ridussero laproduzione di merci. Con ciò però, dice il giornalista, “gli interessi (suldebito), le tasse, gli ammortamenti e gli affitti, ossia le spese fisse, divisesu un volume minore di beni, aumentarono il costo unitario di ogni bene. Ilcosto di produzione crebbe in proporzione inversa ai profitti calanti, fino adivorarli”.

    La soluzione liberista? “Gli operai furono licenziati in massa”. Ma,naturalmente, ” i datori di lavoro ne ottennero ben poco sollievo. Per ognilavoratore licenziato, era anche un consumatore che spariva”.

    La benedizione del capitale facile aveva prodotto questoesito:sovrapproduzione, disoccupazione, crisi.

    Heilig ragiona su quei costi incomprimibili che finirono per divorare iprofitti. In ultima analisi, essi consistono nell’ enorme rialzo degli immobilie terreni che precedette ogni futuro profitto possibile. Alla fine, “tutto andòai proprietari immobiliari. L’intera Germania aveva lavorato ‘per loro’ intutti gli anni del boom”. Più precisamente diciamo: per restituire gliinteressi e i ratei dei capitali presi a prestito, e finiti nella speculazione menoproduttiva, la Germania si svenò.

    Nel corso del 1931 parecchi industriali tedeschi non furono più in grado dipagare i debiti: “i cosiddetti costi incomprimibili erano diventatiinsopportabili e cessarono di essere pagati”. Con l’insolvenza dei debitori,cominciarono a fallire le banche. Il cancelliere Bruning, allievo modello delliberismo pro-capitalista, spese miliardi di marchi (denaro dei contribuenti)per salvarle. Poi accordò amplissimi sussidi alle imprese in difficoltà.

    Come si vede, anche allora il liberismo non si applica quando si profila larovina del capitale e dei capitalisti: allora torna di moda l’interventopubblico, la mano visibile dello Stato. Bruning lanciò quella che chiamòpolitica anti-deflazionista: la quale consisteva nel somministrare più fortidosi del tossico che aveva condotto alla rovina. “Decretò una riduzionegenerale dei salari, che furono tagliati del 15%”. Era convinto che, ridotto ilpotere d’acquisto dei lavoratori, questo avrebbe indotto una riduzionesuccessiva dei prezzi (il prezzo umano, la riduzione alla fame della classeoperaia, non parve indegno d’essere pagato).

    “Ma i prezzi erano determinati da fattori ben diversi che dai salari”, diceHeilig: come abbiamo visto, dalle spese incomprimibili del servizio del debitocontratto per comprare suoli sopravvalutati. Era lì, se mai, che si sarebbedovuto agire.

    Ma era troppo tardi. “Sette milioni di salariati, un terzo della forzaproduttiva, era disoccupato; la classe media spazzata via: questa la situazionea un anno dall’apice della prosperità” indotta dai capitali esteri. Inquell’anno, il numero dei deputati nazisti eletti al Reichstag passò da otto a107. Nel gennaio 1933, Hitler fu nominato cancelliere.

    “Infiniti studi, libri e articoli sono stati scritti per spiegare come mai laGermania ha preso la strada della barbarie”, conclude Heilig: “c’era una voltaun paese con una bella costituzione democratica,fondata sugli ideali dellalibertà e dell ‘autogoverno”; un paese che “aveva eletto alla Assemblea Nazionaledi Weimar personalità che offrivano le migliori garanzie di estirpare le odiateidee del prussianesimo. Poi dei mascalzoni, dei pazzi, dei viziosi sono apparsisulla scena della storia, e la democrazia è stata gettata via, la libertà èdiventata spazzatura. [...] Si danno di questo fenomeno molte spiegazioni,dalle politiche illiberali [...] all ‘innato militarismo dei tedeschi,che sisuppone aspettassero solo una sua diversa reincarnazione per abbracciarlofocosamente. Idee varie: che evitano di dar conto dei meccanismi sociali chedistrussero la Germania dall’interno”.

    ——————————————————————————————-

    15) IL MIRACOLO HITLERIANO

    Del resto, l’alluvione di capitali provenienti dagli Usa si era, nel 1933, giàprosciugata completamente. La crisi del 1929 a Wall Street, il conseguente brutalearretramento dell’economia americana, il tracollo della produzione industriale,la riduzione a un rivolo dei commerci internazionali, segnò la fine della primaglobalizzazione finanziaria. I dollari in giro per il mondo furono richiamatiin patria. Non solo gli Stati Uniti, ma la Gran Bretagna - la potenzamissionaria del vangelo del liberismo - adotta il protezionismo, e impone fortidazi sulle importazioni. Nello stesso tempo, rinuncia al suo ruolo di fornitoreinternazionale di capitali. Passato il tempo in cui le imprese estere eranoincoraggiate a chiedere prestiti sul mercato finanziario di Londra; dal 1931, in forma nonufficiale, si mette in vigore un embargo sulle emissioni di titoli esteri inInghilterra. Il mercato finanziario globale prima esaltato e promosso vieneridefinito fuga di capitali, osteggiato e punito.

    L’Inghilterra si ritira dal mondo. Si ritira, a dire il vero, nel vastoconfortevole mercato del suo impero coloniale. Grande importatrice di materieprime, la Gran Bretagna beneficia del crollo dei prezzi mondiali di queste;d’altra parte, fra le sue colonie vi sono alcuni dei massimi produttoriplanetari di oro, il cui potere d’acquisto si rinforza col calo dei prezzimondiali (1). Londra gode dunque di due vantaggi: compra a poco con ororivalutato.

    La deflazione mondiale fa sì che in Inghilterra il costo della vita ribassi -fra il 1924 e il 1936 - di 16 punti, mentre i salari calano solo di 2 punti. E’una situazione felice rispetto al resto del mondo, tanto più che - con ladeflazione - il governo britannico inaugura una politica di credito facile(bisogna pur usare gli abbondanti capitali rientrati, e che non possono andareall’estero), che stimola una sorta di ripresa, trainata dal mercato interno. Etuttavia la sua disoccupazione resta,ostinata, sopra il 10 per cento fino al1939, quando la guerra innescherà il suo truce modello di pieno impiego.

    Nella grande America, il New Deal di Roosevelt non otterrà - a parte il suogrande successo propagandistico - effetti migliori. Una severa politica didirigismo, grandi opere pubbliche pagate con un crescente disavanzo delloStato, l’aumento dei salari minimi, il sostegno dei prezzi agricoli, nonriescono ad aver veramente ragione della crisi.

    Nel 1936, il potere d’acquisto degli agricoltori americani è di un terzoinferiore a quello che avevano nel 1929: la disoccupazione generale, che eradel 3 per cento prima del ‘29, resta attestata al 19 per cento fino al 1938.Fra ottobre 1937 e il marzo 1938 l’economia americana ricade in una severissimarecessione, e altri 4,5 milioni di lavoratori si trovano sulla strada.“L’economia americana non ha ricominciato a riprendersi con le sue sole forze,essa resta dipendente dalle iniezioni costanti di potere d’acquisto alimentatedai deficit di bilancio”, riconosce lo storico francese dell’economia JacquesNèré (2): “alla vigilia della seconda guerra mondiale, il risanamentodell’economia statunitense resta incompleto e precario”.

    In Francia, il Fronte Popolare decreta un aumento generale dei salari del10-15%, accorcia la settimana lavorativa da 48 a 40 ore, insomma applicale demagogie socialiste, senza restituire un alito di vita alla sua economia instagnazione. La Russia sovietica applica fino in fondo, con la nota ferociadottrinaria, l’economia di piano e collettivista, con i risultati disastrosiche sappiamo.

    Tutti gli esperimenti dirigisti, insomma, in qualche modo falliscono. Salvouno.

    Quando Hitler sale al potere, la Germania soffre di una crisi industrialeenorme, paragonabile a quella americana, con la relativa gigantescadisoccupazione. Ma a differenza degli Stati Uniti, per di più è gravata dadebiti esteri schiaccianti. Non solo il debito politico, il peso delleriparazioni; anche il debito commerciale è pauroso. Le sue riserve monetariesono ridotte quasi a zero. Inoltre, s’è prosciugato totalmente il flusso deicapitali esteri, che si presumevano necessari alla sua rinascita economica. LaGermania insomma non ha denaro,ha perso i suoi mercati d’esportazione, èforzatamente isolata - dalla recessione mondiale - dal mercato globale.Costretta a un’economia a circuito chiuso, nei suoi angusti confini.

    Ma proprio da lì, comincia a rinascere. Come? Secondo Rauschning, i nazisti “sibasavano sulle idee sempliciste del loro fuehrer, e s’erano creati una teoriamonetaria che suonava pressappoco così:le banconote si possono moltiplicare e spendere a volontà, purché si mantenganocostanti i prezzi”.

    Hitler lo diceva con esplicita brutalità: “dopo l’eliminazione deglispeculatori e degli ebrei, si dispone di una sorta di moto perpetuo economico,di circuito chiuso il cui movimento non si arresta mai. Il solo motorenecessario per questo meccanismo è la fiducia. Basta creare e mantenere questafiducia, sia con la suggestione sia con la forza o con entrambe” (3)

    Sono idee sempliciste. O anche assurde sul piano della teoria economica: creareinflazione (stampare carta moneta) senza far salire i prezzi - e senzaricorrere al razionamento dei consumi, alle tessere del pane, come stavafacendo Stalin negli stessi anni.

    Eppure funzionano.

    A causa del suo grande indebitamento estero, la Germania non può svalutare lamoneta: questa misura renderebbe più competitive le sue esportazioni, maaccrescerebbe il peso del debito. Fra le prime misure del Terzo Reich c’èdunque il riequilibrio del commercio, perché il deficit commerciale non può piùessere finanziato come si fa in periodi normali. Di fatto, la libertà discambio viene sostituita da Hitler da meccanismi inventivi. I creditori dellaGermania vengono pagati con marchi (stampati apposta, moneta di Stato) che peròdevono essere utilizzati solo per comprare in Germania merci tedesche. Benpresto, questo sistema sviluppò, quasi spontaneamente, accordi internazionali discambio per baratto: la Germania non aveva più bisogno di valuta estera(dollari o sterline) per comprare le materie prime di cui necessitava, perchénon vendeva né comprava più.

    Per il grano argentino, dava in cambio i suoi (pregiati) prodotti industriali;per il petrolio dei Rockefeller, armoniche a bocca e orologi a cucù.

    Prendere o lasciare, e le condizioni di gelo del mercato globale nonconsentivano ai Rockefeller di fare i difficili.

    Per i pochi commerci con esborso di valuta, il Reich impose agli importatoritedeschi un’autorizzazione della Banca Centrale all’acquisto di divise estere;il tutto presto fu facilitato da accordi diretti con gli esportatori, chedisponevano di quelle divise e le mettevano a disposizione. I negozi sui cambiavvenivano dunque, “dopo l’eliminazione degli speculatori e degli ebrei”, senzache fosse necessario pagare il tributo ai banchieri internazionali.

    Controllo statale dei cambi e del commercio estero sono praticati nello stessoperiodo dall’Urss, con atroce durezza: ma con risultati miserandi. Il controllonazista dei cambi e dei commerci esteri invece, deve ammettere lo storico, “dàalla politica economica tedesca una nuova libertà”. Anzitutto, perché il valoreinterno del marco (il suo potere d’acquisto per i lavoratori) è statosvincolato dal suo prezzo esterno, quello sui mercati valutari anglo-americani.

    Lo Stato tedesco può dunque praticare politiche inflazioniste, stampando lamoneta di cui ha bisogno, senza essere immediatamente punito dai mercatimondiali dei cambi (governati da speculatori ed ebrei) con una perdita delvalore del marco rispetto al dollaro. E il pubblico tedesco non riceve quelsegnale di sfiducia mondiale consistente nella svalutazione del cambio dellasua moneta nazionale.

    Così, Hitler può stampare marchi nella misura che desidera per raggiungere ilsuo scopo primario: il riassorbimento della disoccupazione. Grandi lavoripubblici, autostrade e poi il riarmo, forniscono salari a un numero crescentedi occupati. I risultati sono, dietro le fredde cifre, spettacolari perampiezza e rapidità.

    Nel gennaio 1933, quando Hitler sale al potere, i disoccupati sono 6 milioni epassa. A gennaio 1934, sono calati a 3,7 milioni. A giugno, sono ormai 2,5milioni. Nel 1936 calano ancora, a 1,6 milioni. Nel 1938 non sono più di 400mila.

    E non sono le industrie d’armamento ad assorbire la manodopera. Fra il 1933 eil 1936, è l’edilizia ad impiegarne di più (più 209%), seguita dall’industriadell’automobile (+ 117%); la metallurgia ne occupa relativamente meno (+83%).

    Nei fatti, la stampa di banconote viene evitata - o piuttosto dissimulata - congeniali tecnicismi. Di norma, nel sistema bancario speculativo, le banchecreano denaro dal nulla aprendo dei fidi agli investitori; costoro,successivamente servendo il loro debito (e anzitutto pagando gli interessi allabanca), riempiono quel nulla di vera moneta - di cui la banca si trattiene ilsuo profitto (4), estraendo il suo tradizionale tributo dal lavoro umano. Manaturalmente questo metodo genera inflazione, perché mette in circolazionemoneta aggiuntiva; e Hitler vuole - deve - risparmiare al suo popolo, che hagià conosciuto l’esplosione inflattiva del 1922-23, un’altra disastrosaesperienza del genere.

    Nel sistema hideriano, è direttamente la Banca Centrale di Stato (Reichsbank) afornire agli industriali i capitali di cui hanno bisogno. Non lo fa aprendo aloro favore dei fidi; lo fa autorizzando gli imprenditori ad emettere dellecambiali garantite dallo Stato. E’ con queste promesse di pagamento (dette’effetti MEFO ‘) che gli imprenditori pagano i fornitori.

    In teoria, questi ultimi possono scontarle presso la Reichsbank ad ognimomento, e qui sta il rischio: se gli effetti MEFO venissero presentati all’incasso massicciamente e rapidamente, l’effetto finale sarebbe di nuovo unaumento esplosivo del circolante e dunque dell’inflazione.

    Di fatto, però questo non avviene nel Terzo Reich. Anzi: gli industrialitedeschi si servono degli effetti MEFO come mezzo di pagamento fra loro, senzamai portarli all’incasso; risparmiando così fra l’altro (non piccolo vantaggio)l’aggio dello sconto. Insomma, gli effetti MEFO diventano una vera moneta,esclusivamente per uso delle imprese, a circolazione fiduciaria.

    Gli economisti si sono chiesti come questo miracolo sia potuto avvenire, edhanno sospettato pressioni dello Stato nazista, magari tramite la Gestapo, permantenere il corso forzoso di questa semimoneta. Ma nessuna coercizione inrealtà fu esercitata. Gli storici non hanno trovato, alla fine, altra rispostache quella che non vorrebbero dare: il sistema funzionava grazie alla fiducia.L’immensa fiducia che il regime riscuoteva presso i suoi cittadini, e le sueclassi dirigenti.

    Hanno detto che Hjalmar Schacht, il banchiere centrale del Reich, ebreo, che èl’inventore del sistema, ha reso invisibile l’inflazione: gli effetti MEFOerano un circolante parallelo che il grande pubblico non vedeva e di cui forsenemmeno aveva conoscenza, e dunque privo di effetti psicologici.

    In seguito Schacht (che fu processato a Norimberga ma, naturalmente, assolto)spiegò - fumosamented’aver pensato che, se la recessione manteneva inutilizzatolavoro, officine, materie prime, doveva esserci anche del capitale parimentiinutilizzato nelle casse delle imprese; i suoi effetti MEFO non avrebbero fattoche mobilitare quei fondi dormienti. Bisogna correggere la modestia del genialebanchiere. Erano proprio i fondi a mancare nelle casse, non l’energia, lavoglia di lavorare, la capacità attiva del popolo.

    Schacht fece molto di più. Da ebreo, conosceva bene la frode fondamentale sucui si basa il sistema del credito, e i lucri che consente l’abuso dellafiducia dei risparmiatori e degli attivi, che col loro lavoro riempiono di verodenaro i conti di denaro vuoto, contabile, che la banca crea ex-nihilo. Per unavolta nella storia, un ebreo fece funzionare la frode a vantaggio dello Stato -senza lucro - e del popolo. Non a caso, e senza nessuna intenzione sarcastica,Hitler gratificòSchacht del titolo di “ariano d’onore”: mai definizione fumeglio meritata.

    Un economista britannico, C.W. Guillebaud (5), ha espresso con altre parole lostesso concetto: “nel Terzo Reich, all’ origine, gli ordinativi dello Statoforniscono la domanda di lavoro, nel momento in cui la domanda effettiva è quasiparalizzata e il risparmio è inesistente; la Reichsbank fornisce i fondinecessari agli investimenti [con gli effetti MEFO, che sono pseudo-capitale];l’investimento rimette al lavoro i disoccupati; il lavoro crea dei redditi, epoi dei risparmi, grazie ai quali il debito a breve termine precedentementecreato può essere finanziato [ci si possono pagare gli interessi] e in qualchemisura rimborsato (6)”.

    Con il denaro creato dal nulla a beneficio del popolo, anziché deglispeculatori, la Germania - mentre il mondo gela nella recessione profonda deglianni ‘30 - prospera. La massa dei salari, che ammontava a 32 miliardi di marchinel 1932, è salita nel 1937 a48,5 miliardi: parecchio di più della massa salariale del boom pre-1929 (42,4).

    E qui gli economisti, i teorici del monetarismo e della mano invisibile delmercato, aspettano al varco l’esperimento hitleriano: quell’abbondanza dipotere d’acquisto nelle tasche dei lavoratori provocherà una crescitaesponenziale dei consumi, e dunque una pressione al rialzo dei prezzi. Si tengaconto che quel denaro è nelle mani di milioni di uomini e donne che sono statidisoccupati per anni, e per anni hanno vissuto nella privazione: la corsa agliacquisti di generi di consumo sarà dunque inarrestabile. Non ci sarà alcunacreazione di risparmi indicata da Guillebaud. L’inflazione sembra tanto piùcerta, in quanto nella Germania di Hitler, fra il 1932 e il 1937, la produzionedi beni di consumo aumenta poco (+39%), specie in confronto all’enorme aumentodi beni di produzione, macchinari, strade, fabbriche (+ 172%). Dunque il potered’acquisto aggiuntivo si getterà a comprare beni relativamente scarsi,accentuando la spinta all’inflazione.

    Ebbene: in Germania, l’inevitabile inflazione non si verifica.

    L’indice del costo della vita, pari a 120,6 nel 1932, è nel 1937 a 125,1: in cinque annil’inflazione sale di poco più che 4 punti.

    Come mai? Alla ricerca del trucco, gli economisti si sonochinati sul prelievo fiscale. Certo lo Stato nazista avrà sottratto agli operaiuna parte notevole del loro nuovo potere d’acquisto con tributi gravosi. Inrealtà, nella Germania del 1937 la percentuale del prelievo fiscale sul redditonazionale è pari al 27,6%, appena poco di più del 26% del 1933, quando Hitlerprende il potere. Del nuovo reddito creato dalla prosperità indotta, il Reichnon preleva che il 7,5%: un prelievo così mite non si è visto mai, né prima nédopo, negli Stati più liberali. E di fatto, il rispannio dei privati in queglianni, praticamente, si quintuplica: incoraggiato dallo Stato, ma non impostocoercitivamente.

    I teorici devono dunque ricorrere a spiegazioni poco scientifiche: la naturalefrugalità gennanica, la sua innata disciplina. Per evitare un altro tennine,che spiegherebbe di più: l’entusiasmo di un popolo spontaneamente mobilitatoper la propria rinascita, liberato dal giogo dei lucri bancari, che ha capitoperfettamente gli scopi dei suoi dirigenti, e vi collabora con energia ecreatività.

    Va detto che lo stesso Schacht non credeva nel sistema che aveva messo in motocol suo trucco contabile. Devoto allievo della dottrina classica, previde cheil miracolo artificiale si sarebbe sgonfiato: raggiunto il pieno impiego, losfruttamento totale delle risorse, gli investimenti e le spese pubbliche devonorallentare, perché da quel momento esso genera solo pura inflazione. Cosìdettava l’economia classica: il serbatoio di manodopera è inelastico, e ogninuovo investimento compete offrendo sempre più alti salari a una manodoperasempre più scarsa.

    E’ in base a questo dogma, notiamolo, che il liberismo supercapitalistaraccomanda la globalizzazione, l’internazionalizzazione dell’economia: perattingere ai serbatoi di lavoro inutilizzato e a basso costo dei paesi nonsviluppati.

    Dal ‘36 in poi, fra l’altro, le materie prime sui mercati mondiali cominciano arincarare, rendendo più difficile il gioco economico di Hitler. E’ proprio inquel momento che Schacht propone di dedicare somme maggiori alle importazioni:e ciò non tanto per migliorare il tenore di vita dei tedeschi ma -incredibilmente - per “migliorare i nostri rapporti con l’estero” (7). Insommandebitiamoci un po’ per far contenti gli usurai.

    In quel momento invece Hitler incarica Goering, un Goering ancora giovane eattivo, di lanciare il grande piano di sostituzione delle materie prime: ciòche non si vuole importare deve essere rimpiazzato da surrogati (ersatze). Cosìnascono i processi di fabbricazione della gomma e benzina sintetica partendodal carbone, brevetti che l’America - dopo la vittoria sul Reich - siaffretterà a sequestrare e a distruggere.

    Di fatto, in quegli anni la Germania funziona ancor più di prima a vaso chiuso.Come l’Unione Sovietica di Stalin riduce ulteriormente le sue importazioni. InUnione Sovietica l’autarchia è raggiunta al prezzo di carestie, atrocitàpoliziesche e concentrazionarie. I contemporanei, dunque, suppongono che itedeschi, messi da Hitler a lavorare per produrre beni non consumabili, sianosoggetti a severe privazioni, o almeno a un regime di austerità. Se non daschiavi di una stato totalitario, almeno da monaci guerrieri.

    La realtà viene esposta da una tabella sui consumi annui’ procapite ricavatadal già citato Guillebaud:

    consumi tedeschi annui a testa

    1932

    1937

    farina (Kg)

    44,6

    55,4

    carne

    42,1

    45,9

    lardo

    8,5

    8,1

    burro

    7,5

    8,9

    margarina

    7,8

    5,4

    latte (litri)

    105,0

    111,0

    pesce

    8,5

    12,2

    patate

    191,0

    174,0

    zucchero

    20,0

    24,0

    caffè

    1,6

    2,1

    birra

    51,4

    62,9





    La tabella rivela la stupefacente realtà: la qualità dell’alimentazione tedescamigliora durante la dittatura hitleriana. Il tedesco mangia meno margarina mapiù burro; cala la dieta di patate (il cibo tedesco della povertà) e aumentanofarina, carne, pesce. Persino il consumo di caffè, importato, è più abbondante.In Germania, l’ autarchia funziona.

    Gli studiosi del miracolo tedesco si consolano, retrospettivamente, con l’ideache una simile economia a ciclo chiuso non avrebbe potuto espandersiall’infinito. Che, se durò più del previsto, fu perché la Germania, con le annessionidel 1939 e ‘40, ebbe a disposizione nuove fonti di lavoro e materie prime.Forse.

    Tuttavia, bisogna pur riconoscere che l’economia tedesca fu messa a regime dimobilitazione totale solo dal 1943. Solo allora la Germania spinse a fondol’acceleratore. Albert Speer, il genio della mobilitazione economica bellica,racconta (8) che nel 1943 - sotto gli incessanti, apocalittici bombardamenti -la Germania fu ancora capace di produrre 5234 locomotive, il doppio dell’annoprecedente. Fra il , 41 e il ‘44 la produzione di munizioni triplicò, quelladei pezzi per mezzi corazzati fu quintuplicata, pur con un risparmio del 79%della manodopera e del 93% dell’acciaio impiegato (rispetto al 1941), grazie auna razionalizzazione scientifica dei processi produttivi.

    E la mobilitazione della manodopera fu sempre ben lontana dallamilitarizzazione attuata in Inghilterra, dove “tutte le forze del lavoro eranoinquadrate in battaglioni, che venivano dislocati dove ce n’era bisogno. Tuttala popolazione civile inglese, comprese le donne, era una gigantesca armatamobile”. In Inghilterra il 61 per cento delle donne era nel’ 44 impiegato nellosforzo bellico; in Germania, il 45 per cento.

    Quanto ai beni di consumo, fatta 100 la produzione del 1939,in Gran Bretagnaera scesa nel 1942 a 79, in Germania era a 88. Ancora a metà della guerra, iltenore di vita tedesco restava più alto di quello dei suoi nemici.

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    l) E’ un altro modo di esprimere lo stesso fenomeno, la deflazione.

    2) J.Néré, La crise de 1929, Parigi, 1973, p.163.

    3) H. Rauschning, Hitler mi ha detto, citato da Néré.

    4) Si ricordi la definizione dell’Enciclopedia Britannica: “la banca lucra gliinteressi su tutto il denaro che crea dal nulla”.

    5) C.W. Guillebaud, The Economic Recovery oJ Germany, 1933-1939 (Londra, 1939).

    6) Si noti che la banca non si preoccupa realmente del rimborso del capitaleche presta alle imprese; quel capitale è fittizio, al massimo è denaro dei risparmiatori,ossia per la banca un passivo (perché è la banca a pagarvi degli interessi).Quel che le interessa è che i debitori continuino a pagare gli interessi: sonoquesti l’attivo della banca. A rigore, per la banca è vantaggioso che il debitonon venga estinto mai.

    7) A Norimberga, Schacht potrà dire che intendeva, in realtà, sottrarre risorseal riarmo.

    A.Speer, Memorie del Terzo Reich, Milano, 1976, note a pag 629.

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    16 - HITLER ECONOMISTA

    A questo punto, è inevitabile porsi la domanda: è possibile che non solo laguerra annichilatrice scatenata dalle potenze anglo-americane contro laGermania, ma la storica satanizzazione del Reich, la sua permanente damnatiomemoriae, abbiano avuto come motivazione reale e occulta proprio i successieconomici ottenuti da Hitler contro il sistema finanziario internazionale? E’la domanda più censurata della storia. E’ la domanda-tabù. Non oseremmo porlaqui, se non l’avesse adombrata un avversario militare del Terzo Reich: J.F.C.Fuller, generale britannico.

    Fuller, scomparso nel 1966, geniale innovatore della guerra corazzata, èconsiderato il Clausewitz inglese. Ha combattuto la Germania nella prima enella seconda guerra mondiale. Avversario, ma leale. In un cruciale capitolodella sua opera principale, Storia militare del mondo occidentale (1), Fullerdelineò brevemente le ragioni dell’ energica rinascita economica della Germaniasotto il Terzo Reich. Con limpida chiarezza.

    Fuller attribuisce ad Hitler il seguente pensiero:

    “la comunità delle nazioni non vive del fittizio valore della moneta, ma diproduzione di merci reali; la quale conferisce valore alla moneta. E’ questaproduzione ad essere la vera copertura della valuta nazionale, non una banca ouna cassaforte piena d’oro”- Egli [Hitler] decise dunque

    1) di rifiutare prestiti esteri gravati da interessi, e di basare la monetatedesca sulla produzione invece che sulle riserve auree.

    2) Di procurarsi le merci da importare attraverso scambio diretto di beni -baratto - e di sostenere le esportazioni quando necessario.

    3) Di porre termine a quella che era chiamato ‘libertà dei cambi’, ossia lalicenza di speculare sulle {fluttuazioni delle) monete e di trasferire icapitali privati da un paese all ‘altro secondo la situazione politica.

    4) Di creare moneta quando manodopera e materie prime erano disponibili per illavoro, anziché indebitarsi prendendola a prestito”.

    Fuller pare aver compreso perfettamente la frode fondamentale, il meccanismoper cui la finanza estrae il suo tributo perpetuo dal lavoro umano. Infattiscrive: “Hitler era convinto che, finché durava il sistema monetariointernazionale [...], una nazione, accaparrando l’oro, poteva imporre lapropria volontà alle nazioni cui l’oro mancava. Bastava prosciugare le lororiserve di scambio, per costringerle ad accettare prestiti ad interesse, sì dadistribuire la loro ricchezza e la loro produzione ai prestatori”.

    E aggiunge: “la prosperità della finanza internazionale dipende dall ‘emissionedi prestiti ad interesse a nazioni in difficoltà economica; l’economia diHitler significava la sua rovina. Se gli fosse stato permesso di completarlacon successo, altre nazioni avrebbero certo seguito il suo esempio, e sarebbevenuto un momento in cui tutti gli Stati senza riserve auree si sarebberoscambiati beni contro beni; così che non solo la richiesta di prestiti sarebbecessata e l’oro avrebbe perso valore, ma i prestatori finanziari avrebberodovuto chiudere bottega “,

    “Questa pistola finanziaria era puntata alla tempia, in modo particolare, degliStati Uniti, i quali detenevano il grosso delle riserve d’oro mondiali, eperché il loro sistema di produzione di massa richiedeva l’esportazione deldieci per cento circa dei loro prodotti per evitare la disoccupazione. Inoltre,poiché i metodi brutali usati da Hitler contro gli ebrei tedeschi avevairritato i finanzieri ebrei americani, sei mesi dopo che Hitler divennecancelliere, Samuel Untermeyer, un ricco procuratore di New York, gettò ilguanto di sfida. Egli proclamò una ‘guerra santa’ contro il nazionalsocialismoe dichiarò il boicottaggio economico sui beni, trasporti e servizi tedeschi” .

    Ciò a cui Fuller allude, nell’ evocare la guerra santa ebraica contro ilnazionalsocialismo, è un evento preciso, che ebbe luogo al Madison SquareGarden il 6 settembre 1933.

    Qui, la comunità ebraica di New York celebrò un vero e proprio rito dimaledizione, detto cherem o scomunica maggiore. “Furono accesi due ceri neri esi soffiò tre volte nello shofar [l'antico corno di ariete ebraico] mentre ilrabbino B. A Mendelson pronunciava la formula di scumunica: ‘a partire da oggi,ci asterremo da qualunque commercio di materie prime provenienti dallaGermania. Saremo vigilanti per quanto riguarda l’uso di merci tedesche [...] Lavalidità di tale decisione durerà fino alla fine del regime di Hitler, allorail cherem avrà la nostra benedizione “‘(2).

    Samuel Untermeyer, membro influente del B’nai B’rith, ripeterà il 5 gennaio1935 questa dichiarazione; annunciando un embargo totale sulle merci tedesche“a nome di tutti gli ebrei, massoni [sic] e cristiani “.

    Non è il caso di sorridere di questi rituali. Bisogna infatti ricordare che,per lo stesso cristianesimo, la comunità ebraica è popolo sacerdotale: titolarecioè del potere sacramentale di rendere efficaci i riti. Inoltre, gli ebreisono i primi a credere che i loro rabbini siano in grado di lanciaremaledizioni efficaci e forme di malocchio. Come il sacerdote cattolico, con ilsacramento dell’Ordine, riceve questo potere - e può usarlo per scopiaberranti: le messe nere sataniste richiedono infatti un sacerdote regolarmenteordinato per celebrare il rito inverso, che è per lo più una ”fattura di morte”contro una persona -così gli ebrei sono convinti di poter usare il loro poteresacerdotale in operazioni efficaci di magia nera. L’accensione di candele nerenel rituale eseguito a New York implica, o allude, a una sorta di fattura dimorte, con evocazione delle forze infere (3).

    In ogni caso, la comunità ebraico-finanziaria non trascurò di mettere in attoanche misure più concrete.

    E’ certo che anche il finanziere Bernard Baruch si allarmò del sistema discambi internazionali diretti di merci, non mediati da trasferimenti monetari,messo in attività da Hitler. In un colloquio che ebbe nel settembre 1939 colpresidente Roosevelt, Baruch raccomandò di “tenere i nostri prezzi bassi perconservarci i clienti delle nazioni belligeranti. In questo modo, il sistema dibaratto tedesco sarà distrutto”.

    Non bastò, e si dovette ricorrere alla guerra. Il potere di Bernard Baruch nellanciare gli Stati Uniti nel conflitto anti-tedesco non può esseresottovalutato da chi ne conosce le gesta. Nato in Texas nel 1876 (suo padre fumembro del Ku Klux Klan), il miliardario Bernard Baruch è il prototipo eternodel finanziere ebreo (4). Acquirente primario del debito pubblico americano -ossia di fatto membro del ristretto gruppo di banchieri che emettono la monetaUsa indebitandone il paese - Baruch divenne, in forza di tale veste, il consiglieredi sei presidenti, da Woodrow Wilson (1912) ad Eisenhower (1950). Fu lui checonvinse il presidente Wilson a far entrare l’America nella Grande Guerra;soprattutto, lo convinse che lo sforzo bellico necessitava di un organoonnipotente di pianificazione della produzione industriale; e che quell’ organosupremo doveva essere guidato da un uomo solo. Quell’uomo era lui, Baruch.

    Il War Industry Board, di cui fu a capo, impartì ogni ordinativo per materialebellico e logistico - dagli scarponi alle locomotive - ad ogni aziendaamericana che lavorava per la guerra; non solo per armare e rifornire le truppeamericane, ma in buona misura anche quelle alleate. Come denunciò nel 1919 laCommissione Investigativa del Congresso (guidata dal senatore W.J.Graham) cheindagò sui profitti che quell’organo rese possibili, fu “un governosegreto…sette uomini scelti dal presidente hanno concepito l’intero sistema diacquisti militari, programmato la censura sulla stampa, creato un sistema dicontrollo alimentare… dietro porte chiuse, mesi prima che la guerra fossedichiarata” .

    Insomma, Baruch instaurò - nel bel mezzo della democrazia americana, in unclima politico e culturale totalmente diverso da quello dell’Europa dell’est-il sistema di pianificazione socialista dell’economia, perfettamente simile aquello che stava nascendo in Russia. Completo (come poi in Unione Sovietica) dicensura sulla stampa e razionamento alimentare.

    Il sistema fu ripetuto, sempre grazie ai consigli che Baruch diede alpresidente F. D. Roosevelt, anche nella guerra contro Hitler: l’organopianificatore si chiamò War Production Board ed ebbe a capo una creatura diBaruch, Harry Hopkins.

    Anche allora fu di fatto abolito, senza dirlo, il libero mercato. La manoinvisibile cara ad Adam Smith fu sostituita da un’altra mano invisibile, quelladel piano e dei pianificatori, i commissari politici degli Usa, ultimi decisoridella domanda e dell’offerta. In fondo, per i banchieri, liberismo o socialismonon fanno differenza: purché siano loro a controllarli, e a profittarne.

    __________________________________________________ _____________________

    l) Major GeneraI J.F.C. Fuller, C.B., C.RE., D.S.O., A Military History oj theWestern World, Minerva Press, 1956, pp. 368 e segg.

    2) Jewish Daily Bulletin, New Y ork, 6 gennaio 1935,citato da Emmanuel Ratier, Misteri e segreti del B ‘nai B ‘rith, Verrua Savoia,1995, p. 151.

    3) Una fattura di morte come quella descritta sopra fu lanciata, da rabbinifanatici, anche contro il primo ministro Itzhak Rabin, in seguito assassinatoda un fanatico ebreo, per la sua volontà di cedere una parte di territorio aipalestinesi. Israel Shahak (Jewish Fundamentalism in Israel, 1999) hadiffusamente illustrato come i rabbini vendano ai loro seguaci amuleti eminaccino maledizioni ai loro avversari anche politici; si tratta di una verasimonia, la vendita dei poteri sacerdotali di cui sarebbero depositari.

    4) Per altre notizie sulla figura di B. Baruch, si veda il mio I fanaticidell’Apocalisse, Rimini, 1995, p. 81

    http://www.ladestra.info/?p=3959



    Il sito di cui la link è spirato.
    Ultima modifica di Eridano; 31-05-14 alle 22:04
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    Predefinito Re: Sovranità monetaria

    Le tre regole del potere

    1. Chi vince piglia tutto.
    2. L'oro è la moneta dei regnati, il debito è la moneta degli schiavi.
    3. Chi controlla la finanza (la moneta) controlla il mondo.

    Mauro Biglino
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    Predefinito Re: Sovranità monetaria

    Adolf Hitler, i disoccupati e l’autarchia

    Alcune osservazioni dopo 50 anni (1) di Rudolf Jordan (2)
    In Germania, e dappertutto nel mondo democratico, il problema più pressante che domina la politica odierna è l’aumento della disoccupazione e la sua causa, la mancanza di posti di lavoro sufficienti per la totalità della forza-lavoro.



    Dopo il lungo periodo post-bellico di crescita economica tedesca, noto come Wirtschaftswunder (3), che vide circa 4 milioni e ottocentomila lavoratori stranieri affluire nel paese, la situazione attuale è di quasi 2 milioni di lavoratori tedeschi che cercano lavoro e non riescono a trovarlo (4). La loro disperazione riecheggia oggi gli eventi che impressionarono profondamente la Germania e l’Europa –in realtà, il mondo intero- mezzo secolo fa, quando echeggiarono le parole “Hitler ante portas” al tempo in cui la Germania era sull’orlo del collasso. Qual’era allora la situazione? Il Presidente del Reich, Hindemburg, nominò Adolf Hitler Cancelliere il 30 gennaio 1933. Nel suo successivo discorso alla Nazione tedesca, Hitler sottolineò che due erano i problemi più seri, fra tutti quelli che opprimevano la società. E la loro soluzione richiedeva la totale attenzione ed energia della Nazione stessa. Usando parole estremamente chiare Hitler annunciò che si trattava della disoccupazione e della situazione critica dei contadini. Ambedue sorgevano come spettri dalle rovine della repubblica di Weimar. Nazionalisti e socialisti erano chiamati ad agire.
    Fino a che punto era grave la situazione in Germania?
    Fra il 1929 ed il 1932 la media ufficiale annua di disoccupati era cresciuta dalla cifra di 1 milione e ottocentomila a quella sbalorditiva di 6 milioni e centomila, su un totale di 18 milioni di lavoratori, il che equivale ad una percentuale di disoccupazione del 34%. La cifra di oltre 6 milioni venne raggiunta nel febbraio del 1932, mese che vide le lunghe file dei disoccupati in attesa davanti agli uffici di collocamento. Belino, capitale del Reich, aveva allora una popolazione di 4 milioni e duecentomila abitanti, dei quali 650.000 disoccupati (circa l’11% dei disoccupati di tutta la Germania, sebbene la città avesse meno del 7% della popolazione totale della paese). Queste cifre, benché dolorose, minimizzano la reale sofferenza, in quanto i lavoratori agricoli e i domestici non venivano inclusi nelle statistiche ufficiali sulla disoccupazione. A queste cifre dovevano essere aggiunti altri 3 milioni di lavoratori che, al dicembre del 1933, lavoravano ad orario e salario ridotti. Circa un terzo della forza-lavoro complessiva nel 1932 non aveva quindi un ruolo attivo nell’economia nazionale. Il reddito dei lavoratori attivi crollò dai 5 miliardi e 700 milioni di dollari del 1929 ai 2 miliardi e 620 milioni del 1932 (5). Le statistiche delle tasse sui redditi ci dicono che su circa 31 milioni di tedeschi che percepivano un reddito, il 69,2% guadagnava meno di 286 dollari l’anno; il 22,7% percepiva fra i 286 ed i 714 dollari e soltanto l’8,1 % superava la soglia dei 714 dollari annui. Su un totale di 18 milioni di lavoratori, erano circa 12 milioni ad averne effettivamente uno. Degli oltre 6 milioni di disoccupati, oltre un terzo era escluso da qualsiasi sussidio di disoccupazione o aiuto straordinario. Ai beneficiari dell’assistenza veniva concessa la cifra media mensile di 13,09 dollari. La conseguenza fu che lo stato nel 1932 distribuì circa il 16% dei salari e degli stipendi totali, cioè il 9% del reddito complessivo della popolazione tedesca. La tabella successiva mostra chiaramente il successo senza precedenti della lotta Nazionalsocialista alla disoccupazione, paragonandolo alla situazione statunitense dello stesso periodo.



    All’inizio del 1938 (prima dell’unione con l’Austria), i disoccupati in Germania ammontavano a sole 507.000 unità, ovvero il 2,8%, una cifra che il New Deal rooselveltiano non eguaglierà che nel febbraio del 1943, ben 14 mesi dopo che gli Stati Uniti erano entrati ufficialmente in guerra. Dopo la II Guerra mondiale lo straordinario successo socialista della Germania venne sminuito usando fantasiose menzogne. Si raccontò alla gente che il successo degli anni ’30 era dovuto esclusivamente al riarmo, che apparentemente sarebbe iniziato subito dopo che Hitler aveva assunto l’incarico di Cancelliere.
    Ma se realizziamo quando effettivamente iniziò il vero riarmo e la ricostruzione delle forze armate, comprendiamo da soli che la tabella precedente ci racconta una storia assai diversa. Quando fu introdotta la coscrizione obbligatoria, alla fine del 1935, oltre 4 milioni di disoccupati avevano già ricominciato a vivere.
    Alla fine del 1938 il Ministro del Lavoro (7) segnalò che si stavano cercando oltre 1 milione di lavoratori per nuovi impieghi. Non esisteva più alcuna disoccupazione: il problema da allora sarebbe stato quello della scarsità di lavoratori. L’originale successo dell’attacco tedesco alla disoccupazione non fu dovuto a qualche “decisione solitaria” uscita dalle più alte cerchie del Governo, bensì ad un sodalizio ideale, dotato di “spirito di gruppo”, che comprendeva lo Stato, l’industria, il Partito, e gli stessi lavoratori. I dirigenti politici si riunirono con gli specialisti economici di settore per mettere in pratica ciò che questi ultimi avevano raccomandato alla luce delle proprie esperienze. Per sconfiggere 8 la crisi e creare lavoro, lo Stato investì in questo periodo, cioè fino al 1935, la cifra supplementare di 1 miliardo e 330 milioni di dollari. La creazione di posti di lavoro s’imperniava su questa regola risolutiva: “Prima di tutto, a ciascuno un lavoro, poi a ciascuno il proprio lavoro”. (Com’è diverso questo comportamento dall’etica del benessere odierna!).
    Il pieno significato dell’impresa compiuta dal 1933 al 1935 può essere compreso del tutto solo se lo si considera alla luce della situazione politica all’estero, segnata dalla prima dichiarazione di guerra contro la Germania, che il Daily Express di Londra del 24 marzo 1933 annunciava in prima pagina col titolo “Judea Declares War on Germany”. (9)



    Cosa significasse davvero quel titolo per la nuova Germania (10) viene chiarito nel testo dell’articolo:
    “L’intero mondo israelita serra i ranghi per dichiarare una guerra economica e finanziaria alla Germania…Quattordici milioni di ebrei, in ogni angolo del mondo, si sono uniti come un sol uomo per dichiarare guerra ai persecutori tedeschi dei propri correligionari…la Germania dovrà pagare un prezzo molto alto. Il Reich affronterà un boicottaggio totale nel commercio, nella finanza e nell’industria”.
    (Il sottotitolo rincara la dose: “Ebrei di tutti il mondo si uniscono all’azione”)




    Manifestazione ebraica anti tedesca in USA. Didascalia originale della foto: “boicotaggio delle merci nei magazzini di Hitler

    Infatti ciò che la Germania si guadagnò –nonostante la dichiarazione di guerra- fu l’ammirato riconoscimento estero (di Churchill in Inghilterra, per esempio), e all’interno di uno dei principali teorici economici tedeschi, la cui adesione al partito che governa attualmente la Germania Ovest (11) aggiunge una legittimità democratica, che è d’obbligo, alle sue opinioni. Nel 1935, mentre studiava all’Università di Heidelberg, scrisse la propria tesi dottorato (premiata con la summa cum laude), dal titolo Creazione del Lavoro e Ordine finanziario. Lo citiamo:



    “La battaglia organizzata della Germania contro la disoccupazione ha elevato ed allargato il concetto di creazione di posti di lavoro dal suo significato letterale di intervento di tipo assistenziale (12) a qualcosa che va oltre la mera stimolazione dell’economia e che richiede una collaborazione da tutte le forze della vita economica…Dopo gli inizi stabiliti dalla legge del giugno del 1931 e del luglio del 1932, e dopo la rivoluzione Nazionalsocialista, lo sforzo si è sviluppato in un ampio servizio e in una impresa educativa dell’intera Nazione: il risultato supremo di questa impresa è stato l’attrarre coscienziosamente in essa i lavoratori”.

    Chi ha voglia di contraddire l’ex-ministro federale dell’economia con Helmut Schmidt, cioè il professor Karl Schiller (13), membro del partito socialdemocratico? Già, è proprio lui l’autore della competente valutazione sopra riportata. Quelli di noi che fecero ciò che dovevano allora (14), pienamente consapevoli di realizzare una rivoluzione nazionalista e socialista vedono in queste parole del 1935 del socialdemocratico d’oggi una sonora conferma delle proprie intenzioni.

    Commento di Ronald Klett
    Perché la Germania Nazionalsocialista ottenne un successo così spettacolare nel ristabilire la piena occupazione, mentre le maggiori democrazie –gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, e la Francia- dovettero usare una guerra per porre fine alle proprie miserie economiche? (15)
    Stranamente –ma forse non è poi così strano- questa domanda viene posta di rado. Rudolf Jordan ci ha appena fornito una parte della risposta, e lo stesso ha fatto il professor Schiller. Lo stesso Führer ha risposto alla domanda. Parlando ad un gruppo di ospiti, la sera del 12 novembre del 1941, dichiarò:
    “Questo è il segreto del mio Piano Quadriennale (16): ho condotto (1) il popolo ad una economia autarchica! Non ho risolto il problema (18) con l’industria bellica”(19).
    L’opinione alla moda, in America come in Germania, è che i Nazionalsocialisti ottennero il pieno impiego dei lavoratori trasformando la Germania in una sorta di fortezza. Lo storico inglese A.J.P. Taylor espone questo tipico punto di vista: “Il pieno impiego che la Germania nazionalsocialista raggiunse, primo paese in Europa, dipese in larga parte dalla produzione degli armamenti;…” (20). Ma la frase successiva modifica quest’affermazione: “…ma avrebbe potuto essere raggiunto altrettanto facilmente (e fino a un certo punto lo fu) da altre forme di lavori pubblici, dalle strade ai grandi edifici”. La frase seguente diluisce ancora di più la prima dichiarazione: “Il segreto Nazionalsocialista non fu la produzione bellica; fu la libertà dai principi ortodossi dell’economia”. Taylor batte (21) su questo punto del tutto inutilmente, perché 29 pagine prima aveva cortesemente (sebbene forse inconsapevolmente) ammesso (22):
    “Ancora nel 1939 l’esercito tedesco non era attrezzato per una guerra prolungata; e nel 1940 le sue forze terrestri erano inferiori a quelle francesi in tutto, eccetto il comando”(23).
    Se “il pieno impiego [tedesco] dipese in larga parte dalla produzione degli armamenti”, la Germania non avrebbe dovuto essere “attrezzata per una guerra prolungata” già nel 1939? Con una tale “produzione degli armamenticome poteva essere l’esercito tedesco, ancora nel 1940, “inferiore a quello francese in tutto, eccetto il comando”?
    Le statistiche reali, citate dallo storico dell’economia John Kenneth Galbraith, rispondono a queste due domande:
    “Ancora nel maggio del 1940 l’industria bellica [tedesca] rappresentava meno del 15% della produzione industriale totale [e questo otto mesi dopo l’inizio della guerra!]; la percentuale raggiunse il 19% nel 1941, il 26% nel 1942, il 38% nel 1943 ed infine il 50% nel 1944(24).”
    La risposta alla domanda di fondo, posta nel primo paragrafo di questo Commento, si compone di tre parti:
    1) il disavanzo keynesiano della spesa pubblica (25) (l’opinione di Jordan e di Galbraith);
    2) i lavoratori inseriti nel processo economico fino a divenirne entusiasti sostenitori (secondo il professor Schiller);
    3) l’autarchia, resa possibile dalle azioni precedenti (risposta del Führer). Nonostante quanto scrive A.J.P. Taylor, l’industria bellica fu un fattore senza importanza nel raggiungimento del pieno impiego tedesco.
    Ma Taylor avrebbe potuto rivolgere il proprio rilievo, in maniera inequivocabile, proprio alle democrazie sia durante che dopo la II Guerra mondiale. Nel capitolo conclusivo del secondo volume de Il Declino dell’Occidente, Oswald Spengler, col suo stile inimitabilmente affascinante e con la consueta perspicacia, valuta così la frenetica attività commerciale privata che esige l’economia moderna per rimanere in piedi (26):
    “L’antichissima lotta fra economia di produzione ed economia di conquista prende ora le proporzioni di una lotta gigantesca e silenziosa di spiriti sconvolgentesi sul suolo delle città cosmopolite. E’ la lotta disperata del pensiero tecnico, il quale difende la sua libertà contro il pensiero in funzione di danaro. La dittatura del danaro si consolida e si avvicina ad un apice naturale – ciò sta accadendo oggi nella civilizzazione faustiana come già è accaduto in ogni altra civilizzazione. Ed ora interviene qualcosa che può esser compreso solo da chi ha penetrato il significato essenziale del danaro faustiano. Se il danaro faustiano fosse qualcosa di tangibile, di concreto, la sua esistenza sarebbe eterna; ma poiché esso è una forma del pensiero, esso scomparirà non appena il mondo dell’economia sarà stato pensato a fondo: scomparirà per l’esaurirsi della materia che gli fa da substrato. Quel pensiero è già penetrato nella vita della campagna mobilitando il suolo; esso ha trasformato in senso affaristico ogni specie di mestiere; oggi esso penetra vittoriosamente nell’industria per mettere le mani sullo stesso lavoro produttivo dell’imprenditore, dell’ingegnere e dell’operaio. La macchina col suo seguito umano, la macchina, questa vera sovrana del secolo, è in procinto di soggiacere ad una più forte potenza. Ma questa sarà l’ultima delle vittorie che il danaro può riportare; dopo, comincerà l’ultima lotta, la lotta con la quale la civilizzazione conseguirà la sua forma conclusiva: la lotta fra danaro e sangue”(27).
    Spengler scriveva immediatamente dopo la I Guerra mondiale, 65 anni fa, (28) quando le attività economiche erano ancora lontane dalla malattia (29) odierna. Le sue parole coinvolgenti ci rammentano che ogni malattia ha fine. C’è un momento critico, nascosto, nel quale un nuovo incremento di energie umane, l’intraprendenza, la lungimiranza, l’inventiva, il coraggio, la risolutezza, la perspicacia, la fatica, l’ottimismo e la speculazione –ingredienti essenziali per sostenere il commercio ai livelli auspicati o innalzarlo a vette ancora più elevate- perdono misteriosamente la propria consueta potenza o addirittura scompaiono del tutto. In quel frangente inizia la terribile discesa: un’avventura il cui inizio non può essere in un futuro molto lontano. Compito di un futuro, grande, movimento storico dovrà essere quello di far tornare le nazioni o i gruppi di nazioni del mondo –e non solo la Germania- ai rispettivi ruoli e quindi all’autarchia, come il Führer saggiamente voleva per il popolo tedesco. Presto o tardi, nel futuro, le nostre economie, oggi interdipendenti e suscettibili di parossismi da brivido ogni qualvolta sopraggiunge una seria tempesta economica dall’estero, saranno considerate una superstizione quale sono sempre state: il mito del ventesimo secolo della Fontana della Gioventù (30). Nei primi anni ’30 questa fontana si è prosciugata in Germania. Ora si sta esaurendo in tutto il mondo. L’esempio tedesco per risolvere questo problema, e soppiantare il metodo (31), non sarà dimenticato.
    Le note del traduttore italiano sono precedute dalla sigla NdT. Le altre sono del traduttore dal tedesco. Le foto sono a cura del traduttore italiano.(Solamente quella del grafico in B/N)

    Note
    1 Nella versione tedesca l’articolo è apparso col titolo Das Gespenst der Arbeitslosigkeit: Wie es vor 50 Jahren verjagt wurde, sul trimestrale Deutschland in Geschichte und Gegenwart, Volume 30, Numero 3 (1982), pubblicato dalla Grabert Verlag di Tubinga. Buchdienst Hohenrain
    2 NdT. Rudolf Jordan, nato il 21 giugno 1902 a Grossenlüder in Assia. Iscritto alla NSDAP dal 1925. Dal 1933 SAGruppenführer, dal 1937 SA-Obergruppenführer. Dal 1931 al 1937 Gauleiter del Gau Halle-Merseburg, dal 1937 all’8 maggio 1945 Gauleiter del Gau Magdeburg-Anhalt. Membro del Reichstag. Dal 1944 Gauvolkssturmführer des Gaues Magdeburg-Anhalt (Capo del Volkssturm del Gau). Prigioniero del russi fino al 13 ottobre 1955. Muore nel 1988.
    3 NdT. Miracolo economico.
    4 NdT. L’articolo è del 1982. La situazione attuale, dopo l’acquisto della Germania Est da parte delle banche della Germania Ovest, è assai peggiore.
    5 Il cambio è stato calcolato secondo il tasso ufficiale di 1 Reichsmark = 23,8 centesimi di dollaro statunitense.
    6 Fonte: U.S. Department of Labour.
    7 NdT. Franz Seldte nacque a Magdeburgo il 29 giugno 1882, si laureò in chimica a Braunschweig. Croce di Ferro di I e II Classe nella I Guerra mondiale, nella quale perse il braccio sinistro. Nel dicembre del 1918 fondò lo Stahlhelm. Dal 1933 Seldte guidò la progressiva confluenza dello Stahlhelm nella NSDAP e nella SA. Fu Ministro del Lavoro ininterrottamente dal 1934 al 1945. Arrestato nel 1945 morì nell’ospedale americano di Furth il 1° aprile 1947, prima dell’inizio del processo a suo carico.
    8 NdT. Letteralmente: “domare”.
    9 NdT. “La Giudea dichiara guerra alla Germania”.
    10 NdT. Letteralmente: “per il nuovo inizio della Germania”.
    11 I Socialdemocratici dell’SPD, fino alla fine dell’82.
    12 NdT. Letteralmente: “di lavoro assistito”.
    13 NdT. Karl Schiller, nato a Breslau il 24 aprile 1911, fu uno dei più celebrati economisti tedeschi del dopoguerra. Schiller fu Bundeswirtschaftsminister (Ministro Federale degli Affari Economici) durante la Grande Coalizione del 1966- 1969, lavorando a stretto contatto con Franz Josef Strauss, Finanzminister (Ministro delle Finanze) e per lungo tempo leader della CSU. In una successiva coalizione SPD-FDP (1969-1972), con Helmut Schmidt, tenne contemporaneamente i due Ministeri dell’Economia e delle Finanze, cosa che gli valse l’appellativo di Superminister. E’ da notare che il suo metodo, in economia, venne definito Alleanza per il Lavoro e che fu caratterizzato da stabilità dei prezzi, alti stipendi e salari, crescita economica e lotta alla disoccupazione. Forse qualcosa di buono gli era rimasto….
    14 NdT. Letteralmente: “che fecero il proprio lavoro in quei giorni”.
    15 Per le democrazie la II Guerra mondiale fu, dal punto di vista economico, un toccasana mirabilmente efficace. L’economista statunitense John Kenneth Gaibraith è piacevolmente franco sull’argomento: “In effetti la Grande Depressione [americana] non finì mai. Fu solo spazzata via dalla II Guerra mondiale”. J. K. Gaibraith Money: Whence It Come, Where It Went (Boston, Houghton Mifflin, 1975), pagina 234.
    16 NdT. Il Führer pose alla guida del Piano Quadriennale Hermann Göring, il 18 ottobre del 1936. A causa della guerra alcuni degli obiettivi del Piano furono procrastinati e portati comunque a termine fra il 1941 ed il 1944.
    17 NdT. Letteralmente: “intessuto il popolo”.
    18 NdT. Della disoccupazione.
    19 Adolf Hitler, Monologe im Fuehrerhouptquortier 1941-1944: Die Aufzeichnungen Heinrich Heims herausgegeben von Werner Jochmonn (Hamburg, Albrecht Knaus Verlag, 1980), pagina 137. Il Piano Quadriennale a cui si riferisce Hitler è il secondo, annunciato nel 1936, che inaugurò una economia estesamente autarchica. Il Führer, ben conscio dell’atteggiamento sempre più minaccioso dei paesi vicini, diede istruzioni a Göring perché l’economia tedesca e le forze armate fossero pronte per la guerra nel 1940. Quest’ultime istruzioni non furono eseguite.
    20 A.J.P. Taylor, The Origins of the Second World War (New York, Atheneum, 1962), pagina 104.
    21 NdT. L’autore usa il verbo americano “belabor” che significa “tartassare, bombardare di [domande]”.
    22 NdT. L’autore usa un’espressione gergale americana intraducibile. Si è preferito ometterla.
    23 A.J.P. Taylor, The Origins of the Second World War, citato, pagina 75.
    24 Werner Maser, Nuremberg: A Nation on Trial (New York, Scribners, 1979), pagina 138. Le ulteriori, abbondanti, statistiche sulla produzione bellica, citate da Maser in questo paragrafo sommergono il lettore rendendo più chiaro ciò che, comunque, è già ovvio. Per gettare uno sguardo realistico sulla pretesa preparazione tedesca per la guerra già nel 1939, e per una completa confutazione di tale affermazione, si possono consultare le testimonianze, rese al Tribunale di Norimberga, dal generale Karl Bodenschatz, dal feldmaresciallo Erhard Milch, e dal Generaloberst Alfred Jodl che si trovano alle pagine 127-130 e 136-139 del libro di Maser. Un esame ancora più dettagliato ed istruttivo sulla effettiva preparazione bellica della Germania nel 1939, confrontata con quella delle nazioni nemiche, è nel capitolo The German Standard of Armament in the Year 1939, nel libro di Udo Walendy, Truth for Germany: The Guilt Question of the Second World War (Viotho/Weser, Verlag für Volkstum und Zeitgeschichtsforschung, 1981), alle pagine 256-290. Sebbene Galbraith suggerisca, erroneamente, che le spese militari ebbero un ruolo più rilevante di quello realmente avuto, i suoi commenti sull’economia Nazionalsocialista prima e durante la guerra sono interessanti per il loro indiscutibile buon senso; vedi Money: Whence It Come, Where It Went (Boston, Houghton Mifflin, 1975) alle pagine 225-226 e The Affluent Society (New York, Houghton Mifflin, 1958), alle pagine 162-163.
    25 NdT. Chi desideri approfondire le teorie keynesiane può consultare: http://www.studiamo.it/dispense/cors...aggregata.html
    26 NdT. Letteralmente: “per galleggiare/rimanere a galla”.
    27 NdT. Oswald Spengler, Il Tramonto dell’Occidente, Longanesi & C., 1981, pagine 1395-1396.
    28 NdT. Il Tramonto dell’Occidente è del 1918. Oggi sono trascorsi 87 anni.
    29 NdT. Letteralmente: “dalla febbre”.
    30 NdT. La fontana abbeverandosi alla quale si ottiene l’eterna giovinezza.
    31 NdT. Delle economie interdipendenti.

    (Traduzione dal tedesco e commento di Ronald Klett)

    Tratto da The Journal of Historical Review, volume 5, no. 1, pagine 77-83. INSTITUTE FOR HISTORICAL REVIEW --

    Traduzione italiana di F. R.,

    Fonte: Hitler, i disoccupati e l'autarchia

    0035- Adolf Hitler, i disoccupati e l?autarchia | "Olodogma"
    Ultima modifica di Eridano; 31-05-14 alle 22:25
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  6. #6
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    Predefinito Re: Sovranità monetaria

    Chi è contrario alla sovranità monetaria?
    Ultima modifica di Eridano; 31-05-14 alle 22:23
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  7. #7
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    Predefinito Re: Sovranità monetaria

    Chi è favorevole alla schiavitù del debito?
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  8. #8
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    Predefinito Re: Sovranità monetaria

    Mai sentito parlare di un certo Gheddafi?
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  9. #9
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    Predefinito Re: Sovranità monetaria

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio
    Mai sentito parlare di un certo Gheddafi?
    Più che altro dei Rotschild.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  10. #10
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    Predefinito Re: Sovranità monetaria

    Secondo la mia personale opinione...Il denaro è una divinità nel'inconscio dei sinistroidi o simile, per questo sono contro tutto ciò che rappresenta il nazismo.La plebe non ha valore se non attraverso il denaro.
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

 

 
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